giovedì 3 marzo 2016

Piccola filosofia dello zombie: riflettere attraverso l'orrore

Cosa ha  a che fare la filosofia con dei corpi in putrefazione che camminano senza meta in cerca di qualche umano da divorare vivo?
Lo spiega questo trattatello di Maxime Coulombe, Piccola filosofia dello zombie, edito in Italia dalla Mimesis Edizioni.
Come recita il sottotitolo, il libro vuole far riflettere il lettore attraverso l'orrore messo in scena da una figura pop molto presente, dalla seconda metà del secolo ai giorni nostri, sul piccolo e grande schermo e sulla carta stampata: lo zombie.
Un mostro importato nella cultura di massa in tempi molto recenti, che ha ben presto conquistato l'immaginario collettivo evolvendosi in maniera dinamica con il passare degli anni e incarnando le paure dei diversi periodi storici.
La figura del "morto che cammina" con le caratteristiche proprie dello zombi è stata importata in occidente dai culti voodoo haitiani. Gli altri "morti viventi" appartenenti alla cultura occidentale come il vampiro o i fantasmi hanno infatti tratti completamente diversi da quest'ultimo.
Stando ai racconti popolari ma anche alle testimonianze di alcuni antropologi, gli sciamani haitiani possedevano la ricetta di una droga in grado di indurre nell'uomo uno stato di morte apparente. Quest'ultimo veniva dunque seppellito, salvo poi risvegliarsi qualche tempo dopo e essere recuperato dallo sciamano che, grazie all'effetto della droga - in grado di annichilire la coscienza e rendere le persone, letteralmente, dei cadaveri ambulanti - è in grado di sfruttarlo come schiavo.
In questa fase embrionale, l'archetipo dello zombie presenta alcune delle caratteristiche principali del morto vivente dell'età contemporanea: il ritorno dalla morte e l'assenza di una mente cosciente. Tuttavia, non è ancora il famelico mostro affamato di carne umana, anzi è una vittima più che un carnefice, e così come rappresentato dai culti voodoo incarna paure tipiche delle popolazioni "primitive": il timore verso il potere religioso, la paura nei confronti paranormale e della magia.
In questa veste entrerà in occidente a partire dai primi anni trenta con The magic Island di William Seabrook e L'isola degli zombie di Victor Alperin, anche se Maxime Coloumbe dimentica una prima, fondamentale, trasformazione che questa figura subirà, pochi anni dopo, con i racconti del ciclo del Rianimatore di H. P. Lovecraft, dove il morto vivente, riportato in vita non da un incantesimo ma da un esperimento scientifico, inizierà ad assumere comportamenti violenti e feroci.
E' soltanto a partire dagli anni '60, grazie alla rivoluzione cinematografica di Oscar Romero, che lo zombie assume le caratteristiche che tutti conosciamo. Creatura sperduta che vaga senza più possedere una propria coscienza come lo zombie haitiano, ma non più schiavo di uno sciamano, bensì "anarchico" portatore di morte, mostro affamato di carne umana riportato in vita non più da un incantesimo ma da un non meglio precisato virus (modificato dall'uomo) che si diffonde irrefrenabile. Lo zombie di Romero incarna un altro tipo di paura, diretta conseguente delle catastrofi delle guerre mondiali e del progresso scientifico sfociato nella bomba atomica: la paura dell'apocalisse tecnica. L'uomo, tramite il progresso scientifico, è diventata l'unica specie in grado, potenzialmente, di poter distruggere se stessa. E questa forza autodistruttiva che nella triste realtà si incarna nella bomba atomica, nel mondo cinematografico prende la forma del morto che cammina, figura dai tratti biblici (i morti che camminano sulla terra nel giorno della fine dei tempi) evocata dalla smania dell'essere umano di modificare la vita per trarne un'arma.
