mercoledì 9 marzo 2016

Ernst Junger e la battaglia come esperienza interiore

Ho già trattato di Ernst Junger qualche giorno fa, parlando del suo Trattato del Ribelle. Oggi mi occuperò di un altro suo testo, forse ancora più brillante: La battaglia come esperienza interiore.
A metà tra discorso filosofico, diario di guerra e testo letterario, La battaglia come esperienza interiore è un libro difficilmente catalogabile secondo i criteri classici.
In esso Ernst Junger narra la sua esperienza in trincea durante gli anni della prima guerra mondiale. E lo fa in maniera cruda e realistica ma, allo stesso tempo, onirica e poetica, con una prosa incalzante ed evocativa in grado di trascinare il lettore al suo fianco sul campo di battaglia.
Proprio questo è l'intento dell'autore: far vivere al lettore la guerra in prima persona, senza parlare degli eventi storici che ha vissuto ma limitandosi al resoconto interiore di essi. Il discorso infatti si sviluppa in una serie di capitoli incisivi, simili a brevi flussi di coscienza, fatti di suoni, sensazioni, pensieri, odori, sentimenti, immagini. Leggere questo testo è come vivere un incubo nitido, sembra di sguazzare nel fango della trincea, di essere sfiorati da una carica di proiettili, di percepire l'odore del sangue e della decomposizione e di essere assordati dal boato delle granate.
Senza farsi influenzare né dal romanticismo d'acciaio futurista che esaltava il conflitto, il suono delle mitragliatrici e delle bombe, né dal pacifismo che vedeva la guerra come qualcosa di "innaturale", ne La battaglia come esperienza interiore Junger si pone al di là del bene e del male, descrive la guerra in maniera lucida, realistica, disincantata, con un discorso che non è né morale né immorale ma amorale e che, proprio astenendosi da ogni giudizio, riesce a coglierne la vera essenza.
Svincolata da qualsiasi motivazione logica, la guerra non è causata dagli stati, dai trattati non rispettati o dalle alleanze internazionali, tantomeno essa ha un fine. La guerra esiste poiché esiste l'uomo e l'unico fine della guerra è la guerra stessa. Il conflitto armato è l'espressione delle pulsioni primitive che la società vorrebbe estirpare ma che, profondamente radicate in noi, riesce soltanto a reprimere, respingendole nei meandri bui della nostra anima. Pulsioni violente che, a forza di essere represse, si accumulano fino a esplodere e la guerra altro non è che la manifestazione del nostro lato selvaggio che, per quanto possa essere rinnegato, fa sempre parte di noi. Da questa prospettiva, ogni giustificazione o motivazione della guerra è soltanto a posteriori, ciò che cambia col passare dei secoli è soltanto il progresso tecnologico e, di conseguenza, le diverse modalità con cui l'uomo si affronta in battaglia. Ma se il nemico viene ucciso a mani nude, con una pietra, con una lancia, con una spada, con un fucile o con una bomba il risultato non cambia, così come non cambia la motivazione più profonda che spinge il soldato a uccidere per non essere ucciso.
Il circolo vizioso della guerra è in continuo divenire e le pause tra un conflitto e l'altro sancite dai trattati di pace sono soltanto momentanee, così come sono momentanei i momenti di quiete sul campo di battaglia prima dell'infuriare delle mitragliatrici.
Come l'oltreuomo nietzschiano, consapevole della morte di Dio, deve essere in grado di oltrepassare la linea al di là del bene e del male per trovare un proprio senso alla vita, il soldato idealizzato da Junger, consapevole dell'ineluttabilità della guerra, deve riuscire ad andare oltre la guerra per poter sopravvivere. Il soldato jungeriano diventa colui che è in grado di assaporare ancora più a fondo la vita proprio perché si trova, ogni giorno, di fronte all'orrore, al polemos metafisico che fa girare la ruota dell'esistenza. In questo scenario devastante i piccoli momenti di quiete della vita, anche (anzi, soprattutto) quelli più semplici vanno gustati e goduti a piccoli sorsi poiché, seppur brevi, riescono a dare un senso all'orrore prima che la guerra, con il suo canto da sirena, richiami a combattere.

Ernst Junger, La battaglia come esperienza interiore, edito in Italia da Piano B Edizioni.
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Daniele Palmieri

