domenica 25 aprile 2021

Storia e pratica delle arti magiche


Fin dagli albori della coscienza, l'uomo ha sviluppato la consapevolezza di convivere con un mondo invisibile, che va al di là della grezza sensibilità immediata. Che si dia credito o meno a questa credenza, bisogna ammettere che, oggettivamente, vi è almeno un fatto degno di interesse, ossia che un essere vivente, immerso in un mondo ostile, impegnato in una perpetua lotta per la sopravvivenza, abbia cominciato non solo a credere, ma a basare le proprie azioni, sulla consapevolezza di un mondo-altro, un universo invisibile, un lato nascosto delle cose. Se questo mondo invisibile fosse stato del tutto irrilevante per la vita umana, dal punto di vista evoluzionistico non avrebbe avuto alcun senso il propagarsi di questa idea. Le persone alienate nel mondo nascosto sarebbero dovute soccombere per aver perso la dovuta attenzione nei confronti del mondo materiale. Eppure, così non è stato e, anzi, tutte le culture umane che si sono sviluppate nei millenni a venire hanno sempre sviluppato la consapevolezza - sciamanica, magica, filosofica o religiosa - di un mondo invisibile, degno di interesse tanto teorico quanto pratico.

E' a partire da questa idea che ho sviluppato Storia e pratica delle arti magiche, il mio ultimo saggio appena pubblicato con Libraio Editore, un testo in cui sono confluiti almeno cinque anni di studi, letture e approfondimenti sul tema. In particolare, l'idea motrice del testo è che, anche nello studio storico/antropologico del mondo invisibile, pur mantenendo un atteggiamento critico, non si debba dare per scontata la falsità del mondo invisibile e che per comprendere alcuni sistemi di pensiero ci si debba necessariamente "sporcare le mani", immergendosi in essi e assumendone la prospettiva. D'altronde, già Ernesto de Martino ne Il mondo magico scriveva: "Appena lo studioso si volge al mondo magico nell'intento di penetrarne il segreto, subito si imbatte in un problema pregiudiziale dal quale dipende in sostanza l'orientamento e il destino della ricerca: il problema dei poteri magici. Ordinariamente tale problema viene eluso con molta disinvoltura, in quanto si assume come ovvio presupposto che le pretese magiche siano tutte irreali e che le pratiche magiche siano tutte destinate all'insuccesso" (E. De Martino, Il Mondo Magico, Bollati Boringhieri, p. 9).

Perciò, quando si trattano certi temi, bisogna riuscire a compiere lo sforzo logico di mettere in dubbio "l'ovvio presupposto" della irrealtà del mondo invisibile. Il che non vuol dire nemmeno sposarne acriticamente la veridicità, ma analizzare le teorie e le pratiche che lo vedono coinvolto evitando lo sguardo di superiorità tipico della civiltà presente, che bolla tutto ciò che esula dal pensiero materialista come una superstizione superata.

Durante i lunghi anni di letture, ho constatato che questa spaccatura risulta essere ancor più marcata quando si tratta del pensiero magico. La letteratura sul tema abbonda e, anzi, è difficile diramarsi nella miriade di scritti sul tema. Eppure, almeno negli ultimi duecento anni, questo vasto corpus letterario si è come polarizzato in due parti: da un lato, testi storici, critici, antropologici e accademici estremamente dettagliati che, tuttavia, mantengono sempre la visione "esterna", senza entrare nel dettaglio della pratica magica per paura di mettere in discussione "l'ovvio presupposto" di cui parla De Martino; e, dall'altro, testi esclusivamente pratici, ora di alta ora di bassa magia, che si limitano a descrivere la pratica senza tuttavia la cognizione storico-critica tipica degli studi accademici che, lungi da essere un vezzo da studioso, risultano fondamentali per mantenere lontana la superstizione e tenere vivo lo spirito critico. 


Storia e pratica delle arti magiche nasce con l'intento di cercare di colmare questa spaccatura. Il libro non vuole essere né solo un trattato storico né solo un testo pratico, ma superando la dicotomia delle due polarità, ho cercato di descrivere l'evoluzione storica della magia con la consapevolezza che essa sia inseparabile dallo studio e dalla comprensione della pratica. Fin dalle sue prime apparizioni, infatti, la magia si contraddistingue da altre forme di "conoscenza dell'invisibile" per il suo essere una "scienza pratica dell'invisibile"  e comprenderne lo sviluppo storico significa, necessariamente, studiarne tanto la teoria quanto l'insieme di riti e pratiche che tramandate ed evolutesi dal mondo primitivo a oggi.

Nel testo, dunque, analizzo le principali "fasi" dello sviluppo della magia in occidente, rintracciando il filo rosso che lega lo sciamanesimo, la teurgia e la goezia greca e romana, la magia medievale e rinascimentale e lo sviluppo della Magia Salomonica, fino ad arrivare alle forme di magia moderna e contemporanea dei circoli massonico/iniziatici, di Mesmer, Levi, della Teosofia, della Golden Dawn, della Wicca e della Chaos Magick. In questa analisi, ho cercato di mostrare come la magia non sia stata un semplice "corpo estraneo" nello sviluppo del pensiero occidentale ma, anzi, uno dei motori che, in un costante rapporto dialettico con la religione, con la teologia e con la filosofia, ne ha contribuito allo sviluppo - tanto filosofico quanto artistico, culturale e perfino scientifico, spesso facendo da collante tra l'alta cultura colta e la bassa cultura popolare. E, soprattutto, ho cercato di illustrare come, a fronte di una molteplicità di percorsi, vi siano sempre stati dei punti fermi che hanno contribuito allo sviluppo del pensiero magico che, lungi dall'essere un pensiero grezzo, superstizioso e primitivo, si è manifestato come un sofisticato sistema culturale il cui fine era quello di "cartografare" il mondo invisibile per conoscerlo, comprenderne le forze e capire come influenzarle.


In particolare, a fronte delle molteplici prospettive, i punti cardine del pensiero magico, che ritornano in ogni secolo, sono:

1) L'idea dell'esistenza di un "lato nascosto delle cose"

2) L'idea che questo mondo invisibile si compenetri con la realtà visibile

3) L'idea che tale compenetrazione sia possibile poiché materia, tempo e spazio non sono forme immobili, ma fluide, affini alla natura spirituale del mondo invisibile e soltanto più "densi" di essa

5) L'idea che sia possibile sviluppare dei sensi sottili per vedere e conoscere la realtà sottile

5) L'idea che l'universo invisibile sia strutturato come una ragnatela, intrinsecamente connessa in ogni sua parte

6) L'idea che il lato nascosto delle cose, oltre a essere percorso da "forze intangibili", simili alle forze elementali della natura, sia popolato da altre forme di intelligenza

7) L'idea che la conoscenza di tale ragnatela di connessioni permetta al mago di influenzarne la vibrazione, agendo così "a distanza" su ogni parte di essa

8) L'idea che sia possibile entrare in contatto anche con le intelligenze, o entità, che popolano il mondo invisibile

9) L'idea che l'intero macrocosmo magico sia strutturato gerarchicamente e che tale gerarchia si manifesti attraverso i fili della ragnatela che collegano ogni parte

10) L'idea che l'uomo sia un "punto d'incontro", un crocicchio in cui si intersecano mondo invisibile e mondo visibile, e che nella sua anima siano nascosti poteri latenti che la conoscenza, il rito e la pratica magica possono portare alla luce per riconnetterlo al reame nascosto. 

In Storia e pratica delle arti magiche vado dunque ad analizzare come, nei diversi secoli, il pensiero magico abbia sviluppato questi principi e come, a partire da essi, abbia sviluppato concezioni estremamente sofisticate del tempo, dello spazio, della coscienza umana, del ruolo dell'uomo nell'universo, dell'esistenza di realtà parallele e di intelligenze ed entità cosmiche, portando il pensiero umano ai confini della conoscenza e costringendolo così a infrangere le barriere logiche e razionali che, spesso, lo ingabbiano nell'accettare la realtà così come gli si presenta, senza nemmeno sospettare che, citando Girolamo Cardano "la più grande parte di ciò che conosciamo corrisponde alla più piccola parte di ciò che ignoriamo" (Girolamo Cardano, Il Libro dei Segreti, Mimesis Edizioni).


Per chi volesse gettare un primo sguardo all'interno del testo allego, sotto, l'indice del libro:

Indice


Capitolo I
Per un nuovo mattino dei maghi

Capitolo II
Teoria e pratica della magia
L'essenza della magia
L'essenza del mago

Capitolo III
Oltre il velo della materia
Lo sciamanesimo: la via del sogno e dell'estasi

Capitolo IV
Spazio sacro e tempo sacro
La circoscrizione dello spazio sacro
Il fluire del tempo
Flusso delle stagioni, solstizi, equinozi
Le sfere celesti e lo zodiaco
Le ore e i giorni magici
Le energie planetarie

Capitolo V
Le entità del mondo invisibile
La catena occulta dell'essere
Anime dei morti
Spiriti di Natura
Angeli e Demoni
Il Dio/Uno
L'uomo: microcosmo e macrocosmo

Capitolo VI
L'esercizio dello magia: le pratiche di potere
L'evoluzione della pratica magica
Gli strumenti del mago
Ligature, incantesimi e linguaggio magico
Le pratiche di Goezia
Le defixiones
I simulacri di cera e argilla
Il Sabba
Le evocazioni demoniache
Le pratiche di Teurgia
Teurgia onirica
Dèi e Spiriti Planetari
Le invocazioni angeliche
I Talismani

Capitolo VII
La magia moderna e contemporanea
La magia e le nuove divinità planetarie
Il potere magico della Volontà e del Pensiero
Franz Anton Mesmer, Eliphas Levi e il potere della Volontà
Gli Eggregori o Forme Pensiero
Lo sviluppo dei poteri psichici: Charles Leadbeater e Franz Bardon
William Atkinson e le tecniche di autosuggestione
Il mondo magico della Golden Dawn
Il magico potere della letteratura
La resurrezione del Dio Pan
Il contatto con le entità cosmiche
Blackwood, Crowley, Dion Fortune e le tecniche di autodifesa magica
Prospettive contemporanee
La Wicca
La Chaos Magick
Epilogo: La scomparsa del mondo invisibile


Storia e pratica delle arti magiche, Daniele Palmieri, Libraio Editore


Daniele Palmieri

martedì 23 marzo 2021

Il fascino del libro proibito: grimori e testi magici nel XVI secolo


A circa un mese di distanza dalla pubblicazione dei primi due approfondimenti sulla realtà che si nasconde dietro la narrazione de Il gatto, il mago e l'inquisitore (mio ultimo romanzo uscito a Gennaio per Magazzini Salani), continuo ora la serie con un approfondimento su uno degli aspetti più importanti del romanzo: i libri di magia.