Allo stesso tempo vi è l'aspetto della critica sociale. Lo zombie romeriano, soprattutto ne L'alba dei morti viventi, è uno specchio opaco che riflette l'immagine della massa anonima, ridotta in schiavitù da una vita grigia, che la mattina affolla le metropolitane e le strade della città vagando con sguardo smarrito e coscienza spenta. A Maxime Coulombe sfugge, ma è una condizione ripresa dal fumetto e dalla serie tv di The Walking Dead dove "i morti che camminano" non sono gli zombie (o, meglio, i "vaganti", come li chiama Kirkman) ma gli umani, i sopravvissuti.
Un aspetto apocalittico che è stato quello più approfondito dai successori di Romero e che maggiormente colpisce l'immaginario collettivo. Da La notte dei morti viventi che mette in scena l'assedio di una piccola casa sperduta in campagna, lo stesso Romero ha allargato lo sguardo a L'alba dei morti viventi e poi al Giorno dei morti viventi, in cui, lentamente, è la Terra stessa ad essere assediata.
Questo ambiente post-umano è, come sottolinea Coulombe, una tematica ricorrente nella letteratura e nella cinematografia horror e fantascientifica degli ultimi tempi. Film come 28 giorni dopo, La terra dei morti viventi, Zombieland o il già citato The Walking Dead ci mostrano scenari urbani non "devastatati" ma, come ben nota l'autore, abbandonati. Lo zombie non distrugge le metropoli, vi passa attraverso causando una fuga generale dalla città. Le strade si svuotano, gli edifici vengono lasciati a loro stessi così come le automobili e ogni altro avere. L'ambiente urbano svuotato da ciò che lo rende vivo risulta straniante e incarna una delle paure contemporanee più nascoste: la paura dell'abbandono della civiltà. In fondo siamo consapevoli che basterebbe un nonnulla per mandare a rotoli il fragile castello di carte della società. Un blackout generale, il blocco dei trasporti, la carenza di cibo o di acqua, sono tutti elementi che sgretolerebbero le norme e le leggi e che, tutti insieme, vengono incarnati dall'invasione zombi, che costringe gli uomini a tornare a uno stato di natura hobbesiano, in cui homo homini lupus.
Ma lo zombie non è solo questo. E' anche la personificazione del tabù della morte, un evento della vita che la civiltà occidentale tende a nascondere. Ribaltando la consuetudine di nascondere i cadaveri o, comunque, di "trasformarli" per i riti funebri, truccandoli e vestendoli come se fossero ancora vivi, lo zombi, tramite il suo stesso corpo martoriato, lacerato e decomposto, costringe l'osservatore a sbattere la faccia sulla cruda realtà, a trovarsi a confronto con la morte stessa che, letteralmente, lo insegue per braccarlo e sbranarlo, per poi trasformarlo a sua volta in un cadavere ambulante. Lo zombie diventa così un doppio; i parenti, ormai defunti, tornano in vita preservando lo stesso aspetto e gli stessi vestiti, ma non possiedono più la scintilla della coscienza che li animava. Ritornano al mondo soltanto per perseguitare i vivi e trasmettergli il "morbo della morte", come nelle credenze primitive che vedevano negli spiriti dei defunti esseri maligni infuriati per il loro decesso.
In definitiva, Piccola filosofia dello zombi è una buona introduzione a una tematica che, però, potrebbe essere sviluppata in maniera più approfondita. Maxime Coloumbe si sofferma soprattutto sui film principali che hanno messo in scena i morti viventi ma ne tralascia molti altri e, soprattutto, sembra ignorare completamente la letteratura a riguardo. Inoltre, non so se per un errore di traduzione o per una svista dell'autore, ma nelle ultime pagine del libro si parla di The Road (film tratto dall'omonimo libro di Cormac McCarthy) come uno dei più famosi film zombie (?!), quando di morti viventi, sia nel film sia nel libro, non ve ne è proprio traccia, e la cosa mi ha lasciato piuttosto perplesso.
Svista a parte, ne consiglio comunque la lettura per farsi un'idea generale del fenomeno zombie; pur essendo incompleta mi ha offerto fecondi spunti di riflessione ed è utile per spianare la strada a ulteriori sviluppi sul tema.
Daniele Palmieri

