giovedì 14 maggio 2015

Storia della filosofia, lezione 2: Misteri Eleusini e Misteri Orfici

Nietzsche, Colli, Reale e la Sapienza dell'Antica Grecia.



La seconda lezione di Storia della Filosofia è dedicata a quello che è stato il terreno fertile per la nascita del pensiero filosofico greco; sto parlando dei Misteri di Eleusi e dei Misteri Orfici.
Culti misterici di certo più vicini alla Religione che alla Filosofia; nonostante ciò, proprio le intuizioni di questi culti religiosi introducono qualcosa di nuovo, introducono idee che faranno la storia della Filosofia ed è impossibile ignorarli se si vuole comprendere lo spirito della Filosofia Antica.

I tre filosofi che più hanno sottolineato l'importanza della Sapienza Greca Arcaica sono stati Nietzsche, Giorgio Colli e Giovanni Reale, anche se in modi diversi.

Nietzsche ne La nascita della tragedia ritiene che questa Sapienza incarni il vertice più alto della cultura greca; in particolare, la fa coincidere con quello che egli chiama lo spirito dionisiaco.
Tale Sapienza è marcata da un profondo pessimismo nei confronti della vita e gli antichi culti orfici, tramite i loro riti orgiastici, lasciando libero sfogo agli istinti irrazionali umani permettono all'uomo di guardare direttamente in questo abisso e innalzare il proprio inno alla vita.
In tale prospettiva, la Filosofia affermatasi da Socrate in poi sarebbe in realtà espressione di una decadenza; una filosofia che intende riportare ordine alle cose, che intende frenare lo spirito dionisiaco e imporre quello che egli chiama lo spirito apollineo.

Giorgio Colli si rifà, in parte, alla tradizione nietzschiana ma nel breve e intenso saggio La nascita della filosofia sottolinea come il dio Apollo non possa essere accostato alla mera razionalità, come fa Nietzsche.
Apollo è espressione, oltre che della Bellezza e dell'Ordine, anche della distruzione, della ferocia, delle potenze telluriche.
La Sapienza greca e i culti misterici nascono dall'ispirazione di entrambi gli déi, Apollo e Dioniso.
La Filosofia sorge in risposta a queste forze primordiali, nel tentativo di disinnescarle, e in questo senso è espressione di una decadenza che tenta di abbandonare quella che è la vera Sapienza greca.

Giovanni Reale fa parte di una tradizione diametralmente opposta a quella di Colli e di Nietzsche, ossia della tradizione Cristiano/cattolica che sottolinea la continuità tra pensiero greco e cristianità.
Per quanto riguarda i misteri orfici, nel primo volume della sua Storia della filosofia Antica edita da Bompiani, Reale rileva un filo conduttore tra Sapienza Arcaica e Filosofia.
In particolare, i concetti di anima personale e di purificazione morale introdotti dall'orfismo avrebbero spianato la strada alla filosofia socratica e platonica, che ne avrebbero sviluppato a pieno le potenzialità.

Per maggiori informazioni sull'importanza dei misteri Eleusini e dei Misteri Orfici, il video della seconda Lezione di Storia della filosofia girato da Nero d'inchiostro.

fonti: 




Daniele Palmieri

martedì 12 maggio 2015

Storia della filosofia, lezione 1: la filosofia è inutile?

Un viaggio attraverso i filosofi e le idee che hanno fatto la storia della materia



Con questo primo video, alquanto impacciato e amatoriale, inauguro una serie di lezioni di Storia della Filosofia Occidentale.
E' una lezione introduttiva in cui cerco di sfatare i luoghi comuni che solitamente vengono attribuiti alla Filosofia e con cui tento di trasmettere lo spirito con il quale vivo la materia.
Nelle successive lezioni comincerò la trattazione storico/filosofica vera e propria, senza la pretesa di fornire una ricostruzione esaustiva ma nella speranza di incoraggiare chi è a digiuno della materia ad approfondire gli argomenti trattati.
L'idea nasce infatti con l'intento di promuovere la cultura filosofica all'infuori del ristretto ambito universitario, poiché ritengo che la Filosofia sia una materia fondamentale per sviluppare il giudizio critico necessario per muoversi nel mondo e diventare soggetti attivi consapevoli.
Questo amore nei confronti della materia nasce grazie a un grande professore di Filosofia che ho avuto alle superiori, il quale a sua volta si era innamorato della materia grazie a un suo professore.
Mi sento dunque parte di questa linea di discendenza filosofica e percepisco dentro di me il dovere morale di tramandare tale lascito, nei limiti delle mie possibilità.

