venerdì 29 gennaio 2016

Natura e naturale: parole usate da chi è a corto di argomenti

"Questa cosa fa bene, è naturale!".
"Non puoi farlo, va contro la natura".
"Un uomo e un uomo che si sposano? Non è naturale!".
"Una famiglia composta da due genitori dello stesso sesso? Va contro la natura". "La famiglia naturale è una!".
In quante discussioni vi sarà capitato di dover discutere con una persona che legittima quanto sta dicendo tirando in ballo la Natura.
Eppure, ogni volta che qualcuno utilizza la parola "naturale" per giustificare le proprie posizioni John Stuart Mill si rivolta nella tomba.
Basterebbe recuperare un suo breve lavoro per mostrare l'infondatezza di certe affermazioni (e la conseguente vacuità logica di certe polemiche sollevate).
Correva la seconda metà del 1800 quando il filosofo utilitarista scriveva un saggio dal titolo "La Natura", una breve disamina di un termine così tanto utilizzato (nella filosofia e non) così quanto frainteso (e abusato).
Sono molte infatti le persone che tentano di avvalorare le proprie opinioni tirando in ballo ciò che sarebbe corretto dire o fare in base a una fantomatica Natura, salvo poi titubare quando gli si domanda cosa effettivamente intendano con il concetto di "Natura", che rimane sempre questa entità astratta dai contorni a dir poco indefiniti.
Con la chiarezza analitica di pensiero che gli è propria, Mill affronta la questione puntando subito al nocciolo della situazione, andando alla ricerca del reale significato della parola Natura tramite il classico procedimento socratico, domandandosi: che cos'è la Natura?.
Siccome la natura di una cosa corrisponde all'aggregato dei suoi poteri e delle sue proprietà (ad esempio l'acqua ha per natura la proprietà di essere incolore, insapore, di bollire a una certa temperatura etc.) allargando la prospettiva e parlando della Natura in generale si può affermare che essa è l'aggregato dei poteri e delle proprietà di tutte le cose presenti nell'Universo.

"La parola Natura, in questa più semplice accezione, è un nome collettivo per indicare tutti i fatti ed effetti possibili: [...] è un nome per il modo [...] con cui hanno luogo tutte le cose." 
(J. S. Mill, La natura, in Saggi sulla religione, Feltrinelli, pp. 15) 
La Natura è tutto ciò che avviene; "naturale" è ogni evento che si verifica in questo universo e che si sviluppa in base alle sue leggi.
Ne consegue che alcune accezioni superficiali con cui la parola viene utilizzata non hanno alcun minimo significato.
Alcuni fanno coincidere la "Natura" con i dogmi e la morale della propria religione, altri la definiscono in base all'opposizione con le opere umane "artificiali", altri parlano con altrettanta leggerezza di istinti "naturali" umani in opposizione a "istinti innaturali". Ma tutte e tre le accezioni sono errate.
Si vedrà come la definizione di Mill rende completamente insensate tutte quelle posizioni.
La prima perché è una definizione arbitraria, senza alcuna base logica, visto che la Natura è quantomai lontana dal presentare una morale intrinseca "a misura di uomo" (tutt'altro) e, per di più, le decine di religioni diverse non rappresentano la "Natura" in sé, semmai sono esse stesse un evento della Natura manifestatosi attraverso l'uomo.
Stesso concetto con l'opposizione tra "naturale" e "artificiale". Non esiste nulla in Natura che sia "artificiale"; l'uomo non può creare nulla da zero, quello che entra nelle sue possibilità è utilizzare gli elementi a sua disposizione per "costruire", all'interno della Natura e in base alle sue leggi, i propri artefatti. 
Infine, chi giustifica cosa è giusto fare e cosa no in base a "tendenze naturali"  da seguire ignora il fatto che l'istinto omicida è un istinto naturale tanto quanto l'amore.
Ora, come mai mi sentivo in vena di parlare di questo breve saggio di Mill?
Perché in questi ultimi tempi stiamo assistendo a un vero e proprio abuso della parola "Natura".
Si dice che i rapporti omosessuali siano "contro natura"; ma ciò non ha alcun senso. Nessun evento che capita in Natura può essere definito "contro natura", essendo la Natura, per definizione, l'insieme di tutti gli eventi.
Si parla di "famiglia naturale", come se esistessero delle famiglie "non naturali"; ma, anche in questo caso, nulla che non possa essere realizzato è innaturale.
Cambiando completamente argomento, si diffondono bufale su bufale contro la medicina ufficiale, in favore di un ritorno ai "prodotti naturali" senza considerare che i principi attivi dei medicinali sono naturali tanto quanto quelli contenuti nelle nel "prodotto naturale" di turno propinato dal sito di controinformazione di turno.
In definitiva, diffidate da chiunque sostenga le proprie posizioni tirando in ballo la Natura, un concetto così vasto che può essere utilizzato soltanto dalle persone che non hanno altro con cui riempirsi la bocca.