Se questo articolo ti è piaciuto, dai un occhio alle mie pubblicazioni.

martedì 1 marzo 2016

Trattato del Ribelle: l'anarchia interiore secondo Ernst Junger

Il Trattato del Ribelle è un breve ma intenso saggio del filosofo tedesco Ernst Junger, un'utile guida per coloro che decidono di non farsi soggiogare dal grigio conformismo della folla e dal pugno di ferro dei totalitarismi.
Il testo è stato scritto a ridosso della fine della seconda guerra mondiale e fin dalle prime righe riecheggiano le prove terribili che gli uomini liberi hanno dovuto affrontare durante gli anni dei regimi: la repressione, il conformismo, l'annichilimento della coscienza individuale, la resistenza.
In questo clima di terrore lo spirito libero si trova letteralmente in solitudine e la sua rivoluzione interiore comincia da un gesto apparentemente semplice quanto insensato: il proprio no crocettato sulla falsa scheda elettorale di cui si servono i totalitarismi per trasformare le elezioni in plebisciti.
E' un atto senza alcuna utilità concreta, che anzi sembra comportare soltanto in rischio di essere scoperti dalla dittatura, ma che nasconde un significato molto più profondo. E' un gesto di affermazione personale, con la quale si allontanano le catene del regime dalla propria libertà interiore e, allo stesso tempo, è un grido scagliato contro la folla intimorita con cui il Ribelle mette in mostra come, a fronte del 99,99% di consensi, ci sarà sempre uno 0,01% mai disposto a piegarsi.
Da lì al superamento del meridiano zero, come lo chiama Junger, il passo è breve. Di fronte al grande meccanismo della dittatura, che vuole tutti i suoi ingranaggi perfettamente oliati e allineate, il Ribelle è quel minuscolo sassolino in grado di inceppare l'intero sistema semplicemente insinuandosi tra un ingranaggio e l'altro. L'infinita potenza della tenace volontà personale, in grado di fronteggiare, da sola, l'intero esercito del regime.
Questo atto di ribellione personale non è unicamente interiore né meramente esteriore, ma nella zona mediana tra il rifugio nella "cittadella interiore" e il "sabotaggio anarchico". Una zona d'ombra che Junger identifica con il bosco.
Per comprendere a fondo il significato di questo passaggio è necessaria una precisazione preliminare sul termine Ribelle, con la quale i traduttori hanno reso l'originale tedesco Waldganger.
In lingua originale, il termine Waldganger indica letteralmente "colui che passa al bosco", "che si ritira nella foresta", "che si dà alla macchia". Una parola di origine islandese con cui si indicavano i proscritti, i fuorilegge e i briganti che si nascondevano nel folto della foresta.
Il significato più profondo del saggio di Junger è nascosto interamente in questa parola, che purtroppo perde molto nella traduzione italiana.
Il Ribelle, il Waldganger, diviene nella prospettiva jungeriana colui che si rifugia, sia spiritualmente sia fisicamente, tra le ombre del sottobosco. La foresta assume un ruolo mistico. Essa rappresenta uno degli archetipi più atavici dell'uomo, l'espressione delle forze primordiali e telluriche che dimorano dentro di lui e che deve essere in grado di far riaffiorare nelle situazioni estreme, per trovare la forza di riuscire, in solitudine, ad affrontare la massa, con una tenacia spirituale che può essere conquistata soltanto affondando le mani in questa essenza metafisica che alberga nei recessi più profondi della nostra psyché. Dall'altro lato, il bosco è anche il riparo fisico per eccellenza del Ribelle; esso offre rifugio ai rinnegati, a coloro che la società non può permettersi di tollerare, in questo caso a coloro che decidono di opporsi al pugno di ferro della dittatura (e non possono che venire alla mente i partigiani e i rifugi nella foresta in cui si nascondevano per escogitare le loro azioni di sabotaggio).
Il bosco diviene, in questa prospettiva, una zona di confine, un limbo sospeso tra l'interiorità e l'esteriorità, un universo a metà tra lo spirituale e il materiale. In quanto tale, è in grado di far tornare il Ribelle a contatto con l'intima essenza della realtà, con i valori più alti che guidano l'esistenza del singolo e che sono in grado di dargli la forza per combattere e, soprattutto, per non rinunciare alla propria libertà. Il bosco è una fucina spirituale in cui "l'uomo incontra sé stesso nella propria sostanza indivisa e indistruttibile" e, affrontando il buio imperscrutabile della notte, supera la più grande paura: la paura della morte, conquistando così la libertà più grande e irremovibile, la libertà di vivere senza paura.
In questa condizione egli diviene l'assoluto padrone di sé stesso. Agisce seguendo una morale superiore, non perché imposta da una legge della società o da una legge divina, ma poiché sgorgata direttamente dalla sua libera volontà di agire. Utilizzando parole nietzschiane, il Ribelle, dopo essersi immerso nel bosco, è tornato a contatto con la fonte originaria delle cose ed è dunque in grado di porsi al di là del bene e del male, unico padrone di sé stesso.
"Chi scava più a fondo, in ogni deserto, trova lo strato da cui sgorga la fonte. E con l'acqua che zampilla riaffiora nuova fecondità." 
(Ernst Junger - Trattato del Ribelle, Adelphi edizioni)


Daniele Palmieri

Se questo articolo ti è piaciuto, dai un occhio alle mie pubblicazioni.

lunedì 15 febbraio 2016

C'è solo un leader: anatomia di The Walking Dead (Chiara Poli)


