mercoledì 13 aprile 2016

Nietzsche: l'utilità e il danno della storia per la vita

Sull'utilità e il danno della storia, un titolo che non dà certo nell'occhio, che non possiede la medesima potenza evocativa di Così parlò Zarathustra ma che, ciò non di meno, nasconde grandi insegnamenti, come tutti gli scritti di Nietzsche (compresi quelli giovanili).
Il breve libello si presenta come una critica allo storicismo, la corrente dominante della filosofia tedesca otto-novecentesca, e ruota attorno alla domanda: in che misura abbiamo bisogno della storia?
Abbiamo bisogno della storia per la vita e per l’azione, non per ritirarci a studiarla come materia fine a se stessa, che non ha nulla da insegnarci.
L’animale vive in un momento non-storico, perché si dimentica subito del momento appena passato, al contrario dell’uomo. L’uomo si porta dietro ed è oppresso dal pesante carico del passato. A un certo punto però il passato deve essere dimenticato se non si vuole che esso diventi il nostro becchino, per vivere per un momento felici come l’animale. Se così non fosse, sanguineremmo ad ogni istante, oppressi dall'attimo appena passato. E così il non storico e lo storico sono entrambi necessari per la salute di un popolo. E’ vero, solo dallo storico nasce l’uomo, ma in un eccesso di storia l’uomo trova anche la sua fine.
Gli uomini storici credono che il flusso della storia sia un processo omogeneo la cui fase finale è il progresso dell’umanità e che la loro stessa esistenza abbia un senso poiché inserita in questo flusso storico. Si ricerca un flusso omogeneo in base alle esigenze, si manda la storia lì dove noi vogliamo che vada. Gli ultimi dieci anni di storia non possono insegnarci nulla di diverso. Passato e presente sono identici. La storia non potrà mai diventare scienza pura come la matematica.
Tuttavia, la storia serve all’uomo; ciò che non serve è l’eccesso della storia. La storia appartiene al vivente in tre sensi: per colui che agisce e per le sue aspirazioni, per colui che la osserva e la adora, per colui che soffre e ha bisogno di essere liberato.
A questi tre sensi corrispondono tre approcci, il monumentale, l’antiquario e il critico.
I primi sono tesi verso il futuro, sono gli uomini che creano nuova storia; la fama che acquisiscono non è il loro semplice e vanitoso ologramma, ma la fede nell’affinità e la continuità dei grandi di ogni tempo. Tuttavia, questa connessione non è tanto un flusso determinato, quanto un “effetto in sé”, un evento storico che trova la sua compiutezza e la sua grandezza in se stesso. Il problema sorge quanto questa storia monumentale, fatta di grandi azioni, diventa oggetto di venerazione, condizionando il giudizio dei posteri. Questo tipo di storia porta al fanatismo. E’ pericolosa se entra nelle mani degli uomini di potere e ancora di più se entra nelle mani degli uomini mediocri, che distruggeranno ogni senso artistico.
Il secondo tipo di storico è colui che si cura della storia da cui è venuto e che vuole a tutti i costi tramandarla ai posteri; l’anima di questo uomo si trasferisce nelle cose che conserva. La storia che tenta di conservare diventa la sua storia. Percepisce se stesso come spirito della propria città, della propria casa, crea un “noi” fittizio, un surrogato della sua personalità ed è convinto che la vita possa procedere solo permettendo a questo “noi” di continuare a vivere nella stessa immutabile realtà in cui lui è nato. L’antiquario ha l’orizzonte limitato, crede che il suo giardino sia il centro dell’universo, e se all’inizio la tradizione può vivificare la storia, a lungo andare la mummifica. E’ in grado di conservare la vita ma non di produrla. Paralizza la decisione, vanifica ogni sforzo e ogni energia tesa al futuro, concentrata com’è sul passato.
Di fianco a questo tipo di storia, c’è bisogno del terzo tipo di storico, quello critico. Questo deve distruggere il passato per poter vivere. Deve condurre il passato in tribunale, sottoporlo a un’inchiesta meticolosa e poi condannarlo. E’ un processo che nasce quando ci si accorge dell’ingiustizia e che la vita stessa è tutta un’ingiustizia. Tuttavia, questo passo è rischioso perché vuole costruire un nuovo passato da cui venire, e la cosa non è semplice.
La stessa Filosofia, secondo Nietzsche, si è indebolita a causa di questo approccio; non esiste più nessuno che vive filosoficamente, come gli stoici che aderivano alla Stoà, ma essa è diventata un terreno limitato dai paletti delle istituzioni.
Trattano neutralmente la filosofia così come trattano neutralmente la storia; ci si occupa di un filosofo in maniera arbitraria, si sceglie di studiare Democrito piuttosto che Socrate come se fosse del tutto indifferente, basta che se ne rispetti l’oggettività storica. Si snatura ogni tipo di impulso culturale, tolgono la vita alla filosofia vera, facendola diventare una voce dell’enciclopedia insieme alle altre. Questo eruditismo è in realtà un’impotenza della nostra epoca.
Nonostante il progresso, la nostra epoca è davvero più giusta e vera di quelle precedenti?
Ogni epoca ha sempre la superbia di ritenersi migliore di quella precedente, di ritenersi l’unica giusta, l’unica che possiede la verità e che tramite essa può criticare quelle passate.
Nel corso degli anni, gli uomini si sono sempre fatti ingannare dalla verità e dalla giustizia; spesso, il giudice che predica la verità è in realtà un fanatico.
La storia stessa, quando è scritta con oggettività, non si può dire che sia “vera”, poiché compito dello storico è quello di ricercare un nesso tra i fatti del passato che, per loro stessa essenza, sono impenetrabili.
La storia è un groviglio di causalità dove entrano in gioco migliaia di cause parallele ed è impossibile tracciare un decorso storico unitario, ancor più utopico riconoscere un decorso storico teso verso il futuro.
Il senso della storia non può trovarsi nella sua fine, bensì nel suo perpetuo e ciclico decorso; in questo senso, la storia è una sinfonia artistica, un’opera d’arte, non ha un senso morale intrinseco ma piuttosto un senso estetico.
L’epoca presente non può essere giudice di quella passata perché è arrivata dopo di essa, e un giudice deve sedere più in alto per giudicare un imputato. Soltanto compiendo una grande impresa storica si possono giudicare quelle passate; l’uguale per l’uguale. La storia la scrive chi è esperto e superiore. Chi non ha vissuto qualcosa di grande non potrà comprendere le grandi imprese del passato; il motto del passato è un motto oracolare, come quello dell’oracolo di Delfi, e soltanto interpretandolo correttamente è possibile costruire un futuro che ne sia all’altezza. Bisogna studiare le azioni dei grandi condottieri del passato, come gli eroi di cui narra Plutarco, per creare una cultura degna di questo nome.
Il giudizio storico fine a se stesso, che non sia costruttivo, distrugge le fondamenta e non fa nulla di positivo. Una religione ricostruita tramite la scienza storica viene snaturata, viene distrutta e svuotata di tutta la sua spiritualità, poiché vengono fuori tutte le azioni turpi e violente, mentre l’uomo di fede si nutre di amore e di speranza e con esse edifica il futuro.
La scienza storica così come è impostata accieca l’uomo; il giovane viene messo di fronte a centinaia di fatti storici in chiara luce di cui non può comprenderne lo spirito. Perde sempre di più il senso di stupore e alla fine ha perso ogni curiosità, è inattivo e apatico, non può costruire nulla di nuovo. E’ la morte della cultura.
Lo storico formatosi su questo tipo di nozionismo si sente completo già dalla giovinezza e quando diventa storico a tutti gli effetti è un supponente che si sente ancora più completo per aver criticato un certo capitoletto di un certo manuale, il tutto finché non si scade nella mediocrità più assoluta.
In questo modo si distrugge la scienza, che viene automatizzata. Con questo tipo di cultura storica gli uomini nascono già vecchi e si avvera la profezia di Erodoto secondo la quale l’ultima generazione di uomini nascerà già con i capelli grigi.
Con l’idea di un “ringiovanire” dell’umanità con il procedere del tempo non si fa altro che tramandare la visione teologica cristiana della storia, tesa verso un’apocalisse divina. Si guarda alla storia con la stessa reverenza clericale ed è come se si attendesse che il momento presente passi per trascriverlo su un libro di storia o, al massimo, per limitarne gli effetti.
Lo storicismo hegeliano ha reso la storia qualcosa di sacro e necessario; si vede l’epoca presente come il frutto tardo ma maturo di un processo universale, cadendo in un fanatismo storico e precludendo ogni altra forma d’arte.
Per di più, questo tipo di storicismo rende ciechi gli studiosi che giustificano ogni evento passato, trovando un cavillo come fossero avvocati. Ad esempio, si giustifica la morte dei grandi artisti dicendo che ormai avevano fatto il loro tempo.
Questi uomini sono tronfi d’orgoglio, credono di essere il vertice della storia, credono di aver raggiunto il traguardo della storia, di esserne il suo gioiello, addirittura di portare a compimento la natura.
Questo tipo di uomo non trova ideali per realizzare la propria vita, concentrato com’è su questo presunto processo storico necessario, e non compirà mai nulla di grande, appiattendosi al livello della massa che altro non è se non una lastra venuta male dei grandi uomini, uno strumento dei grandi uomini o un loro ostacolo.
Le cosiddette leggi storiche che rintracciano non sono nient’altro che l’opinione di questa massa di creta di alcun valore.
Purtroppo l’educazione dei giovani tedeschi si basa su questi presupposti e li sta rendendo non degli uomini ma degli eruditi buoni a nulla.
Per spezzare questa superstizione bisogna innanzitutto far cadere l’illusione della necessità di questo tipo di educazione, che indottrina il ragazzo ma non gli insegna a vivere. Meglio mandarli nei laboratori della natura piuttosto che in un museo. Dovrebbe valere l’ideale platonico della tripartizione delle caste. Questa è l’unica verità necessaria; chi è nato filosofo, ha oro nel suo corpo. Il motto della nuova generazione dovrebbe essere non cogito ergo sum, ma sum ergo cogito, vivo, quindi penso.
Il rimedio è l’individuo non storico e quello sovrastorico; il primo dimentica tutto il passato, il secondo sposta il suo interesse soltanto verso l’arte e la religione, che trapassano ogni era. La scienza vede in queste potenze forze avversarie, che vede in ogni cosa un fatto storico.