domenica 6 marzo 2016

La filosofia come esercizio di vita

Lo stretto legame tra filosofia e vita delle scuole ellenistiche e romane

Marco Aurelio, imperatore e filosofo stoico
Per le scuole Ellenistiche e Romane accostarsi alla Filosofia significava sconvolgere il proprio stile di vita; era una vera e propria conversione laica che permetteva di passare da una vita inautentica a una vita autentica. Passaggio possibile solamente acquisendo la consapevolezza delle proprie azioni e dei propri desideri; si poteva così cominciare a vivere, ossia comprendere per cosa vale la pena farlo e agire di conseguenza.[1] Un agire che diventa essenzialmente agire etico, poiché l’azione etica è l’unica che possa dipendere dalla nostra volontà. Con l’acuirsi della consapevolezza dell’altro e di un Mondo dai confini indefiniti, si passa da una prospettiva egocentrica e antropocentrica a una cosmopolitica e universale, che spianerà la strada all’ideale di humanitas importato dalla Grecia nell’Impero Romano dal circolo degli Scipioni.[2]
Tuttavia, questa variazione di prospettiva non è per nulla semplice, poiché essa rivoluziona la concezione che si ha non solo del Cosmo, ma anche della realtà interiore e della realtà sociale, in particolar modo dei nostri doveri verso gli altri e delle nostre esigenze.
Il cambiamento non può essere conquistato da un giorno all’altro, ma richiede inevitabilmente un esercizio costante volto a plasmare lo spirito del singolo e a fargli acquisire il pieno controllo delle proprie facoltà razionali.
Ciò è possibile tramite l’acquisizione di principi etici che non devono mai abbandonare il filosofo per l’intero decorso della sua esistenza; perciò essi devono essere semplici e immediati e devono rifarsi a un principio comune, fondamento e allo stesso tempo fine della propria vita. Tali principi devono permettere al filosofo di possedere in ogni momento il pieno controllo delle proprie facoltà, dimodoché le sue azioni siano sempre dettate non dall’impulso ma dalla libera volontà.[3] È lo stesso concetto che si trova già espresso ne l’Etica Nicomachea di Aristotele, in cui il Filosofo sostiene che l’uomo virtuoso è colui il quale agisce liberamente scegliendo la virtù, non perché costretto dalla legge, ma poiché comprende che essa è la migliore tra le scelte possibili; l’uomo virtuoso, di conseguenza, è felice poiché il suo fine è la virtù in sé e non il proseguimento della virtù per scopi egoistici.
Una vigilanza del genere implica un controllo assiduo sul momento presente, poiché la pratica della virtù è tale soltanto se esercitata con costanza e non a intervalli irregolari.[4]
Ed è qui che entrano in gioco gli esercizi spirituali prescritti dallo Stoicismo. Purtroppo, non sono stati tramandati trattati sistematici che descrivano con precisione questo tipo di esercizi; tuttavia, è possibile rifarsi alla testimonianza di Filone di Alessandria, che ne L’erede delle cose divine elenca le diverse fasi da percorrere.[5]
Le prime fasi, che possiamo riunire in un unico gruppo, sono composte dalla ricerca, dall’esame approfondito, dalla lettura, dall’ascolto e dall’attenzione. Come è possibile notare, i primi esercizi sono prettamente “passivi”, dedicati all’apprendimento dello stile di vita della Stoà mediante uno studio approfondito, sia tramite la lettura e una comprensione profonda dei libri della scuola sia ascoltando e prestando attenzione alle parole dei maestri. È il primo gradino dell’iniziato alla Filosofia, apparentemente il più semplice ma in realtà molto importante; la Sophia tramandata dalla scuola deve penetrare nella propria vita e legarsi indissolubilmente a essa. Ogni branca del sapere trasmesso è tesa al perfezionamento interiore, la cui immagine più esplicativa è quella, sempre dello Stoicismo, che vede la Filosofia come un organismo in cui la Logica sono le ossa, la Fisica il corpo e l’Etica la mente. Assumendo tale prospettiva, il novizio che studia gli insegnamenti della Stoà comincia a irrobustire le ossa e il corpo, requisito essenziale per riuscire a sviluppare una mente in grado di dirigere in maniera compiuta le sue azioni.
Il secondo gruppo comprende invece il dominio di sé, l’indifferenza verso le cose indifferenti, la meditazione, la terapia delle passioni, il ricordo di ciò che è bene e il compimento dei doveri. Si entra nella parte più importante dell’esercizio spirituale dello Stoicismo; l’allievo è tenuto a mettere in atto ciò che ha appreso mediante una pratica continua che lo porti ad avere il perfetto controllo sulle proprie azioni.
Il dominio di sé si rivela, dunque, l’aspetto essenziale dell’insegnamento, e ogni sforzo è teso in tale direzione. Dominio che si deve attuare innanzitutto prendendo le redini della parte della nostra anima più incontrollabile: le passioni.
Sia nello Stoicismo sia nell’Epicureismo la Filosofia è un pharmakos volto a lenire il dolore provocato dalle passioni, un male spirituale molto più grave del male fisico, poiché se quest’ultimo ci è assegnato dalla sorte, il primo siamo noi a volerlo e, allo stesso tempo, è nostro dovere estirparlo. Se prima non si guarisce da questa malattia è impossibile poter agire moralmente all’interno della comunità, per poter migliorare non solo se stessi ma anche il mondo sociale che ci circonda.
Tale guarigione vuole stimolare un senso di felicità più profondo, indipendente dai beni esterni e da tutto ciò che è fugace, una semplice ma autentica gioia di esistere, che aiuta l’uomo a liberarsi delle proprie paure infondate e dalle preoccupazioni che gli sottraggono non soltanto il tempo, ma soprattutto la forza vitale.[6]
In questa direzione, diventa di primaria importanza un esercizio citato in precedenza: la meditazione, da non confondere con la meditazione propugnata da un certo orientalismo semplificatore che ne ha ormai stereotipato la pratica.
La meditazione all’interno dello Stoicismo e, in generale, delle scuole di vita, si attua in modalità completamente diverse dal concetto comune di meditazione.
Essa si pratica in due modi: con un perpetuo soliloquio con se stessi e con la contemplazione consapevole della natura.
Per quanto riguarda il primo esercizio, una delle descrizioni migliori è quella che dà Seneca nel De ira:
«Io mi avvalgo di questa possibilità, e mi metto sotto processo ogni giorno. Quando hanno portato via la lucerna e mia moglie, che conosce la mia abitudine, tace, io scruto l’intera mia giornata e controllo tutte le mie parole e azioni, senza nascondermi nulla. […] Diamo pace al nostro animo, quella pace che deriva dalla continua meditazione dei dettami salutari, dalle azioni buone e da una mente intenta a desiderare solo la virtù. Pensiamo a soddisfare la nostra coscienza, senza preoccuparci della fama.»[7]

