lunedì 3 settembre 2018

Come scegliere il mazzo di Tarocchi

1. Breve storia dei Tarocchi

I Tarocchi. Tutti, almeno una volta nella vita, li hanno sentiti nominare, e il solo citarli fa subito venire in mente, ai più, l'immagine di una cartomante seduta a bordo strada, con un lungo vestito dalle decorazioni floreali o geometriche, dei grandi orecchini, i tratti da gipsy e un mazzo di carte usurate posate su un tavolino malmesso di fronte a lei, pronta a leggere il futuro nelle loro immagini misteriose. 
Eppure, come tutte le immagini stereotipate, l'idea classica che si ha dei Tarocchi, della cartomanzia e della lettura delle carte è soltanto un velo superficiale che nasconde un mondo ben più vasto.
Cosa sono i Tarocchi? Quando nascono? E perché? Quanti mazzi esistono e chi li ha ideati? Come scegliere il primo mazzo di tarocchi?
Per chi si avvicina al vasto mondo dei Tarocchi e ha intenzione di comprare un mazzo, tali domande sono fondamentali ed è per questo che, in tale breve guida, accompagnerò il lettore in un breve excursus attraverso la storia dei Tarocchi e dei mazzi più famosi, per aiutarlo a orientarsi tra i centinaia di mazzi disponibili e per evitare di incappare in prodotti di scarsa qualità, sia dal punto di vista materiale sia dal punto di vista simbolico ed esoterico.
Partiamo con ordine, dunque, con qualche breve cenno sulla storia dei Tarocchi. Considerando che i Tarocchi più famosi sono i Tarocchi di Marsiglia, si potrebbe pensare che i Tarocchi siano nati in Francia, nel XVIII secolo, età in cui i Tarocchi Marsigliesi iniziano a essere prodotti e, allo stesso tempo, secolo in cui iniziano a fiorire le interpretazioni cartomantiche più famose. 
In realtà, la storia dei Tarocchi è ben più antica e risale ad almeno tre secoli prima, alla fine del XV secolo, in territorio nostrano. E' in Italia, sul finir del Medioevo, che nascono i primi mazzi di Tarocchi, quando ai semi tradizionali (che in seguito verranno chiamati "Arcani Minori) si iniziano ad aggiungere un insieme di carte, dalle 22 alle 24, soprannominate "Trionfi" (gli attuali Arcani Maggiori). Mentre i semi erano di derivazione araba ed erano iniziati a circolare in Europa tra il XIII e XIV secolo, i Trionfi sono un raffinato prodotto dell'arte e della miniatura medievale. Tra le prime famiglie a commissionare la rappresentazione delle 22 carte dei Trionfi vi furono i Visconti, e proprio il mazzo dei Visconti è uno dei più antichi pervenuto fino a noi. I Trionfi non nascono come semplici carte da gioco; non che questo aspetto non fosse presente e, anzi, proprio il gioco dei Tarocchi, a metà tra gli scacchi e i giochi di carte, permetterà la diffusione dei mazzi in tutta Italia, ma essendo i primi mazzi delle vere e proprie opere d'arte, vi fu, dietro a essi, un grande studio simbolico ed è da qui che deriva la grande profondità esoterica degli Arcani Maggiori, che possono essere considerati come un vero e proprio compendio dell'arte, della simbologia, della teologia, dell'esoterismo, della filosofia e della religione medievale.
Come dicevo, i Tarocchi divennero una vera e propria "moda artistica" in Italia, e le famiglie nobiliari iniziarono a competere per produrre i mazzi più belli. Nei secoli successivi, con l'invenzione di tecniche di stampa a basso costo, il gioco si diffuse anche tra le fasce meno abbienti e anche nel resto d'Europa. Paradossalmente, quando l'interesse nei confronti dei Tarocchi inizia a decrescere in Italia, raggiunge il suo apice in Francia, verso il XVIII secolo, e, per la grande richiesta, a Marsiglia nasce la prima, grande, "industria" di Tarocchi, i famosi Tarocchi di Marsiglia. Furono proprio due francesi, Court de Gebelin (a cui ho dedicato un articolo) e Etteilla, a diffondere al grande pubblico l'arte della cartomanzia. Come accennato in precedenza, i Tarocchi nel Medioevo non nascono solo come gioco, ma anche come opera d'arte e come compendio della conoscenza simbolica medievale; molti letterati, come Aretino e Folengo, iniziarono a leggere metaforicamente le illustrazioni dei Trionfi (o Arcani Maggiori) come rappresentazione dei caratteri e delle sorti degli uomini, e, sebbene in misura minore, alcune testimonianze, come un elenco di significati simbolici ritrovato a Bologna, attestano perfino un utilizzo cartomantico antecedente alle opere di Gebelin ed Etteilla. Tuttavia, furono questi due autori a diffondere l'utilizzo dei Tarocchi a scopo divinatorio ad ampie fasce di pubblico, diffondendo una nuova moda in tutta Europa. Sulla loro scia, diversi autori, dal XIX al XX secolo, inizieranno a interpretare e modificare l'iconografia dei Tarocchi sulla base della simbologia ermetica ed esoterica e, solo per citare i più importanti e influenti, tra essi vi furono Papus, Levi, Wirth, Cowley, Waite e, più vicino ai nostri giorno, Garet Knight e Jodorowsky.
Come si sarà potuto intuire, la storia rocambolesca dei Tarocchi, il loro rimaneggiamento nel tempo e la molteplicità di interpretazioni esoteriche hanno creato una grande varietà di mazzi, che si sono moltiplicati a vista d'occhio negli ultimi anni sulla scia della New Age. 
Perciò è importante avere una minima infarinatura storica sull'origine del mazzo che si sta acquistando, poiché ciascuno di essi è figlio della propria epoca storica e del proprio creatore, e la simbologia di ognuno di essi, benché parta da alcuni archetipi ricorrenti, è fortemente influenzata dall'interpretazione esoterica alle sue spalle, che può influire fortemente sulla lettura.


2. Come scegliere il mazzo di Tarocchi

Dopo questo lungo quanto necessario preambolo, addentriamoci ora nel variegato mondo dei mazzi di Tarocchi e iniziamo a delineare alcune linee per la scelta. 
Il primo consiglio è quello di iniziare ad approfondire lo studio dei simboli prima ancora di acquistare il mazzo; a tal proposito, la bibliografia sui Tarocchi è sterminata, tuttavia consiglio di non limitarsi soltanto alle letture specifiche, dedicate all'argomento, che spesso riportano, stile copia-incolla, i medesimi significati, ma di spaziare nell'approfondimento della simbologia in generale. 
Per quanto riguarda i libri specifici sui Tarocchi, personalmente consiglio Il Simbolismo dei Tarocchi di Ouspensky edito da Tlon (che ho recensito qui), Il Segreto dei Tarocchi di Andrea Pellegrino edito da Libraio Editore, Il Gioco dei Tarocchi di Gebelin edito da Castelvecchi, Tarocchi e Magia di Karet Knight edito da Spazio Interiore e l'intramontabile I Tarocchi di Wirth edito Edizioni  Mediterranee; per quanto riguarda gli studi sulla simbologia, consiglio Il Simbolismo Ermetico di Wirth, La Tradizione Ermetica di Evola (entrambi editi da edizioni Mediterranee) e Il Dizionario dei Simboli di Chevalier, edito da Bur.
Questo lavoro di approfondimento preliminare è essenziale poiché, benché il simbolo sia una realtà interiore, esso nasce da una sorta di soggettività interpersonale, in bilico tra oggettività e soggettività, l'inconscio collettivo junghiano. Nei Tarocchi ricorrono decine di archetipi e simboli tradizionali, che formano un vera e propria "lingua" che è fondamentale imparare per riuscire a leggere i messaggi nascosti dietro le figure.
Passando alla scelta del mazzo, come dicevo, al giorno d'oggi esistono centinaia di mazzi di Tarocchi, di ogni tipo. Per quanto mi riguarda, mi ritengo un "purista"; prediligo i mazzi tradizionali, con una lunga storia alle spalle, poiché penso che veicolino una conoscenza collettiva sedimentatasi negli anni che arricchisce le carte di una molteplicità di significati simbolici, partoriti dall'inconscio collettivo che, inconsapevolmente, vi ha lavorato; una profondità che difficilmente può essere eguagliata da un mazzo creato ad hoc da una sola persona, soprattutto se si parla della molteplicità di mazzi "New Age" o "commerciali", nati dalle mode del momento. Come vedremo in seguito, tuttavia, ho anche inserito dei mazzi creati da artisti e pensatori del XX e XXI secolo che ritengo particolarmente validi, proprio perché affondano le loro radici in sistemi esoterici e simbologie ben più antichi.
Il secondo suggerimento è, dunque, quello di evitare i prodotti troppo commerciali e, soprattutto per il primo mazzo, di orientarsi verso i mazzi più tradizionali, per iniziare a familiarizzare con gli Arcani Maggiori archetipici, che ricorrono in tutti i mazzi derivati. In seguito, troverete una lista di consigli, stilata a partire dai mazzi che ho acquistato, con la quale potrete orientarvi.
Il terzo suggerimento, meno "razionale", è quello di scegliere il mazzo con il quale vi sentite più affini. Benché in ogni mazzo ricorrano sempre i 22 Arcani Maggiori tradizionali, con alcune variazioni grafiche, l'impatto soggettivo dei simboli rappresentati è molto soggettivo, essendo il simbolo un prodotto dell'interiorità umana. Può essere che lo stile grafico di alcuni mazzi non sia in grado di creare un'affinità con il proprio "io" interiore e, in tal caso, potrebbe risultare difficile rintracciare il significato dietro il velo dei simboli, e dunque la risposta alle proprie domande, mancando la "connessione" tra i due interlocutori. I simboli sono come un linguaggio; si deve essere in grado di trovare il mazzo che "parla" la medesima lingua della nostra simbologia interiore.
Ci si informi, preliminarmente, sullo stile simbolico dei diversi mazzi e, osservando attentamente gli Arcani Maggiori, si cerchi di capire se essi sono in grado di comunicare con la propria interiorità, se ci trasmettono significati, impressioni, emozioni, intuizioni. La grammatica dell'archetipo è sempre la stessa; a variare è la simbologia di ognuno, e bisogna dunque essere in grado di trovare il mazzo che parla la nostra lingua interiore.
Il quarto suggerimento, soprattutto per la scelta del primo mazzo, è quello di non orientarsi su Tarocchi visivamente troppo ricchi e complessi; si potrebbe pensare che un simbolo sia tanto più ricco quanto più complesso. In realtà, l'enigmaticità del simbolo risiede proprio nella sua semplicità e nella sua apparente immediatezza; i simboli più ricchi di significati sono quelli più semplici, mentre quelli troppo ricchi di particolari rischiano di divenire troppo espliciti e, dunque, più limitati. Lo stesso vale per i mazzi di Tarocchi; è meglio orientarsi sui mazzi esteticamente più semplici, poiché figure troppo complesse potrebbero rendere troppo difficile l'interpretazione e, paradossalmente, potrebbero limitare il significato delle singole carte a una sola chiave di lettura.
L'ultimo suggerimento pratico, prima della scelta del mazzo, è quello concernente l'uso che se ne intende fare. Si pensa che l'unico uso dei Tarocchi sia quello della cartomanzia; in realtà, come accennato nella ricostruzione storica, i primi Tarocchi non nacquero per questa finalità, ma come pezzi d'arte e come compendio delle conoscenze simboliche. Tuttavia, proprio perché i loro simboli sembrano racchiudere ogni aspetto della realtà, l'uso divinatorio nacque quasi spontaneamente. Ma i Tarocchi sono anche un ottimo strumento di meditazione; contemplarne i simboli, riflettere sul loro significato e su ciò che le immagini comunicano alla nostra interiorità, cercare le corrispondenze tra noi e le carte, sono ottimi esercizi meditativi per conoscere se stessi e approfondire l'enigmatico mondo della simbologia interiore. Ed è per questo che bisogna distinguere tra cartomanzia, l'uso divinatorio delle carte, dalla tarologia, l'uso psicologico dei tarocchi per approfondire la propria interiorità. Ogni mazzo può essere utilizzato in entrambi i modi, ma, come vedremo in seguito, alcuni sono più consoni alla cartomanzia e altri alla tarologia. 
Passando ora ai consigli sulla scelta, ecco alcune informazioni sui mazzi principali che, per tradizione, simbologia, significati esoterici mi sento di consigliare. Partirò con ordine, a partire dai mazzi più antichi fino a quelli più recenti, e cercherò di soffermarmi sulle loro peculiarità in modo che il lettore possa rispecchiarsi nel mazzo a lui più affine.