Consigli, pareri, domande, opinioni sono più che ben accette.

Daniele Palmieri

domenica 10 maggio 2015

Walt Whitman e il misticismo della materia

"Foglie d'Erba", un lungo inno ai sensi e alla vita



Sono pochi i poeti in grado di trasformare in poesia ogni cosa che sfiorano; Walt Whitman è uno di quelli.
E con "ogni cosa" non intendo soltanto fenomeni naturali (albe, notti e tramonti) o emozioni (amore, odio, gelosia, paura) di cui la letteratura abbonda; Walt Whitman canta la vita, dell'uomo e del mondo, e tutto ciò che questa vita comprende:
"Il vapore del mio alito/gli echi, increspature, sussurri brulicanti, radice d'amore, filo di seta, innesti, vitigni/ la mia respirazione e inspirazione, il battito del mio cuore, il passaggio del sangue e dell'aria attraverso i polmoni./inalare foglie verdi e foglie secche, e la spiaggia e le rocce marine dal colore scuro, e il fieno nei fienili/ il suono delle parole eruttate dalla mia voce, parole che si liberano al turbinio del vento,/ alcuni baci leggeri, alcuni abbracci, braccia che si cingono/[...] il senso di benessere, il tocco a mezzodì, il canto di me che mi alzo dal letto e vado incontro al sole." (Poesia di Walt Whitman, un americano)
Una vita che è soprattutto e prima di tutto vita individuale, vita del singolo uomo; "Io canto me stesso" è il verso con il quale inizia Foglie d'Erba, sua prima e unica raccolta, alla quale ha lavorato fino alla morte.
L'uomo è il punto di partenza imprescindibile per qualsiasi discorso; dietro ogni parola e ogni esperienza si nasconde necessariamente un individuo.
Tuttavia, quella di Whitman non è una visione né egoistica né egocentrica, poiché "ogni atomo che appartiene a me appartiene anche a te".
La vita che il poeta racconta è sì la vita vista e narrata con gli occhi di Walt Whitman, nato in America nel 1819; ma proprio perché è stato un uomo come noi, fatto della stessa carne, possiamo comprendere tutto ciò che egli ha vissuto e scoprire che tra lui e noi non c'è alcuna distanza, che l'io che egli canta è l'io di tutti quanti noi.
L'io che il poeta descrive è come una foglia soffiata dal vento in un mondo in continuo divenire; tutto scorre, il fiume della vita procede incessante e noi dobbiamo lasciarci trasportare da esso per scoprire dove ci porta.
Uno scorrere rappresentato dallo stile stesso delle poesie; i versi di Whitman sono lunghi, prolissi, come i Salmi della Bibbia di King James
Il lettore viene trascinato da una serie di descrizioni, ripetizioni, suoni, odori, sapori e impressioni visive che evocano il mondo lontano del poeta e che ci fanno immergere in esso.
Quella di Walt è una vera e propria estasi mistica, che non nasce dall'ascesi e dall'allontanamento dai sensi, bensì dalla totale immersione nel mondo della materia.
La materia è l'unica fonte certa dell'esistenza; la vita nasce dalle stagioni, dai fiumi, dai laghi, dall'erba e dalla terra così come dalla distruzione, dal fuoco e dalle tempeste.
E' il ciclo naturale della materia nel quale l'uomo è inserito e, se davvero vuole comprenderlo, non deve allontanarsene ma ricordarsi che egli ne fa parte, come tutte le cose che lo circondano.
In tal modo, Whitman ci ricorda che vivere a pieno la vita significa accettare tutto ciò che essa ci porta, assaporare ogni singola impressione sensibile, perché soltanto così potrà risuonare il nostro "barbarico yawp sopra i tetti del mondo".

