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giovedì 20 gennaio 2022

Rivoluzione psichedelica: la storia, i protagonisti e i retroscena del 68 raccontati da Mario Iannaccone



La rivoluzione culturale del '68 ha avuto un impatto incredibile sulla cultura post-bellica del mondo occidentale. Con tutti i suoi pregi e i suoi difetti, essa scardinò i comuni modi di pensare, fu il trampolino di lancio per la conquista di ulteriori diritti civili, per la rivoluzione sessuale e la distruzione di molti preconcetti bigotti di lunga data. Tuttavia, il '68, universalmente riconosciuto come anno di svolta, in realtà fu soltanto la punta dell'iceberg. Nessuna rivoluzione nasce dal nulla. Nessuna rivolta prende piede se prima non sono state create le condizioni culturali affinché essa si verifichi. Lo stesso dicasi della rivoluzione sessantottina, intrinsecamente connessa a un'altra rivoluzione, dei decenni precedenti: la rivoluzione psichedelica. Ed è proprio a questa complessa rivoluzione, fatta di artisti, poeti, scienziati, chimici ma anche servizi segreti, che Mario Arturo Iannaccone ha dedicato un bellissimo saggio: Rivoluzione psichedelica, prima dalla Sugarco Edizioni e ora dalle Ares Edizioni.
Rivoluzione psichedelica è uno di quei libri che ti apre un mondo, in grado di entrare nelle pieghe della storia sia collettiva sia dei pionieri culturali che, più o meno volontariamente, con le loro vicende personali si adoperano per creare la storia, e riesce nel difficile compito di mostrare quanto le opere e i pensieri di un autore siano intrinsecamente connessi da un lato alle sue vicende di vita e, dall'altro, ai fermenti sociali della sua epoca.
Come mette in luce Iannaccone nel libro, il '68 è cominciato molto prima del 1968. La rivoluzione psichedelica della seconda metà del '900 aveva mostrato i primi germogli nelle visioni estatiche e decadenti di Baudelaire, De Quincey e Coleridge, per poi mettere solidi radici nelle scoperte e negli studi di Hofmann, primo sintetizzatore dell'LSD, crescere e dispiegarsi tra l'elite colta con le narrazioni di Aldous Huxley e Ernst Junger e infine sbocciare e approdare al grande pubblico con i folli esperimenti psicologici di Timothy Leary che, "iniziatore del nuovo millennio", rifondò una rinnovata Eleusi radunando attorno a sé tutta una nuova schiera di "fedeli", simili ai novizi accalcatisi attorni al templio descritti da Plutarco in uno dei suoi moralia. 
Quasi si fosse manifestata nella forma di un imbuto cosmico, tra gli anni '40 e gli anni '70 la rivoluzione psichedelica accomunò, come scrive Iannaccone, "persone che non avevano niente in comune tra loro", ognuna con la propria visione, i propri scopi e i propri piani, ma tutte legate da un filo conduttore: gli effetti stupefacenti delle "nuove droghe" sulla mente umana. Tra essi, solo per citare alcuni dei principali protagonisti, vi furono, Hofmann, il chimico mistico, che fin dalla prima, involontaria, esperienza con LSD da lui sintetizzata si accorse del potenziale, ma anche del pericolo, rappresentato da questa sostanza. Aldous Huxley, l'intellettuale che si occupò di "convincere" l'elite culturale della scoperta rivoluzionaria fatta da Hofmann e delle possibilità che essa dischiudeva per la coscienza e l'evoluzione umana; ma anche la CIA e le trame occulte del potere, che presto tenderà i suoi tentacoli verso queste nuove droghe per inserirle nei propri progetti segreti, come l'MkUltra, per studiare nuove tecniche di interrogatorio, lavaggio del cervello (brainwashing) e condizionamento del comportamento; Infine, Timothy Leary, lo psicologo di cui, all'interno del libro, seguiamo la lenta ascesa (o discesa, dipende dai punti di vista) da rinomato professore dell'università di Harvard a messia della nuova religione psichedelica, che in pochi anni passerà da rigorosi studi psicologici nelle aule universitarie alla creazione di comuni volte a creare una nuova umanità, dedita all'esplorazione dei reami psichedelici.
Questo "gruppo eterogeneo" formò l'epicentro di un vero e proprio terremoto, che presto scatenò un'ondata di curiosità, seguita dalle successive esperienze psichedeliche, tra artisti, studenti, scienziati, gente comune, complice il ventennio per il quale queste droghe sperimentali erano ancora permesse dalla legge e spesso acquistabili in farmacia sotto ricetta medica, oppure ampiamente diffuse nei laboratori sperimentali dei dipartimenti di chimica e psicologia delle università.
Benché, come accennato, già i poeti decadenti di fine ottocento avessero iniziato a esplorare i reami delle visioni schiusi dalle droghe, la loro poetica e la loro vita rimase spesso relegata ai margini della società. Essi trasmettevano il fascino malinconico di una rovina erosa dai secoli; quel tipo di fascino di cui è possibile godere, esteticamente, soltanto rimanendo all'esterno dell'esperienza ma che, di certo, non si vuole provare sulla propria pelle.
La rivoluzione psichedelica che ebbe inizio con la scoperta dell'LSD fu di tutt'altra natura. Questa nuova droga non trascinava nella palude del decadentismo, ma sembrava riportare alla luce, dai reami nascosti della coscienza, l'atavico simbolismo dei misteri iniziatici, dei miti della creazioni, delle visione dei mistici e dei santi. La distruzione dell'ego non avveniva con un lento e progressivo avvelenamento, che portava il poeta ad autodistruggersi come una rovina lasciata alle intemperie, ma attraverso un'elevazione dello spirito che veniva letteralmente trascinato in un'altra dimensione: il lato nascosto delle cose descritto da mistici, iniziati e visionari di ogni secolo. 
Questa esperienza, come quella della mescalina, sembrava indurre una iniziazione istantanea, in cui l'io non si sentiva spaesato nel labirinto delle visioni proiettate dal proprio inconscio ma, al contrario, sembrava cogliere con uno sguardo l'intrinseco significato dell'Universo.
Un esempio è l'esperienza con la mescalina avuta dal portavoce del Partito Laburista inglese Christopher Mayhew, ripresa dalle telecamere della BBC (è possibile vederla qui) che, nonostante il tentativo di mantenere l'autocontrollo, verrà sempre di più trascinato oltre le "porte della percezione" (come le definirà Huxley), fino ad ammettere: "Sono molto interessato al problema dell'adesso, qualunque cosa sia. E questo... esperimento, per me, è stato un grande successo. Al momento mi sto muovendo da un tempo a un altro e poi ancora indietro. Non sono molto consapevole di muovermi nello spazio [...] mentre lo sono... del muovermi nel tempo... e del fatto che non esiste il tempo assoluto... e nemmeno lo spazio... questo è ciò che imponiamo al mondo esterno... e più percepisco questo, più mi sento rilassato" (Cristopher Mayhew, citato in Rivoluzione psichedelica, Mario Arturo Iannaccone, Sugarco Edizioni, p. 57).