3. I principali mazzi di Tarocchi

L'ultima indicazione generale, prima della scelta del mazzo, è quella riguardante la divisione delle carte. Si è già accennato alla presenza di due "gruppi" di carte, gli Arcani Maggiori e gli Arcani Minori. Con Arcani Maggiori si intende i 22 Trionfi, le carte che vanno dallo 0 al XXI e che, generalmente, rappresentano in ordine sparso): Matto, Bagatto, Papessa, Papa, Imperatore, Imperatrice, Torre, Appeso, Giudizio, Morte, Forza, Temperanza, Giustizia, Temperanza, Eremita, Innamorato, Stelle, Sole, Luna, Mondo, Ruota della Fortuna, Diavolo; alcuni nomi potrebbero variare in base al mazzo, ma tendenzialmente questo è l'archetipo di base. Il secondo gruppo è quello degli Arcani Minori; i quattro semi più fanti, regine e cavalieri. Il numero delle carte e il tipo di semi potrebbe variare in base al mazzo, così come le illustrazioni. Siccome in gran parte dei mazzi gli Arcani Minori non sono illustrati, si tende a utilizzare soprattutto gli Arcani Maggiori, in particolari quando si è agli inizi. Come anticipato, tuttavia, alcuni mazzi sono stati pensati specificatamente per l'uso o tarologico o cartomantico e, in tal caso, anche gli arcani minori potrebbero essere illustrati.
Personalmente, prediligo l'utilizzo dei soli Arcani Maggiori, poiché ritengo che, con la loro ricchezza espressiva, bastino a compendiare tutte le esperienze che, in vita, un uomo potrebbe vivere. Detto ciò, passiamo alla descrizione sintetica dei mazzi.

I Tarocchi dei Visconti

E' il mazzo di Tarocchi più antico; ripubblicato in una splendida edizione dorata, è senz'altro uno dei più artistici in circolazione, nonché uno dei più fedeli ai primi Trionfi rappresentati. Si compone degli Arcani Minori e degli Arcani maggiori, ma soltanto questi ultimi sono illustrati.
Benché le rappresentazioni siano artisticamente meravigliose, i 22 Arcani Maggiori qui rappresentati non hanno ancora vissuto il "rimaneggiamento" dei secoli a seguire e, di conseguenza, la loro simbologia è molto legata al contesto storico medievale, in particolare a quello della  corte dei Visconti ed è per questo che, a volte, le immagini rappresentate non possiedono la medesima ricchezza espressiva dei mazzi successivi e potrebbe risultare difficile entrare in sintonia con il loro significato. Tuttavia, resta uno dei mazzi più belli sul mercato, senz'altro di grande impatto visivo, ottimo da usare sia per la cartomanzia sia per la tarologia, ma richiede uno studio più approfondito rispetto agli altri mazzi, poiché non sempre la simbologia è intuitiva.

Il Tarocco Siciliano

Nato nel XVII secolo in Sicilia, Il Tarocco Siciliano è poco conosciuto e poco
usato come mazzo divinatorio o tarologico, ma è senz'altro uno dei miei preferiti. Risente dello spirito della Controriforma e, infatti, ci sono molte variazioni rispetto all'iconografia tradizionale, che tuttavia rimane sempre di sfondo. Giove e Minerva prendono il posto di Papa e Papessa, il Diavolo scompare, si aggiungono la Miseria e La Caravella, Sole e Luna sono molto diversi, meno "paganeggianti", rispetto agli altri mazzi, l'Appeso non è più fissato per i piedi ma per il collo, solo per citare le variazioni più importanti. 
Nonostante ciò, lo trovo un mazzo molto espressivo, anche negli Arcani Minori, benché i semi non siano illustrati e nonostante gli Arcani Maggiori siano esteticamente molto semplici. Come accennato in precedenza, è proprio la loro semplicità a renderli così espressivi. 

Il Tarocco Bolognese

Altro mazzo di lunga tradizione italiana, contiene sia gli Arcani Minori sia gli Arcani Maggiori, ma solo quest'ultimi sono illustrati. Presenta sostanzialmente gli arcani maggiori tradizionali, con leggere variazioni. Le immagini sono disposte "a specchio", e non è dunque possibile variarne il significato in base al dritto o al rovescio. La rappresentazione degli Arcani Maggiori è molto schematica, forse troppo rispetto al Tarocco Siciliano e, personalmente, non mi sento particolarmente in sintonia con questo mazzo, che ritengo troppo asettico sia per la tarologia sia per la cartomanzia.

I Tarocchi di Marsiglia

Il mazzo di Tarocchi più conosciuto e, probabilmente, il migliore da cui iniziare.
Contiene sia gli Arcani Minori, non illustrati, sia gli Arcani Maggiori "canonici" nelle loro rappresentazioni più conosciute. E' forse il mazzo di Tarocchi ideale, poiché vive dei trecento anni di storia e di "affinamento" dei simbolo che ha permesso di sedimentare, nelle sue immagini, molteplici e ricchi significati simbolici derivanti dal lavoro dell'inconscio collettivo, e non da quello delle singole personalità. Si trova sia a sfondo colorato sia a sfondo bianco; io possiedo i primi, ma trovo il secondo esteticamente più bello. Ottimo da usare sia a scopo divinatorio sia a scopo tarologico, per la grande versatilità degli Arcani Maggiori.

I Tarocchi di Wirth

Il primo mazzo di Tarocchi non si scorda mai; i Tarocchi di  Wirth furono il mio primo mazzo e ricordo ancora il grande impatto emotivo che provai quando stesi tutte e 22 le carte di fronte a me. Sentivo che ognuna di esse mi guardava, comunicandomi un segreto nascosto in una lingua che, tuttavia, non ero ancora in grado di capire. A oggi, rimane uno dei miei preferiti. Contiene solo i 22 Arcani Maggiori e si può trovare sia singolarmente sia in allegato a "I tarocchi" di Wirth, edito da Edizioni Mediterranee. Gli Arcani Maggiori sono gli stessi dei Tarocchi di Marsiglia, ma con alcune variazioni grafiche derivanti dallo stesso Wirth e dalla tradizione esoterica a lui connessa, che tuttavia non cambiano il significato degli arcani ma, anzi, ne sottolineano alcuni aspetti simbolici. Ogni carta è inoltre associata a una lettera dell'alfabeto ebraico.
Ottimo mazzo sia per la cartomanzia sia per la tarologia, tanto per i principianti quanto per gli esperti, soprattutto se si abbina al libro dello stesso Wirth.