A più riprese, nel libro, Agrippa e Asmodeo si trovano a citare o a ricercare alcuni libri magici attribuiti a Salomone: La Chiave di Salomone, il Lemegeton, l'Ars Notoria, l'Ars Paulina, il Testamento di Salomone. Tutti i testi citati sono reali e figurano tra i libri di magia più diffusi e ricercati nel XVI secolo, da ogni fascia della società: studiosi, bibliofili, maghi, streghe, stregoni ma anche frati, preti, inquisitori e perfino mercanti, contadini, villici e analfabeti. Nessuno era immune dal "vizio" della magia e i cosiddetti libri proibiti esercitavano un fascino irresistibile, anche a fronte degli innumerevoli rischi che si correva nel possederli. Paradossalmente, è proprio il secolo dell'inasprirsi delle persecuzioni inquisitoriali a coincidere con la massima diffusione di questo tipo di testi. La cosa non deve sorprendere - l'inquisizione aveva creato un circolo vizioso per il quale un libro diveniva ancor più ricercato proprio poiché proibito. Come scrive Federico Barbierato nel saggio Nella stanza dei circoli, dedicato alla diffusione dei manoscritti magici nel mondo occidentale, l'edizione aggiornata dell'Indice dei Libri Proibiti era attesa non soltanto dagli inquisitori, ma soprattutto dai librai consapevoli che i nuovi testi messi all'indice sarebbero stati quelli più richiesti. 

D'altro canto, il XVI secolo è l'epoca in cui l'oggetto libro vive un momento di rinnovato splendore. E' in quest'epoca che iniziano a diffondersi le nuove tecnologie legate ai processi di stampa e, soprattutto, è in questo secolo che, grazie all'opera avveniristica di Aldo Manuzio, editore e stampatore veneziano, il libro assume la veste grafica e il formato con cui lo conosciamo oggi. E' infatti abbandonando i grandi manoscritti tipici della cultura medievale che Aldo Manuzio "inventa" il libro "portatile", antenato dei moderni tascabili, stimolando l'intera produzione europea a muoversi in questa direzione e rivoluzionando il desiderio di bibliofili, lettori e collezionisti, trasformando il libro in un vero e proprio oggetto di culto.

Il mercato dei libri magici non è immune a questo rinnovato interesse - benché esso, per una serie di proibizioni religiose e politiche, rimarrà per secoli relegato alla diffusione manoscritta. Non era vietato soltanto il possesso dei libri proibiti, ma anche la loro produzione a mezzo stampa - e gravi pene spettavano alle stamperie ree di aver prodotto libri proibiti. Tuttavia, questo divieto non fermerà la diffusione dei libri magici ma, anzi, stimolerà la fantasia e la creatività tanto dei librai quanto dei lettori, creando un vero e proprio mercato parallelo, ricco di espedienti geniali e creativi. Come racconta Federico Barbierato, spesso i libri proibiti venivano nascosti all'interno di altri testi, cambiando copertina, frontespizio e le prime e ultime pagine del testo (quelle più controllate da inquisitori e doganieri). Alcune librerie mettevano a disposizione a pochi, fedeli, lettori, la possibilità di ricopiare - previo pagamento - i manoscritti magici in loro possesso. I lettori potevano anche scegliere di ricopiare esclusivamente le parti a cui erano interessati, per ridurre le spese, e proprio questa forma di diffusione manoscritta diede vita a una molteplicità di testi magici che circolavano su tutto il territorio europeo, spesso anche all'interno di Monasteri, Chiese, Chiostri e Università. 

Ogni manoscritto era come un seme, che cresceva creando un reticolo di tronchi, radici e rami ad ogni nuova ricopiatura. Nuovi libri nascevano anche dalla fusione di differenti manoscritti. La possibilità di poter ricopiare soltanto una parte del testo dipendeva dal carattere stesso dei manoscritti magici e del loro contenuto di formule, riti, scongiuri, evocazioni, invocazioni volte alle più disparate finalità. Ciascun lettore si trovava a ricopiare, da più testi differenti, soltanto le parti a lui più funzionali. Nacquero così i cosiddetti "grimori", manoscritti magici, redatti dagli stessi studiosi di arti magiche, contenenti le formule e i riti scelti, scoperti e sperimentati dal mago. In questi scritti convivono due esigenze fondamentali: l'esigenza di descrivere, nel minimo dettaglio, ogni fase, elemento e componente del rituale, e la necessità di essere sintetici sia per moderare i costi, sia perché il grimorio doveva essere piccolo, portatile, tascabile, facilmente nascondibile. Spesso il grimorio stesso diventava un oggetto magico, come testimoniano numerosi processi inquisitoriali (si veda ad esempio il libro Streghe, maghi e sortileghi in terra d'Abruzzo, di Romano Canosa e Isabella Colonnello) in cui gli inquisiti erano stati trovati in possesso di piccoli libri o pergamene, contenenti orazioni, preghiere e scongiuri, portati addosso (al collo o in tasca) come veri e propri talismani. 

D'altronde, ne La Chiave di Salomone il grimorio viene descritto come uno degli strumenti più potenti del mago e la sua stessa produzione diviene un vero e proprio rituale magico. "Fai un piccolo Libro" si legge nel testo "che contenga le Orazioni e le Preghiere per tutte le Esperienze, i Nomi degli Angeli in forma di Litanie e i loro Sigilli e Caratteri. Fattolo, consacralo a Dio e agli Spiriti puri nel modo seguente. In luogo acconcio, disporrai un tavolo coperto d'un drappo di seta fine, sul quale disporrai il Libro aperto alla prima pagina, su cui avrai tracciato il Grande Pentacolo; e dopo aver accesa una lampada che sospenderai sul centro del tavolo anzidetto, circonderai il tavolo con una cortina bianca, come una tenda. Indosserai i sacri paramenti e, genuflesso, reciterai sul Libro, con grande umiltà, la seguente Orazione: ADONAI, ELOHIM, EL, EHEIEH ASHER EHEIEH, Principe dei Principi, Esistenza delle Esistenze, abbi pietà di me: volgi gli occhi al Tuo servo che Ti invoca devotissimamente e Ti supplica per il Tuo Santo e Tremendo Nome TETRAGRAMMATON perché Tu gli sia propizio e ordini ai Tuoi Angeli e Spiriti delle Stelle, o voi Angeli e Spiriti Elementali, o voi Spiriti presenti di fronte al Volto di Dio, io, Ministro e servo fedele dell'Altissimo vi invoco: che Dio stesso, Esistenza delle Esistenze, vi convochi in questo luogo a presenziare a questa operazione che io, con grande umiltà, ho intrapreso. Amen. Dopo di ciò, effonderai incenso dell'aroma appropriato al Giorno e all'ora del Pianeta. E richiuderai il Libro sul tavolo [...] badando che la lampada sia sempre accesa durante tutta l'operazione e chiuderai la cortina. Ripeterai il rito per sette giorni" (La Chiave di Salomone, a cura di Sebastiano Fusco, Venexia, pp. 217-218).


A fronte di questa consacrazione, il grimorio diviene per il mago un vero e proprio strumento teurgico e uno strumento cerimoniale di fondamentale importanza, alla stregua della spada, della bacchetta o del pugnale, che deve sempre accompagnare il praticante durante i suoi riti. Da ciò il fascino esercitato dai libri di magia che, presto, vengono ritenuti fonte di potere non solo per le informazioni in essi contenute, ma per le virtù magiche intrinseche all'oggetto in sé.

Come accennato in precedenza, questa "generazione spontanea" di manoscritti trascritti a partire da altri libri porterà a un corpus magico molto variegato, spesso contraddittorio, un vero e proprio incubo per i filologi ma allo stesso tempo un inno alla creatività umana. Tuttavia, alcuni testi erano ritenuti così importanti che, a fronte delle numerose variazioni, furono però tramandati e trascritti con una certa omogeneità. Da qui i testi magici più importanti della tradizione occidentale come La Chiave di Salomone, contenente la descrizione dell'armamentario del mago e dei riti per consacrarlo, nonché le immagini dei sigilli planetari; il Lemegeton, affascinante quanto tenebroso manoscritti magico contenente i nomi e i sigilli dei 72 demoni infernali; l'Ars Notoria, affine al Lemegeton, ma contenente anche i nomi e i sigilli degli Angeli; l'Ars Paulina e l'Artem Novem, i testi più ricercati dagli studenti, che contengono una serie di sigilli e orazioni per amplificare le proprie conoscenze di materie all'epoca universitarie come Matematica, Retorica, Geometria etc.; il Sesto e il Settimo libro di Mosé, trattato contenente i nomi e i sigilli degli Spiriti Elementali, nonché uno dei pochi manoscritti magici attribuiti a Mosé e non al più inflazionato Salomone; La magia sacra di Abramelin il Mago, testo di tradizione cabalistica; l'Arbatel, una delle più profonde testimonianze della magia cristiana, legato al potere dei Sette Spiriti Planetari.


Molti di questi testi passarono tra le mani dello stesso Agrippa e furono la fonte del suo De Occulta Philosophia, testo che potremmo in parte considerare come il grimorio personale di Agrippa ma che, a differenza di altri grimori, possiede anche un contenuto filosofico, teologico ed esoterico molto più profondo. Il De Occulta Philosophia fu un testo rivoluzionario nella vasta produzione letteraria di testi magici; Agrippa, infatti, non solo ebbe il coraggio di uscire dalla produzione manoscritta clandestina, dando il libro alle stampe anche a rischio di incorrere nell'ira dell'inquisizione (rischio poi concretizzato) ma, per la prima volta, compendiò le conoscenze magiche dall'antichità alla sua epoca in uno scritto unico e coerente, dando dignità filosofica alla produzione disomogenea di scritti magici. 