Daniele Palmieri

Se questo articolo ti è piaciuto, dai un occhio alle mie pubblicazioni.

mercoledì 27 gennaio 2016

Difendere la memoria

 
Nel giorno della giornata della memoria si fanno vivi i negazionisti di tutta Italia.
C'è chi sminuisce i numeri delle vittime (come se 10000 omicidi in meno o in più facessero la differenza su cifre di milioni di morti), chi sostiene che i campi di concentramento fossero "semplici" campi di prigionia (addirittura attrezzati con cinema e piscine), chi "elefoibbe?" eigulag?" (come se il tutto si riducesse a una barbara sfida tra chi ha ucciso di più e chi meno), chi "maMussolinihafattoanchecosebbuone" (come se leggi razziali e rastrellamenti possano essere considerati errori di poco conto), chi arriva addirittura a negare l’esistenza dei campi di sterminio.
Il tutto contro un’EVIDENZA STORICA che è quanto mai lontana dall’essere opinabile.
Non soltanto per i decenni di studi storici, per la mole di documenti conservati (lettere, diari, fotografie), per le mura di filo spinato di Auschwitz, Dachau o della risiera di San Sabba ancora in piedi (insieme ai forni e alle camere a gas, lì dove non sono stati distrutti dai nazisti per nascondere le prove) ma soprattutto per le preziose testimonianze dirette dei superstiti ancora in vita, che hanno vissuto sulla propria pelle gli atroci crimini commessi dai nazi-fascisti e che ancora portano, inciso sul braccio, le cifre identificative con cui i loro aguzzini li avevano marchiati, alla pari di mera carne da macello.
Conservare la loro testimonianza e difenderla dai biechi attacchi dei negazionisti è importante, soprattutto per le generazioni future che presto non avranno più la fortuna di ascoltare le loro testimonianze dirette, visto che gli anni passano e i superstiti sono sempre di meno.
Difendere il loro ricordo è importante non soltanto per conservare la memoria del passato, ma soprattutto per costruire il futuro, per mostrare ai nostri figli e ai figli dei nostri figli a quali orrori possono condurre l’odio, la discriminazione, la follia e l’ignoranza umana quando trovano libero sfogo, senza che nessuno si opponga.
E’ importante tramandare queste testimonianze per ricordargli che odio, discriminazione, violenza e follia sono costanti ancora ben radicate nella storia dell’umanità, fin troppo presenti nell’epoca che stiamo vivendo, e per insegnargli che tutti, nel loro piccolo, devono fare il possibile per combattere questi soprusi. Infatti, se i gerarchi-nazifascisti avevano occhi e orecchie ovunque era perché le persone comuni prestavano i propri occhi e le proprie orecchie alla loro pazzia omicida, salvo poi voltarsi dall’altra parte quando i treni carichi di vittime innocenti partivano dalle stazioni.
 
Daniele Palmieri

sabato 23 gennaio 2016

Difendiamo la famiglia tradizionale! Ma quale?