Queste esperienze indotte dalle droghe, dunque, non catapultavano il soggetto in un labirinto di delirio e allucinazione ma, al contrario, lasciando la coscienza vigile lo trasportavano in un mondo di visioni colme di significato. Proprio per questo l'esperienza non rimaneva limitata a un evento soggettivo: come avveniva per le visioni descritte dei mistici delle grandi religioni, i soggetti raggiungevano la consapevolezza di aver avuto accesso a un reame più alto, di aver sfiorato la natura stessa dell'universo. A più riprese nel libro di Iannaccone si accenna al fatto l'esperienza 
psichedelica prendeva sempre di più l'aspetto di una nuova gnosi. Come per le varie correnti gnostiche, infatti, la differenza tra l'iniziato e il non-iniziato risiedeva non tanto in quello che l'iniziato sapeva, bensì in quello che l'iniziato viveva. Non a caso, dopo l'ondata teosofica che nella prima metà del '900 aveva fatto filtrare, per la prima volta, le conoscenze orientali in occidente, è in questi anni che si assiste a un revival delle tradizioni religiose induiste, buddhiste e zen, ad opera proprio di "psiconauti" come Timothy Leary, che aveva trasformato il Libro Tibetano dei Morti, insieme a Metzner e Alpert, in una guida al viaggio psichedelico - avendo riscontrato una estrema somiglianza tra le visioni del Buddhismo Tibetano e quelle indotte dall'LSD, ma anche di studiosi come Alan Watts che, seppur presto distaccatosi dal movimento e dall'esperienza psichedelica, sottolineando l'importanza della meditazione "pura", contribuirà a espandere il fascino per gli allucinogeni e le dottrine orientali con testi come The Joyous Cosmology. Ma è anche in questi anni che iniziano a essere riconosciuta, a livello storico e antropologico, l'importanza delle sostanze psicoattive per la genesi delle religioni e dei poteri visionari della mente, ad esempio con gli studi di Gordon Wasson, micologo e antropologo indipendente, che rintraccerà nell'amanita muscaria l'ingrediente segreto del Soma vedico, bevanda sacra dagli effetti psicoattivi ritenuta alla base del sorgere dell'intera poesia e simbologia vedica.
A un certo punto, tuttavia, la situazione sfuggì di mano. Mentre Huxley e Hofmann ritenevano di dover mantenere un atteggiamento più riservato, di diffondere, sì, le sostanze psichedeliche per trasformare radicalmente la civiltà ma di partire dalle elite, Leary adottò un approccio inizialmente più "democratico" che, presto, sfociò nel populismo e poi nel "messianismo". Autoproclamatosi Gran Sacerdote della nuova religione psichedelica, cadrà nell'errore di "dare perle ai porci" e diffondere a macchia d'olio la rivoluzione psichedelica senza preoccuparsi del grado di preparazione psicologica dei suoi nuovi adepti e fondando a più riprese e in luoghi disparati delle comuni indipendenti basate sulla psichedelia che, però, si trasformavano presto in covi di sbandati. Parallelamente, gli psichiatri cominciavano a moderare l'entusiasmo terapeutico nei confronti dell'LSD e la CIA stava perdendo interesse nei confronti di queste sostanze, ritenendole poco funzionali ai propri studi sul controllo della mente. 
Complici diversi scandali giunti all'eco dell'opinione pubblica, e così, nel 1966, fu resa illegale, seguita a ruota dalle altre sostanze psichedeliche attorno alle quali, anche nei giorni nostri, continua a stringersi il severo cappio della legge.
E così siamo giunti al '68: l'apice di questa lunga avventura durata almeno trent'anni ma anche il suo canto del cigno: l'ultima esplosione di visioni e vitalità proveniente dai reami psichedelici.
Ma quelle visioni ci sono state, così come il tentativo di sovvertire il comune modo di vedere la realtà; consiglio dunque di leggere Rivoluzione psichedelica di Mario Arturo Iannaccone per immergersi in un lungo viaggio nei reami dell'estasi. Un libro avvincente e scorrevole come un romanzo ma preciso e ricco di fonti come una degna ricerca accademica.