Daniele Palmieri

Le citazioni sono tratte da Walt Whitman - Foglie d'Erba, Newton Compton Edizioni

La raccolta in lingua originale: Leaves of Grass

venerdì 8 maggio 2015

Il debito del mondo nei confronti della filosofia

Breve elogio della Filosofia attraverso le sue idee


Come sostiene Karel Kosik in "Dialettica del concreto", ogni grande idea filosofica o scientifica è una lunga e sudata conquista che, una volta diffusasi tra il popolo, comincia ad essere tramandata come un'ovvietà, ignorando lo sforzo intellettuale che ha portato alla sua scoperta.
Riscopriamo, allora, alcuni meriti dimenticati della Filosofia, tramite un breve e non certo esaustivo excursus tra le sue idee e i suoi protagonisti.

Aprite un qualsiasi manuale, scientifico e non; in tutti, dalla biologia, alla medicina, all'economia, alla fisica, troverete citati i nomi di Platone e Aristotele come fondatori di tale scienza; per non parlare di Pitagora e della sua scuola, i primi pionieri della Matematica che erano, innanzitutto, Filosofi.
Democrito e Leucippo sono stati i primi a formulare la teoria atomistica; certo, diversa dalla teoria attuale ma il nucleo centrale è lo stesso: la materia è composta da milioni di minuscole particelle.
Teofrasto, scolarca del Liceo succeduto ad Aristotele, ha scritto importanti trattati di botanica ed è considerato, ancora oggi, il fondatore della tassonomia.
Se non crediamo che il mondo sia mosso da forze magiche e se le scienze hanno continuato - seppur in forma embrionale - a progredire anche dopo il crollo dell'Impero Romano occorre ringraziare filosofi come Alberto Magno, Robert Greathead, i Maestri della scuola di Chartres.
Se il metodo scientifico vero e proprio ha cominciato ad affermarsi bisogna ringraziare il filosofo Francis Bacon.
Per la ripresa dello studio scientifico dell'anatomia umana (con tutto ciò che ne deriva) e per la ripresa dello studio laico e meccanicistico della fisica bisogna ringraziare Cartesio.
Se non crediamo ancora nel sistema geocentrico dobbiamo ringraziare filosofi e scienziati come Copernico, Giordano Bruno e Galilei.
Se possiamo votare alle elezioni, se possiamo esprimere liberamente il nostro pensiero, se possediamo diritti politici e civili dobbiamo ringraziare i filosofi dell'epoca dei Lumi, da Rousseau a Voltaire, da Montesquieu a Diderot e D'Alambert.
Se ora state leggendo questo articolo su qualsiasi dispositivo elettronico dovete ringraziare Leibniz che, studiando l'I:ching (che non è un dispositivo della Apple ma un antichissimo libro divinatorio cinese), ha inventato il codice binario.
Per l'emancipazione della donna bisogna ringraziare il lavoro teorico di filosofi come John Stuart Mill e Mary Wollstonecraft.
Se il mondo de lavoro è tutelato dai sindacati e dai diritti dei lavoratori si deve ringraziare Marx (e indirettamente Hegel, che ha influenzato il pensiero marxista).
Einstein, di certo non l'ultimo dei cretini, ha sempre riconosciuto l'importanza di Spinoza per l'influenza che ha avuto sul suo pensiero e sulle sue teorie.
Infine (ma potrei dilungarmi oltre), qualsiasi materia scientifica si basa su procedimenti logici nati nel ventre della speculazione filosofica.