Oggi è il 15 febbraio e dopo i lunghi mesi di attesa (anche se non sono nulla in confronto alla pausa estiva) rincomincia, finalmente, la mia serie tv preferita: The Walking Dead.
Visto che il mondo creato da Robert Kirkman è uno dei pochi che fa uscire allo scoperto il nerd che è in me (come è possibile constatare dalla foto) inaugurerò questa giornata con un piccolo off topic rispetto agli argomenti che solitamente tratto nel blog. Un off topic relativo, perché, in realtà, dietro a questa serie tv di successo si nascondono meccanismi e messaggi molto profondi, per chi è in grado di scavare.
E' proprio questo che mette in luce il libro di Chiara Poli: C'è solo un leader, edito da Saldapress.
Per chi non lo sapesse Chiara Poli è la bibbia delle serie tv in Italia e ha già pubblicato molti altri libri sull'argomento (tra i quali I cattivi nelle serie tv, La vita è un telefilm, Il mondo de "Il trono di spade", Crimini e serie tv - l'omicidio tra piccolo schermo e realtà) ed è la giornalista che scrive regolarmente gli articoli su Fox Italia (tra cui, appunti, i commenti a tutte le puntate di The walking dead).
C'è solo un leader è un viaggio a tutto tondo nel mondo invaso da "vaganti" creato da Robert Kirkman, che analizza innanzitutto lo sviluppo storico del progetto e la varie fasi della trasposizione dal testo fumettistico al piccolo schermo, soffermandosi sulle differenze inevitabili dei due canali di trasmissione, per poi immergersi negli intrecci della serie tv e analizzarli minuziosamente (prima mettendone in luce la metastruttura narrativa e poi con l'analisi dettagliata di ogni singolo episodio).
Ciò che viene subito messo in chiaro è che The walking dead non è un universo narrativo sugli zombi come tutti gli altri. La tradizione è lunga (e, a questo proposito, alla fine del libro c'è una completa filmografia a riguardo) ma Robert Kirkman è riuscito a impossessarsi dei cliché del genere per riuscire a creare un prodotto assolutamente innovativo, cosa non certo facile quando si hanno alle spalle molti altri lavori. Questo perché, a contrario di molti altri fumetti, film o serie tv, The Walking Dead non è una storia sugli zombi - pardon, vaganti - ma uno spaccato sul lato oscuro dell'animo umano che esce allo scoperto quando le strutture sociali crollano a causa di un cataclisma che, distruggendo il mondo sociale precostituito, genera l'assoluta anarchia.
In tutto ciò, i vaganti non sono né più né meno che un cataclisma naturale - come può essere un tornado, un terremoto, un uragano - un cataclisma che però presenta caratteristiche uniche, ossia è permanente, e impedisce la ricostruzione della civiltà pre-invasione. In questo contesto, solo nelle prime puntate il pericolo principale sono i vaganti, poiché presto ci si accorgerà che ben più pericolosi sono gli umani - citando a memoria una frase di Negan tratta dal mondo fumettistico, i proiettili bisogna conservarli per le persone perché queste pensano e sono in grado di fare piani, al contrario degli zombi che possono essere atterrati con una semplice mazza da baseball (ricoperta di filo spinato).
L'analisi di Chiara Poli verte proprio in questa direzione, soffermandosi sull'evoluzione dell'intreccio e, soprattutto, sul cambiamento psicologico dei personaggi alla luce degli archetipi psicologici e narrativi teorizzati da Chris Vogler (basati sul lavoro di Jung e Campbell) che sono:
1) Per quanto riguarda i protagonisti: Eroe, Mentore, Guardiano della soglia, Messaggero, Mutaforma, Ombra, Imbroglione.
2) Per quanto riguarda il viaggio (la narrazione): Mondo ordinario, Richiamo all'avventura, Rifiuto del richiamo, Avvicinamento alla caverna, Prova centrale, La via del ritorno, Resurrezione, Ritorno con l'Elisir.
In un vasto racconto corale, tutti i protagonisti assumono prima una forma e poi l'altra, anche il più cattivo - come il Governatore - sembra a tratti possedere le caratteristiche dell'Eroe e anche il più buono, come Rick, a volte mette in mostra il suo lato oscuro, l'Ombra che alberga in ciascuno di noi.
A ogni nuova conoscenza si moltiplicano i dilemmi, i dubbi, le problematiche poiché, alla fine, è questo il lato più drammatico della serie: gli zombi hanno invaso la terra eppure gli uomini non hanno smesso di farsi la guerra a vicenda - anzi, il conflitto pare essersi inasprito - e in una terra distrutta, dove chiunque potrebbe essere un potenziale carnefice, ricostruire dei profondi rapporti umani è la cosa più difficile - e spesso dolorosa, come testimoniano le innumerevoli perdite.
Per concludere, dico che o visto le stagioni di TWD per ben tre volte. La prima da solo, la seconda per convertire mia mamma, la terza per convertire la mia ragazza (tutte e tre le volte la conversione è avvenuta con successo). Leggere il libro di Chiara Poli mi ha fatto venir voglia di rivedere il tutto una quarta volta.
Spero che un giorno la Saldapress pubblichi un'edizione "ampliata e riveduta", che comprenda anche la serie attualmente in corso e quelle che devono arrivare, visto che con l'entrata in scena di Negan ci sarà molto altro di cui parlare (e, perché noi, spero anche in una monografia che si concentri soltanto sul fumetto).