A differenza dei classici grimori, infatti, il De Occulta Philosophia possiede un impianto estremamente logico e filosofico. Non è una semplice miscellanea di conoscenze, ma un trattato che descrive un percorso iniziatico all'interno dell'arte magica che parte dalla magia naturale, legata agli elementi e al mondo terreno (primo libro), passa per la magia celeste, legata agli influssi astrologici dei pianeti e delle stelle fisse (secondo libro) e approda alla magia cerimoniale, legata alle entità mediane tra uomo e divino (terzo libro). Il tutto inserito in una cornice di pensiero che attinge alla filosofia neoplatonica, alla cabala, alla mistica cristiana ma anche al pensiero arabo/musulmano, a dimostrazione della vastità di conoscenze ma anche ampie vedute di pensiero di Agrippa.

Il grande impatto del testo all'interno del mondo magico è testimoniato dal fatto che, presto, il nome di Agrippa verrà legato, come quello di Salomone, a una serie di grimori apocrifi ispirati alla sua opera, già a pochi anni dalla sua scomparsa, nel 1535. E' già Wier, ad esempio, suo più grande e affezionato discepolo, a lamentarsi del fatto che i librai vendevano i tre libri della De Occulta Philosophia insieme a un presunto "quarto libro", attribuito ad Agrippa, ma in realtà redatto da qualche imitatore sull'onda del successo del mago tedesco.

A conclusione di questo lungo articolo, vorrei porre l'attenzione su un particolare spesso dimenticato della storia del libro. Spesso, quando si pensa ai libri proibiti e alla loro storia travagliata, vengono subito in mente i grandi roghi, i divieti, le proibizioni e le censure. Eppure, per una volta vorrei soffermarmi sul fatto che l'ampia varietà di libri proibiti giunti fino a noi dai secoli passati dimostra come le fiamme dell'inquisizioni e le forbici dei censori non furono mai in grado di fermare la curiosità del lettori e, a conti fatti, si sono dimostrate più numerose le persone volenterose di leggere e diffondere un libro, piuttosto che di bruciarlo.


Daniele Palmieri


Immagini: Libro di San Cipriano, Wikimedia Commons

De Occulta Philosophia, Internet Archive

domenica 14 marzo 2021

Marco Maculotti: Carcosa svelata. Esoterismo, filosofia e folklore in True Detective


Sono ormai passati 7 anni dalla data di uscita della prima stagione di True Detective, serie antologica ideata e creata da Nic Pizzolato, scrittore e sceneggiatore americano. Negli ultimi anni, con il boom della serialità televisiva, alcune opere sono state in grado di sfruttare a pieno le potenzialità di questo mezzo espressivo che, rispetto alla durata ristretta del film, permette di approfondire in maniera più dettagliata la vita e la psicologia dei personaggi, oltre a creare un universo narrativo decisamente più grande e complesso. A distanza di sette anni, reputo la prima stagione di True Detective non solo una delle serie tv, ma soprattutto una delle opere artistiche più profonde del XXI secolo. In essa Pizzolato è riuscito a fondere gli archetipi, la mistica e il folklore dei tempi antichi con la filosofia, il pessimismo e la civiltà del mondo contemporaneo, regalando così allo spettatore una storia che, pur essendo ambientata ai giorni nostri, è in grado di situarsi al di là del tempo e dello spazio, parlando alla parte dell'anima svincolata dal divenire storico - caratteristica dei più grandi classici. 
Anche chi è a digiuno di studi esoterici, religiosi e folklorici avrà colto i numerosi simbolismi, alcuni palesi e altri più nascosti, dietro alla prima stagione di True Detective; per chi volesse approfondire la questione, è finalmente uscito, in Italia, con le edizioni Mimesis, un libro che riesce a rendere merito alla profondità dell'opera di Pizzolato, con un'analisi critica altrettanto complessa: Carcosa svelata. Appunti per una lettura esoterica di True Detective di Marco Maculotti, fondatore e rettore della rivista online Axis Mundi.
In Carcosa svelata, Marco Maculotti analizza le molteplici fonti a cui Nic Pizzolato ha attinto per creare l'universo narrativo e i protagonisti di True Detective, dal legame con analoghi casi di attualità, passando per il simbolismo panico, arcaico e sciamanico che pervade l'intera opera fino ad arrivare alla filosofia di Cioran, Ligotti, Nietzsche e alla letteratura di Lovecraft, Chambers e Machen di cui l'opera è imbevuta. Se già a una prima visione della serie non si può che rimanere toccati dalla profondità della storia, una volta approfondite le molteplici radici che ne hanno permesso lo sviluppo non si può che rimanere meravigliati dal modo in cui Pizzolato è riuscito a dar vita a così tante suggestioni. Ilrisultato è la consapevolezza di trovarsi di fronte a un'opera unica nel suo genere, il cui potere, come scrive Maculotti, risiede più nel non detto che in ciò che è esplicito, e nello "sfruttare più le atmosfere create e i simbolismi sapientemente velati che non quello che accade effettivamente, a livello di azione, nei suoi frangenti narrativi" (Marco Maculotti, Carcosa Svelata. Appunti per una lettura esoterica di True Detective, Mimesis, p. 13).
La trama di base della storia è semplice; come, d'altronde, è semplice l'intreccio di ogni storia archetipica. Due detective, Rustin "Rust" Cohle (interpretato da un superbo Matthew MacConaughey) e Martin Hart (un altrettanto bravo Woody Harrelson) si trovano a indagare su una serie di omicidi rituali nelle atmosfere sinistre, degradate e decadenti della Louisiana; le loro indagini, a fronte dei numerosi tentativi di depistaggio, porteranno alla luce una setta, la cosiddetta "Setta della Palude", dedita a sacrifici rituali, atti di pedofilia e infanticidio, e cerimonie blasfeme del tutto affini al "Sabba" delle streghe, riuniti attorno al culto di una figura misteriosa, perturbante ed enigmatica chiamata Il Re Giallo.
Se la trama di per sé è abbastanza lineare, intricata è invece la narrazione. La perenne ricerca dei due detective avviene su due piani temporali distinti, il 1995 e il 2012, e a dar voce alla narrazione sono i due protagonisti della storia, con le loro differenti prospettive, Rust e Martin appunto, interrogati da due agenti di polizia che a loro volta si trovano a dover indagare su un caso che si pensava essere risolto. 
Come sottolinea Maculotti, la potenza della storia risiede nell'attingere all'immaginario collettivo sia dei simboli sia delle paure archetipiche dell'uomo, senza però mai cadere nel grottesco e nel banale proprio per la capacità di Pizzolato - affine a quella di Lovecraft e di altri maestri del gotico - di non mettere mai in mostra direttamente l'orrore, ma di celarlo e alludere a esso, rendendolo così ancora più inquietante.
Non potendo analizzare nell'articolo tutte le sfumature e i punti di forza di True Detective, nonché le numerose fonti che Maculotti riporta alla luce, ci focalizzeremo sui due protagonisti principali e sul simbolismo a essi correlato: Errol Childress (Glenn Fleshler) e Rust Cohle. Prima di iniziare la trattazione, si avvisa il lettore che le righe successive saranno ricche di spoiler sui dettagli principali della trama.
Errol Childress rappresenta "L'Orco" della storia - benché egli non sia l'unico "cattivo", come sottolinea Maculotti, egli incarna su di sé tutte le caratteristiche più nefaste del villain ma anche un simbolismo arcaico e panico, che lo riveste di una potente carica simbolica. E' probabile che egli non fosse realmente a capo della Setta della Palude, le cui influenze, come si intuisce nel corso della narrazione, si estendono fino ad alte cariche dello stato, della finanza e della chiesa; eppure, la sua inquietante "Carcosa", casa diroccata, abbandonata nel bosco, in mezzo a rovine di un antico forte forse di natura militare, che egli ha tramutato in un labirinto simile a quello di Cnosso, assume tutti gli aspetti di un templio fatto di "vecchie pietre nel bosco" in cui i membri si ritrovavano a "venerare il demonio" e la sua figura assurge a quella di ierofante, iniziatore e custode. Basti pensare ai minuti da brividi dell'ultima puntata della stagione, in cui Rust viene letteralmente guidato all'interno del templio/labirinto dalla voce profonda, inquietante, misteriosa ma anche affascinante (nel senso magico del termine) di Childress, fino ad arrivare al centro di esso, dove, di fronte all'idolo/fantoccio del Re Giallo avrà una vera e propria visione cosmica, preliminare allo scontro con lo stesso Childress - che assume tutti gli aspetti di una battaglia tra Teseo e il Minotauro. Benché, dunque, Childress sia uno spostato, psicopatico, senza alcuna influenza politica e sociale, egli tuttavia viene elevato a figura di spicco della Setta della Palude proprio in virtù della potente carica simbolica che egli emana e dal fatto che egli si trova ai margini della società - e dunque a stretto contatto con le forze primordiali, oscure e misteriose dell'essere.
Scrive Maculotti in Carcosa Svelata: "Il primo aspetto di interesse da menzionare riguardo a Childress è la notevole somiglianza che si può riscontrare tra il suo identikit e la simbologia tradizionale del Green Man, figura leggendaria della tradizione europea personificante la forza del potere germogliante vegetale e della natura selvaggia e panica. L'identikit di Childress lo ritrae esattamente come una copia funzionale di queste figure del mito e del folklore: orecchie verdi e foglie ne decorano il viso [...]. Tutto il suo volto appare come trasfigurato da una sorta di cascata vegetale, fiori o frutti sembrano ornare il suo capo, in ciò denotando anche una certa impronta dionisiaca [...]. L'aspetto fisico di Childress lo ricollega anche allo stereotipo morfologico dell'Uomo Selvatico" (Marco Maculotti, Carcosa Svelata. Appunti per una lettura esoterica di True Detective, Mimesis, pp. 44-45).
Per certi versi, Childress rappresenta lo specchio nero in cui Rust vede riflessa la sua ombra. Benché sia apparentemente semplice delineare, all'interno della narrazione, la linea che separa i "buoni" dai "cattivi", uno degli aspetti più affascinanti della serie è che nessun personaggio è esente da ombre - ciascuna delle quali ne caratterizza la profondità psicologica. Rust stesso ne è consapevole quando, a un certo punto, dice a Hart che loro non sono altro che cattivi assoldati per fermare persone più cattive di loro. La perenne ricerca dell'Orco, nel corso dei 17 anni di indagine, diviene una metafora del continuo tentativo, da parte di Rust, di comprendere quella parte oscura, malefica e ctonia che si nasconde tanto nell'anima quanto nel cosmo. Mentre Hart rappresenta l'aiutante "sempliciotto" - ma non per questo inattaccabile dal medesimo male - che cerca di dominare o nascondere questa oscurità, Rust la persegue per lunghi anni di ricerca - per lui diviene una vera e propria ossessione che, proprio perché lucida e consapevole, lo porterà a essere emarginato sia dalla società sia dai suoi affetti. Egli ne è talmente affascinato che, nella parte centrale della storia, inizia a sorgere il dubbio, nello spettatore, che il tutto si risolverà con lo scontato colpo di scena - suggerito peraltro dai due detective che si trovano a indagare sui protagonisti - per il quale tutte le indagini siano state depistata da Rust, vero responsabili degli orrendi crimini che lo circondano. Alla fine, per fortuna, il cliché non viene seguito da Pizzolato, la cui genialità narrativa è tale da rendere il "mancato colpo di scena" il vero colpo di scena, poiché la realtà dietro il fascino morboso che Rust prova nei confronti dell'indagine è ancora più profonda. Come ben analizza Marco Maculotti in Carcosa Svelata, benché Rust si professi costantemente ateo, razionalista e realista/pessimista, egli è il personaggio più mistico e spirituale all'interno della storia. Il suo razionalismo, infatti, è molto simile al pessimismo di Cioran, una sorta di pessimismo spirituale che, da un lato, nega l'idea di una provvidenza e una sopravvivenza ultraterrena, così come critica ogni forma di dogmatismo religioso spicciolo e superficiale, ma dall'altro non trova alcuna consolazione nel mondo, il quale anzi suscita una volontà di voler fuggire da esso, come se non fosse altro che un'immensa trappola da cui però, una volta negata la possibilità di un'esistenza metafisica, sembra non esservi alcuna via di uscita. Da qui il sentimento costante, più spesso citato nei "sermoni" di Rust, di essere schiacciati dall'immensa macchina del Tempo, un mostro divoratore dei suoi figli, come Crono. "Il Tempo è un cerchio piatto" dice Rust in uno dei momenti più alti della narrazione "tutto quello che facciamo lo rifaremo ancora, e ancora, e ancora, per sempre"; e, ancora, in un altro passo: "La nostra vita si ripropone ciclicamente come dei kart su una pista. Tutto quello che è al di li fuori della nostra dimensione è eternità. L'eternità ci osserva dall'alto. Ora per noi è una sfera, ma per loro è un cerchio. Nell'eternità dove il tempo non esiste, niente può crescere, niente può divenire, niente cambia. Quindi la morte ha creato il tempo per far crescere le cose che lei ucciderà e ognuno poi rinasce ma sempre nella stessa vita in cui è vissuto in precedenza. Nessuno è in grado di ricordare la propria vita. Nessuno può cambiare la propria vita e questo è il terribile segreto della vita stessa. Siamo in trappola, come in incubo, dal quale continuiamo a svegliaci". 
Il suo pensiero, la sua concezione del tempo e dello spazio, lo rendono affine agli gnostici o ai contemplativi della cosiddetta "mistica tenebra", ma questa sua evoluzione spirituale è strettamente legata alla sua indagine e al suo studio, seppur dall'esterno, della Setta della Palude. Egli, nella storia, sembra assumere i tratti e le caratteristiche dello sciamano che, per conoscere la realtà, entra in contatto con tutto ciò che la società considera tabù, divenendo egli stesso un "tabù" per gli altri, per poi scendere nel regno degli inferi, non per unirsi con esso, ma per ricercare la luce nella tenebra. 
Rust si sente ingabbiato nella sua esistenza terrena, cerca una via di fuga dal degrado e dal male del mondo; eppure, è come se entrando in contatto con il Male della Setta della Palude abbia scorto, per un attimo, l'esistenza di uno squarcio verso l'eternità - che passa proprio attraverso la comprensione del Male Metafisico della setta.,
Il confronto a distanza tra Rust e Childress, con il quale peraltro egli entra in contatto solo due volte nel corso della storia - e solo nella seconda, alla fine della puntata, con la consapevolezza della sua reale identità - assume tutti gli aspetti del rapporto tra il mistico e il "Dio Ignoto". Non a caso, sempre nella scena iniziatica del conflitto finale tra Rust e Childress, questi lo chiama "piccolo prete", e gli sussurra, da lontano, che è un'esperienza terribile finire nelle mani del Dio Vivente.
Childress diviene dunque per Rust una figura ambivalente; da un lato è il suo guardiana della soglia, eterno nemico. Ma dall'altro, o forse proprio per questo, ne è anche lo psicopompo nel mondo infero, che, con la ferita quasi mortale che gli infligge, lo conduce nel mondo ctonio rivelandogli cosa si nasconde nell'al di là, al sussurro inquietante della frase: Take off your mask (citazione, tra l'altro, del Re Giallo di Chambers). "Questa rivelazione" scrive Maculotti "trova il suo compimento nella conclusiva ascesa da parte di Cohle al mondo atemporale: una volta risvegliatosi dal coma egli appare finalmente liberato, come se l'esperienza vissuta nell'Oltremondo cosmico ne abbia mutato il destino, liberandolo una volta per tutte dalle maledizioni croniche del mondo samsarico, in cui continua a vivere sebbene ontologicamente non ne faccia più parte, alla maniera dei risvegliati delle tradizioni orientali" (Marco Maculotti, Carcosa Svelata. Appunti per una lettura esoterica di True Detective, Mimesis, p. 184).
In conclusione, consiglio la lettura di Carcosa Svelata non solo a tutti coloro che desiderano comprendere il profondo simbolismo che si nasconde dietro la narrazione dell'opera di Pizzolato, ma anche a coloro che, pur non avendo visto la serie, desiderano un'ampia e dettagliata panoramica sulla filosofia pessimistica di autori come Cioran e Ligotti, sulla letteratura gotica e fantastica di Chambers, Lovecraft, Machen e Bierce, nonché sulla mitologia "oscura" a essa connessa che, dai culti arcaici del mondo greco, passando per la simbologia del sabba medievale e rinascimentale, è giunta fino a noi in alcuni inquietanti casi di cronaca nera e politica tanto del '900 quanto dell'epoca contemporanea. Menzione d'onore anche alle splendide illustrazioni originali di Marco Sabbatani che corredano l'opera.