Rivoluzione psichedelica, Mario Arturo Iannaccone, Ares Edizioni

Daniele Palmieri

martedì 16 maggio 2017

Franco Cardini: Alle radici della cavalleria medievale

La figura del cavaliere medievale, con indosso la scintillante armatura, la lancia e la spada, a cavallo di un bianco (o nero) destriero è una delle grandi immagini archetipiche che non cesseranno mai di ammaliare l'uomo con la loro sublime (dunque terribile e incantevole) bellezza; persino nell'era della tecnica, in cui la guerra è stata completamente razionalizzata, geometrizzata e robotizzata.
Questo perché il cavaliere, benché anch'egli portatore di armi non meno temibili, preserva tuttavia un'aurea mistica; si percepisce che sul filo della sua spada e dietro la sua armatura si nasconde dell'altro. Non una furia cieca e barbarica, nemmeno il freddo calcolo della macchina, ma un valore etico che trascende l'ordinario.
Senz'altro questa è un'immagine idealizzata; anche i cavalieri, soprattutto nel medioevo, si sono macchiati di crimini terribili. Tuttavia, come scrive Huizinga ne L'autunno del medioevo: "La cavalleria non sarebbe rimasta l’ideale di vita di molti secoli, se non avesse contenuto in sé alti valori per lo sviluppo della società e se non fosse stata necessaria dal punto di vista sociale, etico ed estetico. A suo tempo, la stessa bella esagerazione aveva fatto la forza di quell’ideale. E’ come se lo spirito medioevale, colla sua crudele passionalità, non potesse essere dominato altro che mettendo l’ideale troppo in su: è quello che fece la Chiesa e che fece anche lo spirito cavalleresco. […] Ma quanto più un ideale civile esige virtù supreme, tanto maggiore è la discrepanza fra forma di vita e realtà”.
Alle radici della cavalleria medievale di Franco Cardini analizza proprio l'origine del fascino sovrastorico del cavaliere, e con una approfondita analisi storica e filosofica ne ricostruisce la nascita, la diffusione, i principi e le contraddizioni.
Il quadro che ne esce, alla fine della trattazione, è quello: “del cavaliere medievale come di un uomo eccezionalmente ben armato per il suo tempo, nonché dotato di un prestigio che gli proveniva tanto dalla sua alta qualificazione militare quanto da un sistema di rappresentazioni mentali collettive che scorgeva nell’uomo a cavallo il simbolo di valori eroico-sacrali specialmente connessi alla vittoria sulle forze del male e al complesso di credenze relative all’Aldilà, al viaggio nel mondo dei defunti, alla sopravvivenza dell’anima”.
La sua natura simbolica nasce infatti da una lunga tradizione religiosa e, benché nel comune sentire essa sia quasi automaticamente collegata a una religiosità cristiana, che porta subito alla mente i romanzi del ciclo arturiano, o la figura del pio cavaliere che combatte in nome di Dio, essa affonda le proprie radici in un passato ben più lontano. Ed è scavando nel profondo terreno del mito e della storia, in cerca di tali radici, che Franco Cardini conduce il lettore tra le popolazioni definite "barbariche" e il loro complesso di valori e simbologie pagane. Non è un caso, infatti, se gli ideali cavallereschi nascono e si sviluppano in un'età storica successiva alla caduta dell'Impero Romano, quando etnie molto diverse per cultura e religione cominciano a insediarsi nei territori Latini. Da un lato, il venir meno di un potere fortemente centralizzato come la macchina Statale Romana cambia radicalmente l'assetto della guerra. In Europa non vi è più uno Impero che ha il potere politico e finanziario di creare un esercito stabile di professionisti del conflitto come era quello dell'Urbe. In secondo luogo, le stesse popolazioni che si insediano hanno una concezione culturale radicalmente diversa della guerra, dai tratti non solo politico-strategici ma anche mistico e sacrali. Emblematico, da questo punto di vista, è il popolo dei