Assolutamente consigliato!

Daniele Palmieri 

venerdì 5 febbraio 2016

L'involuzione dell'editoria


Un riassunto della situazione dell'editoria di questi ultimi anni (con particolare riferimento alle scelte delle grandi case editrici).

Strada A:
1) Un'autrice americana scrive una storia mediocre sui vampiri. Milioni di copie vendute.
2) Iniziano a uscire centinaia di libri sui vampiri.
3) Una scrittrice ancora più mediocre scrive una fanfiction sui vampiri. Una grande casa editrice capisce che sarà la nuova gallina dalle uova d'oro da sfruttare. Cambia i nomi ai personaggi e pubblica questa fan fiction ""erotica"".
4) Iniziano a uscire centinaia di libri """erotici"" e fan fiction """erotiche""".
5) Una scrittrice ancora più mediocre delle due scrittrici precedenti scrive una fan fiction """soft-erotica""" su un gruppo musicale che definire mediocre è dir poco (One Direction n.d.R.). Una grande casa editrice capisce che sarà la nuova gallina dalle uova d'oro da sfruttare. Cambia i nomi ai personaggi e pubblica questa fan fiction ""soft-erotica"".
6) Iniziano a uscire centinaia di libri soft-erotici che non solo richiamano quella storia, ma che per vendere scopiazzano malamente lo stesso stile arcobaleno della copertina.
7) E così all'infinito.
2) Una grande casa editrice capisce che sarà la nuova gallina dalle uova d'oro da sfruttare. Ti contatta, assolda un ghostwriter (perché mi rifiuto di credere che persone che non hanno mai letto un libro in vita loro siano capaci di scrivere) e sforna un libro pre-confezionato studiato a tavolino solo per vendere.
3) E così all'infinito.


Strada B:
1) Sei uno Youtuber mediocre, che urla davanti alla telecamera/indossa parrucche discutibili/ricicla battute trite e ritrite/scrive frasi rubate su dei post-it ma che, nonostante ciò, hai decine di migliaia di condivisioni e visualizzazioni.

2) Una grande casa editrice capisce che sarà la nuova gallina dalle uova d'oro da sfruttare. Ti contatta, assolda un ghostwriter (perché mi rifiuto di credere che persone che non hanno mai letto un libro in vita loro siano capaci di scrivere) e sforna un libro pre-confezionato studiato a tavolino solo per vendere.
3) E così all'infinito.

lunedì 1 febbraio 2016

La panchina e altre poesie d'Amore - Daniele Palmieri


"Per le strade di Milano,
tra i corsi caotici e le vie silenti,
due atomi mossi da una mano invisibile
fra le genti, i monumenti
- un fotografo che scatta e immortala
un frammento di tempo –
il Castello e i gatti sotto le mura,
via per il parco Sempione
fino al monumento ai caduti.
Ed ecco, chissà come,
i due atomi s’una panchina,
il Sole lascia il palco alle Stelle
la Luna indossa un velo di nubi,
cala il silenzio, tutto tace:
le parole mutate in un bacio."

Oggi è l'uno febbraio e posso finalmente annunciare l'uscita della mia prima pubblicazione di quest'anno: "La panchina e altre poesie d'Amore".
Il libro era già disponibile da circa una settimana ma, essendo il regalo che ho fatto alla mia ragazza per il suo compleanno (ossia ieri) ho dovuto tenerlo segreto fino a oggi :P
"La panchina e altre poesie d'Amore" è una breve raccolta di 22 poesie (di cui sopra avete gustato un breve assaggio), una piccola pubblicazione dal formato tascabile (10x15) che sta sul palmo di una mano e dal prezzo molto contenuto (solo 6 euro, ma su Ibs la trovate a 5).
Si dice che la poesia è un genere letterario che piace poco, ma questo perché non la si propone al pubblico nella sua vera essenza; non gli si dice che la poesie era, è ed è sempre stata lo specchio dell'anima umana, l'espressione della sua essenza più profonda, come la definiva Dante Grabriel Rossetti: a moment's monument/ memorial from Soul's eternity (un monumento al momento/ memoriale dell'eternità dell'anima).
Queste 22 poesie non fanno eccezione e raccontano un sentimento (l'Amore) antico quanto la vita stessa ma che si esprime, in ogni persona, in maniera sempre diversa.