Marco Maculotti, Carcosa Svelata. Appunti per una lettura esoterica di True Detective, Mimesis.

Daniele Palmieri

martedì 9 marzo 2021

Aivanhov: Le potenze del pensiero


Omraan Mikhael Aivanhov è stato un filosofo e maestro spirituale bulgaro, fondatosi alla scuola degli insegnamenti di Peter Deunov, principale esponente dell'ermetismo cristiano dell'est Europa. 

Aivanhov è stato un personaggio unico nel panorama esoterico novecentesco e può essere paragonato agli antichi filosofi greci itineranti, come Senofane o Diogene, poiché per tutto il corso della sua vita viaggiò per l'Europa per diffondere i suoi insegnamenti spirituali per via orale, senza mai scrivere nulla e lasciando ai suoi allievi il compito di stenografare il suo pensiero. In Italia è la casa editrice Prosveta a divulgare il ricco corpus di conferenze stenografate, raccolte in brevi ma densi libretti organizzati, un po' come le opere di Steiner, nelle principali aree tematiche di cui Aivanhov si occupò.

Nel suo pensiero, il maestro spirituale bulgaro compie un grande sincretismo tra il cristianesimo evangelico, la cabala e l'esoterismo ebraico e gli insegnamenti orientali di stampo teosofico, senza tuttavia dimenticare gli insegnamenti diretti tratti dal "libro simbolico della natura" e, soprattutto, dalle sue esperienze spirituali. Ne consegue che, leggendo le sue opere stenografate, sembra di trovarsi di fronte al maestro in carne e ossa, simile a un predicatore che dalla vetta di una collina trasmette i suoi insegnamenti spirituali con sentimento, vigore, allusioni, metafore, parabole, nonché esempi e citazioni tratte dai Vangeli e dai grandi filosofi del passato

Il testo di cui ci occuperemo oggi è Potenze del pensiero, un piccolo gioiello in cui Aivanhov discute di uno dei temi principali dell'esoterismo e del pensiero spirituale del novecento: il potere della mente umana.

Devo dire la verità, pur essendomi avvicinato al libro con una certa curiosità, non nutrivo aspettative troppo alte. Non che sottovalutassi il pensiero di Aivanhov, ma credevo di trovarmi di fronte ai soliti insegnamenti teosofici rielaborati in chiave divulgativa. Forse, proprio a causa di queste basse aspettative, la lettura di Potenze del pensiero si è invece rivelata una piacevole scoperta e uno dei libri più originali in materia che, per certi aspetti, si discosta molto dagli scritti di autori classici in materia, già affrontati nel blog, come Leadbeater, Atkinson, Crowley e Franz Bardon.

Pur riconoscendo una grande potenzialità latente nelle facoltà psichiche umane, Potenze del pensiero dosa in maniera oculata la giusta dose di ottimismo e pessimismo nei confronti dell'essere umano e, soprattutto, critica fortemente gli aspetti più volgari e triviali dello sviluppo delle potenze psichiche a scopi meramente materialistici e utilitaristici. 

Il discorso di Aivanhov parte dalla presa di coscienza del fatto che il 90% dei pensieri prodotti quotidianamente dall'uomo non siano altro che rifiuti.

"Tutti pensano, ma come pensano?" si domanda Aivanhov e, con una sagace metafora, si risponde "Ci si avvicina a un mucchio di immondizie, lo si smuove e ne fuoriesce un odore nauseabondo. Ebbene, spesso le persone pensano proprio in questo modo: smuovono immondizie, facendone scaturire un tanfo pestilenziale! Tutti pensano, non esiste uomo che non pensi; perfino i pigri, che non fanno nulla, pensano, ma il loro pensiero fluttua come una foglia al vento. Molti pensano a come poter ingannare, scassinare o assassinare. Gli esseri umani si servono del loro pensiero giorno e notte, ma non sapendo come servirsene, esso non porterà loro granché; e non solo non porterà loro granché, ma inoltre servirà solo a tormentarli e distruggerli" (Aivanhov, Potenze del pensiero, Prosveta, p. 53).