Esso consiste in un continuo dialogo interiore, per riportare alla mente i principi della scuola e vagliare la propria psyché per assicurarsi dei risultati raggiunti. In questa prospettiva la scrittura stessa diviene una forma di meditazione, un diario personale espressione di un continuo ruminare (utilizzando un termine nietzschiano), con lo scopo di assorbire gli insegnamenti filosofici e vagliare i propri progressi. Emblema di tale forma di esercizio sono le Lettere a Lucilio, sempre dello stesso Seneca, che prima ancora di essere lettere indirizzate all’amico erano meditazioni che il filosofo romano riservava a se stesso.
La funzione propedeutica della scrittura si rivela in forma ancora più accentuata nei Ricordi di Marco Aurelio, che rappresentano un prezioso esempio di come la meditazione filosofica scritta fosse un esercizio precisamente strutturato.[8]
Scrive infatti Hadot:

«I pensieri di Marco Aurelio […] ci conservano un notevole esempio di un genere letterario che doveva essere molto frequente nell’antichità, ma che il suo stesso carattere destinava a scomparire facilmente: gli esercizi di meditazione affidati a un testo scritto. Come vedremo ora, le formule pessimistiche di Marco Aurelio non sono l’espressione delle opinioni personali di un imperatore deluso, sono esercizi spirituali praticati secondo metodi rigorosi.»[9]

Difatti, oltre al vaglio dei propri progressi, un secondo esercizio di scrittura meditativa, ricorrente nei Ricordi, consiste nell’isolare col pensiero un momento di continuità temporale, anche un semplice avvenimento di vita quotidiana, per poi passare dalla parte al tutto. Lo scopo è inquadrare tale avvenimento in una visione complessiva del cosmo, prendendo così coscienza sia della vanità delle cose sia dell’importanza di cogliere al meglio il momento presente:


«Nulla può accadere a nessun uomo che non sia vicenda pertinente all’ordine umano. Del resto a un bove nulla può accadere che non sia bovino; a una vigna nulla che non appartenga all’ordine delle viti; né a una pietra cosa estranea all’ordine petrigno.

Conseguenza: se a ciascuna cosa accade sempre quello che rientra nell’ordine suo normale e nell’ordine naturale, per quale motivo dovresti tu fare il difficile?

Vedi bene che la comune natura non intende recarti nulla che tu non possa sopportare.»[10]
 Ed è proprio l’esercitarsi alla sopportazione la terza finalità del continuo soliloquio con se stessi; paventarsi possibili disgrazie future, avere ben chiara in mente la loro realizzazione come se si stessero svolgendo in questo momento per essere spiritualmente preparati una volta che diverranno realtà e abituarsi così alla fugacità.
Citando le parole di Epitteto riportate nel Manuale:

«Non dire mai di nessuna cosa: “l’ho persa”, ma “l’ho restituita”. È morto tuo figlio? È stato solo restituito. È morta tua moglie? È stata solo restituita. “Mi è stato tolto il podere”: no, anche questo è stato solo restituito. “Ma chi me l’ha portato via è un malvagio”: che cosa ti importa attraverso chi, colui che te lo aveva dato, ne ha chiesto la restituzione. Finché te lo concede, abbine cura come di una cosa altrui, come fanno i viaggiatori in una locanda.»[11]

Al di là del soliloquio con se stessi vi è la contemplazione della natura, che nella visione filosofica antica consisteva nello studio della fisica e degli eventi naturali.
Lungi dall’essere un semplice interesse di eruditismo o, come nei giorni nostri, un mero strumento in mano allo scientismo, lo studio della fisica era un gradino di elevazione spirituale, che proprio nella sua componente contemplativa permetteva all’animo di nobilitarsi, di astrarsi dalle questioni volgari quotidiane per innalzarsi a un livello di coscienza superiore. Come scrive Seneca in una lettera a Lucilio:

«Perché mai, tu dici, ti piace consumare il tempo in codesti problemi che non ti tolgono alcun tormento dell’animo, che non annullano alcun desiderio importuno? Quanto a e, affronto e porto avanti preferibilmente quei temi con cui l’animo si placa, e analizzo dapprima me stesso, poi l’universo. Nemmeno ora perdo tempo, come tu credi: di fatti, tutti questi argomenti, purché non vengano sminuzzati e distorti da varie sottigliezze, elevano e confortano l’animo, che, oppresso da un greve fardello, desidera liberarsene e tornare a quegli elementi di cui era stato parte integrante.»[12]