L'IPOCRISIA DEGLI ATTIVISTI DEL FAMILY DAY



Family Day, una bellissima giornata. Facciamo un ripassino degli esempi pubblici dei personaggi più illustri che parteciperanno a questa manifestazione:

MATTEO SALVINI: Nel 2001 sposa Fabrizia Leluzzi, da cui ha un figlio. Divorzia e va a convivere con Giulia Martinelli, dalla quale ha un altro figlio. Non contento, la tradisce nel 2015 con Elisa Isoardi.
ALESSANDRA MUSSOLINI: Sposata con un uomo... condannato per prostituzione minorile.
PIERFERDINANDO CASINI: Sposa Roberta Lubich, dalla quale ha due figli. Divorzia e sposa Azzurra Caltagirone, dalla quale ha due figli ma da cui si separa nel 2015.
SILVIO BERLUSCONI: Be', parliamone.
DANIELA SANTANCHE': Sposa Paolo Santanché, chirurgo estetico, che lascia per Giovanni Mazzaro salvo mantenere il cognome del primo marito (e forse anche qualche ritocco estetico). Da Giovanni Mazzaro ha un figlio, ma si separa. Attualmente ha una relazione con Alessandro Sallusti.
MARIO ADINOLFI: Si sposa con Elena Banzi a vent'anni, dalla quale ha una figlia, ma si separa e poi divorzia dieci anni dopo. Nel 2013 si sposa PRESSO IL COSMOPOLITAN HOTEL DI LAS VEGAS con Silvia Pardonesi, dalla quale ha un'altra figlia.

Potrei andare avanti all'infinito ma mi fermo qui.
Sia chiaro che questa non è una lista di proscrizione. Ognuno, nella sua vita privata, è libero di fare quello che vuole.Il problema è proprio questo: questi personaggi che si ergono a paladini della famiglia tradizionale vivono come gli pare la loro libertà, impedendo però ad altre famiglie di formarsi.
E ora mi viene il dubbio che in alcuni di quegli uffici con le luci accese qualcuno si stesse divertendo con la segretaria (o il segretario).
Daniele Palmieri

Se questo articolo ti è piaciuto, dai un occhio alle mie pubblicazioni.

sabato 9 gennaio 2016

I negazionisti del riscaldamento globale

Vanilla Magazine ha recentemente pubblicato un articolo (http://www.vanillamagazine.it/images-of-change-la-nasa-pubblica-309-fotografie-dei-cambiamenti-climatici-della-terra/) che riporta alcune foto del sito "Images of Change" della NASA - National Aeronautics and Space Administration. Il sito in questione mette in mostra come il nostro mondo stia cambiando a causa dei cambiamenti climatici. E lo fa mediante i dati raccolti di anno in anno e, soprattutto, le immagini dei satelliti,
Sotto il post pubblicato da Vanilla Magazine, come era possibile immaginare, si è scatenata l'ignoranza della gente sull'argomento, incarnata alla perfezione dal commento più quotato, quello di un certo Marco nello screen qui sotto.




Il commento è esemplificativo dell'atteggiamento comune da parte dei negazionisti del riscaldamento globale: utilizzare la propria esperienza come metro di misura per verificare la veridicità del cambiamento in atto.
"E' vero, questo inverno è stato caldo, ma l'inverno scorso è stato freddo come gli altri, quindi non c'è nessun riscaldamento globale, è solo il clima che si comporta come vuole".
Questo tipo di ragionamento è intrinsecamente fallace. Non tiene in considerazione il fatto che i dati degli studi non si riferiscono a un arco di tempo di 365 giorni, come pensa il nostro caro Marco, ma a rilevazioni ben precise che cominciano, addirittura, dalla seconda metà dell'ottocento (se non prima in base ai documenti storici tramandati). E' chiaro che a un anno di distanza dall'altro il clima potrebbe sembrare quello di sempre, ma le variazioni da considerare sono quelle sul lungo periodo, non certo quelle di due passeggiate in montagna a un anno di distanza l'una dall'altra.
Credo che una mentalità simile affondi le sue radici nella volontà, consapevole o meno, di voler appositamente ignorare il problema. Ammetterlo significa dover cambiare le proprie abitudini quotidiane e le persone sono troppo pigre per farlo. Infatti, in un commento non riportato nello screen Marco dice "Cosa dovremmo fare, muoverci a piedi?".
E' solito dilemma dei commons che ci sta portando allo sfacelo.
Per chi non lo conoscesse, il dilemma dei commons è questo:
diversi contadini condividono lo stesso terreno. Tutti sono interessati a far brucare le proprie pecore per il maggior tempo possibile, affinché possano mangiare più erba e dunque avere più forze per riprodursi, crescere di numero e aumentare i profitti del contadino, visto che più pecore significa più latte, formaggio e lana da vendere.
Tuttavia, se ogni contadino ragiona in questo modo entro poco tempo non ci sarà più erba da brucare, poiché le pecore avranno fatto terra bruciata, calpestando il suolo e mangiando tutta l'erba disponibile in maniera intensiva.
Il problema è che nessuno di loro è disposto a mettere da parte i propri interessi egoistici per preservare il terreno. Infatti, il profitto più alto e a corto termine è percepito come tangibile, alla portata di mano, realizzabile, mentre quello a lungo termine e (apparentemente) meno vantaggioso di preservare il campo per il bene di tutti non viene nemmeno considerato.
In questo modo tutti i contadini finiscono per sfruttare le risorse disponibili finché, dopo pochi anni, l'erba smette di crescere, le pecore muoiono e i profitti sono azzerati.
Una situazione che non è molto diversa da quella che stiamo vivendo, causata dall'egoismo, dall'ignoranza e dalla pigrizia delle persone che non vogliono cambiare il proprio modo di vivere.