Bisogna seguire l’esempio dei greci che si trovarono in una situazione; colpiti da una serie di influssi di culture straniere, riuscirono a dare ordine a questo caos grazie al motto delfico “conosci te stesso”, tenendo solo il necessario e creando una cultura propria. Un cultura che era una voce unica tra vita, pensiero, apparire e volere.

Daniele Palmieri

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martedì 12 aprile 2016

Che cos'è il fanatismo?

La mente di un fanatico
Il fanatismo è un problema di stringente attualità e, purtroppo, tormenterà sempre l'umanità. Varie forme di fanatismo si sono sempre succedute nel corso dei secoli e quella che salta subito in mente, al giorno d'oggi, è la forma dei terroristi/kamikaze e dei loro attacchi suicidi.
In questo articolo voglio analizzare in maniera teorica le motivazioni a monte di chi compie gesti del genere, al di là dei condizionamenti ideologici che li spingono ad agire. In sostanza, voglia affrontare la questione del fanatismo e capire come nasce e come attecchisce sulle menti delle persone. Prima di cominciare, è bene fare una precisazione. Come potrete notare, parlerò di “fanatismo” e non soltanto di “fanatismo religioso”.
Ho appositamente fatto questa scelta perché ritengo che, soprattutto negli ultimi anni, si tenda ad associare le due cose come se fossero necessariamente correlate e come se l’unico tipo di fanatismo sia il fanatismo religioso.
In realtà, quello del fanatismo è un fenomeno ben più complesso che non si limita assolutamente alla religione. Difatti, potremmo definire il fanatismo come la degenerazione di qualsiasi ideale quando viene portato all’estremo.
E, al di là dell’ideologia che spinge il fanatico ad agire, sotto sotto si ritrovano gli stessi meccanismi psicologici di base e ambienti sociali molto simili che fanno da terreno fertile per il fanatismo.
Questa precisazione mi sembrava necessaria perché parte dell’opinione pubblica crede che l’unico tipo di fanatismo sia quello di matrice islamica, mentre un’altra parte dell’opinione pubblica (quella che, da ateo, chiamo gli "atei integralisti") crede che il fanatismo sia un fenomeno unicamente religioso e che eliminando la religione si risolverebbero tutti i problemi.
Ma di questo parleremo in seguito.
Vediamo, ora, chi è il fanatico?
Solitamente, bolliamo i fanatici come persone fuori di testa, come pazzi senza un briciolo di cervello.
In realtà e purtroppo, aggiungerei, non è così. I fanatici sono persone lucide, persone che sanno perché agiscono, in nome di cosa agiscono e quali saranno le conseguenze delle loro azioni.
Prendiamo ad esempio i fondamentalisti islamici; sono degli invasati, quello di sicuro, ma non sono dei pazzi senza cervello, tutt’altro. Ogni atto terroristico mosso dal fondamentalismo richiede una strategia, un piano d’azione e degli uomini che siano in grado di portarlo a termine con lucidità. Tutto questo non sarebbe possibile se i terroristi fossero semplicemente delle persone fuori di testa e, anzi, è pericoloso considerarle semplicemente come dei pazzi, perché così ci si dimentica della rete politica che si nasconde dietro l’azione dei singoli.
Tralasciando questo aspetto, il fanatico è una persona convinta di possedere la verità con la v maiuscola. Ha tante risposte a tutte le domande ma nessun dubbio e dispensa queste risposte come se fossero le uniche alternative possibili.
Ma questo è solo un lato del fanatico, perché se il fanatico si limitasse a questo sarebbe semplicemente un ignorante dagli orizzonti molto limitati.
Il problema sorge quando il fondamentalista comincia a pensare che in nome di questa verità sia lecito fare ogni cosa; sia quando comincia a pensare che sia lecito uccidere persone innocenti per far prevalere la propria verità sia quando ritiene lecito limitare le libertà altrui per imporre la propria visione del mondo.
Dunque nel fanatismo non rientrano soltanto gli atti terroristici più eclatanti, ma anche fenomeni della vita politica di tutti i giorni che abbondano già nel nostro paese.
Quando una certa parte dell’opinione pubblica manifesta a favore di una fantomatica famiglia naturale composta da uomo, donna e bambini, contro le famiglie che ritengono degenerate come quelle composte da persone dello stesso sesso, ecco queste persone non sono né più né meno che fanatici, perché vogliono imporre la loro visione di famiglia a discapito di quella altrui.
Un altro tipo di fanatismo è quello politico, pensiamo ad esempio agli attentati delle brigate rosse o al caso Moro o, rifacendoci alla storia passata, al Nazismo di Hitler e al Comunismo di Stalin.
La stesso ateismo o la stessa scienza che secondo alcuni filosofi come Richard Dawkins sono la risposta a tutti i problemi in realtà non sono immuni dal fanatismo. Cito un caso che ho incontrato in Liberazione animale di Singer ma che voglio portare come esempio generale e non per affrontare la questione della legittimità o meno della sperimentazione animale.
Nel libro appena citato si legge di uno scienziato chiamato Robert White, in grado di trapiantare teste di scimmia, che intervistato sulla legittimità etica del suo operato liquida la domanda dicendo che certe questioni possono essere affrontate soltanto dalla scienza e che si ritiene un elitario da questo punto di vista.
In sostanza, ritiene che, a nome del progresso scientifico, ogni cosa sia lecita; e lo stesso pensiero era quello degli scienziati che lavoravano nei campi di concentramento utilizzando cavie umane per i loro esperimenti.
Ora, non è questo un tipo di fanatismo “scientifico” che antepone gli interessi della scienza al di sopra di quelli etici?
Questo tipo di fanatismo ha poco a che fare con la religione e dimostra come quello del fanatismo sia un fenomeno molto complesso, radicato nell’uomo stesso e non in una particolare ideologia.
E, analizzate brevemente le due principali caratteristiche del fanatismo, bisogna domandarsi: qual è il terreno fertile per la nascita del fanatismo?
Senz’altro l’ambiente sociale nel quale è assente ogni tipo di spirito critico e dove la cultura è tramandata come qualcosa di immodificabile, come la migliore cultura possibile e di fronte alla quale tutti gli altri modi di pensare sono sbagliati. Processo di indottrinamento che comincia sin dall’infanzia.
Il califfato nero di Al Baghdadi è l’esempio più attuale, dove sin da piccoli i giovani sono indottrinati a forza con idee radicali e, spesso, con la menzogna.
In un bellissimo quanto spaventoso documentario di VICE i militanti del califfato islamico spiegano come convincono i bambini a farsi esplodere.
In pratica, gli dicono che la bomba che hanno addosso esploderà soltanto verso l’esterno e che loro saranno al sicuro, oppure che essa ucciderà soltanto gli infedeli lasciando illesi i veri musulmani.
In questo modo persone senza scrupoli sfruttano l’ignoranza a discapito di vittime indifese (e parlo sia dei bambini sia delle vittime della strage).
Questo tipo di indottrinamento, anche se non sfociava in azioni kamikaze, era quello sotto il fascismo, dove i bambini erano tempestati sin da piccoli dalla propaganda del regime.