Qui il link a youcanprint: http://www.youcanprint.it/youcanprint-libreria/narrativa/la-panchina-e-altre-poesie-damore.html
Qui il link a IBS.it: http://www.ibs.it/code/9788893323000/palmieri-daniele/panchina-e-altre-poesie.html
Nei prossimi giorni sarà disponibile anche sugli altri store.

Daniele Palmieri

sabato 30 gennaio 2016

Sette risposte al non-senso omofobo




Quante volte vi sarà capitato di discutere con l'omofobo di turno che, dall'alto della sua saggezza divina, dispensa le sue pillole di conoscenza all'estratto di "luogo comune"?
Se siete stufi di ascoltare i loro mantra incessanti, privi di qualsivoglia argomentazione logica, ecco una piccola guida che smonta punto le loro litanie più comuni:



1) "La famiglia naturale è composta da uomo e donna".

Famiglia "naturale"? Come dimostrava già Mill nel 1800, la parola "naturale" significa tutto e niente. Ogni cosa che avviene in Natura è naturale, di conseguenza la famiglia omogenitoriale è naturale tanto quanto quella eterogenitoriale.
La famiglia è una: quella di persone che si amano. Di due genitori (di sesso diverso o dello stesso sesso) che si amano a vicenda e che amano i loro figli.

2) "I bambini non c'entrano nulla".


Come se affidare dei bambini orfani a genitori dello stesso sesso che potrebbero dargli amore, una casa e una famiglia fosse per loro una condanna. Sicuramente sarebbe più traumatico che vivere tutta l'infanzia in un orfanotrofio; mi raccomando, lasciamoli lì. 

Senza contare che oltre alle coppie etero desiderose di adottare un bambino ci sarebbero anche quelle omo e dunque ci sarebbero molte più possibilità da parte di un orfano di essere adottato, e a quel punto andateglielo a chiedere se preferisce l'una o l'altra famiglia, perché sono sicuro che la sua risposta sarebbe indifferente.

3) "I bambini ne risentirebbero psicologicamente" (frase che poi è un corollario della prima).

Senza contare il fatto che, tra un orfanotrofio e una famiglia omogenitoriale stabile e che rispetta le condizioni legali dell'adozione, sfido chiunque a considerare la seconda condizione più traumatica della prima senza dover mettere da parte la propria onestà intellettuale, uno studio dell'università di Melbourne su 315 genitori e 500 bambini adottati da coppie dello stesso sesso ha messo come l'adozione da parte di genitori dello stesso sesso non abbia in alcun modo intaccato la loro salute psicologica.
Molti aderenti al Family Day saranno già pronti a rispondere con un secondo studio dell'università di Austin del Texas che invece sostiene l'esatto contrario. Il problema è che quest'ultimo fu pesantemente condizionato dal fatto che non abbia preso in considerazione soltanto le famiglie omogenitoriali, ma in maniera più generica quelle famiglie (anche eterogenitoriali) in cui uno dei partner ha avuto esperienze omosessuali. Ciò fece rientrare nella ricerca:  detenuti etero che in carcere hanno fatto sesso con altri uomini; una donna quarantenne che scoprì la sua omosessualità quando i figli erano ormai cresciuti e che, per questo, divorziò dal marito per andare con un'altra donna; una prostituta sposata eterosessuale che occasionalmente offriva i propri servizi alle donne; uomini sposati che tradivano la moglie con un amante del loro stesso sesso. Sul campione totale gli individui cresciuti in famiglie gay finiscono per essere un campione irrilevante, di certo esiguo rispetto allo studio di Melbourne.

4) "I bambini hanno bisogno di una figura femminile di riferimento".

Quattro semplici considerazioni:
1) I bambini orfani hanno già perso la propria figura femminile di riferimento.
2) Con due mamme avrebbero BEN DUE figure femminili di riferimento!
3) Lo studio citato in precedenza dimostra che ciò di cui ha bisogno un bambino è una famiglia stabile, che possa dargli amore, indipendentemente dal sesso dei genitori.
4) Nel caso di genitori uomini, ci sarebbero le rispettive nonne (e magari anche le zie) a fare da figura femminile di riferimento.