Daniele Palmieri

lunedì 28 dicembre 2015

Una città senza automobili: riflessioni sul blocco delle auto a Milano

Il blocco totale delle auto a Milano, un'occasione per vedere un diverso volto della città


Milano con il blocco totale delle auto.
Silenzio, pace e tranquillità. La mobilità in bici è più efficiente almeno del doppio; niente stress, niente traffico, niente clacson, niente tubi di scappamento. Alcune persone si lamentano dicendo che tre giorni di blocco son troppi; io mi lamento perché sono troppo pochi.
Altre si lamentano perché dicono che il blocco delle auto non serve a nulla; ma è davvero così?
Io mi lamento perché la gente non dovrebbe lamentarsi ma approfittarne per prendere la bici per scoprire una città che ha molto da dare e che in giorni come questi ha un volto ancora più splendido.
Capisco le esigenze delle persone che lavorano, soprattutto di quelle che abitano in provincia, in paesi con collegamenti pubblici molto scarsi se non del tutto carenti. Ma non posso credere che il 100% dei lavoratori di Milano si trovi in queste condizioni e non posso giustificare le persone che ritengono l'automobile l'unico mezzo per recarsi al lavoro ma che non fanno nulla né per trovare alternative né per far sì che le cose cambino. Così come non giustifico i residenti che lavorano in città ma che scelgono comunque l'automobile per muoversi.
In questo modo si entra in un circolo vizioso; tutte le persone usano l'automobile e non si sente l'esigenza di creare nuove infrastrutture per permettergli di muoversi diversamente. E parlo sia di nuovo mezzi pubblici sia di piste ciclabili sicure per muoversi in bicicletta (veicolo snobbato da molti, ma ho già parlato in questo articolo dell'efficienza della bicicletta in un raggio di 20 km).
In questo caso però non voglio prendere in considerazione la situazione dei paesi di provincia, ma voglio concentrarmi soltanto sulla città di Milano, per parlarvi della città senza automobili che oggi ho potuto vedere e vivere, partendo da qui per allargare la prospettiva.
Difatti, mi sono bastate soltanto poche ore in bicicletta in giro per le strade deserte per rendermi conto di tutti gli aspetti positivi di una città in cui si vieta la circolazione di veicoli a motore (eccezion fatta per taxi e mezzi pubblici).


Blocco auto a Milano
Punto primo: Meno smog. E' l'aspetto più importante, che ha a che fare con la nostra salute. E' vero, tre giorni di blocco delle auto non servono di certo ad abbassare il livello delle polveri sottili e a migliorare la situazione; ma una settimana, un mese, uno , dieci, vent'anni di blocco delle auto nelle grandi città? Pensate al traffico urbano, ai centinaia di tubi di scappamento che quotidianamente immettono nell'atmosfera polveri sottili per trecentosessantacinque giorni l'anno; tre giorni non fanno la differenza, ed è per questo che bisogna pensare a provvedimenti a lungo termine e non limitarsi a mettere pezze quando l'inquinamento atmosferico raggiunge livelli drastici.
Inoltre, liberare le strade permetterebbe di ampliare gli spazi verdi a disposizione dei cittadini, altro fattore molto importante per migliorare la qualità dell'aria.