I Tarocchi Rider Waite

Uno dei mazzi più conosciuto a livello internazionale e il primo qui analizzato
creato "ad hoc", seppur a partire dalla simbologia tradizionale, dall'esoterista Waite e dall'artista Pamela Smith. Creato nel XX secolo, fu il primo mazzo in cui anche gli Arcani  Minori vennero illustrati e anche gli Arcani Maggiori presentano molte variazioni grafiche, ispirate alla tradizione simbolica esoterica ottocentesca e novecentesca, che variano di molto il significato di alcune carte, anche nella terminologia; "Il Bagatto", ad esempio, è qui chiamato "Il Mago", e "Il Papa" e "La Papessa" "Lo ierofante" e "La sacerdotessa". La simbologia delle carte è molto ricca, forse anche troppo, ma per la loro originalità gli Arcani Minori sono molto affascinanti anche se, forse, rendono la lettura troppo ridondante, poiché almeno personalmente ritengo che gran parte dei significati da loro espressi siano già impliciti negli Arcani Maggiori. 
Mazzo studiato appositamente per la cartomanzia, si sposa tuttavia anche con la tarologia. 

I Tarocchi di Crowley

Uno dei mazzi più artistici e visivamente potenti mai creati. Nato dalla mente di
Aleister Crowley, occultista inglese, e dal pennello dell'artista Lady Harris, i Tarocchi di Crowley sono tra i più originali e artistici in circolazione. A partire dalle sue grandi conoscenze esoteriche, Aleister Crowley ci lavorò con Lady Harris per cinque anni per via epistolare, descrivendo minuziosamente ogni carta, dagli Arcani Maggiori agli Arcani Minori. In questo mazzo, anch'essi sono illustrati e a ognuno di essi è associata una parola simbolica.  In generale, ogni carta è una vera e propria opera d'arte e un crogiolo di simboli e sarebbe possibile scrivere un libro su ogni arcano. E' un mazzo adatto solo a tarologi e cartomanti esperti, poiché richiede, oltre alla conoscenza simbolica, anche la conoscenza del sistema di pensiero crowleyano, essendoci molte variazioni sia nell'estetica sia nella denominazione degli arcani maggiori direttamente legate alla filosofia/religione di Crowley. 

Il Gran Tarocco Esoterico

Mazzo del XXI secolo, poco conosciuto, ma che rappresenta un ottimo connubio tra tradizione, esoterismo e modernità. Il mazzo si ispira ai Tarocchi di Marsiglia, ma ci sono molte variazioni sia grafiche sia terminologiche rispetto al tarocchi tradizionali, ispirate al mondo dell'esoterismo. Al contrario dei tarocchi di  Crowley e di Waite, tuttavia, la ricchezza simbolica è accompagnata alla semplicità estetica delle figure, ispirata ai tarocchi "grezzi" del XVI, XVII e XVIII secolo. Vi è sottesa una grande ispirazione alla natura e agli elementi naturali, che personalmente trovo molto affascinante, e che sembra scaturita dai grandi archetipi inconsci nati dal rapporto misterico uomo-natura. Anch'essi richiedono una buona conoscenza del mondo dell'esoterismo, poiché alcuni Arcani Maggiori presentano delle variazioni estetiche che ne cambiano completamente il significato rispetto a quelli più conosciuti. Per difficoltà interpretativa, lo ritengo un mazzo intermedio tra il Tarocco Marsigliese e il Rider Waite, ed è ottimo sia per la tarologia sia per la cartomanzia. 

Se questo articolo ti è piaciuto e vuoi saperne di più sul mondo dei Tarocchi, puoi acquistare il mio libro: I Tarocchi e la Tradizione Iniziatica, edito da Tlon Edizioni 


Se questo articolo ti è piaciuto e vuoi saperne di più sul mondo dei Tarocchi, puoi acquistare il mio libro: I Tarocchi e la Tradizione Iniziatica, edito da Tlon Edizioni 

Daniele Palmieri

sabato 1 settembre 2018

Ossendowski: Bestie, uomini, dei. Il mistero del Re del Mondo

Torno a recensire un testo dopo un lungo viaggio. Ripartiamo, proprio, da dove ci eravamo lasciati, l'ultimo articolo pubblicato su René Guenon,  Agartha e il mistero del Re del Mondo. In questo articolo, avevo affrontato "Il Re del Mondo" di René Guenon, testo dove l'esoterista francese affronta, alla luce delle molteplici tradizioni, il mito di Agartha, città sotterranea leggendaria in cui vivrebbe una popolazione illuminata, guidata da un sovrano spirituale, il mitico Re del Mondo, qui occultatosi in attesa del suo ritorno sulla terra, per rivoluzionare la vita spirituale degli uomini e riportarli all'Età dell'Oro.
Come anticipato, l'analisi di Guenon partiva dal confronto tra due testi, Mission de L'Inde di Saint Yves e Bestie, uomini, dei di Ossendowski in cui entrambi gli autori, distanti sia come formazione culturale sia come obiettivi dei rispettivi libri, riportavano i racconti delle popolazioni orientali su questa terra sotterranea misteriosa.
Incuriosito dal testo di Guenon, ho deciso di leggere, per intero, Bestie, uomini, dei e mi sono trovato di fronte a un testo straordinario, molto più ricco di storie e spunti oltre al mito del Re del Mondo, unico motivo per il quale, spesso, viene citato.
Bestie, uomini, dei di Ossendowski è uno dei resoconti di viaggio più belli che mi sia mai capitato di leggere e, probabilmente, uno dei più suggestivi mai scritti.
Nato a Vitebsk nel 1871, Ferdinand Ossendowski fu un chimico, giornalista, rivoluzionario e scrittore polacco che, in seguito al fallimento del tentativo di indipendenza da parte Siberia Orientale nei confronti della Russia, dovette fuggire dai bolscevichi, per non cadere vittima dei loro rastrellamenti.
Il lungo viaggio, che lo porterà dalla Siberia a Pechino, cominciò "nella quiete profonda dell'inverno siberiano", nel 1920. Come le più grandi avventure, cominciò all'improvviso quando Ossendowski, mentre tornava da casa di un amico, ricevette la notizia che la sua abitazione era presidiata dai soldati bolscevichi, e che doveva immediatamente lasciare il paese per non essere imprigionato.
"Perciò" scrive Ossendowski nell'incipit del testo, "indossai in fretta una vecchia tenuta di caccia del mio amico, presi del denaro e mi affrettai a piedi lungo le viuezze della città, finché raggiunsi la strada principale fuori dall'abitato; qui assoldai un contadino che in quattro ore mi condusse con il suo carro tenta chilometri lontano(Ossendowski, Bestie, uomini, dei, Edizioni Mediterranee, p. 25)
L'evento imprevisto lo trovò impreparato, e fin da subito Ossendowski fu costretto ad adattarsi a una vita completamente diversa, lontano dagli agi dell'esistenza domestica. Recuperando soltanto fucile, coltello, borraccia e qualche scorta di cibo, Ossendowski fugge tra le foreste, simile al Waldganger di jungheriana memoria. A metà tra Walden di Thoreu e il Richiamo della foresta di London, la prima parte di Bestie, uomini, dèi di Ossendowski narra la sua "regressione" a uomo del bosco, costretto a vivere dell'essenziale, a procacciarsi il cibo con la caccia, a sopravvivere alle condizioni estreme dell'inverno siberiano, a nascondersi dai soldati bolscevichi, ad affinare l'intuito sulle persone incontrate e capire, con pochi sguardi, di chi si poteva fidare e di chi no, perfino ad affrontare gli animali selvaggi delle foreste siberiane. Particolarmente suggestiva, a tal proposito, la battaglia con un orso che si aggirava nei pressi del suo accampamento, che risveglia nell'animo dell'autore gli istinti primordiali che, per millenni, hanno permesso all'uomo di sopravvivere alle condizioni più estreme, e che ormai giacciono latenti e inermi, ma non per questo completamente dimenticati, nell'animo di ciascun uomo. 
Così, la prima parte del testo assume l'aspetto di un'incubazione iniziatica, in cui Ossendowsi risveglia le energie più profonde latenti nel suo animo. Come egli stesso scrive nel libro:

"In ogni individuo spiritualmente sano del nostro tempo, vi sono ancora tratti dell'uomo primitivo che possono riemergere in condizioni di estrema difficoltà, trasformandolo in cacciatore e guerriero, e lo aiutano a sopravvivere nella lotta con la Natura. E' una prerogativa dell'uomo dalla mente e dallo spirito temprati, mentre gli altri che non posseggono sufficienti conoscenza e forza di volontà sono destinati a soccombere. Ma il prezzo che l'uomo civilizzato deve pagare è che per lui non esiste nulla di più spaventoso della solitudine assoluta e della consapevolezza del completo isolamento dal consorzio umano e dalla cultura in cui s'è formato. Un passo falso, un momento di debolezza e la nera follia si impadronirà di lui, trascinandolo verso un'inevitabile distruzione. Avevo trascorso giorni terribili lottando contro il freddo e i morsi della fame, ma ne vissi di ancor più spaventosi lottando con la forza di volontà contro pensieri distruttivi, che mi indebolivano psicologicamente. [...] Inoltre, sono stato costretto a osservare che le cosiddette persone civilizzate attribuiscono scarsa importanza a quell'allenamento dello spirito e del corpo che è indispensabile all'uomo che si ritrova in condizioni primitive, nella spietata lotta per la sopravvivenza in una Natura ostile e selvaggia. E' questa la via per educare una nuova generazione di uomini sani, forti, di ferro, che conservino nello stesso tempo anime sensibili. La natura annienta i deboli ma tempra i forti, risvegliando nell'animo emozioni sopite nelle normali condizioni di vita dell'attuale civiltà" (Ossendowski, Bestie, uomini, dei, Edizioni mediterranee, p. 40)