5) "I gay vogliono solo comprare i bambini".

Si parla della pratica dell'utero in affitto. Personalmente, sono contrario a questa pratica, ma non mi sento di giudicare le persone (eterosessuali o omosessuali) che vi ricorrono (le prime perché sterili le seconde, appunto, perché non possono avere figli).
Legalizzare l'adozione alle coppie omosessuali non significa legalizzare "la vendita di bambini", per una semplice ragione: in Italia l'usanza dell'utero in affitto (che, in ogni caso, non si tratta di vendita di bambini) è proibita per legge. Ciò non toglie che vi siano persone che vi ricorrono (sia omosessuali sia eterosessuali) e, a questo punto, compito della legge dovrebbe essere quello di tutelare questi figli che già esistono e che si trovano in un vuoto istituzionale. Difatti, se per un motivo o per l'altro il genitore biologico di questi bambini venisse a mancare, non continuerebbero a vivere con il partner di quest'ultimo ma verrebbero mandati in orfanotrofio, visto che il partner, ora come ora, non ha alcun riconoscimento giuridico.
In questa ottica è stata formulata la Stepchild adoption di cui, tra le altre cose, già beneficiano le coppie eterosessuali.
(Per fare un esempio pratico: Marco e Giovanni sono andati all'estero per concepire un figlio con gli spermatozoi di Marco. Il figlio nasce, loro vengono in Italia e Marco è considerato il padre biologico. Marco però muore. A questo punto, in assenza di Stepchild adoption e di qualsiasi altro riconoscimento giuridico per Giovanni, il figlio viene considerato dalla legge come "orfano" e finisce in orfanotrofio, anziché continuare a vivere con Giovanni).

6) "Non ho nulla contro i gay, ma con questa storia dei matrimoni, delle adozioni  e delle manifestazioni vogliono solo mettersi in mostra".


Non si tratta di mettersi in mostra ma di far sentire la propria voce per ottenere dei diritti che vengono negati. E' come se si sostenesse che Rosa Parks quando si è seduta sull'autobus volesse mettersi in mostra.


7) "I gay possono pensare che sia giusto per loro sposarsi e adottare figli, ma non possono costringermi di pensare il contrario, ledono la mia libertà di opinione".

Certe situazioni non sono entro il dominio delle opinioni. Un libro può piacere o non piacere, un film può piacere o non può piacere e se ne può discutere quanto se ne vuole. Ma in materia di diritti il campo delle opinioni si restringe, non può essere così vasto.Dire nel 21° secolo "i negri puzzano e non dovrebbero salire sull'autobus" non è un'opinione, è un crimine, perché è un'istigazione alla discriminazione e alla privazione di un diritto altrui. Lo stesso concetto si applica a ogni "opinione" che lede la libertà di altre persone, come nel caso della libertà delle coppie omo di essere riconosciute a livello civile e di formarsi una famiglia.

Per concludere, vorrei congedarmi con una breve disamina del termine "omofobo". Molte persone si indignano a essere chiamate omofobe solo perché sono contrarie al matrimonio e all'adozione alle coppie gay. "Ho tanti amici gay ma..." "Non ho nulla contro i gay ma..." "I gay possono fare quello che vogliono ma...".
Quel "ma", che all'apparenza è una congiunzione da nulla, in realtà è la madre di tutte le discriminazioni. Se davvero non si ha nulla contro i gay significa che (giustamente) non si fanno discriminazioni in base alle tendenze sessuali; il che significa che si dovrebbe essere a favore di riconoscere loro TUTTI i diritti che sono propri degli etero. 
MA le persone che aggiungono quel "ma" nelle loro frasi continueranno ad essere, in tutto e per tutto,degli omofobi perché, più o meno consapevolmente stanno negando ad altri gli stessi diritti di cui loro godono solo in base alla loro tendenza sessuale.
Non si può essere "solo in parte" a favore dei diritti di qualcuno. O lo si è o non lo si è; la zona grigia in mezzo ti rende, a tutti gli effetti, un oppressore.