La contemplazione consapevole della natura e la dissoluzione razionale della propria psyché in essa (e non più estatica come nei culti misterici) libera l’uomo dalle sue catene e allo stesso tempo infonde in lui il piacere della conoscenza, nonché il piacere estetico delle bellezze naturali, dell’ordine intrinseco del cosmo espressione del Lògos divino che regola ogni cosa. In quest’ottica, gli esempi principali sono il De rerum naturae di Lucrezio e le Naturales quaestiones di Seneca.
Dalla meditazione e dalla contemplazione si passa poi all’esercizio della vita attiva, nel già citato controllo di sé, nell’indifferenza verso ciò che è caduco e soprattutto nel compimento dei propri doveri.[13]
Quest’ultimo passo è fondamentale; senza l’applicazione concreta nelle azioni la filosofia resta un vano esercizio. Sarà proprio la capacità dello Stoicismo nel dettare ben precise condotte di vita a far diventare tale filosofia la scuola dove si formerà l’intera classe dirigente dell’Impero Romano. Difatti, il proprio dovere consiste essenzialmente nell’agire morale ne confronti del prossimo e, di conseguenza, in una vita impegnata al perfezionamento degli altri e di sé, con la partecipazione alla vita pubblica. In tale prospettiva il dovere viene prima del diritto e, anzi, il diritto è una diretta conseguenza del dovere.
Soltanto l’uomo che agisce seguendo la libera ma necessaria volontà morale adempie al proprio dovere e, di conseguenza, comprende qual è il suo ruolo nella società e cosa ha il diritto di fare e di volere.
Una volta indirizzato su questa strada, il compito del filosofo è appena cominciato; gli anni dinnanzi a lui sono lunghi e il suo compito è praticare gli insegnamenti con costanza, senza mai sviare dalla strada né perdere di vista i propri punti fermi, soprattutto senza perdere la capacità di meravigliarsi poiché:

«a un uomo saggio rimarrà sempre qualcosa da scoprire, da portare alla luce, qualche verità in cui l’animo possa spaziare.»[14]


Daniele Palmieri
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[1] P. Hadot, La filosofia come esercizio spirituale, Giulio Einaudi Edizioni,  pp. 32.

[2] Cfr. ibidem, pp. 33.

[3] Cfr. ibidem, pp. 34.

[4] Cfr. ibidem, pp. 35.

[5] Cfr. ibidem, pp. 34.

[6] Cfr. ibidem, pp. 39.

[7] Seneca, De ira, III 36, 3; 41, 1, trad. di A. Marastoni in Tutte le opere, a cura di G. Reale, Bompiani (2000), pp. 115, 117.

[8] P. Hadot, La fisica come esercizio spirituale, in Esercizi spirituali di filosofia antica, Einaudi, pp. 119-133.

[9] Cfr. ibidem, pp. 123.

[10] Marco Aurelio, Ricordi VIII, 46, trad. di Enrico Turolla, Biblioteca Universare Rizzoli (1997), Milano 2004, pp. 329.

[11] Epitteto, Manuale 12, trad. di Martino Menghi, RCS MediaGroup S.p.A., Lavis (TN) 2012, pp. 14.

[12] Seneca, Lettere a Lucilio VII 65, a cura di Fernando Solinas, Mondadori (1994), Torino 2011, pp. 180.

[13] P. Hadot, Esercizi spirituali, in Esercizi spirituali di filosofia antica, Einaudi, pp. 39.

[14] Seneca, Lettere a Lucilio XVII 109, a cura di Fernando Solinas, Mondadori (1994), Torino 2011, pp. 464.

 