Questi sono solo alcuni dei geni filosofici che dobbiamo ringraziare per il contributo importante che hanno apportato al mondo della cultura e mi scuso con tutte le grandi personalità che non ho inserito (Schopenhauer, Kant, Nietzsche, Vico, Erasmo etc. etc.).
Volente o nolente, il mondo delle idee è progredito grazie al lavoro dei filosofi, di ogni secolo.
Anche i detrattori della filosofia non possono trovare via di uscita da questo paradosso, enunciato per la prima volta da Aristotele: chi dice che la filosofia è inutile, motivando la sua risposta, sta argomentando e dunque sta facendo filosofia.





Daniele Palmieri




martedì 5 maggio 2015

Jan Patocka e il rischio della libertà

Jan Patocka e l'eterna lotta per essere liberi


Viviamo in un'epoca in cui la libertà è considerata un diritto inalienabile; almeno sulla carta, tutti gli uomini godono (o, dovrebbero godere) di diritti imprescindibili, sanciti dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, e il primo di questi è proprio il diritto alla libertà.
Essa è considerata un habitus, qualcosa che riveste l'uomo; tuttavia, tale concezione trasforma la libertà in un'abitudine e l'abitudine è in netta antitesi con la libertà, giacché un'azione abituale è un'azione meccanica, che non necessita di uno sforzo cognitivo per essere portata a termine. 
Non è possibile degradare la libertà a qualcosa di così vuoto.
La libertà è perduta proprio nel momento in cui cominciamo a darla per scontata; non basta un pezzo di carta per definirla un diritto imprescindibile e lo dimostra la terribile facilità con cui ogni giorno viene calpestata.
Questo perché la libertà non è un ideale; la libertà è innanzitutto azione e lo dimostra la principale modalità con cui gli uomini privano altri uomini della loro libertà: impedendogli fisicamente di agire, di muoversi. 
Tale è la prospettiva adottata da Jan Patocka, filosofo ceco, maestro di Karel Kosik, morto per difendere la libertà in seguito a spossanti interrogatori della polizia governativa.
"L'esperienza della libertà è l'esperienza della conquista, del conseguimento della libertà e non del suo placido possesso".
Paradossalmente, chi accetta in modo passivo la condizione di uomo libero sta in realtà forgiando le proprie catene.
 A ciò Patocka oppone l'uomo realmente libero; l'uomo in grado di muoversi senza vincoli nel mondo dello spazio e, soprattutto, nel mondo delle idee.
L'uomo di spirito, così definito da Patocka, è un individuo solitario poiché con il suo corpo e la sua anima nuota controcorrente e mette perennemente a repentaglio la sua vita.
Perciò la libertà non è un habitus, ma un rischio; il rischio di chi ha il coraggio di difendere le proprie azioni e le proprie idee.
Utilizzando la suggestiva metafora patockiana, la sfida più grande che l'uomo di spirito si pone è quella di nuotare sotto la superficie, alla scoperta dei valori notturni, il vero substrato delle cose.
Questo tipo di uomo è da sempre osteggiato, poiché ha il coraggio di affrontare problemi che le masse evitano, come il problema della morte.
In questo senso, la libertà si trasforma da habitus a conatus, il continuo sforzo di liberazione teso a conquistarla.
E' una concezione fortemente negativa della libertà; negativa poiché necessita di un tortuoso viaggio che passa attraverso l'assoggettamento, la privazione di diritti e, non ultimo, il fango della trincea.
Soprattutto su quest'ultimo aspetto Patocka concentra la sua analisi, riflettendo sulle due guerre mondiali appena trascorse e, in generale, sul significato della guerra.
Siamo soliti considerare la guerra da quello che Patocka chiama il punto di vista della pace; in questa prospettiva, essa è un'interruzione violenta, qualcosa di estraneo al percorso storico che è, essenzialmente, l'instaurarsi di un ordine pacifico.
Ma questa concezione, definita diurna, ignora le forze motrici che generano il conflitto; forze oscure, che si trovano sotto la superficie e che il filosofo ceco definisce forze notturne
Dal punto di vista della notte, la guerra diventa un fenomeno psichico, individuale; un'atroce sofferenza in cui il soggetto si trova invischiato, senza via d'uscita.
Ma è proprio nel sangue e nel fango della trincea che si fa spazio il barlume della conoscenza; sceso sotto la superficie, lontano dalle forze diurne, l'uomo scosso dalle atrocità ritrova la propria libertà, poiché ne assapora l'importanza.
Si fa spazio allora una nuova consapevolezza; una nuova guerra interiore che diventa la guerra contro la guerra, che trova la sua espressione più alta nell'empatia che si comincia a provare nei confronti del nemico.
Il fronte opposto, visto dalla prospettiva notturna, non è più composto da individui da uccidere, ma da uomini come noi, in preda agli stessi tormenti, scossi nel profondo, che desiderano soltanto riappropriarsi della propria libertà di vivere.
In tale sofferenza, in tale desiderio la libertà trova il suo significato più alto e, per quanto lontana e irraggiungibile, riusciamo quasi a sfiorarla.