Infine, come difendersi dal fanatismo?
La domanda è molto complicata e quella che posso dare è soltanto una risposta parziale, che vale per il singolo individuo ma che non può certo risolvere le situazioni drammatiche che stiamo vivendo.
Innanzitutto, è bene dire che i tentativi passati di sradicare il fanatismo già all’epoca di Bin Laden si sono rivelati, oltre che delle grande menzogne, dei grandi fallimenti.
In primis per una grande utopia dell’occidente moderno, ossia quella di importare la democrazia.
Ritengono la democrazia un sistema politico non certo esente da difetti ma comunque il minore dei mali possibili; tuttavia, essa richiede come requisito essenziale un elettorato istruito e, soprattutto, in quei territori governati da dittatori, una rivoluzione di matrice popolare che permetta l’instaurarsi di una vera democrazia.
Entrambi questi requisiti essenziali non sono stati rispettati nelle azioni militari dell’occidente e, come risultato, abbiamo avuto un ingente numero di morti, feriti e sprechi e dall’altro l’inasprimento dei gruppi radicali che hanno portato alla nascita dell’Isis, visto che la democrazia non si può certo esportare con le bombe.
Anche adesso i bombardamenti non possono che essere una soluzione temporanea; il 29 giugno dell'anno passato il califfato islamico ha fatto esattamente un anno dalla sua nascita e, nonostante i continui bombardamenti, in questo anno i suoi confini sono rimasti stabili e anzi si sono addirittura allargati.
Questo perché ciò che bisogna scardinare è innanzitutto il fanatismo, la rete invisibile che fa da aggregante dell’intero califfato e che non si può distruggere con le bombe perché esso si radica ancora di più nelle menti dei sopravvissuti.
Qual è la soluzione?
Come detto in precedenza, non è certo possibile trovare la soluzione con la s maiuscola perché entrano in gioco migliaia di fattori geopolitici e perché, in fondo in fondo, un briciolo di fanatismo è radicato in tutti noi.
La cosa più importante, di fronte a minacce o atti terroristici, è non farsi infettare, a propria volta, dal germe del fanatismo, che è tanto più efficace lì dove trova dei popoli spaventati.
Potrebbe sembrare uno slogan ma invito tutti a pensare che il fanatismo non può sradicarsi, a lungo termine, con le bombe e con la violenza ma soltanto con lo studio, la cultura e la conoscenza.
Pensate, per un momento: cosa avrebbe fatto quel bambino di cui parlavo in precedenza a cui è stato raccontato che la bomba ucciderà soltanto gli infedeli se qualcuno gli rivelasse che gli hanno mentito e che ucciderà anche lui?