giovedì 3 marzo 2016

Piccola filosofia dello zombie: riflettere attraverso l'orrore

Cosa ha  a che fare la filosofia con dei corpi in putrefazione che camminano senza meta in cerca di qualche umano da divorare vivo?
Lo spiega questo trattatello di Maxime Coulombe, Piccola filosofia dello zombie, edito in Italia dalla Mimesis Edizioni.
Come recita il sottotitolo, il libro vuole far riflettere il lettore attraverso l'orrore messo in scena da una figura pop molto presente, dalla seconda metà del secolo ai giorni nostri, sul piccolo e grande schermo e sulla carta stampata: lo zombie.
Un mostro importato nella cultura di massa in tempi molto recenti, che ha ben presto conquistato l'immaginario collettivo evolvendosi in maniera dinamica con il passare degli anni e incarnando le paure dei diversi periodi storici.
La figura del "morto che cammina" con le caratteristiche proprie dello zombi è stata importata in occidente dai culti voodoo haitiani. Gli altri "morti viventi" appartenenti alla cultura occidentale come il vampiro o i fantasmi hanno infatti tratti completamente diversi da quest'ultimo.
Stando ai racconti popolari ma anche alle testimonianze di alcuni antropologi, gli sciamani haitiani possedevano la ricetta di una droga in grado di indurre nell'uomo uno stato di morte apparente. Quest'ultimo veniva dunque seppellito, salvo poi risvegliarsi qualche tempo dopo e essere recuperato dallo sciamano che, grazie all'effetto della droga - in grado di annichilire la coscienza e rendere le persone, letteralmente, dei cadaveri ambulanti - è in grado di sfruttarlo come schiavo.
In questa fase embrionale, l'archetipo dello zombie presenta alcune delle caratteristiche principali del morto vivente dell'età contemporanea: il ritorno dalla morte e l'assenza di una mente cosciente. Tuttavia, non è ancora il famelico mostro affamato di carne umana, anzi è una vittima più che un carnefice, e così come rappresentato dai culti voodoo incarna paure tipiche delle popolazioni "primitive": il timore verso il potere religioso, la paura nei confronti paranormale e della magia.
In questa veste entrerà in occidente a partire dai primi anni trenta con The magic Island di William Seabrook e L'isola degli zombie di Victor Alperin, anche se Maxime Coloumbe dimentica una prima, fondamentale, trasformazione che questa figura subirà, pochi anni dopo, con i racconti del ciclo del Rianimatore di H. P. Lovecraft, dove il morto vivente, riportato in vita non da un incantesimo ma da un esperimento scientifico, inizierà ad assumere comportamenti violenti e feroci.
E' soltanto a partire dagli anni '60, grazie alla rivoluzione cinematografica di Oscar Romero, che lo zombie assume le caratteristiche che tutti conosciamo. Creatura sperduta che vaga senza più possedere una propria coscienza come lo zombie haitiano, ma non più schiavo di uno sciamano, bensì "anarchico" portatore di morte, mostro affamato di carne umana riportato in vita non più da un incantesimo ma da un non meglio precisato virus (modificato dall'uomo) che si diffonde irrefrenabile. Lo zombie di Romero incarna un altro tipo di paura, diretta conseguente delle catastrofi delle guerre mondiali e del progresso scientifico sfociato nella bomba atomica: la paura dell'apocalisse tecnica. L'uomo, tramite il progresso scientifico, è diventata l'unica specie in grado, potenzialmente, di poter distruggere se stessa. E questa forza autodistruttiva che nella triste realtà si incarna nella bomba atomica, nel mondo cinematografico prende la forma del morto che cammina, figura dai tratti biblici (i morti che camminano sulla terra nel giorno della fine dei tempi) evocata dalla smania dell'essere umano di modificare la vita per trarne un'arma.
Allo stesso tempo vi è l'aspetto della critica sociale. Lo zombie romeriano, soprattutto ne L'alba dei morti viventi, è uno specchio opaco che riflette l'immagine della massa anonima, ridotta in schiavitù da una vita grigia, che la mattina affolla le metropolitane e le strade della città vagando con sguardo smarrito e coscienza spenta. A Maxime Coulombe sfugge, ma è una condizione ripresa dal fumetto e dalla serie tv di The Walking Dead dove "i morti che camminano" non sono gli zombie (o, meglio, i "vaganti", come li chiama Kirkman) ma gli umani, i sopravvissuti.
Un aspetto apocalittico che è stato quello più approfondito dai successori di Romero e che maggiormente colpisce l'immaginario collettivo. Da La notte dei morti viventi che mette in scena l'assedio di una piccola casa sperduta in campagna, lo stesso Romero ha allargato lo sguardo a L'alba dei morti viventi e poi al Giorno dei morti viventi, in cui, lentamente, è la Terra stessa ad essere assediata.
Questo ambiente post-umano è, come sottolinea Coulombe, una tematica ricorrente nella letteratura e nella cinematografia horror e fantascientifica degli ultimi tempi. Film come 28 giorni dopo, La terra dei morti viventi, Zombieland o il già citato The Walking Dead ci mostrano scenari urbani non "devastatati" ma, come ben nota l'autore, abbandonati. Lo zombie non distrugge le metropoli, vi passa attraverso causando una fuga generale dalla città. Le strade si svuotano, gli edifici vengono lasciati a loro stessi così come le automobili e ogni altro avere. L'ambiente urbano svuotato da ciò che lo rende vivo risulta straniante e incarna una delle paure contemporanee più nascoste: la paura dell'abbandono della civiltà. In fondo siamo consapevoli che basterebbe un nonnulla per mandare a rotoli il fragile castello di carte della società. Un blackout generale, il blocco dei trasporti, la carenza di cibo o di acqua, sono tutti elementi che sgretolerebbero le norme e le leggi e che, tutti insieme, vengono incarnati dall'invasione zombi, che costringe gli uomini a tornare a uno stato di natura hobbesiano, in cui homo homini lupus.
Ma lo zombie non è solo questo. E' anche la personificazione del tabù della morte, un evento della vita che la civiltà occidentale tende a nascondere. Ribaltando la consuetudine di nascondere i cadaveri o, comunque, di "trasformarli" per i riti funebri, truccandoli e vestendoli come se fossero ancora vivi, lo zombi, tramite il suo stesso corpo martoriato, lacerato e decomposto, costringe l'osservatore a sbattere la faccia sulla cruda realtà, a trovarsi a confronto con la morte stessa che, letteralmente, lo insegue per braccarlo e sbranarlo, per poi trasformarlo a sua volta in un cadavere ambulante. Lo zombie diventa così un doppio; i parenti, ormai defunti, tornano in vita preservando lo stesso aspetto e gli stessi vestiti, ma non possiedono più la scintilla della coscienza che li animava. Ritornano al mondo soltanto per perseguitare i vivi e trasmettergli il "morbo della morte", come nelle credenze primitive che vedevano negli spiriti dei defunti esseri maligni infuriati per il loro decesso.
In definitiva, Piccola filosofia dello zombi è una buona introduzione a una tematica che, però, potrebbe essere sviluppata in maniera più approfondita. Maxime Coloumbe si sofferma soprattutto sui film principali che hanno messo in scena i morti viventi ma ne tralascia molti altri e, soprattutto, sembra ignorare completamente la letteratura a riguardo. Inoltre, non so se per un errore di traduzione o per una svista dell'autore, ma nelle ultime pagine del libro si parla di The Road (film tratto dall'omonimo libro di Cormac McCarthy) come uno dei più famosi film zombie (?!), quando di morti viventi, sia nel film sia nel libro, non ve ne è proprio traccia, e la cosa mi ha lasciato piuttosto perplesso.
Svista a parte, ne consiglio comunque la lettura per farsi un'idea generale del fenomeno zombie; pur essendo incompleta mi ha offerto fecondi spunti di riflessione ed è utile per spianare la strada a ulteriori sviluppi sul tema.
Daniele Palmieri