Le persone disperdono il loro grande potenziale energetico, dissolvendo il loro pensiero in preoccupazioni futili, viziose se non addirittura dannose per se stessi e per gli altri. L'uomo usa il suo pensiero come un musicista inesperto userebbe uno strumento pregiato, producendo un rumore fastidioso anziché una dolce melodia e vanificando, se non addirittura rovinando, la cura con cui lo strumento è stato creato. E il danno non cade soltanto sul singolo, ma sull'intera collettività, soprattutto in città e negli ambienti densamente popolati, dove si crea un circolo vizioso per il quale il soggetto sfoga sul prossimo le proprie frustrazioni e i propri cattivi pensieri, amplificando così la propria onda psichica negativa che, a sua volta, verrà diffusa dai suoi vicini, creando una psicosfera stagnante, simile a una palude. Citando un passo molto evocativo di Aivanhov:

"I pensieri e i sentimenti impuri che gli esseri umani continuano a riversare intorno a sé trasformano l'atmosfera in un vero acquitrino. [...] Un luogo che nessuna acqua nuova viene mai a purificare, un luogo dove pullulano animaletti di ogni genere che lì trovano il proprio nutrimento; essi depositano i propri escrementi nella stessa acqua, cosicché gli uni assorbono i rifiuti degli altri. Ecco l'umanità: vermi, girini e rane in una palude, nell'atto di espellere le proprie immondizie e ingoiare quelle del vicino: la malattia, l'odio, la sensualità, la cattiveria, la gelosia, la cupidigia [...]. Lo si può sperimentare avvicinandosi a una città, dopo un soggiorno in montagna. Quando ci si è abituati alla purezza dei monti, dove vivono entità molto luminose, non si può non percepire, ridiscendendo, la presenza di tutte le nubi che gravano sopra una città. [...] Ci si lamenta sempre di più dell'inquinamento; gli scienziati sono in stato di allerta e scoprono che tutto è inquinato [...]. Anche nel mondo spirituale si propagano dei miasmi che stanno uccidendo l'umanità e se le persone fossero davvero sensibili, sentirebbero che l'atmosfera del mondo psichico è ancora più irrespirabile di quella del mondo fisico [...]. Si accusano le automobili, ma cosa rappresentano le automobili paragonate a cinque miliardi di creature ignoranti che non hanno mai imparato a controllare la propria vita interiore?" (Aivanhov, Potenze del pensiero, Prosveta, pp. 56-57).

Le stesse caratteristiche negative si ritrovano anche nel mondo spirituale, laddove la meditazione e la concentrazione del pensiero non vengono adoperati per elevarsi al di sopra di tale condizione, ma per sguazzare nel fango e accaparrarsi il maggior numero di rifiuti materiali. Aivanhov critica, non troppo velatamente, una certa tendenza del Nuovo Pensiero americano, confluito ai giorni nostri in molti testi di self-help e di Pensiero Positivo, che porta l'uomo ad adoperare i poteri psichici per attirare esclusivamente ricchezze o per sviluppare presunte facoltà paranormali da utilizzare nel dominio della materia. Questo meccanismo perverso non fa altro che creare ulteriore frustrazione; sia perché il potere del pensiero viene così ulteriormente dissipato verso interessi futili, sia perché, spesso, queste pratiche non portano alcun risultato e, anzi, sviano le persone in sentieri estremamente complessi quando, per ottenere ciò che desideravano, avrebbero potuto intraprendere strade più semplici e concrete. Citando un esempio ironico, ma molto profondo, di Aivanhov:

"La natura ha stabilito delle leggi. Allora perché l'uomo dovrebbe sprecare tanto tempo e tante forze per infrangere quelle leggi? Se volete che una zolletta di zucchero passi direttamente dalla zuccheriera alla vostra bocca, potete concentrarvi quanto vi pare, ma la zolletta non si sposterà e voi rimarrete scoraggiati, delusi. Invece, guardate: prendete la zolletta con una mano, la mettete in bocca, ed ecco fatto senza tante storie! La natura ci ha provvisti di mani per consentirvi di afferrare gli oggetti [...]. Con il pensiero si possono realizzare cose molto più importanti; però occorre conoscere la sua natura, il suo meccanismo e sapere come lavora" (Aivanhov, Potenze del pensiero, Prosveta, p. 82).

Per adoperare al meglio il potere del pensiero bisogna anzitutto conoscerne l'essenza - riconoscerne l'origine immateriale e, soprattutto, comprendere qual è il reale collegamento che lo unisce alla materia. Per Aivanhov, l'uomo occidentale ha ormai sviluppato anche nei confronti del pensiero un rapporto di "dominio" e di "possesso", esattamente come l'uomo occidentale pensa di possedere i propri beni materiali. Di conseguenza, gran parte dei percorsi spirituali spingono l'uomo a sviluppare il dominio, il possesso, il controllo nei confronti del pensiero - come se fosse un oggetto tra gli altri. Tuttavia, tale prospettiva svia il praticante spirituale fin dal principio. Il pensiero, nella sua essenza più pura, non è qualcosa che ci appartiene. Esso è simile a un elemento primordiale, come il fuoco, l'aria, l'acqua o la terra - un elemento impalpabile, come una scarica di corrente elettrica, che tuttavia è in grado di veicolare idee e verità provenienti da un mondo altro, che Platone aveva identificato con il mondo degli Archetipi. Dice Aivanhov: "Il pensiero è una forza, un'energia, ma è anche una materia estremamente sottile che lavora su un piano fisico. Prendiamo come esempio le antenne [...]. Occorre sempre un punto di partenza materiale per produrre delle onde, ma di per sé le onde non sono materiali. Dunque le antenne captano delle vibrazioni, captano certe lunghezze d'onda, per poi trasmettere ad apparecchi di ogni genere" (Aivanhov, Potenze del pensiero, Prosveta, p. 83).

Ne consegue che l'uomo non è padrone del pensiero; semmai, in lui abita il pensiero e il suo scopo non è né quello di dominarlo né quello di farsi dominare, ma di incanalarlo costruendo degli argini che ne consentano il libero e naturale fluire, o delle antenne in grado di amplificarlo. In particolare, usando la metafora di Aivanhov, l'uomo deve essere in grado di costruire ponti tra il mondo sovrasensibile e il mondo terreno, affinché il pensiero possa fluire nella materia. Citando le sue parole: "Il pensiero passa attraverso muri e gli oggetti senza lasciare traccia e, affinché possa agire sulla materia, bisogna costruire ponti, ossia tutta una serie di intermediari. Fatelo passare per quegli intermediari e vedrete che è in grado di scuotere l'intero universo.  [...] Occorre sempre un intermediario, e il pensiero è potente e attivo solo a condizione che lo si faccia passare attraverso alcuni intermediari che gli permettano di scendere fin nella materia" (Aivanhov, Potenze del pensiero, Prosveta, p. 86-87).

Da questa prospettiva si noterà quanto sono futili gli sforzi di coloro che cercano di veicolare il potere del pensiero soltanto per realizzare i propri interessi materiali. Nel mondo-altro, il mondo invisibile delle forme Archetipiche, non vi è nulla in cui i grezzi interessi umani possano riflettersi. Essi sono scorie nate nel mondo materiale e destinate a rimanervi. Allo stesso tempo, non basta avere degli ideali, per quanto puri, per vederli realizzati. Questo è l'altro grande inganno di alcune branche del Pensiero Positivo, per le quali basta pensare intensamente a una cosa per vederla realizzata. Sarebbe come voler attraversare un fiume impetuoso pensando intensamente a un ponte e sperando di poterlo percorrere solo grazie all'intensità del proprio pensiero. No, quel ponte deve prima essere visualizzato, in ogni minimo dettaglio, esso cioè deve essere tratto dal mondo archetipico; ma poi deve essere realizzato attraverso l'azione. Usando una metafora poetica, Aivanhov sostiene che bisogna essere in grado di "far scendere" le idee: "Voi avete delle idee, e sono meravigliose, se non addirittura divine, d'accordo, ma avete realmente dei risultati? No? Ciò dimostra che dovete ancora lavorare per far scendere quelle idee fino al piano fisico. Eh sì, questo è il punto; occorre farle scendere. Voi dite: Io ho delle idee. Bravi, benissimo, ma quelle idee vi faranno morire di fame e di sete se non sapete come concretizzarle mediante l'azione. Non basta avere delle idee. Molti ne hanno, ma vivono in maniera tale che non esiste mai comunicazione fra quelle idee e le loro azioni. Occorre un intermediario, un ponte, e quell'intermediario è il sentimento" (Aivanhov, Potenze del pensiero, Prosveta, p. 87).

Il sentimento è ponte principale, a far da collante tra mondo delle idee e mondo materiale, attraverso il quale le idee possano "incarnarsi". Il sentimento è il motore che permette all'animo umano di impegnare le proprie energie per la realizzazione dell'idea. Senza questo motore, l'idea è destinata a dissolversi o a rimanere un oggetto di contemplazione. "Quando lo spirito agisce sul pensiero" dice Aivanhov "il pensiero a sua volta coinvolge il sentimento e il sentimento si getta sul corpo fisico per farlo correre, gesticolare e parlare. Dunque il corpo fisico si muove per effetto del sentimento, il sentimento viene risvegliato dal pensiero e il pensiero nasce sotto l'influsso dello spirito" (Aivanhov, Potenze del pensiero, Prosveta, pp. 88-89).


Ne consegue che la produzione di pensieri futili, negativi e nefasti non farà altro che provocare sentimenti altrettanto dannosi, portando alla proliferazione del male e di quella atmosfera stagnante di cui le città, come paludi psichiche, sono ricoperte. Al contrario, idee nobili sono in grado di produrre sentimenti nobili e nel momento in cui l'uomo, mediante l'azione, cerca di realizzare questi progetti, la materia stessa ne viene innalzata. D'altronde, Aivanhov è lungi dal demonizzare la materia; per il pensatore bulgaro, non vi è nulla di negativo di per sé nell'esistenza materiale, poiché essa è la hyle primordiale nella quale si manifesta e realizza il piano divino.

Nella materia, tutto ciò che pensa, agisce, prova sensazioni e sentimenti e, non ultimo, possiede una forma, è frutto di un pensiero, "un'idea divina cristallizzata", così come la definisce Aivanhov. L'uomo, "antenna del divino", ha la possibilità di amplificare il raggio di frequenze che egli può ricevere e porsi come canale della divinità, per realizzare nella materia obiettivi più elevati rispetto ai suoi interessi individualistici. In questo dono risiede la più grande potenza del pensiero.