Daniele Palmieri

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giovedì 24 marzo 2016

Cormac McCarthy: tra natura selvaggia e violenza sacra la vera essenza dell'uomo

Se mi chiedessero chi è il più grande scrittore ancora in vita risponderei senza esitazione: Cormac McCarthy. I suoi libri sono tra i pochi lavori di autori contemporanei che, durante la lettura, mi fanno pensare: questa è Letteratura con la L maiuscola. 
In essi si ritrovano tutte le caratteristiche proprie dei classici del passato: cura stilistica, prosa ricercata, filosofia, una visione generale del mondo sottesa a ogni testo, l'indagine minuziosa dell'animo umano. Ultimo ma non meno importante: "l'impronta" dell'autore, quella caratteristica letteraria difficilmente definibile che ogni grande scrittore è in grado di imprimere nella propria opera, rendendola unica e inimitabile, qualcosa che soltanto la sua mente avrebbe potuto partorire. Quel tipo di marchio che non lascia spazio a mezzi termini: o lo ami o lo odi.
Come accennato in precedenza, all'interno dei libri di Cormac McCarthy prosa, filosofia e storia sono tre elementi inseparabili e strettamente interconnessi. Il suo linguaggio è arcaico ma allo stesso tempo asciutto e asettico, con brusche accelerate nei passaggi che evocano le asperità della natura selvaggia (tramonti, deserti, canyon, tempeste, montagne). Gli stessi personaggi diventano un tutt'uno con la natura e con la storia grazie a una caratteristica che salta subito all'occhio: l'assenza di virgolette o di altri segni di interpunzione atti a separare i dialoghi dal resto del discorso. Una scelta coraggiosa che soltanto uno scrittore di talento può essere in grado di gestire senza causare un'incomprensibile confusione.
In questo mondo impervio, retto da una legge quasi fatalistica come quella dell'universo mitologico greco, i personaggi sono piatti, impassibili, difficilmente "individuabili". Una precisa scelta letteraria e filosofica poiché McCarthy è un autore che non narra attraverso i personaggi ma che parla attraverso archetipi, perciò spesso si ha l'impressione di leggere qualcosa di evanescente, caotico, insensato, proprio come in un sogno/incubo. 
I protagonisti sono pedine in balia del destino che hanno un nome solo per essere distinte le une dalle altre, ciò che conta è la violenta mano invisibile che le muove. Difatti in una delle sue opere più belle, The Road, i due protagonisti non hanno nome, così come tutti i personaggi che incontrano. Sono semplicemente un padre e un figlio che viaggiano in un mondo distrutto da una guerra nucleare. Un padre e un figlio che sono, appunto, degli archetipi che rappresentano l'intera umanità e non "quel padre" e "quel figlio".
Proprio Uomo e Natura sono i due protagonisti sempre al centro della narrazione mcCarthyana. I personaggi si trovano spesso in balia di un mondo in rovina, di una Natura selvaggia che dà lo stesso effetto dei quadri del Romanticismo: terrorizza ma che allo stesso tempo affascina con il suo caos e la sua insensatezza. Filo conduttore che lega Uomo e Natura è l'intrinseca quanto insensata Violenza, con la V maiuscola poiché anch'essa viene rappresentata come un archetipo, forse il più importante insieme al Caos, pilastri metafisici sui quali si regge l'intero ordine cosmico.
Essa raggiunge la sua apoteosi in Meridiano di sangue, un testo che si apre con un'emblematica ed enigmatica citazione del mistico Jakob Bohme e che narra delle scorribande di un gruppo di giustizieri guidati dalla carismatica figura de "il Giudice Holden", un vero agente del caos che conosce ogni segreto della Natura e che, proprio per questo, si comporta come lei, distruggendo senza motivo ogni cosa che incontra sul proprio cammino.
In questo scenario apocalittico resta comunque spazio per la vera essenza dell'uomo, che non consiste nella violenza ma nella Speranza, che McCarthy rappresenta in Non è un paese per vecchi e in The Road con una metafora molto evocativa: il Fuoco.
Nel secondo libro essa viene citata costantemente. "Noi siamo i buoni perché portiamo il fuoco" ripete in più occasione il Padre al Figlio durante il loro viaggio attraverso il mondo distrutto, quasi fosse un mantra a cui aggrapparsi per riuscire ad andare avanti. In Non è un paese per vecchi è una metafora che viene evocata nel misterioso finale in cui lo sceriffo, protagonista del romanzo disilluso dalle violenze perpetrate dall'uomo, racconta alla moglie un sogno in cui suo padre lo conduceva attraverso la tenebre per accendere un fuoco "in mezzo a tutto quel buio e tutto quel freddo".
Il fuoco richiama l'ambiente familiare e sicuro del focolare domestico e rappresenta la luce interiore, la scintilla divina che permette all'uomo di sopravvivere alla natura selvaggia dentro e fuori di lui, poiché il Buio non potrà mai spegnere la Luce e, per quanto oscure possano essere le tenebre, anche solo una flebile fiaccola permette di rischiararle.


Daniele Palmieri

p.s.

La grande domanda è: perché McCarthy non ha mai vinto il premio Nobel per la letteratura?