Daniele Palmieri

Fonte principale per la stesura dell'articolo: Il rischio della libertà - Francesco Tava

domenica 3 maggio 2015

La disobbedienza civile di Henry David Thoreau

Lezioni di dissenso pacifico da un intellettuale del XIX secolo


Era il 1846 quando Henry David Thoreau fu incarcerato dal governo Americano.
Il suo crimine? 
Non voler finanziare una guerra ingiusta; l'invasione del territorio messicano da parte degli Stati Uniti.
Quella di Thoreau non è stata un'azione eclatante; non ha sfasciato vetrine, non ha bruciato macchine o imbrattato pareti.
Thoreau si è limitato a fare una cosa molto semplice: si è rifiutato di pagare la poll-tax, una tassa decretata dal governo per supportare economicamente la guerra.
L'intellettuale americano ha dovuto scontare questa ribellione pacifica con il carcere; la prigionia è durata poco, una sola notte, poiché Raplh W. Emerson ha pagato la cauzione contro la sua volontà. 
Ma durante quella intensa notte le mura della prigione non hanno potuto contenere i suoi pensieri; ed è qui che è nato il suo testo più famoso: La disobbedienza civile.
Il pamphlet è breve ma intenso e delinea un ideale di resistenza civile e pacifica che ha influenzato alcune delle personalità più importanti nella storia dei diritti dell'uomo, come Gandhi e Martin Luther King.
Un ideale che si dimostra quantomai attuale in un momento di crisi come questo, dove ogni manifestazione sembra sfociare necessariamente nella violenza.
Thoreau parte da un presupposto importante: in Democrazia una legge, anche se votata dalla maggioranza degli individui, non è necessariamente giusta.
V'è una legge superiore rispetto alla legge civile ed è la legge della coscienza.
Se la legge della nostra coscienza ci sussurra che la giustizia civile è in realtà un'ingiustizia, è dovere morale esprimere il proprio dissenso.
"Pochissimi, come gli eroi, i patrioti, i martiri, i riformatori in senso elevato, e gli uomini, servono lo Stato anche con la propria coscienza, e dunque per la maggior parte necessariamente gli si oppongono; e sono comunemente trattati da esso come nemici."
Come ribellarsi alla legge ingiusta?
Non basta attendere il voto; anzi, spesso il voto è soltanto qualcosa con cui ci laviamo la coscienza.
Ogni votazione è una sorta di gioco d'azzardo, come la dama o il "backgammon", con una lieve sfumatura morale, un gioco con il giusto e l'ingiusto, con le questioni morali; e naturalmente le scommesse lo accompagnano. Il buon nome dei votanti non è in discussione. Può darsi che io dia il mio voto in base a ciò che considero giusto; ma non è per me vitale che il giusto prevalga. Sono disponibile a lasciare ciò alla maggioranza. L'impegno del voto, dunque, non va mai oltre quello della convenienza. Persino votare per il giusto è un non fare niente per esso. Significa solo manifestare debolmente agli uomini il desiderio che il giusto debba prevalere.
L'impegno politico, civile e morale si deve dimostrare nella vita di tutti i giorni.
Il dissenso può essere un dissenso silenzioso ma non per questo meno efficace.
E il dissenso che ha in mente Thoreau è lo stesso che lo ha spinto a non pagare la poll-tass.
Se si ritiene che una legge non rispetti i diritti fondamentali dell'uomo, bisogna ignorare quella legge; chi è consapevole dell'ingiustizia, chi a parole dimostra il proprio dissenso ma nei fatti continua a seguire la legge per paura delle sanzioni, ebbene costui è il principale responsabile dei soprusi commessi da tale legge. Non si può aspettare che una maggioranza decreti il giusto affinché il giusto prevalga; occorre agire, subito, seguendo la propria coscienza.
"Se mille uomini non pagassero quest'anno le tasse, ciò non sarebbe una misura tanto violenta e sanguinaria quanto lo sarebbe pagarle e permettere allo Stato di commettere violenza e di versare del sangue innocente. Questa è, di fatto, la definizione di una rivoluzione pacifica, [...] Se l'esattore delle tasse, od ogni altro pubblico ufficiale, mi chiede, come uno ha fatto, "Ma cosa devo fare?" la mia risposta è, "Se vuoi davvero fare qualcosa, rassegna le dimissioni". Quando il suddito si è rifiutato di obbedire, e l'ufficiale ha rassegnato le proprie dimissioni dall'incarico, allora la rivoluzione è compiuta."
Una rivoluzione semplice, che parte dal basso. Una rivoluzione civile che ha origine nella coscienza individuale, valida per ogni genere di sopruso.
Una rivoluzione che non richiede violenza, distruzione o versamenti di sangue.
Una rivoluzione necessaria, poiché:
"Non vi sarà mai uno Stato realmente libero ed illuminato, finché lo Stato non giunga a riconoscere l'individuo come un potere più elevato ed indipendente, dal quale derivino tutto il suo potere e la sua autorità, e finché esso non lo tratti di conseguenza."