Per scappare dall'avanzata Bolscevica, Ossendowski è costretto a inoltrarsi sempre di più nel profondo cuore dell'Asia, attraverso Mongolia e Tibet, spinto da tali energie ataviche e da una strenua volontà che lo tiene aggrappato alla vita anche nei momenti più difficili e pericolosi. Tra scontri a fuoco, compagni di viaggio incontrati e perduti, fughe e tradimenti, lo scrittore polacco varca la soglia di un'Asia dal grande fermento (e fervore) culturale, religioso, spirituale e politico. Più si addentra nelle terre d'oriente, più il viaggio si colma di credenze, folklore, superstizione, magia e meraviglia, attraverso le parole degli autoctoni e i loro racconti di demoni delle vette che presiedono passaggi, dèi del vento che scatenano tempeste, fantasmi e spiriti degli antenati che scrutano le vite degli uomini, indovini che preannunciano fortune e sfortune imminenti, il tutto riportato con uno stile oggettivo e giornalistico, ma non per questo arido e asciutto. Con la sua prosa, Ossendowski è in grado di non cadere mai nella sempliciotta credulità né nell'arido scetticismo, ma sempre oggettivo e distaccato riporta racconti ed eventi con una sorta di sguardo dall'alto, allo stesso tempo realistico e incantato.
Oltre a un grande racconto di viaggio, Bestie, uomini, dèi è una fonte importante sulla storia degli sconvolgimenti politici avvenuti tra Siberia, Mongolia e Tibet nella prima metà del '900. Tra le testimonianze più importanti, l'incontro di Ossendowski con il sanguinario Barone von Ungern, militare russo ma d'origine tedesca che tentò di fondare, in Mongolia, una monarchia teocratica lamaista, fondata sui principi mistici e spirituali di un buddhismo sincretico, che mischiava elementi nazionalisti ai principi del buddhismo di derivazione tibetana, con influssi cinesi e mongoli.
Memorabili le parole con cui Ossendowski descrive il suo primo incontro il Barone:

"Mentre varcavo la soglia un uomo vestito di una tunica mongola di seta rossa si avventò su di me con lo scatto d'una tigre, mi afferrò e strinse la mano frettolosamente e quindi si buttò sul letto sistemato lungo un lato della tenda. [...] In un istante mi resi conto del suo aspetto e del suo carattere. Una testa piccola su ampie spalle; capelli biondi spettinati; baffi rossicci a spazzola; un volto stanco ed emaciato come quelli delle antiche icone bizantine. Ma il tratto più caratteristico dei suoi lineamenti era la spaziosa fronte sporgente che sovrastava due occhi penetranti, dallo sguardo d'acciaio, che mi scrutavano come quelli di un animale in fondo a una caverna. Il mio esame durò un attimo, ma capii subito d'aver di fronte un uomo molto pericoloso, pronto a dare un ordine irrevocabile" (Ossendowski, Bestie, uomini, dei, pp.173-174).

Il militare/dittatore, dopo questo iniziale incontro in cui Ossendowski riuscirà ad attirarsi le sue simpatie, scorterà l'autore fino alla dimora del cosiddetto Buddha Vivente, la guida spirituale dell'autoproclamato stato lamaista e, ufficialmente, suo imperatore, che di fronte agli occhi di Oossendowski predice la morte del Barone Sanguinario, e la sua reincarnazione in uno spirito guerriero ancor più grande.
Agli occhi di Ossendowski, il  Buddha Vivente, con le sue contraddizioni, la sua grandezza e le sue meschinità, diviene l'incarnazione perfetta della spiritualità lamaista, sempre in bilico tra cielo e terra, materia e spirito, ascetismo e sfarzosità. "Intelligente, penetrante, energico, egli indulge contemporaneamente al vizio del bere, che gli ha provocato la cecità [...]. Non smette mai di meditare sulla causa della sua Chiesa e della Mongolia e nello stesso tempo indulge a piccole manie. Ad esempio gli piace l'artiglieria [...]. Automobili, grammofoni, telefoni, cristalli, porcellane, quadri, profumi, strumenti musicali, animali e uccelli rari, elefanti, orsi himalayani, serpenti indiani e pappagalli... questo e altro ancora trovava posto nel palazzo del dio, ma era stato presto messo da parte e dimenticato. [...] Mi mostrò tutti i pezzi del museo, parlandomene a lungo con evidente piacere" (Ossensowski, Bestie, uomini, dèi, p. 208)

Ma sotto il velo superficiale e contingente degli sconvolgimenti politici, delle debolezze degli uomini, delle superstizioni, del sangue e delle atrocità, si nasconde lo spirito autentico di una sacralità atavica, che alberga nel cuore della Mongolia da millenni. "Avete mai visto le polverose ragnatele e le muffe nei sotterranei di qualche antico castello d'Italia, Francia o Inghilterra?" dice Ossendowski, "è la polvere dei secoli. Forse la stessa che ha sfiorato il volto, l'elmo e la spada di un imperatore romano, di San Luigi, del Grande Inquisitore, di Galileo o di re Riccardo. Il vostro cuore batte più in fretta e vi sentite pieni di rispetto per questa muta testimonianza di età lontane. Provai la stessa impressione a Ta Kure, ma forse con maggior intensità. Qui la vita scorre con lo stesso ritmo di otto secoli fa; qui gli uomini vivono immersi nel passato, e il mondo del passato non fa altro che complicare e intralciare la loro normale esistenza" (Ossendowski, Bestie, uomini, dèi, p. 213).

Testimonianza di questa spiritualità ancestrale, il Mistero dei Misteri, il mito del Re del Mondo. Più volte, durante il viaggio, Ossendowski testimonia di aver sentito raccontare, dalle bocce degli autoctoni, la leggenda di Agartha, del regno sotterraneo e del suo sovrano illuminato, ritiratosi nelle viscere della terra. Presenza costante ma sempre di sfondo, come un'ombra, il Re del Mondo sembra seguire Ossendowski con gli occhi della mente per tutto il viaggio, e ancor più delle parole del popolo e del Buddha Vivente, a meravigliare Ossendowski è un incontro silenzioso e intangibile con l'aurea mistica di tale leggendario sovrano: 

"Avete visto, chiese il mongolo, come i nostri cammelli muovevano le orecchie per la paura? Come la mandria di cavalli sulla prateria si è fermata improvvisamente attenta e come le greggi di pecore e armenti si sono acquattate al suolo? Avete notato che gli uccelli hanno spesso di volare, le marmotte di correre e i cani di abbaiare? L'aria era percorsa da una sommessa vibrazione e portava da lontano la musica di un canto che andava dritto al cuore di uomini, animali e uccelli. La terra e il cielo trattenevano il respiro. Il vento non soffiava più e il sole era immobile. In simili momenti il lupo che si avvicina alle pecore arresta il suo strisciare furtivo; il branco di antilopi spaventate d'un tratto interrompe la sua corsa selvaggia; il coltello del pastore che sta per tagliare la gola della pecora gli cade di mano. Tutte le creature viventi, in preda a un misterioso timore, involontariamente cominciano a pregare, attendendo il loro destino. [...] E così è sempre stato ogni qual volta il Re del Mondo prega nel suo palazzo sotterraneo e vaglia il destino di tutti i popoli della Terra" (Ossendowski, Bestie, uomini, dei, p. 227).

Ossendowski, Bestie, uomini, dèi, Edizioni Mediterranee.