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venerdì 18 marzo 2016

Hadot e il recupero della filosofia come esercizio spirituale

Molte persone associano la parola "filosofia" a quella materia strana, dal linguaggio astruso e poco comprensibile, che si occupa di problemi inestricabili e che si pone domande che non potrà mai risolvere. Di conseguenza il "filosofo" viene visto come quel personaggio alienato dal mondo, intento a riflettere sui massimi sistemi, la cui massima aspirazione è quella di figurare nei talk show televisivi come un pezzo d'arredo dalla sorprendente capacità di starnazzare come tutti gli altri partecipanti, ma con un linguaggio un po' più forbito.
Purtroppo è la filosofia stessa che, più o meno volontariamente, è andata a cacciarsi in questa situazione, a causa di alcuni atteggiamenti predominanti degli "addetti ai lavori" (perlomeno, di quelli più noti al grande pubblico) che in parte giustificano tutti questi pregiudizi.
L'opera filosofica (e filologica) di Pierre Hadot è volta proprio a "purificare" la filosofia da queste "deviazioni dialettiche", che rendono quello che dovrebbe essere il più importante esercizio di vita un mero esercizio eristico e sofistico.
E lo fa ripartendo dall'epoca d'oro della filosofia, che coincide proprio con il suo fiorire: il pensiero antico. Nelle sue opere principali, Esercizi spirituali e filosofia antica, Che cos'è la filosofia antica? e La filosofia come modo di vivere, lo storico della filosofia rilegge in un'ottica completamente diversa i filosofi greci e latini, allontanandosi dalla fossilizzata visione dei manuali accademici e restituendo ai pensatori classici la vitalità che era loro propria. La nuova prospettiva di Hadot è tanto semplice quanto geniale: la filosofia, per i filosofi antichi, non era un'astratta costruzione di sistemi teorici, ma un modo di vivere. Mentre Platone scriveva i suoi Dialoghi, Aristotele le sue lezioni per il Liceo, Epicuro le lettere a Meneceo e ai suoi amici, Marco Aurelio i propri Ricordi, la loro finalità non era quella di formulare un sistema filosofico astratto, che fossilizzasse in un testo scritto la loro visione generale del mondo. Essa esisteva, senz'altro, nelle menti di Platone, Aristotele, Epicuro o Marco Aurelio, ma rimaneva soltanto presupposta alle loro opere che erano scritti contingenti, legati all'esigenza pratica di trasmettere i propri insegnamenti a un gruppo di allievi, di alleviare i dolori di un amico, di riportare le discussioni avvenute durante le lezioni, di meditare costantemente sui principi fondanti della propria vita. In tutti questi casi la scrittura filosofica ha un unico fine: quello di trovare uno stile di vita consapevole che permetta al filosofo di vivere in maniera autentica, senza lasciarsi condizionare né dai luoghi comuni né dalla massa né dal potere.
Una maniera di vivere che non poteva certo coincidere con il semplice discorso filosofico astratto. Quest'ultimo è, appunto, soltanto un "discorso" e in quanto tale è destinato a rimanere una vacua parola se ad esso non segue una pratica costante che permetta al filosofo di diventare tutt'uno con il proprio pensiero, ossia di vivere seguendo principi filosofici ben precisi, senza mai abbandonarli.
Secondo Hadot, iniziatore di questo genere di "vita filosofica" è stato Socrate, un pensatore che, pur non avendo scritto nulla, ha avuto un impatto rivoluzionario sulla storia della filosofia occidentale, proprio perché nella sua figura vita e filosofia sono un tutt'uno. Come scrive il filosofo francese in Che cos'è la filosofia
antica?: "Socrate è un pensatore esistente prima ancora di essere un filosofo che medita sull'esistenza", un pensatore che rese la sua stessa vita un insegnamento filosofico, tramite l'esempio della propria integrità morale.
La sua fu una vera e propria rivoluzione filosofica. Nessun pensatore, prima di lui, aveva avuto lo stesso impatto sulla vita di una città né era stato in grado di metterne in discussione in maniera così profonda le consuetudini.
Una saldezza d'animo che, secondo Hadot, derivava da un continuo esercizio spirituale volto a temprare la propria psyché per prepararla a ogni avversità.
E' Platone stesso a rappresentare Socrate immerso in profonde sessioni di meditazione, durante le quali si ritirava in se stesso senza essere minimamente scalfito dal mondo esterno; oppure mentre esorta i discepoli ad esercitarsi a morire, poiché soltanto chi ha superato la paura della morte può godere davvero di ogni momento della vita; infine, a conoscere e a prendersi cura della propria psyché, la vera essenza di ciascun uomo che nasconde l'unica chiave per la felicità personale.
Come anticipato in precedenza, pur non aver teorizzato nulla di preciso Socrate fu il più grande dei maestri, e lo dimostrano le innumerevoli ed eterogenee scuole filosofiche che i suoi discepoli fondarono in seguito alla condanna a morte.
Platone e il platonismo (da cui deriveranno Aristotele e l'aristotelismo), Diogene e il cinismo, Aristippo e la scuola cirenaica (che porranno le basi per lo stoicismo e l'epicureismo). In ciascuna di esse v'è una stretta correlazione tra pensiero e vita. Le stesse "scuole" non erano semplici luoghi di studio, ma vere e proprio fucine spirituali. Il filosofo non vi entrava per imparare aride nozioni, ma lo faceva per cambiare radicalmente condotta di vita. Era una vera e propria conversione laica, poiché scegliere la scuola stoica piuttosto che quella platonica, cinica, pitagorica o aristotelica significava iniziare a vivere secondo principi ben determinati e plasmare la propria psyché tramite assidui esercizi spirituali (di cui ho parlato nell'articolo La filosofia come esercizio di vita).
Secondo Hadot, il declino di tale concezione avvenne con l'avvento del cristianesimo che, se nelle fasi iniziali della sua diffusione assimilò la visione classica ponendosi come la condotta di vita filosofica perfetta, quando si affermò come religione predominante surclassò e represse le diverse scuole, non potendo tollerare modi di vivere diversi da quello cristiano.
Inoltre, fu sempre il cristianesimo ad allontanare la filosofia dalla vita quotidiana, rendendola succube delle istanze teologiche e facendo vertere la discussione teorica su problemi sempre più astratti e lontani dal mondo "terreno" quali l'esistenza di Dio, la trinità, gli universali, la natura di Cristo e simili.
Uno iato tra discorso filosofico e vita che si inasprì con un altro passaggio importante per l'evolversi della filosofia, ossia la nascita delle università. Benché importanti centri di cultura, in esse la filosofia divenne una materia tra le altre e il "filosofo" non più la persona che viveva seguendo determinati principi, bensì un professionista il cui compito era quello di formare altri professionisti, una concezione che si propagò nel tempo anche quando la filosofia recuperò la propria indipendenza dalla teologia e quando le università si affrancarono dal dominio religioso, laicizzandosi.
Tale visione è quella che, ancora al giorno d'oggi, va per la maggiore. Dall'ottocento in poi i principali filosofi furono soprattutto professori universitari e i più noti, come Hegel, Heidegger, Husserl (per citare alcuni nomi), contraddistinti da un linguaggio spesso verboso e incomprensibile, molto diverso da quello semplice, chiaro e diretto dei filosofi antichi che permetteva a chiunque di avvicinarsi alla materia (e non è semplice retorica, giacché molte scuole filosofiche del passato, come quella stoica ed epicurea, erano aperte a uomini e donne, liberi e schiavi). Una triste "usanza" ancora viva nel XXI secolo, soprattutto in Italia dove i "filosofi" più conosciuti sono popolatori di talk show, fabbricatori di supercazzole, scribacchini di libri vuoti con lo stesso concetto ripetuto all'infinito, e individui dalla dubbia condotta morale che si permettono di copiare testi altrui (per lo più di dottorandi) spacciandoli per propri.
Con ciò non si vuole certo mettere in discussione l'importanza dell'insegnamento filosofico (il che sarebbe paradossale, visto che Hadot stesso era un professore di filosofia e io stesso ho studiato filosofia in università), tuttavia si vuole fare una netta e importante distinzione tra discorso filosofico fine a se stesso e discorso filosofico preparatorio alla vita. Il primo è materia da setta esoterica chiusa su se stessa e, riformulando un esempio di Wittgenstein, ha senso soltanto finché ci si trova seduti in un salotto a discutere, ma sembra perdere ogni attinenza con il reale quando si abbandona la poltrona e si esce all'aria aperta. Questo tipo di discorso relega la filosofia all'ambiente universitario, la rende materia da élite, un affronto alla stessa pratica filosofica che è nata, appunto, come un richiamo all'azione atto a rivoluzionare gli schemi tradizionali tramandati dalla consuetudine, dal potere, dalle convenzioni.
Al contrario, il discorso filosofico preparatorio alla vita è un'estensione della vita stessa. Esso è profondamente radicato nell'esistenza, il suo compito è quello di fornire all'uomo gli strumenti spirituali per affrontare le asperità della vita mediante la conoscenza, rendendo così il suo animo inossidabile come l'acciaio.
Ma nel momento in cui i filosofi (o presunti tali) rimangono trincerati nei corridoi accademici, la filosofia (e, di conseguenza, il filosofo) appassisce, come un fiore lasciato senz'acqua. E' questo, in sostanza, il messaggio più importante dell'opera di Hadot.