Aivanhov, Potenze del pensiero, Prosveta Edizioni

Dipinto: Roerich, Mohammed on mount Hira

Daniele Palmieri

sabato 13 febbraio 2021

Francesco Boer: Troverai più nei boschi. La connessione simbolica con la Natura


Quando, dopo i lunghi mesi di zona arancione e rossa, trascorsi nell'alienazione della città, ho potuto finalmente tornare a vagar per boschi, provato nel mio corpo e nella mia anima l'emozione di essere tornato al mio elemento naturale. E' stato come se i sensi e la coscienza si fossero espansi, fondendosi con il paesaggio; ho vagato per oltre cinque ore tra i sentieri del sottobosco, senza percepire un minimo di fatica - sentendomi come un satiro vagante nella natura selvaggia.
Ho già parlato dell'importanza di mantenere sempre vivo il legame con la Natura in un articolo precedente, legato al GreenMan e all'Homo selvaticus e a un'omonima opera di Federico Gasparotti, ma anche nella recensione de La Via delle querce di Ossian d'Ambrosio. 
Continueremo ora la serie di approfondimenti sul legame tra uomo e natura con l'analisi di un libro recentemente pubblicato da Il Saggiatore: Troverai più nei boschi. Manuale per decifrare i segni e i misteri della natura, di Francesco Boer.
Troverai più nei boschi è un ibrido ben riuscito tra gli antichi bestiari/erbari/lapidari medievali e la filosofia della natura ottocentesca di Emerson, Thoreau e Whitman. Il rapporto simbolico con la natura viene recuperato non solo con l'immersione nel bosco e la contemplazione del paesaggio - la via del "macrocosmo" - , ma soprattutto, scendendo nella molteplicità di forme animate- insetti, animali, vegetali - che danno vita al microcosmo variegato che si nasconde tra i petali, i fili d'erba, le foglie, le tane. In questo duplice movimento, ora di espansione e ora di contrazione, la coscienza è costretta ad ampliarsi e a restringersi, a diventare grande per poter ammirare con un solo sguardo l'intero bosco per poi rimpicciolirsi alla taglia di un fiore - come Alice in Alice nel Paese delle meraviglie - ed è così portata a riscoprire la meraviglia che si cela in ogni aspetto dell'esistenza - nella vastità e nel dettaglio.
Questa forma di meraviglia permette l'instaurarsi di una particolare forma di conoscenza della Natura; non la conoscenza teorica e scientifica che, per quanto possa poi trasformarsi in "pratica", presuppone sempre un distacco se non, addirittura, una forma di utilitarismo nei confronti dell'oggetto studiato, bensì una forma di conoscenza esperienziale e simpatetica: la conoscenza simbolica.
Come scrive Boer:"Il simbolo è la via che ci permette di intuire la fratellanza fra coloro che sembrano estranei. Grazie a questa rotta, possiamo tracciare un sentiero al tempo stesso nuovo e antico: la relazione che concilia l'essere umano e la natura. Non è un rapporto di dominio, con ci l'uomo tenta di ergersi sopra l'ambiente in cui vive, per sfruttarlo e renderlo schiavo. Ma non è nemmeno un asservimento dell'uomo, né si tratta di denigrarlo di fronte a un'immagine idealizzata della natura. E' piuttosto un confronto alla pari [...] è riconoscere la propria unicità ma anche comprendere che le diversità sono il canale per comunicare" (Francesco Boer, Troverai più nei boschi, Il Saggiatore, pp. 14-15).
Il simbolo diviene dunque una forma di comunicazione in grado di connettere l'uomo non soltanto ai suoi simili, ma anche alle altre forme di vita animale e vegetale, se non addirittura agli enti generalmente ritenuti "inanimati" come acqua, terra, fuoco, aria, pietre e perfino interi ambienti come boschi, montagne e grotte. Questa connessione si instaura quando l'anima dell'esploratore incappa in un elemento della realtà in grado di far risuonare in essa emozioni e stati mentali complessi - come, appunto, se l'animale, il vegetale, l'oggetto o il paesaggio ci stesse comunicando qualcosa senza l'ausilio di parole, ma soltanto mediante l'utilizzo di stimoli visivi, olfattivi, tattili, gustativi, sonori. Scrive Boer: "La natura ci parla tramite i simboli. Un prato, un bosco, un fiume: non sono soltanto luoghi esteriori, ma spazi dell'anima. Il simbolo non è solo lì fuori, ma non è nemmeno una nostra elaborazione mentale. La sua vera essenza è nel rapporto, nell'assonanza che fa vibrare all'unisono il cuore e il mondo esterno. Grazie a questa empatia, a questa grande compassione, l'essere umano può accedere a una relazione con la natura che altrimenti gli rimarrebbe preclusa" (Francesco Boer, Troverai più nei boschi, Il Saggiatore, pp. 14-15). Da questa relazione, nel punto di incontro tra osservatore e mondo, nasce il "simbolo", un'entità effimera che potremmo definire come una forma di conoscenza esperienziale del mondo né puramente soggettiva né puramente oggettiva, che comunica al soggetto un qualcosa di metafisico che si nasconde al di là della realtà materiale dell'oggetto. Questo qualcosa è una verità morale, emotiva, spirituale, che non è direttamente percepibile con i sensi - benché nasca da un incontro visivo, olfattivo, tattile, sonoro o gustativo con l'oggetto - eppure nell'anima altrettanto tangibile, a tal punto da suscitare forti moti interiori,  sia emotivi sia riflessivi.
Entrando in un bosco, tutti i sensi sono sovrastimolati da impulsi simbolici; la costante sensazione di meraviglia, unita a un certa percezione di pericolo, nonché alla necessità di mantenere l'attenzione costante, risveglia nell'anima istinti atavici che portano l'uomo a ricercare costantemente "segni" nell'ambiente circostante. Si instaura un costante rapporto dialettico tra l'esploratore e il paesaggio e, come descritto in precedenza, questa attenzione ora si espande, volgendosi all'intero ambiente circostante, ora si restringe, focalizzandosi su singoli aspetti del sentiero - e indipendentemente da dove si posa l'attenzione, il bosco è in grado di svelare un universo, una fitta trama di reti simboliche in cui tutto si rivela intrinsecamente interconnesso. Da ciò la sensazione di timore reverenziale che si prova varcando la soglia che separa il mondo civilizzato da quello selvatico. "L'uomo di animo sensibile entra nel bosco. Lo fa come se entrasse in un tempio a lui proibito" dice Boer, "Cerca un contatto con la natura, ma al tempo stesso porta dentro di sé un senso di colpa, il misfatto di appartenere a quella umanità che ha devastato e continua a rovinare la natura" (Francesco Boer, Troverai più nei boschi, Il Saggiatore, pp. 14-15). 
La restaurazione  del rapporto simbolico con la Natura è il tentativo di riscattare questo peccato originale. Non a caso nei bestiari della tradizione medievale, così come nel testo di Boer, vi era il costante tentativo di leggere le molteplici manifestazioni della vita naturale su diversi livelli - non sono quello fisico e materiale ma anche quello morale e spirituale, come se la Natura fosse il linguaggio con cui Dio comunica all'uomo; o, usando una suggestione di Scoto Eriugena, come se gli animali, i vegetali, i minerali e gli elementi altro non fossero che una teofania, una rivelazione del divino che, se decifrata, permette di ricollegarsi con la fonte segreta dell'Essere. Non a caso il titolo stesso del libro ricalca una massima di Bernardo di Chiaravalle, che recita, appunto: troverai più nei boschi che nei libri. Gli alberi e le rocce ti insegneranno cose che nessun maestro ti dirà.
Fedele a questa corrente di pensiero, nei diversi capitoli di Troverai più nei boschi Francesco Boer prende spunto dalle sue esplorazioni tra le montagne, i boschi, i campi, i mari, i laghi e i fiumi per recuperare lo sguardo simbolico tipico della sapienza medievale. Attraverso le sue parole, i suoi pensieri e le sue descrizioni, ogni aspetto della Natura, sia esso un albero, un fiore, un insetto, un animale, un elemento, si trasforma in un simbolo in grado di permettere all'uomo non solo di trovare risposte, ma soprattutto di sollevare nuove domande sui misteri della vita e di riscoprire il mistero che si nasconde anche in un semplice filo d'erba.

Francesco Boer, Troverai più nei boschi, Il Saggiatore.

Daniele Palmieri

sabato 30 gennaio 2021

Asmodeo: storia e simbolismo di un demone antico

Riprendiamo la rubrica dedicata ad approfondire alcuni aspetti de Il gatto, il mago e l'inquisitore, mio ultimo romanzo edito da Salani Editore. Dopo aver parlato di Cornelio Agrippa von Nettesheim, passiamo ora al secondo protagonista principale del libro: il gatto Asmodeo.


Nel romanzo, Agrippa è riuscito, mediante a un segreto esperimento magico, a donare al felino parola, ragione e immortalità. Egli, dunque, assurge a ruolo di famiglio: custode magico dello stregone che ne serba i segreti, gli rivela conoscenze magiche e, seguendo antichi echi di tradizione sciamaniche, ne funge perfino da occhi e orecchie, per permettere al mago da lui custodito di spingersi al di là dei confini dello spazio, del tempo, del suo corpo e della sua mente.

Asmodeo è il custode segreto di Agrippa, dotato sia dei poteri donatogli dal mago sia dalla naturale affinità felina con il lato nascosto delle cose. Egli, come Agrippa, è dotato della "seconda vista", la facoltà di vedere quanto di invisibile si nasconde dietro il mondo materiale. Così, come il mago, anche Asmodeo può vedere gli Spiriti Elementali, gli Incubi e, soprattutto, i demoni che infestano le strade dell'Europa. E con essi Asmodeo condivide molto altro. 

La scelta del nome non è casuale. "Asmodeo", nella religione e nel folklore, è uno spirito antico, la cui storia affonda le radici nella cultura Babilonese, nello Zoroastrismo iranico e nell'Ebraismo arcaico. In tutte queste culture è presente la figura del demone Asmodeo, che appare come uno spirito divino potente e iracondo, strettamente legato alla lussuria umana.

Una figura arcaica, di origine pagana, che tuttavia riuscì ad attraversare i millenni rimanendo vivo perfino nella cultura giudaico-cristiana. Il suo nome e la sua forza riecheggiano, ancora, facendo tremare gli uomini, perfino nei manoscritti di magia medievali e rinascimentali, soprattutto in quelli legati alla tradizione salomonica.

La magia salomonica è una branca della magia ebraica che fa capo alle conoscenze, teoriche e pratiche, attribuite, appunto, al leggendario Re Salomone. Già nei testi canonici dell'Antico Testamento si trovano numerosi cenni al fascino provato da Salomone nei confronti delle religioni orientali, dei culti pagani e della sapienza magica - ed è in questi interessi occulti che, nel testo biblico, viene rintracciata la causa della progressiva decadenza dello regno ebraico.