Daniele Palmieri

venerdì 29 giugno 2018

René Guenon: Il Re del Mondo. Il mito di Agartha

Nei primi decenni del '900 vengono pubblicati in Europa due testi molto diversi tra loro, ma accomunati da un peculiare racconto.
Il primo è un libro di Saint-Yves, pubblicato postumo nel 1910, intitolato Mission de l'Indie, un resoconto di viaggio intriso di motivi iniziatici in cui l'esoterista francese narra di essere entrato in contatto con un illuminato regno sotterraneo, chiamato Agarttha, governato da un grande sacerdote, il Brahmatma, che dal suo impero sommerso dirige le sorti politiche e spirituali del mondo, in attesa di tornare alla luce con il suo popolo.
Circa dieci anni dopo Mission de l'Indie, esce prima in Polonia e poi nel resto d'Europa un altro reseconto di viaggio, Bestie, Uomini e Déi di Ferdinand Ossendowski, che narra non di un viaggio iniziatico, ma della fuga dell'autore polacco dal nascente regime comunista. Un viaggio ricco di insidie, pericoli, orrori ma anche di natura e meraviglia, dalla taiga russa fino alla Mongolia. Qui, proprio nelle pagine conclusive del testo, Ossendowski narra di aver udito da un indigeno il racconto di un regno sotterraneo chiamato Agarthi, che si estenderebbe per tutto il mondo lungo una serie di gallerie sotterranee, e che sarebbe governato dal cosiddetto "Re del Mondo", un sovrano illuminato in diretto contatto con Dio, che governa la città sotterranea in attesa del suo ritorno.
Alla pubblicazione, il racconto di Saint-Yves fu subito visto con sospetto, frutto di una sua fantasticheria o, semplicemente, come una metafora esoterica che affondava le sue radici nelle antiche Utopie del passato, come quelle di Platone, Campanella o Bacon. Tuttavia, il resoconto estremamente simile di Ossendowski sollevò molti interrogativi e, soprattutto, polemiche. Inizialmente si pensò al plagio e si andò alla caccia di tutte le concordanze testuali tra il testo di Yves e quello di Ossendowski. Eppure, le somiglianze più che "condannare" il giornalista russo sembrano conferire maggiore veridicità al mito di Agarttha/Agarthi, soprattutto alla luce di alcuni particolari che, lungi dall'avvalorare il plagio, testimoniano le tipiche variazioni a cui i racconti orali sono soggetti. Bisogna poi aggiungere che, mentre la narrazione di Saint-Yves è mossa, fin dal principio, da motivi iniziatici, Bestie, uomini e dèi di Ossendowski nasce come resoconto fedele e oggettivo della fuga dell'autore e lungo tutta la narrazione la prosa è piana, semplice, tipica della cronaca giornalistica e del racconto autobiografico; mentre Saint-Yves dice di aver visto con i propri occhi il mondo di Agarttha, Ossendowski si limita a riportare in maniera imparziale le informazioni tramandate dai nativi incontrati nei giorni conclusivi del suo viaggio. Come accennato, è probabile dunque che le somiglianze riscontrate derivino da una medesima tradizione orale, viva tanto nei popoli dell'India quanto in quelli della Mongolia.
Ed è alla luce di tale prospettiva che René Guenon scrisse Il Re del Mondo, breve pamphlet filosofico in cui l'esoterista francese dimostra come non ci si debba sorprendere delle somiglianze tra le due narrazioni, se lette alla luce delle tradizioni mitiche e religiose globali. In questo testo, Guenon sviscera le fonti mitiche della favolosa Agartha. Al di là delle polemiche sterili sul plagio o sulla libera fantasia da parte dei due autori, Guenon mostra come le loro narrazioni affondino le loro radici in simboli ben più profondi, ricorrenti in tutte le tradizioni.
Il Re del Mondo altro non sarebbe che l'archetipo del sovrano universale, in cui potere sacro e potere temporale coincidono poiché egli è entrato in contatto con le leggi superiori e trascendenti dell'universo, e può dunque fare da ponte (da qui il termine pontifex, pontefice, "costruttore di ponti") tra realtà sensibile e realtà sovrasensibile. Dal punto di vista religioso, tale figura è sempre ricorrente e spesso contraddistinta dalla medesima origine etimologica e mitica: quella di Manu, legislatore universale che, oltre nell'Induismo, ricorre anche tra gli Egizi con il nome di Mina o Menes, tra i Greci con il nome di Minosse, tra i Celti con il nome di Menw. Anche nell'Antico Testamento ritorna una figura simile, il misterioso profeta Melchisedec, sacerdote di un culto misterioso, più antico dello stesso ebraismo, che nel testo sacro benedice Abramo, il quale ne riconosce la funzione di "sacerdote superiore", quasi fosse, appunto, testimone di un sacerdozio universale.
Il Re del Mondo, vive nelle viscere della terra dove si è occultato con il sopraggiungere del Kali Yuga, ciclo cosmico che chiude il progressivo decadimento dell'universo, corrispondente all'Età del Ferro di Esiodo, che terminerà proprio con il disvelarsi del Re del Mondo e il suo ritorno dal mondo delle tenebre, nel quale si era nascosto in attesa della rivelazione finale (l'Apocalisse che, etimologicamente, significa appunto "rivelazione").
Da regno sotterraneo, tuttavia, il Re del Mondo continua a tessere le sue trame. Sia Saint-Yves sia Ossendowski descrivono un regno formato da intricati dedali di gallerie che si estendono per l'intero pianeta, al cui centro si ergerebbe, appunto, la mitica città di Agartha, nella quale si sarebbe rifugiato un antico popolo illuminato, che ha raggiunto la massima perfezione spirituale, per ripararsi dal cataclisma del diluvio universale che sommerse l'intero loro continente.
Guenon sottolinea la somiglianza di questo mito con la vicenda non solo di Atlantide, ma anche di Aztlan, la "terra in mezzo alle acque", patria dalla quale di "dispersero"le diverse popolazioni indigene dell'america latina, tra cui gli Aztechi e che Guenon identifica con la stessa Atlantide (benché, attualmente, tale interpretazione non sia attualmente ritenuta filologicamente affidabile). Sempre nel mito Azteco e anche in quello Tolteco si racconta, inoltre, di come alcune popolazioni di Aztlan si siano disparse per il mondo dopo essere vissute, per secolo, all'interno di grotte sotterranee.
In generale, il mito di Agartha è affine alle molteplici "terre divine", fecondate dalla luce della divinità, come la Terra Santa, Avallon, la Terra di prete Gianni, la mitica Thule, le regioni Iperboree, il Giardino dell'Eden, l'Isola dei Beati, i cosiddetti "centri del Mondo" o "regioni polari" che rappresentalo l'asse attorno alla quale ruota l'intero cosmo. Questi regni sono sempre contraddistinti dalla loro irraggiungibilità, dal loro rivelarsi a pochi iniziati che hanno raggiunto la perfezione spirituale, dalla simbologia dell'Albero, che affonda le sue radici nella terra e si eleva fino al cielo, penetrando così i tre mondi: quello infernale, quello mediano-umano e quello celestiale paradisiaco. Sono inoltre terre edeniche in cui, come ad Agartha, la popolazione ha raggiunto la perfetta realizzazione spirituale, spesso resa metaforicamente con l'immagine della vita eterna, e da qui la separazione dal resto dell'umanità, ancora corrotta e avvinta dal velo di tenebre.
Anche l'immagine del "regno sotterraneo" ha innumerevoli riscontri e rappresenta, in maniera speculare e complementare, la sacralità della montagna. Mentre la montagna si estende fino al cielo, la grotta si estende verso le viscere del terreno ma, in entrambi i casi, il loro punto più estremo rappresenta, con la sua irraggiungibilità, il punto di contatto tra il mondo terreno e il mondo divino, sede delle forze e degli influssi spirituali, porta d'accesso tra questo e l'altro mondo. Dal punto di vista simbolico, questa coincidenza tra altezza e profondità è rappresentata dal detto alchemico "come in alto così in basso"; dalla stella di David, composta da due triangoli equilateri le cui rispettive punte sono dirette verso il cielo e verso l'abisso; dalla coppa del Graal e dalla Lancia di Longino, laddove la prima rimanda all'idea dell'incavo nel terreno, mentre la seconda al triangolo che punta verso la volta celeste.
Ma Agartha, dunque, è una terra reale o soltanto una metafora, si chiede Guenon. L'esoterista francese sottolinea come esistano molteplici "centri del mondo", ognuno dei quali è però soltanto il riflesso della vera "Axis mundi" che, secondo Guenon, indipendentemente dalla realtà geografica, esiste proprio perché manifesta nella più profonda realtà simbolica.
 