Daniele Palmieri

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domenica 13 marzo 2016

Il Philobiblon di Riccardo de Bury: un'appassionata lode d'amore ai libri


"Da quello che abbiamo detto, deduciamo un corollario che a noi piace, ma che pochi, crediamo, sono disposti ad accettare: è evidente che nessuna ristrettezza debba impedire l'acquisto dei libri, quando si abbia il necessario per farlo [...] perché se il prezzo dei libri è determinato solo dalla saggezza, che rappresenta un tesoro infinito per gli uomini, e se il valore dei libri è tale da non potersi esprimere a parole, come si deduce dalle premesse fatte, come potremmo definire caro il prezzo, quando quel che si acquista è un bene infinito?Perciò i libri bisogna comprarli con piacere e venderli malvolentieri, come ci esorta Salomone: "La verità comprala e la Sapienza non venderla"
[Riccardo de Bury - Philobiblon]

Un libro scritto in lode ai libri che, con un geniale argomento, giustifica ogni singolo centesimo speso in libri (lavando la coscienza degli assidui frequentatori di librerie). Cosa potrebbe chiedere di meglio un appassionato bibliofilo (come me)?
Dovrebbe bastare questo breve passaggio a spingere ogni lettore che si rispetti ad aggiungere alla sua libreria il Philobiblon, un'orazione in lode ai libri scritta da Riccardo de Bury, bibliofilo inglese e abile ricercatore di tomi rari vissuto nel XIV secolo, il cui intento era quello di esortare le alte cariche ecclesiastiche a fondare una biblioteca liberamente consultabile presso l'università di Oxford.
Tuttavia il Philobiblon non è solo questo, ma molto di più: è un testo dalle molte facce, a tratti di un'attualità spaziante. Con una prosa semplice, lineare ma allo stesso tempo enfatica, a tratti irriverente e spesso ironica, a metà tra il serio e il faceto, Riccardo de Bury conduce il lettore nel mondo delle antiche biblioteche medievali tanto care a Borges e Umberto Eco, delineando l'universo variegato di monaci, studenti, ricercatori, libri rari e preziosi che ruotava intorno a esse.

Nell'ottica del monaco benedettino inglese il Libro rappresenta il sacro scrigno della Sapienza, bene prezioso più di ogni altro poiché permette di conservare e trasmettere ai posteri le conoscenze apprese dalle grandi menti del passato, che inevitabilmente andrebbero perdute se non esistessero le pagine bianche su cui imprimerle con l'inchiostro nero. Il Libro diventa così un'estensione della mente dell'uomo, che gli permette di ampliare i suoi confini e di avere una conoscenza infinita, sempre a portata di mano, ed è chiaro che, come riporta la citazione precedente, esso è un oggetto dal valore inestimabile, poiché non v'è nulla che valga come la Sapienza, la quale permette all'uomo di avvicinarsi alla mente di Dio.

Ne consegue che l'amore dei bibliofili nei confronti dei libri non potrà mai essere smisurato, così come non sono insensati i loro sforzi nel difendere e conservare questo oggetto tanto fragile quanto prezioso. Da questo punto di vista, Riccardo de Bury ne ha per tutti e si scaglia, senza esclusione di colpi, contro ogni nemico della carta stampata: la cieca guerra che distrugge ogni cosa che incontra sul suo cammino, i monaci che al sacro calice dei libri preferiscono quello del vino, gli ordini mendicanti  avidi di guadagno che ritengono l'acquisto di libri spesa inutile, gli studenti lazzaroni che non comprendono quale grande fortuna sia sfogliare le pagine di un codice, le persone che non hanno alcun rispetto nei confronti dei tomi delle biblioteche e che li rovinano addormentandovisi o mangiandovi sopra, strappandone i bordi bianchi per rubare la carta (all'epoca bene caro), sfogliando le pagine con le mani sporche e unte, lasciandoli aperti a prendere polvere o aprendoli senza ritegno rovinandone la rilegatura; insomma, tutte azioni che, a centinaia di anni di distanza, fanno ancora rabbrividire gli appassionati bibliofili che tengono in gran cura ogni singolo volume della propria libreria.

Tuttavia, l'aspetto più sorprendente del Philobiblon di Riccardo de Bury non è certo la passione nei confronti del libro come oggetto materiale, bensì l'intento umanistico che sta alla base dell'intera orazione. Come anticipato in precedenza, la finalità del bibliofilo inglese era quella istituire una biblioteca nell'università di Oxford poiché, per lui, i libri sono il simbolo dell'essenza stessa dell'uomo. La biblioteca diventa dunque un luogo di incontro spirituale, che deve racchiudere, preservare e difendere ogni testimonianza del pensiero umano, finanche i testi contrari alle sacre scritture, per permettere la trasmissione del sapere. Un sapere che deve essere alla portata di tutti e che deve essere condiviso pubblicamente, poiché ciò che accomuna l'uomo a Dio è proprio il Verbo, la Parola.
In definitiva, il Philobiblon è una testimonianza preziosa, che tutti dovrebbero leggere. Non soltanto, dunque, i bibliofili per ritrovare una testimonianza molto vicina alla loro passione e per saperne di più sulla storia del libro, ma ogni persona per sfatare il pregiudizio di un medioevo all'insegna dell'ignoranza e, soprattutto, per comprendere il valore di una delle invenzioni più importanti della storia, che nessun altro veicolo di informazioni potrà mai eguagliare.

Riccardo de Bury, Philobiblon, edito in Italia da La vita felice (casa editrice milanese per veri bibliofili!).

Daniele Palmieri

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venerdì 11 marzo 2016

La tranquillità interiore, una breve introduzione filosofica alla felicità

La felicità è un viaggio, il viaggio che ognuno di noi compie attraverso l'esistenza per trovare un senso alla propria vita.
La tranquillità interiore, come da sottotitolo, è una breve introduzione filosofica alla felicità, che traccia soltanto uno dei molti percorsi possibili, seguendo le indicazioni dei grandi pensatori del passato (Platone, Socrate, Cartesio, Epitteto, Marco Aurelio e molti altri).
E' un testo che non vuole fornire risposte certe, tanto meno "cure" all'infelicità precostituite, ma che vuole incamminarsi insieme al lettore in una ricerca che da sempre accomuna tutti gli uomini di tutte le epoche.
Nelle righe seguenti potete leggere un breve estratto del testo, tratto dall'introduzione e dai primi capitoli.





COME LEGGERE QUESTO SCRITTO


Raramente, nell’introduzione di una trattazione, ci si imbatte in indicazioni fornite dall’autore su come leggere il testo in questione. Eppure, in questo scritto, mi sento in dovere di farlo.
Sarà perché la felicità è un argomento molto delicato. Ognuno ha la propria idea di “felicità”, spesso influenzata dal proprio vissuto, dalla propensione e dalla sensibilità personale.
Negli ultimi anni sono molti gli scritti che promettono di far conoscere il segreto della felicità. Da un lato, ciò è sintomatico di una società infelice, nonostante l’abbondanza di beni materiali di cui siamo circondati. Dall’altro, però, credo che questi testi mentano, poiché nessuno conosce il vero segreto della felicità e, di conseguenza, nessuno può insegnarlo.
Esistono molte strade, ognuna di esse valida, e ciascuno di noi deve scegliere quella che più lo attrae, sempre nel rispetto della vita e della felicità altrui.
Quanto dico potrebbe sembrare in contrasto con quanto mi accingo a trattare. E lo è, se si legge questo breve testo come uno scrigno che contiene il vero segreto della felicità.
In così poche pagine io non prometto nulla di tutto ciò.
Descrivo soltanto la mia personale esperienza della felicità, che magari può coincidere con la sensibilità di qualcun altro, oppure stimolare spunti di riflessione in chi non la condivide. Quest’ultimo è l’interesse principale della presente trattazione, che avrà raggiunto il suo risultato soltanto se avrà stimolato ulteriori dubbi e domande.
Dall’altro lato, bisogna approcciarsi a questo testo tenendo presente lo spirito con cui è stato scritto.
Esso nasce come una sorta di lunga missiva dedicata a una mia amica che aveva bisogno di qualche consiglio sulla felicità. Similmente a molti testi dell’antichità, come la Lettera a Meneceo di Epicuro, La tranquillità d’animo di Plutarco, le Lettere a Lucilio di Seneca, è stato scritto, dunque, per rispondere a esigenze pratiche della vita, per trovare una risposta filosofica a problemi concreti (e per questo alcuni argomenti sono solo accennati in maniera concisa). Allo stesso tempo, proprio come i testi sopra citati, esso è in realtà rivolto principalmente a me stesso. Si tratta di una forma di meditazione con la quale ho tentato di rendere in maniera sistematica i principi con cui regolo la mia vita, per portare chiarezza tra le mie idee.
Essendo stato scritto ben due estati fa, è un testo che, per certi versi, percepisco ancora come acerbo rispetto a una maturazione che ancora è in corso. Nel tempo che è passato ho cambiato il modo di vedere certe cose e, nei limiti del possibile, ho corretto alcune posizioni in cui non mi rispecchiavo più, ho eliminato certi concetti e ne ho aggiunti altri. Probabilmente, se leggerò questo testo tra un anno ancora, avrò molto altro in cui mettere mano, poiché la felicità è un sentiero che battiamo costantemente e che ci costringe, in un modo o nell’altro, a cambiare di continuo le proprie convinzioni.
Detto questo, lascio il Lettore alle pagine seguenti, rinnovando l’augurio di trovare più domande che risposte.