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martedì 1 marzo 2016

Trattato del Ribelle: l'anarchia interiore secondo Ernst Junger

Il Trattato del Ribelle è un breve ma intenso saggio del filosofo tedesco Ernst Junger, un'utile guida per coloro che decidono di non farsi soggiogare dal grigio conformismo della folla e dal pugno di ferro dei totalitarismi.
Il testo è stato scritto a ridosso della fine della seconda guerra mondiale e fin dalle prime righe riecheggiano le prove terribili che gli uomini liberi hanno dovuto affrontare durante gli anni dei regimi: la repressione, il conformismo, l'annichilimento della coscienza individuale, la resistenza.
In questo clima di terrore lo spirito libero si trova letteralmente in solitudine e la sua rivoluzione interiore comincia da un gesto apparentemente semplice quanto insensato: il proprio no crocettato sulla falsa scheda elettorale di cui si servono i totalitarismi per trasformare le elezioni in plebisciti.
E' un atto senza alcuna utilità concreta, che anzi sembra comportare soltanto in rischio di essere scoperti dalla dittatura, ma che nasconde un significato molto più profondo. E' un gesto di affermazione personale, con la quale si allontanano le catene del regime dalla propria libertà interiore e, allo stesso tempo, è un grido scagliato contro la folla intimorita con cui il Ribelle mette in mostra come, a fronte del 99,99% di consensi, ci sarà sempre uno 0,01% mai disposto a piegarsi.
Da lì al superamento del meridiano zero, come lo chiama Junger, il passo è breve. Di fronte al grande meccanismo della dittatura, che vuole tutti i suoi ingranaggi perfettamente oliati e allineate, il Ribelle è quel minuscolo sassolino in grado di inceppare l'intero sistema semplicemente insinuandosi tra un ingranaggio e l'altro. L'infinita potenza della tenace volontà personale, in grado di fronteggiare, da sola, l'intero esercito del regime.
Questo atto di ribellione personale non è unicamente interiore né meramente esteriore, ma nella zona mediana tra il rifugio nella "cittadella interiore" e il "sabotaggio anarchico". Una zona d'ombra che Junger identifica con il bosco.
Per comprendere a fondo il significato di questo passaggio è necessaria una precisazione preliminare sul termine Ribelle, con la quale i traduttori hanno reso l'originale tedesco Waldganger.
In lingua originale, il termine Waldganger indica letteralmente "colui che passa al bosco", "che si ritira nella foresta", "che si dà alla macchia". Una parola di origine islandese con cui si indicavano i proscritti, i fuorilegge e i briganti che si nascondevano nel folto della foresta.
Il significato più profondo del saggio di Junger è nascosto interamente in questa parola, che purtroppo perde molto nella traduzione italiana.
Il Ribelle, il Waldganger, diviene nella prospettiva jungeriana colui che si rifugia, sia spiritualmente sia fisicamente, tra le ombre del sottobosco. La foresta assume un ruolo mistico. Essa rappresenta uno degli archetipi più atavici dell'uomo, l'espressione delle forze primordiali e telluriche che dimorano dentro di lui e che deve essere in grado di far riaffiorare nelle situazioni estreme, per trovare la forza di riuscire, in solitudine, ad affrontare la massa, con una tenacia spirituale che può essere conquistata soltanto affondando le mani in questa essenza metafisica che alberga nei recessi più profondi della nostra psyché. Dall'altro lato, il bosco è anche il riparo fisico per eccellenza del Ribelle; esso offre rifugio ai rinnegati, a coloro che la società non può permettersi di tollerare, in questo caso a coloro che decidono di opporsi al pugno di ferro della dittatura (e non possono che venire alla mente i partigiani e i rifugi nella foresta in cui si nascondevano per escogitare le loro azioni di sabotaggio).
Il bosco diviene, in questa prospettiva, una zona di confine, un limbo sospeso tra l'interiorità e l'esteriorità, un universo a metà tra lo spirituale e il materiale. In quanto tale, è in grado di far tornare il Ribelle a contatto con l'intima essenza della realtà, con i valori più alti che guidano l'esistenza del singolo e che sono in grado di dargli la forza per combattere e, soprattutto, per non rinunciare alla propria libertà. Il bosco è una fucina spirituale in cui "l'uomo incontra sé stesso nella propria sostanza indivisa e indistruttibile" e, affrontando il buio imperscrutabile della notte, supera la più grande paura: la paura della morte, conquistando così la libertà più grande e irremovibile, la libertà di vivere senza paura.
In questa condizione egli diviene l'assoluto padrone di sé stesso. Agisce seguendo una morale superiore, non perché imposta da una legge della società o da una legge divina, ma poiché sgorgata direttamente dalla sua libera volontà di agire. Utilizzando parole nietzschiane, il Ribelle, dopo essersi immerso nel bosco, è tornato a contatto con la fonte originaria delle cose ed è dunque in grado di porsi al di là del bene e del male, unico padrone di sé stesso.
"Chi scava più a fondo, in ogni deserto, trova lo strato da cui sgorga la fonte. E con l'acqua che zampilla riaffiora nuova fecondità." 
(Ernst Junger - Trattato del Ribelle, Adelphi edizioni)