René Guenon, Il Re del Mondo, Adelphi
 
Daniele Palmieri

martedì 26 giugno 2018

Natan Feltrin: Umani troppi umani. Il problema della crescita demografica

L'ecologo Garret Hardin pubblicò, nel 1968, un articolo destinato ad avere un grande impatto nella discussione ecologica, filosofica e scientifica: The Tragedy of Commons. In questo breve testo, Hardin si focalizzò sul cosiddetto "problema dei commons", gli appezzamenti di terreno comuni in cui i pastori potevano portare al pascolo il proprio bestiame. 
In questi campi, ciascun pastore ha interesse nel far mangiare al bestiame la maggior quantità di erba possibile, in modo che i propri capi godano di buona salute, si riproducano e aumentino di numero, incrementando così il profitto. Tuttavia, se ogni pastore adotta questa politica individualista di sfruttamento del terreno, che dà risultati positivi a corto termine, a lungo termine andrà incontro a una catastrofe non solo personale, ma collettiva. L'utilizzo indiscriminato del terreno comune causerà un impoverimento del suolo; ogni anno, la quantità di erba decrescerà e con essa la quantità di cibo disponibile per il bestiame il quale, cresciuto in maniera indiscriminata , non potrà ora soddisfare i propri bisogni e sarà destinato a una progressiva decimazione. Il tutto finché il sistema non raggiungerà un punto critico per il quale la quantità di risorse consumate sarà nettamente superiore rispetto a quelle rinnovate. Una condizione irreversibile: il campo verde si è ormai trasformato in una landa arida, il tutto a causa della cecità dei singoli pastori, accecati dal profitto a corto termine e incapaci di ragionare a lungo termine.
Secondo Hardin, il mondo è un immenso "commons": un territorio comune, dalle risorse limitate, che stiamo sfruttando senza alcuna coscienza come i pastori dell'apologo ecologico con il pascolo, e se non si invertirà questa tendenza saremo destinati a morire come l'inconsapevole bestiame.
Sebbene la denuncia ecologica di Hardin fu condivisa da numerosi ecologisti, scienziati e filosofi, altre problematiche connesse al problema dei commons e alcune soluzioni suggerite dall'ecologista suscitarono un acceso dibattito, e per le sue posizioni anticonvenzionali ricevette numerose accuse di cinismo e di "neodarwinismo sociale".
Secondo Hardin, infatti, strettamente connesso al problema dello sfruttamento delle risorse è quello della popolazione mondiale. Nell'esempio dei commons, ad accelerare il processo di impoverimento del suolo è la crescita del numero di capi di bestiame. Allo stesso modo, alla crescita demografica senza eguali dell'ultimo secolo, che nemmeno le guerre mondiali hanno rallentato, cresce in maniera esponenziale il numero di risorse richieste e consumate. Una crescita che, secondo Hardin, è stata favorita in maniera sconsiderata dagli stati sociali e dai loro sistemi di welfare, nonché dalle loro politiche sull'incremento della natalità e della produzione industriale.
Benché l'atteggiamento lucido e razionale di Hardin sfoci, effettivamente, in un eccessivo cinismo nei confronti della vita umana, egli ebbe il merito di intravedere la catastrofe demografica che, a oggi, è prossima al punto critico e che, tuttavia, è ancora un argomento un tabù.
Umani troppi umani di Natan Feltrin, edito da Eretica Edizioni, è un testo estremamente importante, perché oltre quarant'anni dopo l'articolo di Hardin torna sull'argomento tabù della crescita demografica, attraverso una panoramica ad ampio respiro, che parte dai primi studi in materia del XIX secolo fino ad arrivare ai dati più recenti circa la crescita della popolazione umana e il consumo di risorse.
Tra le teorie principali analizzate in Umani troppi umani, alla base del problema dei commons, vi è l'intramontabile teoria di Malthus sul rapporto tra popolazione e risorse disponibili. Secondo la metafora usata dallo stesso Malthus, e riportata da Feltrin, la popolazione umana cresce a passo di lepre, mentre la quantità di risorse a passo di tartaruga. In termini matematici, se l'andamento della crescita demografica cresce in progressione geometrica, il numero di risorse cresce invece in maniera matematica. Questa grande discrepanza porta inevitabilmente al collasso della società, favorito paradossalmente dal benessere, quando il numero di persone, incrementato a causa delle condizioni favorevoli, ha superato in maniera eccessiva il numero di risorse.
Feltrin sottolinea come il grafico di Malthus sia una descrizione "ottimale", che necessita delle dovute approssimazioni e, soprattutto, di alcune precisazioni. La modalità di produzione di risorse ne può incrementare sia la quantità sia la "velocità di passo", e occorre inoltre distinguere tra quantità di risorsa e disponibilità della stessa, laddove è la disponibilità, in ultima analisi, ad avere maggiore preminenza.
Tuttavia, ciò non toglie che nel nocciolo della questione Malthus aveva visto lungo: per quanto l'uomo possa incrementare i metodi produttivi, le risorse stesse che egli consuma per accelerare la produzione sono limitate.
E' un punto particolarmente delicato, affrontato nella seconda parte del testo, dove Feltrin mostra, a partire dai principi della termodinamica, come:

"La Terra ha un quantitativo di materia finito, considerando come ininfluenti le interazioni con asteroidi, dispone di un quantitativo di energia più o meno costante garantito dalle radiazioni della sua stella, tutta l'energia è destinata a degradarsi e a disperdersi sotto forma di calore"
(Natan Feltrin, Umani troppi umani, Eretica Edizioni, p. 126).

Ed è qui che non solo Malthus, il cui lavoro non aveva come fulcro la salvaguardia dell'ambiente, ma gli sviluppi dei successivi studiosi della population growths risultano fondamentali nel cogliere il principale problema dell'impatto dell'uomo sull'ambiente. La combo "numero di persona sulla terra" e "quantità di risorse richieste e prodotte" risulta, a lungo andare, fatale, tanto più nell'epoca contemporanea in cui il progresso scientifico e tecnologico, unito all'economia capitalista, ha incrementato non solo il benessere globale, ma soprattutto il numero di risorse depredate per soddisfare una quantità sovrabbondante di bisogni.
Se pensiamo che un ritmo simile non è mai stato sostenuto né dall'umanità né dalla terra, se pensiamo che ogni anno viene anticipato l'Earth Overshoot Day (giorno in cui l'umanità ha consumato tutte le risorse precedenti disponibili), se pensiamo che le stime sulla crescita globale della popolazione prevedono un'umanità sempre più numerosa, è inevitabile accorgerci di come la terra sia presto destinata a diventare un campo arido come il commons descritto da Hardin. A maggior ragione se si riflette sul fatto che: 

"Questo è il vero limite imposto dal progresso umano: l'unica fonte eterna e sicura di energia è quella proveniente dal Sole ed in base ad essa si deve regolare la vita e l'economia. Qui sorge il delicato problema del rapporto tra economia ed ecologia [...]. Queste due discipline dovrebbero lavorare in armonia per garantire il massimo del benessere e della stabilità all'interno di quella casa comune che è l'ecosfera. Purtroppo questo non avviene principalmente a causa di premesse antitetiche alla base delle due scienze: per il modello economico capitalista è la crescita dei consumi ad essere indispensabile garanzia di benessere, per la scienza ecologica sono l'omeostasi e l'equilibrio a salvaguardare la qualità della vita su Gaia" (Natan Feltrin, Umani troppi umani, Eretica Edizioni, p. 126).

L'incapacità di ragionare a lungo termine, di mettere da parte l'interesse egoistico e soggettivo in favore del benessere collettivo, sta conducendo non solo l'uomo, ma l'intero pianeta, al collasso, a tal punto che si può parlare di una nuova era geologica che il premio Nobel per la chimica Paul Crutzen definì "Antropocene". 
Come scrive Feltrin:

"Molti usano questo termine come sinonimo di Età dell'uomo, appellativo decisamente egoreferente e tracotante, ma, dal punto di vista etimologico, Antropocene significa Uomo Nuovo, dal greco anthropos, ovvero uomo e kainos, nuovo. [...] La data di confine tra Olocene e Antropocene [...] viene stimata alla metà del Novecento in seguito alla traccia lasciata in maniera permanente dall'uso dei primi ordigni nucleari [...]. L'aumento delle temperature, i rifiuti plastici, l'innalzamento e l'acidificazione degli oceani, l'alterazione di alcuni fondamentali cicli biogeochimici [...], l'incredibile perdita di biodiversità, l'impressionante crescita demografica di Homo sapiens sono solo alcuni degli eventi di cui ipotetici geologi di un lontanissimo futuro potranno osservare testimonianze fossili" (Natan Feltrin, Umani troppi umani, Eretica Edizioni, p. 141-142).

In cosa consiste, tuttavia, la "novità" dell'Uomo Nuovo dell'Antropocene? Secondo Feltrin, in due fattori: anzitutto l'apoteosi della tecnica e l'utilizzo di risorse mai sfruttate in precedenza, come il petrolio, che tuttavia si sta già dimostrando un fortunato ma breve incontro, dato che presto sarà destinato a finire; in secondo luogo, il fattore essenziale: la sua responsabilità nei confronti della natura. Mai come nell'Antropocene l'uomo ha avuto un impatto così devastante e duraturo, destinato a cambiare l'intero ecosistema terrestre, e allo stesso tempo mai come oggi ha maturato la consapevolezza dei danni che la sua attività è in grado di provocare. L'Uomo Nuovo, sottolinea Feltrin, può anche essere un novello Atlante in grado di sacrificarsi nell'impresa di rimediare agli immensi danni che sta provocando, onde evitare l'approssimarsi di un'altra era, ancor più terribile: l'Eremocene.
L'Eremocene viene definita da Feltrin come l'era della Grande Moria, in cui la terra si è ormai trasformata in un eremo dell'uomo e della flora e della fauna da egli addomesticate. Cancellata ogni forma di biodiversità, si è trasformata in un'immensa fabbrica sovrasfruttata, destinata infine a collassare su se stessa e sul suo insalubre e incosciente "proprietario". 
Trovare una soluzione che sia in grado di invertire il declino non è semplice; diverse proposte sono state formulate nel passare degli anni, come la teoria della decrescita felice di Latouche, ma come sottolinea Feltrin, finché il problema della popolazione globale rimarrà tabù e finché non si remerà anche in questa direzione, si corre il rischio che le misure adottate si dimostrino insufficienti.
Certo, si tratta di un terreno molto pericoloso. Il controllo delle nascite è stato proposto da diversi filosofi e pensatori e ha un'origine antica, che vede in Platone prima e in Campanella poi tra i principali teorizzatori, ma politiche sociali imposte dal governo rischiano di trasformarsi in uno strumento dispotico nei confronti dei cittadini. 
Come per la rivoluzione verde, lì dove il governo è lento a intervenire o lì dove c'è il rischio che politiche sociali possano trasformarsi in uno strumento di dominio, è il singolo a dover prendere l'iniziativa e a intervenire sulle proprie scelte e il proprio stile di vita. Tuttavia, per quanto concerne la questione della natalità, la questione diventa molto più spinosa; può la riproduzione individuale diventare una scelta morale o immorale, al pari delle scelte individuali di "green economy"? 
Feltrin cita la posizione di Pasolini che, negli stessi anni di Hardin, aveva parlato di "delitto ecologico" "nell'atto di procreare in un pianeta così affollato" (p. 132).
Personalmente, volevo concludere l'articolo facendo convergere le prosprettive ecologiche con visioni "altre", proprie del mondo spirituale e filosofico.
Nel corso della storia, sono sempre esistite, seppur minoritarie, visioni escatologiche che aspiravano a liberare l'uomo attraverso l'interruzione della riproduzione. Tra i casi più emblematici, quello dei Catari, setta "eretica" del medioevo che considerava il mondo il tempio di un Arconte malvagio, e che vedeva in una vita di purificazione, volta al rifiuto del superfluo, alla semplicità, al veganesimo e, soprattutto, nel divieto della riproduzione, l'unica via per liberare non solo l'uomo, ma possibili discendenti, dal dominio della sofferenza.