Con affetto,


D. P.


I

LA FELICITÁ, OVVERO LA TRANQUILLITÁ INTERIORE

[La felicità]


Tutti aspirano alla felicità. Eppure essa pare così sfuggevole, a tal punto da farci creder d’inseguire un’ombra.
Schopenhauer e Leopardi giunsero a conclusioni molto simili tra loro; la felicità è impossibile da raggiungere poiché, realizzato il nostro fine dopo un faticoso percorso, ecco che subentra la noia e subito ripartiamo alla ricerca di qualcosa d’altro, illudendoci, ancora una volta, di poter giungere alla meta finale[1].
Tale verità è innegabile, ma lo è soltanto sino al punto in cui inseguiamo beni effimeri, di alcun valore, o finché chiamiamo felicità qualcosa che in realtà felicità non è.
Come sostiene Aristotele ne l’Etica Nicomachea, la vera felicità è quella che si rincorre di per se stessa[2]. Riutilizzando il linguaggio precedente, è la reale meta del nostro viaggio, il punto di arrivo da cui non sentiamo il bisogno di separarci.
Tuttavia, pur avendo indicato qual è la vera natura della felicità, occorre comprendere non solo come raggiungerla, ma anche se esiste una meta simile, giacché altrimenti ogni parola su questo argomento sarebbe spesa invano e tutta la Filosofia Antica perderebbe ogni significato[3].
E, per farlo, non c’è altro modo che mettersi in viaggio.

[La tranquillità interiore]

Epitteto, un filosofo stoico del I secolo d.C., nel suo Manuale fece un’importante distinzione: da un lato, pose i beni che non sono in nostro potere, dall’altro quelle che lo sono[4].
Ciò che non è in nostro potere, per definizione, è impossibile da cambiare, dunque non bisogna preoccuparsene; al contrario, sulle cose che sono in nostro potere abbiamo pieno controllo ed è solo tramite esse che potremo realizzarci[5].
Sempre secondo il filosofo greco, nella prima categoria rientrano il corpo, le ricchezze, gli onori e tutto ciò che dipende dal mondo esteriore; nella seconda la ragione, il desiderio, la repulsione e tutto ciò che cade sotto l’egida della nostra volontà.
Per la seguente trattazione, ci avvarremo della distinzione di Epitteto, ma con alcune differenze.
Difatti, ritengo che il corpo, entro certi limiti, sia da considerare come un bene sottoposto al nostro controllo e, al contrario, che le emozioni possano essere annoverate tra le facoltà che non possiamo influenzare direttamente.
Per ora, però, non ci addentreremo in ulteriori dettagli giacché delle motivazioni che mi portano a tale distinzione discuteremo più avanti.
Alla luce di tali considerazioni, come possiamo raggiungere e definire la felicità?
Per essere raggiungibile, essa deve dipendere da noi poiché se dipendesse solo da ciò che non è in nostro potere sarebbe come voler approdare ad un porto lasciandosi trascinare dalle correnti.
Dunque, è d’importanza fondamentale la prima categoria di beni; ma, al contrario del filosofo Stoico, non ritengo adeguato concentrarsi soltanto su essi, poiché con il giusto approccio è possibile non modificare, ma trarre vantaggio da quello che ci accade intorno. Tuttavia, pure su questo punto ritorneremo in seguito.
Perciò, definiremo la felicità come uno stato di perfetto equilibrio tra l’interiorità e l’esteriorità e, siccome essa è una condizione soggettiva, che interessa la nostra persona, chiameremo tale stato di assoluto equilibrio tranquillità interiore.
Ed ora, definita con precisione la meta, non resta che metterci in viaggio per tentare di raggiungerla.

II

I BENI CHE DIPENDONO DA NOI


Siccome ogni viaggio comincia da un punto di partenza, sarà bene cominciare la trattazione da quello a noi più prossimo, ossia dal mondo dell’interiorità, da ciò che dipende dall’Io. Ma chi è questo Io?

LA PSYCHÉ

[Conosci te stesso]