Daniele Palmieri

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lunedì 15 febbraio 2016

C'è solo un leader: anatomia di The Walking Dead (Chiara Poli)


Oggi è il 15 febbraio e dopo i lunghi mesi di attesa (anche se non sono nulla in confronto alla pausa estiva) rincomincia, finalmente, la mia serie tv preferita: The Walking Dead.
Visto che il mondo creato da Robert Kirkman è uno dei pochi che fa uscire allo scoperto il nerd che è in me (come è possibile constatare dalla foto) inaugurerò questa giornata con un piccolo off topic rispetto agli argomenti che solitamente tratto nel blog. Un off topic relativo, perché, in realtà, dietro a questa serie tv di successo si nascondono meccanismi e messaggi molto profondi, per chi è in grado di scavare.
E' proprio questo che mette in luce il libro di Chiara Poli: C'è solo un leader, edito da Saldapress.
Per chi non lo sapesse Chiara Poli è la bibbia delle serie tv in Italia e ha già pubblicato molti altri libri sull'argomento (tra i quali I cattivi nelle serie tv, La vita è un telefilm, Il mondo de "Il trono di spade", Crimini e serie tv - l'omicidio tra piccolo schermo e realtà) ed è la giornalista che scrive regolarmente gli articoli su Fox Italia (tra cui, appunti, i commenti a tutte le puntate di The walking dead).
C'è solo un leader è un viaggio a tutto tondo nel mondo invaso da "vaganti" creato da Robert Kirkman, che analizza innanzitutto lo sviluppo storico del progetto e la varie fasi della trasposizione dal testo fumettistico al piccolo schermo, soffermandosi sulle differenze inevitabili dei due canali di trasmissione, per poi immergersi negli intrecci della serie tv e analizzarli minuziosamente (prima mettendone in luce la metastruttura narrativa e poi con l'analisi dettagliata di ogni singolo episodio).
Ciò che viene subito messo in chiaro è che The walking dead non è un universo narrativo sugli zombi come tutti gli altri. La tradizione è lunga (e, a questo proposito, alla fine del libro c'è una completa filmografia a riguardo) ma Robert Kirkman è riuscito a impossessarsi dei cliché del genere per riuscire a creare un prodotto assolutamente innovativo, cosa non certo facile quando si hanno alle spalle molti altri lavori. Questo perché, a contrario di molti altri fumetti, film o serie tv, The Walking Dead non è una storia sugli zombi - pardon, vaganti - ma uno spaccato sul lato oscuro dell'animo umano che esce allo scoperto quando le strutture sociali crollano a causa di un cataclisma che, distruggendo il mondo sociale precostituito, genera l'assoluta anarchia.
In tutto ciò, i vaganti non sono né più né meno che un cataclisma naturale - come può essere un tornado, un terremoto, un uragano - un cataclisma che però presenta caratteristiche uniche, ossia è permanente, e impedisce la ricostruzione della civiltà pre-invasione. In questo contesto, solo nelle prime puntate il pericolo principale sono i vaganti, poiché presto ci si accorgerà che ben più pericolosi sono gli umani - citando a memoria una frase di Negan tratta dal mondo fumettistico, i proiettili bisogna conservarli per le persone perché queste pensano e sono in grado di fare piani, al contrario degli zombi che possono essere atterrati con una semplice mazza da baseball (ricoperta di filo spinato).
L'analisi di Chiara Poli verte proprio in questa direzione, soffermandosi sull'evoluzione dell'intreccio e, soprattutto, sul cambiamento psicologico dei personaggi alla luce degli archetipi psicologici e narrativi teorizzati da Chris Vogler (basati sul lavoro di Jung e Campbell) che sono:
1) Per quanto riguarda i protagonisti: Eroe, Mentore, Guardiano della soglia, Messaggero, Mutaforma, Ombra, Imbroglione.
2) Per quanto riguarda il viaggio (la narrazione): Mondo ordinario, Richiamo all'avventura, Rifiuto del richiamo, Avvicinamento alla caverna, Prova centrale, La via del ritorno, Resurrezione, Ritorno con l'Elisir.
In un vasto racconto corale, tutti i protagonisti assumono prima una forma e poi l'altra, anche il più cattivo - come il Governatore - sembra a tratti possedere le caratteristiche dell'Eroe e anche il più buono, come Rick, a volte mette in mostra il suo lato oscuro, l'Ombra che alberga in ciascuno di noi.
A ogni nuova conoscenza si moltiplicano i dilemmi, i dubbi, le problematiche poiché, alla fine, è questo il lato più drammatico della serie: gli zombi hanno invaso la terra eppure gli uomini non hanno smesso di farsi la guerra a vicenda - anzi, il conflitto pare essersi inasprito - e in una terra distrutta, dove chiunque potrebbe essere un potenziale carnefice, ricostruire dei profondi rapporti umani è la cosa più difficile - e spesso dolorosa, come testimoniano le innumerevoli perdite.
Per concludere, dico che o visto le stagioni di TWD per ben tre volte. La prima da solo, la seconda per convertire mia mamma, la terza per convertire la mia ragazza (tutte e tre le volte la conversione è avvenuta con successo). Leggere il libro di Chiara Poli mi ha fatto venir voglia di rivedere il tutto una quarta volta.
Spero che un giorno la Saldapress pubblichi un'edizione "ampliata e riveduta", che comprenda anche la serie attualmente in corso e quelle che devono arrivare, visto che con l'entrata in scena di Negan ci sarà molto altro di cui parlare (e, perché noi, spero anche in una monografia che si concentri soltanto sul fumetto).