L'aurea di grande sapienza e tenebrosa conoscenza rendeva Salomone un personaggio poliedrico, dalle numerose luci, ombre e sfaccettature che non poterono che affascinare anche gli uomini dell'antichità. La sua fama di Re, Sapiente, mago, taumaturgo e sciamano fece dunque fiorire una molteplicità di scritti magici a lui attribuiti tra cui il Testamento di Salomone.

Il Testamento di Salomone è uno dei più antichi testi magici legati alla tradizione salomonica, in cui si racconta come egli abbia costruito il Tempio con l'ausilio di un anello magico, recante inciso il pentagramma, che gli permetteva di evocare, avvincere e controllare i demoni. Il testo è simile a una novella orientale, quasi ai racconti de Le mille e una notte, ed è strutturato come una lungo dialogo tra Salomone e i demoni che, di volta in volta, vengono da lui evocati per conoscerne il nome, il sigillo e la funzione per poi, in base a tali caratteristiche, costringerli a costruire una parte del Tempio - grande metafora di come le forze infere e ctonie possano essere dominate per dar vita a qualcosa di sacro. 

Tra i demoni evocati dal Re, appare anche Asmodeo, che viene descritto come un demone fiero e vanitoso, restio a piegarsi perfino di fronte alla potenza magica dell'anello di Salomone. 

"Chi sei?" gli domanda Salomone e questi, furioso e altezzoso, gli risponde dicendo "Tu, chi sei? [...] Come pretendi che ti risponda? Tu sei figlio d'un omo: io sono nato da seme angelico che fecondò una figlia d'uomo, e nessuno di nostra stirpe celeste può essere appellato in modo arrogante da chi è nato sulla terra. Perché anche la mia stella è alta in cielo e gli uomini talvolta la chiamano l'orsa, altre volte figlia del drago. Presso la stella io vivo. Non chiedermi molte cose, perché il tuo regno fra breve non esisterà più e la tua gloria durerà una breve stagione. Presto terminerà la tirannia che ci è imposta e allora saremo nuovamente liberi di agire fra gli uomini, che ci adoreranno come dèi, poiché essi non conoscono, miseri che sono, i nomi degli angeli che ci dominano" (Testamento di Salomone, in La Chiave di Salomone, a cura di Sebastiano Fusco, Venexia, p. 37).

Alla fine, tuttavia, Asmodeo è costretto a cedere alla forza magica di Salomone che, stringendone ancor di più i ceppi, lo costringe a rivelare il suo nome, l'angelo che lo governa, il suo ruolo nel cosmo e l'elemento che più teme: l'acqua. Non senza un certo sadismo, Salomone lo costrinse dunque a reperire il materiale più importante per la costruzione del Tempio: l'argilla, la materia atta a comporre ogni singolo mattone, e l'acqua necessaria a bagnarla.

Come accennato, la tradizione dei testi magici attribuiti a Salomone fu molto ampia e variegata ed ebbe la sua massima espressione tra il medioevo e il rinascimento. Dallo stile narrativo e novellistico del Testamento, si passerà a una miscellanea di precetti e rituali volti a tramandare la conoscenza di Salomone e i demoni che nel testo precedente venivano descritti in maniera disomogenea, verranno ordinati in una gerarchia sistematica, fino ad arrivare alla precisa esposizione del Lemegeton, uno scritto di magia cerimoniale contenente il nome dei 72 demoni infernali, i sigilli per evocarli e la descrizione delle loro caratteristiche, dei loro poteri e dei doni che possono elargire al mago evocatore.


Anche tra essi, come nel Testamento, appare Asmodeo, qui descritto nel seguente modo: 
"Il trentaduesimo spirito nell'ordine è chiamato Asmoday. E' un grande Re, molto potente. Appare con tre teste, delle quali la prima è come quella di un Toro, la seconda come d'Uomo, la terza come d'Ariete; ha per coda una Serpe che dalla bocca vomita fuoco e fiamme; i suoi piedi sono come zampe d'oca; è assiso su un Drago Infernale; in mano reca una lancia con un'insegna.  [...] Quando l'esorcista lo invoca, che stia composto, si alzi in piedi, si scopra il capo, perché altrimenti Asmoday lo ingannerà e farà sì che ogni cosa si compia in modo errato [...]. Dona l'anello della virtù; insegna le Arti dell'Aritmetica, della geometria e dell'Astronomia e fornisce tutte le capacità tecniche in modo completo; risponde in modo veritiero ed esaustivo a tutte le domande; rende l'uomo invisibile; mostra i luoghi ove sono riposti i tesori e li custodisce" (Lemegeton, in La Chiave di Salomone, a cura di Sebastiano Fusco, Venexia, pp. 235-236).

Benché Asmodeo provocasse timore e terrore e nonostante fosse uno dei demonipiù potenti, e dunque pericolosi, delle Gerarchie Infernali, sono molti i manoscritti magici e i "patti demonici" che recano il suo sigillo - a dimostrazione di come il suo fascino attirasse gli uomini. Ed anche in ambito sacro la sua figura rimase presente, nell'ombra, a svolgere il lavoro sporco delle "fondamenta" che, per quanto relegate all'oscurità del sottosuolo, sono tuttavia fondamentali per reggere l'intero tempio. In quest'ottica si deve leggere il simbolismo di una delle più misteriose figure dell'arte cristiana: l'Asmodeo che regge l'acquasantiera nella Chiesa di Santa Maria Maddalena di Rennes le Chateau che, a secoli di distanza, sembra riecheggiare il mito salomonico del demone costretto a costruire i mattoni portanti del Tempio.

Tutte queste manifestazioni del demone Asmodeo sono strettamente legate a una cultura dualistica, che lo vede relegato nel mondo del maligno, seppur depositario di conoscenze profonde. Ma Asmodeo, in quanto demone nel senso greco del termine, ossia intermediario ed emissario tra uomo e divino, è stato in grado di reinventarsi nella cultura moderna e in ambito artistico lo ritroviamo in una curiosa intervista rilasciata da Alan Moore, noto fumettista americano, autore di Watchmen, From Hell, Prometea, The Killing Joke. Ne la La magia in azione, intervista rilasciata a Jay Babcock pubblicata sul n.4 di Arthur, Alan Moore racconta le sue esperienze, sia teoriche sia pratiche e "dirette", con il mondo dell'occultismo e narra di essere entrato in contatto, durante un rito, con un'entità che gli si presentò con il nome, appunto, di Asmodeo. Come narra Alan Moore:

"Ho avuto anche un'esperienza con una creatura demoniaca che disse di chiamarsi Asmodai, ovvero Asmodeo. E quando di fatto mi fu concesso di vedere l'aspetto della creatura, o almeno cosa era disposta a mostrarmi, sembrava questa specie di reticolo... immaginatevi un ragno e poi immaginate delle immagini multiple di quello stesso ragno, in qualche moto legate tra loro - immagini multiple su scale diverse, tutte legate assieme - è come se questa cosa si muovesse attraverso una sorta di differente piano temporale [...]" (A. Moore, Magia in Azione, in Funghi di Yuggoth, Panini Comics, p. 129).

Mentre nella narrazione religiosa tradizionale Asmodeo viene relegato, spesso, alla lussuria e all'ira, nell'esperienza di Alan Moore si mostra nel ruolo di "guardiano della soglia" di dimensioni superiori, parimenti al felino Asmodeo protagonista de Il gatto, il mago e l'inquisitore, in grado di rivelare all'artista il lato nascosto delle cose, una dimensione a cui si può accedere soltanto liberandosi dai limiti razionali e dogmatici della propria mente. Sempre come racconta Alan Moore:

"Nelle settimane seguenti cominciai a fare ricerche su Asmodeo e scoprii che in realtà è il demone dei matematici. Inoltre c'è una cosa che a quanto par, per tradizione, è in grado di offrire e sarebbe il volo di Asmodeo. E' dove il demone vi trascina, portandovi in aria, nel cielo, e voi potete guardare in giù e vedere tutte le case come se i tetti fossero stati rimossi e si vede cosa accade all'interno" (A. Moore, Magia in Azione, in Funghi di Yuggoth, Panini Comics, p. 129).

Una dimensione elevata, la cosiddetta "quarta dimensione" della matematica pura o della fisica moderna, in cui sono trascese le coordinate ordinarie del tempo e dello spazio, come nel volo che conduce al Sabba delle Streghe, per accedere a una dimensione in cui la coscienza si espande a tal punto da poter essere onnipresente in più luoghi, tempi e prospettive contemporaneamente.

L'Asmodeo felino de Il gatto, il mago e l'inquisitore incarna, dunque, parte della simbologia di questo spirito antico. Come sostengono Kramer e Sprenger nel Malleus Maleficarum, streghe e stregoni si accompagnano spesso a gatti i quali, spesso, non sono che demoni trasmutati in forma animale. E l'Asmodeo felino altro non è che il famiglio custode del mago, il guardiano della soglia per il mondo occulto, in grado di accompagnare Agrippa nel mondo affascinante e tenebroso della magia e di difenderlo, con il suo potere e la sua superiorità, dalle insidie e gli inganni non solo dei demoni, ma soprattutto degli umani, e di rivelargli con i suoi occhi felini la vera essenza della realtà.


Il gatto, il mago e l'inquisitore di Daniele Palmieri, edito da Magazzini Salani, in
tutte le librerie e in tutti gli store online. 

Chiunque volesse acquistarne una copia con dedica, può contattarmi presso la Libreria Esoterica di Milano al numero Whatsapp: 3516024375.


Daniele Palmieri

venerdì 29 gennaio 2021

Il gatto, il mago e l'inquisitore. Ritratto di Cornelio Agrippa von Nettesheim


E' da poco uscito in tutte le librerie Il gatto, il mago e l'inquisitore il mio nuovo libro, edito da Salani Editore.

Il testo fa parte della trilogia inaugurata con Diario di un cinico gatto e proseguita con Storia di un gatto bibliotecario (anch'essi editi da Salani); una trilogia atipica che, seppur collegata da un filo rosso che lega tutti e tre i testi, si sviluppa in maniera non-lineare. Ogni libro condivide con gli altri il medesimo universo narrativo ma ciascun testo della saga possiede il proprio protagonista e la propria ambientazione. Alcuni avvenimenti si intersecano tra loro in tutti e tre i libri, creando una rete che si estende negli anni e perfino nei secoli, ma ogni testo può essere letto come un libro a sé e, soprattutto, non è necessario seguire l'ordine cronologico di pubblicazione. Anzi, variando l'ordine di lettura si coglieranno in maniera differente le sfumature che collegano la trilogia.