Il primo passo, apparentemente il più semplice, è in realtà il più complesso.
Infatti, come potremmo presumere di conoscere la meta e la strada da percorre se non sappiamo nemmeno chi si è messo in viaggio? Se è grave viaggiare senza documenti, i quali non contengono nulla su di noi, figuriamoci muoversi senza conoscere l’identità di quel noi.
Nelle opere platoniche riecheggia spesso, per bocca di Socrate, il motto impresso sul tempio dell’oracolo di Delphi: Conosci te stesso.
Leggere tale monito tra gli effluvi, gli incensi e i profumi inspirati dalla sacra pizia, invasata dallo spirito del Dio alla luce delle flebili e tremolanti candele doveva essere un’esperienza mistica, bastevole di per se stessa per afferrare il significato di tale concetto all’istante, come una vera e propria rivelazione.
Purtroppo però, dovremo accontentarci delle mie misere parole, che mai potranno esplicare fino in fondo il significato di questo monito così semplice ma allo stesso tempo così complesso.
Come uno zoppo che necessita di una stampella per camminare, mi aiuterò con le parole del più grande filosofo di tutti i tempi: Platone[6].
L’ateniese scrisse un intero dialogo su questo argomento, l’Alcibiade I[7], che ha come protagonisti il saggio Socrate e il giovane, bello, spregiudicato e ambizioso Alcibiade.
Quest’ultimo, appena ventenne, è ai primordi della sua carriera politica e si considera l’uomo più adatto per la polis[8] di Atene. Socrate, però, tramite la sua arte maieutica[9], dimostra non solo che egli non conosce la Giustizia, ma che manca del requisito essenziale per qualunque impresa si voglia intraprendere: la conoscenza di sé.
La sua importanza è illustrata con un ragionamento semplice quanto geniale (d’altronde, tutte le grandi intuizioni hanno queste due caratteristiche).
Prendersi cura di qualcosa vuol dire occuparsi non di ciò che le sta intorno, ma della cosa stessa.
Facendo un esempio pratico, un medico per curare una malattia non si occuperà dei vestiti del paziente, bensì del suo fisico.
Allo stesso modo, per migliorare se stessi non si deve badare ai beni esteriori – ossia alle cose che ci circondano – ma al vero noi.
Per farlo, però, bisogna conoscere questo noi, come un medico deve necessariamente sapere chi è l’ammalato per poterlo curare.
Bisogna chiedersi: chi sono io?
Rispondere non è per nulla semplice. Al termine della prima lezione di filosofia della mia vita, in terza superiore, il professore diede come compito un tema, la cui traccia era proprio: chi sono io?
Inutile descrivere quanto fossimo spaesati io e i miei compagni; non solo perché non comprendevamo il senso della domanda, ma perché non sapevamo cosa scrivere.
Chi sei tu? Mi domandava il foglio bianco, senza che io riuscissi a rispondergli.
D’altronde, lo stesso Platone, per bocca di Alcibiade, ammette che “rispondere mi è sembrata molte volte una cosa da tutti, altre volte tremendamente difficile”. [10]
Tuttavia, il filosofo ateniese non si lascia scoraggiare come facemmo all’epoca noi liceali e, tramite Socrate, esprime la seconda geniale intuizione di tale dialogo.
Per conoscere se stessi occorre concentrarsi sul nostro nucleo, sulla nostra reale essenza: l’anima (in greco, psyché).
Questo concetto, ideato per la prima volta da Socrate e poi teorizzato e sviluppato da Platone, fu rivoluzionario; per la prima volta, l’uomo si accorse di avere una propria psyché, diversa per ciascuno di noi, l’unico elemento che ci distingue l’uno dall’altro[11].
Chi sono io? Io sono la mia psyché; senza di essa non sono nulla.
Raggiungere tale consapevolezza è il primo passo verso qualsiasi forma di conoscenza, il primo passo sul cammino che conduce alla tranquillità interiore[12].
Tuttavia, con un solo passo non si può arrivare molto lontani; per raggiungere la nostra meta, occorre camminare ancora molto.
Non basta aver preso consapevolezza del proprio io, occorre capire quali caratteristiche lo differenziano dagli altri e, per farlo, nel prossimo paragrafo analizzeremo le parole di un altro pilastro della filosofia mondiale. [...]

La tranquillità interiore. Breve introduzione filosofica alla felicità, edito da Eretica Edizioni, pp. 11-24.


Di seguito, il sommario completo:


Daniele Palmieri
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[1] Per il primo si veda Il mondo come volontà e rappresentazione, per il secondo lo Zibaldone oppure si legga e si analizzi la sua opera poetica.
[2] Aristotele, Etica Nicomachea, Libro I, cap. X.
[3] Difatti, mentre l’uomo moderno s’interroga su come diventare ricco e famoso, quello antico, molto più assennato, si domandava come essere felice. E, curiosa coincidenza, i due oggetti delle nostre brame poc’anzi citati venivano sovente scartati da tutti i pensatori – o, comunque, considerati per quello che sono: beni apparenti ed effimeri, fantasmi.
[4] Epitteto, Manuale, a cura di Martino Menghi, BUR, Milano 2011
[5]  Mi sento in dovere di sottolineare, a scanso di equivoci, che Epitteto attua questa distinzione per quanto riguarda i beni che l’uomo deve o non deve considerare per il raggiungimento della felicità; per cui, “non preoccuparsi delle cose esterne” significa “non dipendere da esse”, giammai “chiudere gli occhi innanzi dinnanzi a ciò che accade e preoccuparsi solo di se stessi”. Al contrario, Epitteto, come tutti gli Stoici, ha sempre sottolineato l’importanza di una vita attiva, alla ricerca del perfezionamento non solo della propria condizione, ma anche e soprattutto di quella altrui.
[6] "The safest general characterization of the European philosophical tradition is that it consists of a series of footnotes to Plato"
Whitehead, Process and Reality, pp. 39, Free Press, 1979.
[7] Alcibiade I per differenziarlo dall’Alcibiade II, dialogo tramandato come platonico ma molto probabilmente spurio.
[8] Traslitterazione dal termine greco che significa città; si tenga presente, però, che la polis greca non è paragonabile alle odierne città. Essa, infatti, era un vero e proprio stato, con il proprio ordinamento politico, le proprie usanze e le proprie tradizioni. L’epoca delle polis greche è forse la più affascinante della storia antica; fu durante questo periodo che si posero le basi della cultura e della filosofia occidentale.
[9] L’arte maieutica di Socrate consiste nel porre continue domande all’interlocutore su temi che egli pensa di conoscere; costretto a enunciare una definizione da essa l’interrogato, incalzato dai quesiti del filosofo, trarrà conclusioni contraddittorie che dimostreranno la sua ignoranza.
[10] Platone, Alcibiade Primo/Alcibiade Secondo, BUR, pp. 131, Bergamo 2006
[11] Per approfondire questo argomento, si vedano il vol. 2 e il vol. 3 (rispettivamente, su Sofisti/Socrate e Platone) della sua Storia della filosofia greca e romana di Giovanni Reale edita da Bompiani.
[12] Non a caso, quando il filosofo neoplatonico Giamblico si occupò dell’ordine in cui sottoporre i dialoghi di Platone agli studenti della propria Accademia pose l’Alcibiade al primo posto, come propedeutico all’intero iter conoscitivo.

giovedì 10 marzo 2016

La tranquillità interiore. Breve introduzione filosofica alla felicità. (Daniele Palmieri)

La tranquillità interiore. Breve introduzione filosofica alla felicità.


Quest'anno sarà denso di progetti e pubblicazioni e, dopo "La panchina e altre poesie d'Amore", ecco la mia seconda pubblicazione del 2016: "La tranquillità interiore. Breve introduzione filosofica alla felicità", edito da Eretica Edizioni.
E' un breve saggio divulgativo di un'ottantina di pagine che accompagna il lettore in un viaggio alla ricerca della felicità.
Al contrario di molti altri testi sull'argomento però non promette ponti d'oro né ha la pretesa di svelare il reale segreto della felicità, per una semplice ragione: nessuno lo possiede (e può possederlo), poiché ognuno compie il proprio viaggio attraverso l’esistenza e soltanto noi possiamo scoprire il sentiero da seguire per vivere a pieno la nostra vita. Questo libro è come una piccola mappa da viaggio: seguendo alcune indicazioni dei grandi pensatori del passato (Platone, Socrate, Cartesio, Epitteto, Marco Aurelio e molti altri), traccia soltanto uno dei tanti percorsi possibili verso la felicità, nella speranza di sollevare, lungo il cammino, più domande che risposte.

Lo potete trovate sul sito della casa editrice a 9 euro e 90 anziché 13: http://www.ereticaedizioni.it/?product=daniele-palmieri-la-tranquillita-interiore
Presto, appena mi arriveranno le copie, potrete ordinarlo anche da me!


Daniele Palmieri