Blocco auto a Milano
Punto secondo: Maggiore efficienza dei mezzi pubblici di superficie.
Molte persone usano l'automobile perché ritengono i mezzi pubblici inaffidabili, soprattutto sotto l'aspetto della puntualità. Ma parlando soltanto dei mezzi pubblici di superficie presenti in città, autobus, filobus e tram, si può notare come una delle cause principale dei ritardi sia proprio il traffico causato da chi sceglie di muoversi in automobile. Se non ci fosse il traffico urbano i mezzi di pubblici non correrebbero più il rischio di rimanere imbottigliati e sarebbero molto più veloci ed efficienti. Inoltre, a fronte di un maggiore utilizzo da parte dei cittadini aumenterebbero i fondi da investire in queste reti di trasporto.



Blocco auto a Milano
Punto terzo: Maggiore efficienza della mobilità in bicicletta.
In tanti considerano la bici un semplice veicolo di intrattenimento, con il quale fare la scampagnata domenicale in primavera. In pochi sanno che c'è un traffico silenzioso di ciclisti che si muovono in bici in città per studio e per lavoro. Io lo chiamo "traffico parallelo" e lo vedo ogni volta che mi muovo in città sulle due ruote a pedali. Anche questo tipo di traffico è soggetto a "ingorghi" causati, guarda caso, dal traffico automobilistico. Difatti, in assenza di piste ciclabili noi ciclisti siamo costretti a muoverci in strada, e in quelle vie dove il traffico è denso, così come il numero di macchine parcheggiate, si creano degli ingorghi causati dal poco spazio a nostra disposizione. A meno che non siamo intenzionati a fare strage di specchietti, o se non vogliamo finire schiacciati tra un'automobile in movimento e una parcheggiata, siamo costretti a rallentare di fronte a queste situazioni "a imbuto".
Inutile dire che senza il traffico urbano la viabilità in bici è decisamente maggiore; oggi stesso ho avuto la possibilità di constatarlo con una rilevazione empirica. Cologno Monzese - Milano Centro, circa 14 km che mediamente percorro in 45/50 minuti; senza automobili ne ho impiegati 30 e mi sono potuto muovere liberamente per tutta la città, provando una sensazione di libertà indescrivibile.


Blocco auto a Milano
Punto quarto: Maggiore sicurezza.
Bandire la circolazione delle auto nei grandi centri urbani significherebbe maggiore sicurezza per i pedoni, per i ciclisti e per gli automobilisti stessi. Milano, per fortuna, è una delle città italiane con il minor numero di incidenti stradali, ma è chiaro che questi numeri del 2013 e del 2014 presentati dall'Istat calerebbero drasticamente. Inoltre, se Milano è un'eccellenza, non si può dire lo stesso di molte altre città italiane, dato che nell'ultimo anno si è visto un incremento del 5,4% delle vittime di incidenti stradali nelle metropoli (fonte).


Blocco auto a Milano
Punto quinto: Meno stress.
Il traffico, il trambusto dei clacson e dei tubi di scappamento, gli incidenti evitati per un soffio, i parcheggi introvabili, le manovre sporche degli automobilisti poco prudenti, sono tutti elementi che contribuiscono a stressare sia i guidatori sia ciclisti e pedoni.
Potrebbe sembrare un elemento da poco, ma lo stress è un fattore che incide molto sulla nostra salute psicofisica. 
Come ho accennato a inizio articolo, la Milano senza automobili che ho potuto vivere oggi era una Milano completamente diversa; il silenzio, la quiete quasi assoluta che si respirava per le strade infondeva un senso di tranquillità e benessere che raramente si riesce a vivere tra il caotico traffico quotidiano.