Assolutamente consigliato!

Daniele Palmieri 

venerdì 5 febbraio 2016

L'involuzione dell'editoria


Un riassunto della situazione dell'editoria di questi ultimi anni (con particolare riferimento alle scelte delle grandi case editrici).

Strada A:
1) Un'autrice americana scrive una storia mediocre sui vampiri. Milioni di copie vendute.
2) Iniziano a uscire centinaia di libri sui vampiri.
3) Una scrittrice ancora più mediocre scrive una fanfiction sui vampiri. Una grande casa editrice capisce che sarà la nuova gallina dalle uova d'oro da sfruttare. Cambia i nomi ai personaggi e pubblica questa fan fiction ""erotica"".
4) Iniziano a uscire centinaia di libri """erotici"" e fan fiction """erotiche""".
5) Una scrittrice ancora più mediocre delle due scrittrici precedenti scrive una fan fiction """soft-erotica""" su un gruppo musicale che definire mediocre è dir poco (One Direction n.d.R.). Una grande casa editrice capisce che sarà la nuova gallina dalle uova d'oro da sfruttare. Cambia i nomi ai personaggi e pubblica questa fan fiction ""soft-erotica"".
6) Iniziano a uscire centinaia di libri soft-erotici che non solo richiamano quella storia, ma che per vendere scopiazzano malamente lo stesso stile arcobaleno della copertina.
7) E così all'infinito.
2) Una grande casa editrice capisce che sarà la nuova gallina dalle uova d'oro da sfruttare. Ti contatta, assolda un ghostwriter (perché mi rifiuto di credere che persone che non hanno mai letto un libro in vita loro siano capaci di scrivere) e sforna un libro pre-confezionato studiato a tavolino solo per vendere.
3) E così all'infinito.


Strada B:
1) Sei uno Youtuber mediocre, che urla davanti alla telecamera/indossa parrucche discutibili/ricicla battute trite e ritrite/scrive frasi rubate su dei post-it ma che, nonostante ciò, hai decine di migliaia di condivisioni e visualizzazioni.

2) Una grande casa editrice capisce che sarà la nuova gallina dalle uova d'oro da sfruttare. Ti contatta, assolda un ghostwriter (perché mi rifiuto di credere che persone che non hanno mai letto un libro in vita loro siano capaci di scrivere) e sforna un libro pre-confezionato studiato a tavolino solo per vendere.
3) E così all'infinito.

lunedì 1 febbraio 2016

La panchina e altre poesie d'Amore - Daniele Palmieri


"Per le strade di Milano,
tra i corsi caotici e le vie silenti,
due atomi mossi da una mano invisibile
fra le genti, i monumenti
- un fotografo che scatta e immortala
un frammento di tempo –
il Castello e i gatti sotto le mura,
via per il parco Sempione
fino al monumento ai caduti.
Ed ecco, chissà come,
i due atomi s’una panchina,
il Sole lascia il palco alle Stelle
la Luna indossa un velo di nubi,
cala il silenzio, tutto tace:
le parole mutate in un bacio."

Oggi è l'uno febbraio e posso finalmente annunciare l'uscita della mia prima pubblicazione di quest'anno: "La panchina e altre poesie d'Amore".
Il libro era già disponibile da circa una settimana ma, essendo il regalo che ho fatto alla mia ragazza per il suo compleanno (ossia ieri) ho dovuto tenerlo segreto fino a oggi :P
"La panchina e altre poesie d'Amore" è una breve raccolta di 22 poesie (di cui sopra avete gustato un breve assaggio), una piccola pubblicazione dal formato tascabile (10x15) che sta sul palmo di una mano e dal prezzo molto contenuto (solo 6 euro, ma su Ibs la trovate a 5).
Si dice che la poesia è un genere letterario che piace poco, ma questo perché non la si propone al pubblico nella sua vera essenza; non gli si dice che la poesie era, è ed è sempre stata lo specchio dell'anima umana, l'espressione della sua essenza più profonda, come la definiva Dante Grabriel Rossetti: a moment's monument/ memorial from Soul's eternity (un monumento al momento/ memoriale dell'eternità dell'anima).
Queste 22 poesie non fanno eccezione e raccontano un sentimento (l'Amore) antico quanto la vita stessa ma che si esprime, in ogni persona, in maniera sempre diversa.

Qui il link a youcanprint: http://www.youcanprint.it/youcanprint-libreria/narrativa/la-panchina-e-altre-poesie-damore.html
Qui il link a IBS.it: http://www.ibs.it/code/9788893323000/palmieri-daniele/panchina-e-altre-poesie.html
Nei prossimi giorni sarà disponibile anche sugli altri store.

Daniele Palmieri