Una prospettiva simile a quella catara è stata espressa, in epoca contemporanea, da Thomas Ligotti, per il quale l'uomo, destinato a una vita di dolore e sofferenza, dovrebbe mettersi il cuore in pace e smettere di riprodursi. Andare, mano nella mano, verso un'ultima mezzanotte e liberare se stesso e il mondo con la prima "estinzione consapevole e volontaria" della storia.

Queste posizioni sono radicali, spinte principalmente da motivi spirituali e filosofici; eppure sfiorano, per motivi diversi, una posizione affine a quella di Pasolini e, in generale, nel dilemma etico estremamente legato al tema della crescita demografica. Consapevoli che le future generazioni dovranno fronteggiare i dolori, i cataclismi, la fame, le carestie che stiamo causando con il nostro sfruttamento di risorse indiscriminato, siamo davvero certi che non sia profondamente immorale mettere al mondo nuove anime destinate alla sofferenza? Non li stiamo forse condannando all'inferno dominato dall'Arconte descritto da Catari? Forse davvero una delle possibile vie d'uscita consiste non solo in nuove prospettive economiche, ma in un percorso spirituale, quasi ascetico, che ci aiuti a liberarci dal superfluo, che boicotti la macchina infernale dei bisogni terreni che, mai come negli ultimi secolo, ha condotto l'uomo verso l'autodistruzione.

In conclusione, consiglio vivamente la lettura di Umani troppi umani di Natan Feltrin; attraverso l'ampia panoramica sul tema, è un ottimo testo sia per introdursi all'argomento sia per approfondire gli sviluppi e le problematiche più recenti sulla crescita demografica, che ancora rimangono appannaggio di pochi esperti a causa, soprattutto, del tabù imperante sulla questione che Feltrin ha il coraggio di infrangere.

Natan Feltrin, Umani troppi umani, Eretica Edizioni: 
http://www.ereticaedizioni.it/prodotto/natan-feltrin-umani-troppi-umani/

Per ulteriori informazioni sull'autore, è possibile visionare il canale Youtube: Ffrim Channel

Daniele Palmieri

lunedì 4 giugno 2018

Joan Lindsay: Picnic a Hanging Rock. Tempo mistico ed estasi dell'Eros

Picnic a Hanging Rock è un romanzo dell'autrice australiana Joan Lindsay. Pubblicato nel 1967 e divenuto un piccolo testo di culto, ha poi conquistato il grande pubblico con la produzione dell'omonimo film di Peter Weir nel 1975.
La trama di Picnic a Hanging Rock è piuttosto semplice. Ci troviamo in Australia, sabato 14 febbraio 1900, giorno di san Valentino. 
Per festeggiare la giornata mrs. Appleyard, proprietaria dell'Appleyard college, ha organizzato un picnic pomeridiano presso la Hanging Rock, una formazione rocciosa a oltre tre ore di distanza dal collegio femminile. Giunte nei pressi della roccia, quattro studentesse, Miranda, Marion, Irma e Edith decideranno di allontanarsi per esplorare i sentieri che si inerpicano sulla formazione naturale, ma soltanto Edith farà ritorno, in stato confusionale. Miranda, Marion e Irma sono misteriosamente svanite nel nulla, e insieme a loro anche la professoressa mcGraw, insegnante di matematica, che a sua volta si era allontanata per esplorare Hanging Rock. Nei giorni successivi inizia una frenetica ricerca, mentre sull'Appleyard Collage cala un velo di inquietudine generale. Mrs. Appleyard diviene sempre più irascibile, sospettosa e disillusa mentre le certezze del collegio si sgretolano di fronte ai suoi occhi, a causa delle studentesse e dei dipendenti che decidono di abbandonare l'istituto per il timore di quanto accaduto. Il ritrovamento di una delle tre ragazze, Irma, rinvenuta da Mike e Albert, due ragazzi che le avevano viste inoltrarsi nella foresta e che erano rimasti affascinati dalla loro aurea, non farà altro che sollevare ulteriori interrogativi. Irma, infatti, viene trovata dopo circa una settimana di ricerche, ai piedi della roccia, con le unghie delle mani rotte ma con i piedi puliti, e senza segni di violenza. Nemmeno Irma è in grado di raccontare quanto è successo, avendo perso la memoria degli eventi, e non può dunque portar luce sulla misteriosa scomparsa di Miranda, Marion e della professoressa McGraw.
Con il passare dei giorni e il diffondersi delle dicerie, i principali finanziatori del collegio ritirano le proprie figlie e la rovina finale per mrs. Appleyard sopraggiunge quando Sara, compagna di stanza di Miranda nonché sua affiatata ammiratrice, viene trovata morta suicida. 
Di fronte alla rovina dell'istituto, mrs. Appleyard perde completamente la ragione e, disperata, si reca alla Hanging Rock nell'irrazionale tentativo di trovare una risposta agli interrogativi irrisolti. Il suo corpo esanime verrà ritrovato ai piedi della roccia il giorno dopo, ultimo sigillo di silenzio sui misteri di Hanging Rock.
Picnic a Hanging Rock è un romanzo insoluto, che solleva più domande che risposte, da ritmo lento e cadenzato, in cui ogni elemento che si aggiunge alla narrazione degli eventi non fa altro che sollevare ulteriori interrogativi che mai verranno risolti.
Eppure, proprio come le risposte della Sibilla o gli enigmi della Sfinge, che alludono e sussurrano senza tuttavia mai svelare il loro contenuto, Picnic a Hanging Rock è in grado di ammaliare il lettore, che al termine del romanzo si trova permeato da una sensazione di mistero atavico, il cui significato risiede proprio nell'essere impenetrabile. 
L'impatto perturbante e ammaliante del romanzo è dovuto alla ricchezza di motivi simbolici ed esoterici disseminati per tutto il testo, che rendono il romanzo non un semplice "giallo" o "mistery", ma un vero e proprio racconto iniziatico, in cui ritornano motivi classici delle tradizioni esoteriche. 
La natura selvaggia, indomita e senza tempo di Hanging Rock si oppone alla vita
razionalizzata, bigotta, oppressa del collegio vittoriano, già a partire dal titolo stesso del romanzo. Il picnic, infatti, usanza che inizia a diffondersi tra ottocento e novecento, è un tentativo borghese di appropriarsi della natura, godendo esclusivamente del suo volto docile e pacato, addomesticabile durante un pomeriggio di sole. Hanging Rock, al contrario, roccia pericolosa dalla quale le studentesse devono stare alla larga, rappresenta l'aspetto selvaggio, indomito, atavico, pericoloso poiché ignoto, da contemplare nella sua bellezza ma soltanto da lontano: la scalata è proibita, poiché conduce in territori inesplorati. Una critica simile è presente anche nell'incipit di Sette racconti gotici di Karen Blixen, in cui l'autrice danese racconta, con una certa dose di ironia, l'usanza della nobiltà ottocentesca di ritirarsi in luoghi aspri, ai confini del mondo, ma solo nei periodi estivi e senza rinunciare ai comfort della vita borghese.
Il picnic, area di sicurezza di cui il telo steso sull'erba è una grande metafora, rappresenta proprio l'area di comfort conosciuta, che tuttavia non è immune dal fascino e dal richiamo della natura selvaggia.
Hanging Rock è una formazione naturale in cui formazioni misteriose, simboli e monoliti forse posti da qualche antica civiltà si fondono con il paesaggio, in una sorta di Cattedrale atavica.
Durante la loro scalata eterea, Miranda, Marion e Irma, che camminano leggiadre come ninfe, vivono un risveglio iniziatico, una progressiva liberazione dal tempo piatto e lineare, resa metaforicamente con l'improvviso fermarsi di tutti gli orologi all'ora di mezzogiorno, in favore di un tempo trascendente, infinito, antico come la roccia che, come dice Irma, è antica oltre quindici milioni di anni. Edith, la ragazzina grassoccia e ingenua (in senso negativo), che si rifiuta di concepire un arco cronologico così antico e una cifra così spropositata, è una grande metafora di coloro che, di fronte all'ignoto, chiudono gli occhi o distolgono lo sguardo, incapaci di abbattere i confini della propria singolarità e della razionalità, incapaci di immergersi nel mistero. Difatti, Edith durante il cammino è l'unica a tenere lo sguardo basso, a voler tornare indietro, a lamentarsi, e per questo a lei non è concesso di penetrare nel mistero.
Sulla Hanging Rock, tutto vibra di un'energia primordiale:

"Così camminano silenziose verso pendii più bassi, in fila indiana, ognuna rinchiusa nel mondo privato delle proprie percezioni, non rendendosi conto delle pressioni e delle tensioni della massa fusa che la tengono ancorata alla terra gorgogliante; degli scricchiolii e dei fremiti, dei venti vaganti e delle correnti note solo ai saggi pipistrelli appesi a testa in giù nelle sue viscide caverne. Nessuna di loro vede o sente il serpente trascinare le sue spire ramate sulle pietre vicine. E neanche l'esodo dalle foglie e dalle cortecce marcescenti dei ragni, dei vermi e degli onischi colti dal panico. Non ci sono sentieri su questo lato della Roccia. O se mai ci furono sentieri, si sono cancellati da tempo. E' da molti, molti secoli che nessuna creatura vivente [...] ha violato il suo arido petto".