Blocco auto a Milano
Punto sesto: Conoscenza più approfondita della città e aumento dei consumi.
Da quando mi muovo a Milano con i mezzi pubblici, ma soprattutto in bicicletta, ho sviluppato un rapporto più stretto con la città. Un rapporto diretto, che non potrebbe mai svilupparsi da dietro i muri di vetro dell'automobile. Un conto è doversi muovere in città guidando ed essendo costretti a mantenere una concentrazione costante sulla strada, un altro conto è avere la possibilità di osservare il paesaggio intorno a noi dal finestrino di un mezzo pubblico o, ancora meglio, dal sellino di una bicicletta. Pedalando per le vie di Milano ho imparato a conoscere questa città magnifica, ho scoperto angoli nascosti e musei di cui ignoravo l'esistenza, ma soprattutto nuovi negozi, diversi dalle solite grandi catene del centro. Sì, perché questo è un altro grande mito da sfatare: "con il blocco delle auto si riducono i consumi". E' una gran baggianata, basta fare ricorso all'esperienza personale per rendersene conto. Se si prende l'automobile si passa davanti a una serie di negozi che non degniamo nemmeno di uno sguardo. Inoltre, quando si guida in città difficilmente ci si ferma appositamente per visitare un negozio, a meno che quella non fosse già la destinazione di partenza, al contrario di quello che avviene quando ci si muove a piedi o in bicicletta, senza il problema di dover trovare un introvabile parcheggio vicino.


Blocco auto a Milano
Punto settimo: La bellezza.
Se avete guardato con attenzione gli scatti che accompagnavano i punti elencati in precedenza vi sarete accorti di un particolare non da poco: una città senza auto per le strade è dannatamente bella.
Il fattore estetico potrebbe sembrare secondario, ma non lo è affatto. 
L'Italia è uno dei paesi più belli del mondo; siamo la patria dell'arte e della bellezza, ma facciamo di tutto per non valorizzarla. Il traffico urbano è esteticamente orribile, oltre a essere un elemento di disturbo, e non permette alle persone di godersi il vero volto della città, e spesso lo sfregia con l'inquinamento (basti pensare al colore grigiastro del Duomo prima che venisse restaurato). La bellezza estetica di una città senza traffico sarebbe inoltre un richiamo irresistibile per i turisti, nonché un elemento che incrementerebbe il grado di benessere degli abitanti.

Questi sono i principali aspetti positivi del proibire la circolazione delle auto nei grandi centri urbani.
Potrebbero venire in mente una serie di problematiche, soprattutto per i residenti proprietari di un'automobile, che si troverebbero impossibilitati a usarla. A fronte di ciò si dovrebbero porre delle limitazioni al blocco delle auto, permettendo l'utilizzo soltanto ai residenti, ma credo che proprio loro dovrebbero essere i primi ad adottare un diversa mobilità, approfittando dei mezzi pubblici disponibili e delle biciclette. 
Una città senza automobili potrebbe sembrare un'utopia, ma non è così. E' un'idea concreta, realizzabile e necessaria per ridurre la drastica situazione dell'inquinamento ambientale. Solo alle persone troppo pigre per cambiare il proprio stile di vita tutto questo può sembrare irrealizzabile; ma, come ho già scritto in un altro articolo, la pigrizia sta lentamente uccidendo il pianeta, e noi con lui.