Il gatto, il mago e l'inquisitore trascina il lettore nell'Europa del 1500. Protagonisti del romanzo sono Enrico Cornelio Agrippa, filosofo, mago e alchimista rinascimentale, il felino Asmodeo - a cui Agrippa ha donato la parola e l'immortalità mediante la sua conoscenza magica - e il suo fidato cane Monsieur che, insieme all'ingenuo cocchiere Duval, si barcamenano tra le principali nazioni europee a caccia di demoni - e sfuggendo dall'ira di inquisitori, re, regine, principi e creditori.

Mentre Diario di un cinico gatto e Storia di un gatto bibliotecario sono interamente frutto della mia fantasia (benché già in Storia di un gatto bibliotecario vi siano nascosti numerosi riferimenti alla letteratura, ai libri, alla magia, all'esoterismo e a personaggi realmente esistenti), Il gatto, il mago e l'inquisitore mi ha impegnato in un lungo studio storico, biografico, folklorico e magico. Sebbene sia, in parte, frutto dell'immaginazione, le vicende principali del romanzo seguono passo passo la vera storia di Cornelio Agrippa von Nettesheim, personaggio realmente esistito, con il quale sia nello studio sia nell'anno di scrittura ho sviluppato una forte affinità - sia per entrare in connessione con lui, per impersonarne al meglio le caratteristiche, sia perché, studiandone le vicende biografiche, sono giusto a stimarne la sapienza, il coraggio, la forza ma anche, e soprattutto, l'umanità e le debolezze.

In questo articolo vorrei dunque rendergli un breve tributo, per parlare dell'Agrippa storico che ha ispirato le vicende del libro e svelare quanto di vero si nasconde tra le pieghe della fantasia. 

Partiamo dalle fonti. Come dice spesso Jorge Luis in Storia di un gatto bibliotecario, i libri permettono di immergerti in microcosmi a se stanti ed è proprio grazie ai libri che ho potuto non solo viaggiare indietro nel tempo, fino all'epoca di Agrippa, ma immergermi direttamente nel suo pensiero e nella sua vita privata. Da questo punto di vista, sono ampiamente debitore di due saggi. Il primo Enrico Cornelio Agrippa. Vita e opere secondo la sua corrispondenza di Joseph Orsier, edito in Italia dalla PiZeta, una dettagliata ricostruzione della biografia di Agrippa a partire dalle sue lettere private - delle quali è riportata una selezione di 70 lettere personali rivolte ad amici, studiosi, parenti - ma anche principi, creditori e nemici. Il secondo testo è invece di un autore nostrano, si tratta di Cornelio Agrippa e la sua magia di Arturo Reghini, un saggio estremamente prezioso che, oltre a raccontare la vita di Agrippa a partire dalle lettere e da documenti della sua epoca, analizza il suo pensiero e i profondi insegnamenti iniziatici contenuti nelle opere. Anche quest'ultime, ovviamente, mi hanno permesso di conoscere l'ingegno e la sapienza di Agrippa direttamente dall'interno, soprattutto il suo scritto principale, il De occulta philosophia, immenso compendio di arti magiche dall'antichità alla sua epoca, ma anche testi apparentemente "minori", ma solo perché meno conosciuti, come il De nobilitate et praecellentia foeminei sexus (Sulla nobiltà e l'eccellenza del sesso femminino, che ho anche curato personalmente per conto di Libraio Editore), una brillante difesa e lode alla donna scritta nell'epoca della caccia alle streghe, e il De vanitate scientiarum (La vanità delle scienze), pungente, ironica e coraggiosa opera scettica in cui il nostro attacca ogni forma di sapere dogmatico, sia esso quello dei teologi, dei matematici, dei filosofi e di ogni studioso che, nella sua epoca, credeva di possedere la verità in tasca - causando, con tale arroganza, più danni che benefici, sia per il sapere sia per il quieto vivere degli uomini.

Il ritratto che ne esce da questa variegata moltitudine di testi è quello di un personaggio combattivo, tenace, amante del sapere, della ricerca e soprattutto del libero pensiero, disposto a rischiare la vita per proteggere non solo la conoscenza ma anche i più deboli che rischiavano di venire schiacciati dalla follia e dal dogmatismo. Una personalità poliedrica ma anche multiforme. "Mi contraddico, sì, mi contraddico: sono vasto, contengo moltitudini" recita un verso di Walt Whitman e, utilizzando un linguaggio "goetico", la complessità di Agrippa era talmente vasta da contenere intere legioni. A bilanciare così elevati pregi vi era il peso grave di altrettanti difetti - e più alta è la levatura di un uomo, più grandi si fanno anche i suoi difetti. Così, come il "mutaforma", il "trickster" delle fiabe, nonché da sapiente illusionista, Agrippa fu abile nel destreggiarsi nell'arte della menzogna, dell'inganno, della fuga, del trasformismo - abilità, occorre specificare, sempre adoperate per salvarsi la vita, per sfuggire a Re, Regine, creditori e Inquisitori, per salvare il frutto del suo lavoro e della sua conoscenza. Non bisogna dimenticarsi che, in origine, egli fu uomo di guerra, soldato nelle file dell'esercito del Re di Spagna. Il suo sapere, perciò, si spingeva al di là della teoria, al di fuori delle corti precise, ricche, ordinate e sicure dei nobili o degli accademici, e affondava anche nel fango, nel sangue, nel sudore, nella fatica, nel pericolo - come si evince da una delle prime lettere riportate da Orsier, le cui vicende ho anche riportato nel libro, in cui Agrippa narra di una rocambolesca fuga in seguito all'assedio di una città finito male. Tutto questo per dire che il mago sapeva come dosare l'arte della strategia e della guerra anche nella vita quotidiana e, probabilmente, fu questa virtù, che porta con sé molti vizi e difetti, che gli permise di salvarsi la vita dalle fiamme dell'Inquisizione e dalle ghigliottine dei tiranni.

Ma l'aspetto che più mi ha fatto entrare in simpatia - nell'accezione antica, e magica, del termine - con Agrippa, che mi ha permesso di immedesimarmi nei suoi pensieri, nelle sue azioni, nelle sue parole e nelle sue avventure, è stato, soprattutto, la sua profonda umanità. Tanto dalla sua biografia quanto dalle lettere traspare la personalità di un uomo dilaniato da due spinte contrapposte, che per tutta la vita cercò di conciliare: la volontà di ampliare i confini della conoscenza, al di là dei limiti e dei dogmi, e il desiderio di vivere una vita tranquilla con i suoi affetti più cari: la sua famiglia e, non ultimo, i suoi animali domestici.

Non entrerò, ora, troppo nei dettagli delle sue relazioni personali, giacché non ho intenzione di svelare al lettore informazioni importanti sulla trama del libro, che si scoprono con l'avanzare della lettura; basti sapere , per ora, che Agrippa amò e soffrì intensamente per tutta la sua esistenza. Amò sua moglie e i suoi figli, soffrì per il distacco, e cercò in ogni modo di ritagliare per lui e per loro una sicurezza che, tuttavia, doveva perennemente scontrarsi con i guai causati dalla sua audace libertà e dal suo spirito combattivo e indomito. Un rifugio che, come ogni dimensione magica che si rispetti, era perennemente vegliato dalla figura di un famiglio; in particolare, i cani, suoi animali domestici per eccellenza, con cui convisse fino alla sua dipartita.

Sia i suoi primi biografi sia i suoi avversari riportano, in maniera differente, come egli fosse solito accompagnarsi a cani. Così, sia Monsieur, grosso mastino nero protagonista del libro, sia Filiolus (suo predecessore, che viene solo citato) sono realmente esistiti e hanno realmente accompagnato il nostro mago nelle sue lunghe peripezie. Agrippa ne parla con affetto in molte sue lettere, Wier, suo discepolo, ricorda con affetto, in alcuni scritti, i giorni di studio e scrittura passati nella casa di Agrippa proprio insieme a Monsieur, e i suoi oppositori "postumi", come Martin DelRio, narrano di come Monsieur, alla morte del mago, sarebbe scappato dal suo capezzale mostrando a tutti la sua natura demoniaca. Sciocchezze! Gli fu risposto, dallo stesso Wier, che difese il ricordo sia del mago sia del cane da tali infondate accuse raccontando di come molte volte egli avesse accompagnato con il guinzaglio il mansueto animale durante le sue lunghe passeggiate.

Ma come, penserà ora il lettore, Agrippa fu un grande amante dei cani? E Asmodeo, allora?

Ebbene sì, Agrippa fu del partito dei cani - ma egli fu anche del partito dei maghi e, si sa, che di fianco a ogni grande strega o stregone si nasconde sempre un grande gatto, suo famiglio, depositario delle conoscenze proibite. Ed è qui che è dovuta intervenire l'immaginazione magica, per dar vita all'aiutante segreto, spirito guida in forma felina, di Enrico Cornelio Agrippa von Nettesheim. Perché, se dobbiamo convenire sul fatto che le sue lettere non ne citano il nome e la presenza, è altresì vero che non ne negano l'esistenza - tuttalpiù considerando che, Malleus Maleficarum in mano, il gatto è l'animale a cui si accompagnano streghe e stregoni e mostrarsi accompagnati a gatti poteva essere non solo un indizio, ma una ammissione di colpevolezza.

Dunque, giacché Agrippa non ne poté mai parlare, i tempi sono ormai maturi per riportare a galla la storia segreta del felino e del suo compagno mago, di Asmodeo e di Enrico Cornelio Agrippa von Nettesheim, a cui, in calce a questo articolo, va il nostro pensiero, la nostra riconoscenza e, soprattutto, la nostra reverenza.

E, siccome la vanità è una virtù felina, rimandiamo a un prossimo articolo per l'approfondimento della figura di Asmodeo e del suo significato simbolico.


Il gatto, il mago e l'inquisitore di Daniele Palmieri, edito da Magazzini Salani, in tutte le librerie e in tutti gli store online. 

Chiunque volesse acquistarne una copia con dedica, può contattarmi presso la Libreria Esoterica di Milano al numero Whatsapp: 3516024375.


Daniele Palmieri