Daniele Palmieri

Il link al download del testo completo, da cui sono tratte le citazioni: 
La disobbedienza civile - Henry David Thoreau

sabato 2 maggio 2015

Il demone della perversità di Edgar Allan Poe



Edgar Allan Poe è stato uno dei maestri indiscussi della novellistica non solo ottocentesca, ma di tutti i tempi.
La sua produzione ha ispirato due tra i principali filoni della narrativa (e della cinematografia) contemporanea, ossia l’horror/gotico e il poliziesco.
Nelle raccolte di racconti a lui dedicate gli editori sono soliti inserire le novelle più note come Il pozzo e il pendolo, La maschera della morte rossa, Il gatto nero, Discesa nel Maelstrom e via dicendo.
Tuttavia, c’è una piccola perla che spesso viene ignorata e che quasi nessuno conosce, eccetto i lettori più fedeli.
Si tratta de “Il demone della perversità” (o, in altre traduzioni, “Il genio della perversione”), un terrificante racconto breve che in poche pagine sonda uno degli abissi più oscuri e profondi dell’animo umano.
La novella in questione ha in apparenza una trama molto semplice, che per di più viene narrata soltanto nella parte finale del racconto.
Il protagonista, nonché voce narrante, uccide un’anziana signora per mezzo di una candela avvelenata, i cui vapori la soffocano nel sonno; la morte sopraggiunta nella notte viene scambiata per morte naturale ed egli eredita, impunito, tutti i beni della vecchia.
Passano gli anni e il crimine non viene a galla; l’uomo trascorre tranquillo la sua vita, senza rimorsi, pensando tra sé e sé: “sono salvo”.
Finché un giorno, mentre cammina per strada, la litania che si ripete quotidianamente gli balena per la testa con un minuscola aggiunta.
“Sono salvo. Sì, sono salvo; se non sarò così sciocco da confessare”.
Improvvisamente, il pensiero di confessare il proprio crimine inizia ad angustiarlo, ad ossessionarlo e ad opprimerlo sino a togliergli il fiato.
Tenta di non far trapelare la propria agitazione, per non destare sospetti nella folla che lo circonda; ma questo impulso che lo spinge a confessare si fa sempre più forte, sempre più pressante, finché l’uomo non comincia a scappare, nella speranza di fuggire da tale pensiero.
La polizia, insospettita, lo rincorre e lo bracca e nel momento stesso in cui viene catturato egli confessa.
Il segreto per tanto tempo tenuto prigioniero scoppiò fuori dalla mia anima”.
A una prima lettura superficiale si potrebbe pensare che il protagonista abbia agito in questo modo poiché perseguitato dal senso di colpa.
Tuttavia, questa interpretazione è errata; per comprendere il racconto, occorre soffermarsi sulla prima parte, di cui ancora non ho parlato.
Come ho accennato in precedenza, la storia che ho riassunto viene narrata nelle poche righe finali, ma il vero racconto non è composto da questo semplice intreccio, bensì dalla lunga digressione filosofica con la quale Poe inizia la novella e che ne occupa quasi i due terzi.
In essa ci viene descritto quello che Poe definisce il Demone della Perversità.