E questa energia primordiale induce le ragazze in una trance sciamanica. Miranda, che poco prima la professoressa di francese aveva paragonato a un angelo di botticelli, è colei che conduce il trio attraverso questo viaggio iniziatico. Leggiadra, meravigliosa, dispensatrice di amore universale, anche nei confronti della "fastidiosa, inetta e inopportuna" Edith, sacerdotessa dell'Eros sprigionato nel giorno di san Valentino, guida il suo seguito di ninfe lungo il ripido e aspro pendio, in una camminata leggiadra in cui le ragazze sembrano levitare, piuttosto che camminare.
Giunti sulla vetta della roccia, in uno spiazzo circolare, le altre collegiali osservate da una spaccatura nella roccia sembrano formiche; da questa dimensione al di là di tempo e spazio, le vicende umane non hanno più alcun significato, sono piccole e misere. Ed è in questo spazio sacro che Miranda, Marion e Irma si inebriano dell'energia misteriosa della Hanging Rock. Si tolgono le calze nere, simbolo della costrizione bigotta del collegio e della sua vita razionalizzante, ballano e danzano estasiate dalla natura e cadono, poco dopo, in un sonno mistico, simile ai sonni sciamanici. Anche Edith cade addormentata, e al risveglio nota le tre ragazze che si dirigono verso una stretta fenditura nella roccia. Le chiama, ma sembrano non udirla "come se si trovassero in un'altra dimensione" e per di più non sembrano camminare, ma levitare. L'urlo di Edith squarcia in silenzio e la sua corsa precipitosa verso il picnic rappresenta la paura di coloro che non hanno il coraggio, né la forza, di abbattere le barriere della mente, di attraversare la fenditura del mistero, e che corrono subito ai ripari. Edith non ricorda cosa è accaduto, sa solo che le ragazze sono misteriosamente scomparse; la sua mente non è in grado di ricordare, poiché la visione della divinità arde l'intelletto di coloro che non sono degni di sostenerla.
L'unica cosa che Edith ricorda è di aver incontrato, nella sua corsa precipitosa, la professoressa McGraw, insegnante di matematica, che si dirigeva a sua volta verso l'Hanging Rock con lo sguardo perso nel vuoto e, particolare indecente nell'epoca vittoriana, senza indossare il vestito, ma con indosso solo le mutande.
Anche alla professoressa McGgraw, insegnante di matematica, tocca la medesima sorte misteriosa delle ragazze. Potrebbe sembrare paradossale, considerando il ruolo professionale della McGraw, e si potrebbe credere che nulla, più della matematica e della geometria, incarni lo spirito razionalizzante, così come si potrebbe confondere la volontà della professoressa di misurare la base della Hanging Rock con il desiderio di ricondurre all'ordine e alla ragione la natura primordiale della formazione rocciosa. In realtà, la McGraw è mossa dal medesimo spirito mistico di Miranda e delle altre ragazze ed è paragonabile a una sorta di ierofante pitagorica, sacerdotessa la cui saggezza matematica è espressione non di una razionalità umana, ma della conoscenza delle leggi che regolano il cosmo. Basti pensare che per i pitagorici antichi il numero era sì fondamento della realtà, ma restava una realtà impenetrabile e mistica. Diversi indizi suggeriscono tale interpretazione. In un breve passaggio, si accenna alla McGraw solitamente intenda ad "ascoltare la musica delle sfere nella propria testa" (edizione Sellerio, p. 26), riferimento alla musica celeste che, secondo la tradizione pitagorica, sarebbe generata dal moto dei pianeti e sarebbe udibile soltanto ai sapienti in grado di riconoscere l'armonia del cosmo. Il secondo indizio è un riferimento esplicito a Pitagora e alla conoscenza delle proprietà dei triangoli rettangoli, in questo caso applicata al tragitto da percorrere (p. 27-28); riferimento, quello ai triangoli, che ritorna anche nelle testimonianze delle ragazze dopo la sua scomparsa, che riportano come la McGraw continuasse a parlare di "triangoli e scorciatoie" (p. 74). Ritorna l'idea del "passaggio stretto", l'insenatura trasversale all'interno della realtà che, come l'ipotenusa, crea una fenditura, uno spacco, entro il quale, evidentemente, la McGraw intendeva condurre non solo se stessa, ma tutte le ragazze del collegio.
Edith non è la sola ad essersi trovata a contatto con il passaggi stretto e a non essere stata degna di attraversarlo. Ho citato, nel riassunto iniziale, Albert e Mike. Il primo è un semplice stalliere e il secondo figlio di una nobile famiglia inglese, ed entrambi si trovavano per caso sul percorso delle quattro ragazze. Mike rimane subito colpito dall'aurea divina emanata di Miranda, e alla loro scomparsa decide di attivarsi personalmente per risolvere il mistero, decidendo di trascorrere una notte sulla pendici della roccia. Anche lui verrà ritrovato, il giorno dopo, in condizioni critiche; la bocca arsa dalla calura, lividi sul corpo, e uno strano taglio sulla fronte. Nelle pagine che descrivono la sua esperienza notturna, Mike prova uno strano sensi di annegamento durante il sonno, come se stesse attraversando una dimensione vischiosa, gorgogliante, ma come suggerisce il suo ritrovamento ai piedi della roccia, anch'egli, come Edith, è stato rigettato dalla fenditura. Egli cercava Miranda, di cui aveva riconosciuto un'aurea divina, ma proprio perché ancora legato alla persona fisica e materiale non è stato in grado di ascendere, invece, al livello eterico e immateriale, di pura essenza spirituale, di cui miranda era un'ipostasi, una portatrice.
Grazie a Mike, tuttavia, si scopre il corpo al limite delle forze di Irma, anch'esso nascosto in una caverna ai piedi della formazione rocciosa.
Irma, così come Mike, è stata rigettata dal portale, il "passaggio stretto" che, come la cruna dell'ago di biblica memoria, consente di passare soltanto a pochi eletti, soltanto coloro che si immergono nel mistero, nel rapimento estatico, abbattendo così i limiti spaziotemporali della loro individualità.  Nelle pagine precedenti alla scomparsa, Irma era sì eterea come le altre ragazze, ma in diversi punti mostra segni di attaccamento eccessivo al mondo (come quando si lamenta dell'atteggiamento di Edith, giungendo perfino a insultarla) e di conseguenza non è degna di accedere alla dimensione divina.
Sul suo corpo ci sono alcuni indizi di quanto le è accaduto. I suoi piedi nudi sono misteriosamente puliti; come accennato in precedenza, nella loro estasi le ragazze sembravano più levitare che camminare, rapite da questa forza misteriosa. Le unghie delle sue mani sono spezzate, quasi le avesse raschiate contro qualcosa. E, infatti, il passaggio per lei si è chiuso, e a nulla le deve essere valso il tentativo di farsi strada raschiandone la superficie. 
Vi è, infine, l'ultima grande esclusa, mrs. Appleyard, la cui esclusione ha tratti ancor più feroci e violenti, riflesso del suo carattere approfittatore, cinico, razionalizzante e bigotto. La sua morte ai piedi dell'Hanging Rock è la metafora conclusiva della definitiva sconfitta da parte dell'irrisoria capacità della ragione nei confronti del mistero atavico dell'essere.
A tessere insieme tutti gli elementi qui analizzati vi è il famigerato "capitolo XVIII" del libro, espunto per volere dell'editor e pubblicato soltanto alla morte di Lindsay. In questo capitolo vengono rivelati gli attimi del rapimento estatico delle ragazze ed è proprio la professoressa McGgraw a fare da sacerdotessa iniziatica, con la camicia strappata e senza gonna, verso la fenditura che conduce alla dimensione misterica dell'esistenza. Liberatisi dei corsetti e dai vestiti, che si librano nell'aria come se stessero levitando, la McGraw indirizza le ragazze verso la spaccatura. Miranda  è la prima a incamminarsi, seguita da Marion, ed entrambe subiscono una metamorfosi (altro simbolo ricorrente nei racconti iniziatici) trasformandosi in rettili striscianti. Ed è proprio a questo punto che Irma si fa titubante; attimo fatale, poiché il passaggio stretto può essere attraversato solo in breve tempo, e qualsiasi ripensamento è indice di una mente ancora legata alla dimensione spaziotemporale "profana". E, infatti, una frana le blocca il passaggio e a nulla servirà il suo disperato tentativo di farsi strada con le unghie.

In conclusione, Picnic a Hanging Rock è un testo magico. Disseminando i semplici intrecci narrativi con i motivi iniziatici ricorrenti in diverse tradizioni, Joan Lindsay crea un racconto che è esso stesso una fenditura nella roccia che consente di affacciarsi sulla dimensione mistica attraversata da Miranda e Marion.
Consigliata anche la visione dell'omonimo film di Peter Weir e, per approfondire, l'ottimo articolo di Marco Maculotti pubblicato su Axis Mundi: https://axismundi.blog/2018/03/18/picnic-at-hanging-rock-unallegoria-apollinea/

Joan Lindsay, Picnic a Hanging Rock, Sellerio.

Daniele Palmieri