Daniele Palmieri

Se questo articolo ti è piaciuto, dai un occhio alle mie pubblicazioni.

venerdì 29 gennaio 2016

Natura e naturale: parole usate da chi è a corto di argomenti

"Questa cosa fa bene, è naturale!".
"Non puoi farlo, va contro la natura".
"Un uomo e un uomo che si sposano? Non è naturale!".
"Una famiglia composta da due genitori dello stesso sesso? Va contro la natura". "La famiglia naturale è una!".
In quante discussioni vi sarà capitato di dover discutere con una persona che legittima quanto sta dicendo tirando in ballo la Natura.
Eppure, ogni volta che qualcuno utilizza la parola "naturale" per giustificare le proprie posizioni John Stuart Mill si rivolta nella tomba.
Basterebbe recuperare un suo breve lavoro per mostrare l'infondatezza di certe affermazioni (e la conseguente vacuità logica di certe polemiche sollevate).
Correva la seconda metà del 1800 quando il filosofo utilitarista scriveva un saggio dal titolo "La Natura", una breve disamina di un termine così tanto utilizzato (nella filosofia e non) così quanto frainteso (e abusato).
Sono molte infatti le persone che tentano di avvalorare le proprie opinioni tirando in ballo ciò che sarebbe corretto dire o fare in base a una fantomatica Natura, salvo poi titubare quando gli si domanda cosa effettivamente intendano con il concetto di "Natura", che rimane sempre questa entità astratta dai contorni a dir poco indefiniti.
Con la chiarezza analitica di pensiero che gli è propria, Mill affronta la questione puntando subito al nocciolo della situazione, andando alla ricerca del reale significato della parola Natura tramite il classico procedimento socratico, domandandosi: che cos'è la Natura?.
Siccome la natura di una cosa corrisponde all'aggregato dei suoi poteri e delle sue proprietà (ad esempio l'acqua ha per natura la proprietà di essere incolore, insapore, di bollire a una certa temperatura etc.) allargando la prospettiva e parlando della Natura in generale si può affermare che essa è l'aggregato dei poteri e delle proprietà di tutte le cose presenti nell'Universo.

"La parola Natura, in questa più semplice accezione, è un nome collettivo per indicare tutti i fatti ed effetti possibili: [...] è un nome per il modo [...] con cui hanno luogo tutte le cose." 
(J. S. Mill, La natura, in Saggi sulla religione, Feltrinelli, pp. 15) 
La Natura è tutto ciò che avviene; "naturale" è ogni evento che si verifica in questo universo e che si sviluppa in base alle sue leggi.
Ne consegue che alcune accezioni superficiali con cui la parola viene utilizzata non hanno alcun minimo significato.
Alcuni fanno coincidere la "Natura" con i dogmi e la morale della propria religione, altri la definiscono in base all'opposizione con le opere umane "artificiali", altri parlano con altrettanta leggerezza di istinti "naturali" umani in opposizione a "istinti innaturali". Ma tutte e tre le accezioni sono errate.
Si vedrà come la definizione di Mill rende completamente insensate tutte quelle posizioni.
La prima perché è una definizione arbitraria, senza alcuna base logica, visto che la Natura è quantomai lontana dal presentare una morale intrinseca "a misura di uomo" (tutt'altro) e, per di più, le decine di religioni diverse non rappresentano la "Natura" in sé, semmai sono esse stesse un evento della Natura manifestatosi attraverso l'uomo.
Stesso concetto con l'opposizione tra "naturale" e "artificiale". Non esiste nulla in Natura che sia "artificiale"; l'uomo non può creare nulla da zero, quello che entra nelle sue possibilità è utilizzare gli elementi a sua disposizione per "costruire", all'interno della Natura e in base alle sue leggi, i propri artefatti. 
Infine, chi giustifica cosa è giusto fare e cosa no in base a "tendenze naturali"  da seguire ignora il fatto che l'istinto omicida è un istinto naturale tanto quanto l'amore.
Ora, come mai mi sentivo in vena di parlare di questo breve saggio di Mill?
Perché in questi ultimi tempi stiamo assistendo a un vero e proprio abuso della parola "Natura".
Si dice che i rapporti omosessuali siano "contro natura"; ma ciò non ha alcun senso. Nessun evento che capita in Natura può essere definito "contro natura", essendo la Natura, per definizione, l'insieme di tutti gli eventi.
Si parla di "famiglia naturale", come se esistessero delle famiglie "non naturali"; ma, anche in questo caso, nulla che non possa essere realizzato è innaturale.
Cambiando completamente argomento, si diffondono bufale su bufale contro la medicina ufficiale, in favore di un ritorno ai "prodotti naturali" senza considerare che i principi attivi dei medicinali sono naturali tanto quanto quelli contenuti nelle nel "prodotto naturale" di turno propinato dal sito di controinformazione di turno.
In definitiva, diffidate da chiunque sostenga le proprie posizioni tirando in ballo la Natura, un concetto così vasto che può essere utilizzato soltanto dalle persone che non hanno altro con cui riempirsi la bocca.

Daniele Palmieri

Se questo articolo ti è piaciuto, dai un occhio alle mie pubblicazioni.