Daniele Palmieri

lunedì 21 dicembre 2015

Cattolicesimo in Italia ovvero: la religione del luogo comune


C'è un motivo per cui il Cattolicesimo è la religione più diffusa in Italia, al di là delle diverse peripezie storiche.
Il Cattolicesimo (nella sua declinazione volgare, s'intende) è la religione adottata dagli italiani perché non richiede alcuno sforzo, né intellettuale né spirituale né fisico. Non a caso, chiedendo a quell'86% di cattolici che vivono in italia se credono, la maggior parte delle volte si sentirà dire: "sì, ma non pratico" oppure "sì, ma a modo mio":
Perché questo è il Cattolicesimo in Italia: la religione del luogo comune e del lavaggio della coscienza.
Mentre l'Islam, l'Ebraismo, il Buddhismo e l'Induismo prescrivono determinati stili di vita e di culto, con regole e privazioni da seguire (e che, generalmente, vengono seguite con severità dai fedeli) il Cattolicesimo, benché dotato di un proprio catechismo, lungi dall'applicarlo concretamente lo lascia in balia della casistica. La messa domenicale è frequentata giusto da qualche anziano fedele, in chiesa ci si reca solo per chiedere al Signore un guadagno personale, per il resto della giornata ci si comporta come comanda il proprio istinto, salvo poi lavarsi la coscienza con la confessione - tre ave maria, quattro pater noster ed è tutto a posto. Il Nuovo Testamento, in teoria il Testo Sacro da conoscere alla lettera, è un mero ornamento sul comodino, con la copertina ricoperta dalla polvere e le pagine ancora nuove (e non aggiungo anche il Vecchio, altrimenti la mole del libro paventata sarebbe troppo spaventosa).
Le restanti cerimonie sacre e festività sono soltanto macchiette ormai perpetrate per abitudine o perché conquistate dallo sfrenato consumismo; battesimo, catechismo, cresima, matrimonio in chiesa, passaggi di vita fossilizzati dalla tradizione, a tal punto che pochi cattolici ne conosco il reale significato, ma li perpetrano o per non deludere la famiglia o per appioppare a qualcuno i propri figli al pomeriggio (nel caso del catechismo).
Per non parlare delle festività come il Natale e la Pasqua, ridotte a mere campagne consumistiche per vendere regali, uova di pasqua e lasciare la mancetta alla chiesa o al parroco che deambula per il paese benedicendo casa per casa.
Per il resto della sua vita quotidiana, il Cattolico si comporta esattamente da "persona comune", spesso infrangendo l'unico comandamento dato da Cristo, "ama il prossimo tuo come te stesso", e ridimensionandolo in base alle proprie esigenze, ossia amando soltanto il prossimo che sente proprio simile. 
Difatti, soltanto in alcune occasioni lo spirito del cattolico medio si risveglia, quasi il "fedele" si ricordasse all'improvviso della propria confessione religiosa. Solitamente quando deve difendere il presepe, i canti di natale e il crocifisso nelle scuole, quando deve combattere per l'Italia contro "l'invasione" degli stranieri e quando vuole proibire agli omosessuali di sposarsi e avere una famiglia, tutto in nome di una "Cultura" che nemmeno conosce.
Guarda caso, tutte occasioni in cui vuole far prevaricare la propria morale del luogo comune sulla vita altrui.