Questo demone è l’impulso, il desiderio di autodistruzione che alberga, latente, in ciascuno di noi.
Le sue manifestazioni sono molteplici; dalle più semplici, come il voler posporre lo svolgimento di un impegno importante sino all’ultimo momento – con il rischio di non portarlo a termine –fino alla distruzione psicofisica di se stessi.
“Siamo sull'orlo di un precipizio. Vi gettiamo dentro un'occhiata, e malessere e vertigini ci colgono. Il nostro primo impulso è di tirarci via dal pericolo. Nondimeno, inesplicabilmente, restiamo. A poco a poco il nostro malessere, la vertigine, l'orrore sfumano dentro la nuvola di una sensazione ineffabile. A gradi ancora più impercettibili questa nuvola assume una forma, come il vapore di quella bottiglia dalla quale usci un genio, nelle Mille e una Notte. Ma questa nostra nuvola sull'orlo del precipizio si condensa in una forma assai più terribile di qualsiasi genio o demonio da racconto, in nient'altro che un'idea, ma paurosa idea, in un'idea che ci agghiaccia il midollo delle ossa con la feroce voluttà del suo orrore. Ed è semplicemente l'idea delle sensazioni che proveremmo durante il rovinoso precipitare di una caduta da simile altezza. Questa caduta e l'annientamento fulmineo che ne conseguirebbe, noi cominciamo a desiderarla ardentemente; e perché?”
Non è possibile fornire una spiegazione razionale di tale desiderio; è un istinto, come la fame, la sete, il desiderio sessuale. Un istinto, però, che rema in direzione opposta; un istinto che mira all’autodistruzione, un istinto che brama l’oblio e la sofferenza e che non ha altro scopo se non l’annientamento dell’individuo.
Ed è un istinto irrefrenabile poiché “non c’è passione più infernale e compulsiva di quella per la quale uno, pur rabbrividendo sull’orlo di un precipizio, medita di gettarvisi”.
L’unico modo per tenerla a bada è sperare che qualcuno ci afferri prima di compiere il tuffo fatale; ma chi ci assicura che il nostro salvatore non lanci un fuggevole sguardo sull’abisso e che, anch’egli, non ne resti ipnotizzato?
Il Demone della perversità potrebbe sembrare una finzione letteraria astratta, poco credibile, ma nel concreto questo impulso sembra essere il motore delle azioni più terribili dell’uomo, come la guerra.
Facciamo la guerra per avere la pace è il motto di Aristotele spesso citato; ma questo moto tenta di dare una spiegazione razionalistica di un fenomeno che di razionale non ha nulla.

La guerra, il totale annientamento di tutto ciò che ci circonda, fino ad arrivare a noi stessi, sembra in realtà la manifestazione più potente e spaventosa del Demone della Perversità, che dagli oscuri meandri del nostro animo ci scruta, sussurra, sogghigna, e attende con primordiale pazienza il momento di venire a galla.




Nel video in sovrimpressione potete trovare l'audioracconto de Il demone della perversità, prodotto dalla casa indipendente di audiolibri: Menestrandise.

Daniele Palmieri