Daniele Palmieri

giovedì 17 dicembre 2015

Ripensare la mobilità

Pigrizia e mobilità: come la comodità sta distruggendo il pianeta


Ha fatto molto discutere in questi giorni il blocco del traffico a Milano (ormai revocato) e quello a Roma, ancora attivo.
Premetto che sono consapevole che un semplice blocco del traffico non serva a nulla per migliorare la situazione ambientale; non è fermando la circolazione per due/tre giorni che si risolve il problema dello smog, la cui cappa si crea in mesi e mesi di continui inquinamento.
Tuttavia, credo che misure come queste debbano servire per meditare sugli effetti della nostra mobilità, che da 50/60 anni a questa parte sta avendo effetti devastanti sulla salute del pianeta.
Si è concluso poco tempo fa il vertice sul clima di Parigi, che rispetto al altre facezie di cui si discute quotidianamente è passato in sordina, nonostante da quel vertice dipenderanno le sorti dell'intera umanità (e non è mero catastrofismo, è un dato scientifico; per chi voglia approfondire, consiglio questo articolo); ciò la dice lunga sul menefreghismo comune in merito a una questione d'importanza vitale.
Se pensiamo soltanto al nostro piccolo, i dati sono davvero disastrosi; l'Italia è al primo posto tra i paesi UE per le morti premature a causa dell'inquinamento ambientale (vedere qui). Lo smog a Milano è da 25 giorni superiore ai limite di legge (qui) e, in tutto ciò, le persone ancora se ne fregano di tutto e continuano a lamentarsi pensando ai piccoli problemi del presente senza meditare ai grandi problemi che arriveranno in futuro, se non ci decideremo a cambiare atteggiamento (a dirla tutta, problemi che già ora ci stanno colpendo, basti rileggersi i dati citati in precedenza e il riscaldamento globale che ormai è una terribile realtà).
A fronte di tutto ciò, credo che sia necessario ripensare la mobilità. Le proposte che muovo sono inevitabilmente riguardanti la città di Milano, quella in cui mi sposto quasi quotidianamente e quella che "vivo" da studente e lavoratore.
Per chi abita in città e dintorni, andare a studiare o lavorare a Milano in macchina altro non è se non una questione di pigrizia.
Tutto sommato, la rete di trasporti pubblici è ramificata ed efficiente, sia quella sotterranea sia quella stradale, rete che riesce a collegare tutti i punti della città.
Ma per come vorrei ripensare il concetto di mobilità, la mia proposta è ancora più radicale: la bicicletta. Usare i mezzi pubblici è sempre preferibile rispetto all'usare la propria automobile, ma è pur sempre un rimandare il problema; l'energia che usano è pur sempre derivata da combustibili fossili. La bicicletta, ad ora, è il mezzo di trasporto più efficienti in termine di mobilità ed emissioni.
Con un allenamento discreto (e non certo professionistico) è possibile raggiungere distanze elevate in un buon margine di tempo, senza alcuna emissione dannosa.
Non parlo per partito preso ma per esperienza personale; abito a Cologno Monzese ma studio e lavoro (part time) a Milano; tra il mio paese e il centro ci sono circa 15 km, che copro esattamente in 45/50 minuti di tempo. Se sommo i dieci minuti a piedi per arrivare al capolinea di Cologno Nord, i dieci minuti di tempo per arrivare dalla fermata di Duomo alla Statale in Festa del perdono ai 30 minuti di percorso metropolitano, andare in bici e andare in metropolitana richiede esattamente lo stesso tempo. Oltre a non inquinare, risparmio sul biglietto della metro e, una volta in città, ho una mobilità assoluta, svincolata dai mezzi pubblici.
Oltre all'aspetto ambientale, c'è anche quello personale; il lavoro aerobico (come quello che permette di svolgere una buon biciclettata) permette la prevenzione di malattie cardiovascolari (qui) ed è essenziale per mantenersi in forma.
Quando gli si paventa la possibilità di andare al lavoro in bicicletta, spesso le persone si lamentano dicendo che non hanno tempo da perdere per muoversi in questo modo. In realtà, come detto in precedenza, in un raggio di 15/20 km, a una velocità media di 20 km/h, il discrimine tra il muoversi in bicicletta e in automobile/mezzo pubblico non è molto elevato. Inoltre, l'aspetto ancor più paradossale è che queste stesse persone, la sera, si fanno altri 10 minuti di macchina per chiudersi per un'ora in una palestra (pagando quindi altra benzina e un altro abbonamento) per fare... la cyclette! Andando in bicicletta si risparmia quell'ora di tempo che si dedicherebbe, al rientro dal lavoro, alla palestra, poiché l'andare al lavoro diventa così un'ottima opportunità per mantenersi in forma (senza mettere mano al portafoglio).
E' chiaro che per muoversi in bicicletta occorre un requisito essenziale: le piste ciclabili. Purtroppo in Italia sono male ramificate; per fortuna, per quanto riguarda Cologno e le zone limitrofe, c'è una rete di piste ciclabili ben ramificata, ma so che non è così in molte altre zone d'Italia.
Se la strada da percorrere non è eccessivamente pericolosa, la bicicletta resta comunque un ottimo mezzo; se le piste ciclabili sono invece assenti, limitarsi a prendere la macchina senza dire nulla significa non avere la volontà di cambiare le cose. Se non ci sono piste ciclabili significa che la popolazione non ha interesse a far sì che vengano costruite, e finché (in massa) non ci si lamenterà dell'assenza, le cose resteranno come sono.
Finisco le mie brevi considerazioni spendendo un ultimo elogio della bicicletta; anche in inverno, se non piove o non nevica, nonostante il freddo, preferisco pedalare che chiudermi nei sotterranei della metropolitana. All'arrivo (o al rientro) mi sento molto più felice, più in forma e meno frustrato dallo stress derivante dal caos dei mezzi pubblici. Pedalare richiede una certa fatica, quello è indubitabile; ma credo che la nostra società sta collassando sotto il peso della pigrizia. Facciamo sempre in modo di evitare ogni sforzo, cerchiamo prima di ogni cosa la comodità. Ma la comodità dei sedili delle automobili finirà per ucciderci; distruggerà prima l'ambiente in cui viviamo e poi noi, troppo pigri per cambiare le cose.

Daniele Palmieri

p.s.

Nella foto, la mia amata/odiata (quando foro o si scassa) bicicletta.