Longobardi. Discesi, come racconta Paolo Diacono ne La storia dei Longobardi, dalla lontana Scandinavia, essi portano con loro gli antichi culti pagani degli dèi Nordici. Dèi guerrieri, come Thor/Wotan con il suo poderoso martello, che premiano i caduti in battaglia tra le colline del Walhala dove, paradossalmente, il più grande onore è continuare a combattere (di giorno) e godere dei piaceri dell'alcool insieme ai propri fratelli e ai nemici (di notte). Non a caso, sempre per i Longobardi ma, in generale, per i popoli Germani, era considerata disonorevole la morte di vecchiaia nel proprio letto; il più grande onore era morire in battaglia al fianco dei propri fratelli.
“Come si ottiene e si gestisce questo furor divino che, come qualunque altra forza divina, l’uomo possiede solo a suo rischio e spesso con sua pena? La via per giungervi passa attraverso un regime di concentrazione, di purificazione, di maturazione; è, in altri termini, una via iniziatica durante la quale ci si prepara ritualmente e spiritualmente, una via irta di tabù specie alimentari e sessuali” scrive Franco Cardini per sottolineare il valore sacrale della guerra in tali popolazioni.
Questa mistica del combattimento, che all'apparenza potrebbe sembrare soltanto retorica, era in realtà sorretta da un profondo e sentito senso religioso, come dimostrano le sepolture dei Longobardi (che è possibile ammirare nel museo archeologico di Cividale del Friuli). Vi era, infatti, una così grande simbiosi spirituale tra il guerriero, le sue armi e il proprio cavallo, che tutti questi elementi venivano seppelliti con il defunto, nonostante il loro grande valore economico, proprio perché le armi possedevano un valore sacrale: esse erano consegnate solo agli uomini degni di usarle, dopo precisi riti di iniziazione, e cavallo e spada dovevano guidare il guerriero anche nell'al di là.
Come scrive Franco Cardini: “Anche la spada, come il cavallo, era un’arcana compagna. Forgiata da quell’artigiano-mago che era il fabbro, tutti gli elementi convergevano nella sua lavorazione: la terra da cui il metallo veniva tratto, il fuoco che serviva a piegarlo ai voleri dell’uomo, l’aria che lo raffreddava, l’acqua che lo temprava. […] La spada stessa è di per sé sacra: ce lo confermano le fonti tanto epiche quanto giuridiche germano-pagane […]. La sacralità della spada viene, ancora una volta, dal mondo delle steppe: ne sono stati tramite i Germani e i popoli iranici del nord” .
Grande disonore per i profanatori di tombe che osavano rubare a un morto oggetti così preziosi. Allo stesso tempo, proprio questa mistica è ciò che definisce culturalmente tali popoli come "popoli-esercito", organizzati secondo strutture tribali che, definite come "barbare" dagli occhi dei Romani, sono in realtà caratterizzate da un forte senso di uguaglianza tra gli uomini liberi e da una distribuzione di potere orizzontale, in cui il capo tribù è un primo inter pares. Questo a causa del forte senso di fratellanza guerriera, accompagnato al fatto che a rendere un uomo libero, tra i popoli nordici, è proprio la sua abilità di combattere e la sua possibilità di permettersi le armi.
Come accennato in precedenza, però, lo spirito della cavalleria non è animato esclusivamente da valori "barbarici"; c'è dell'altro dietro e, sebbene in essi affondi le proprie radici, vi è un'indubbia influenza cristiana che ha catalizzato tali forze, indirizzandole verso altri principi. A contatto con il mondo cristiano, che fin dall'epoca di Agostino aveva cominciato ad affrontare il conflitto tra vita cristiana e necessità della guerra, ecco che: “Nelle radici storico-religiose del cristianesimo la Chiesa alto-medievale, sollecitata dal contatto con popolazioni che facevano della guerra il centro della loro esperienza sociale e religiosa nonché dai problemi di apostolato che questa situazione sollevava, rinvenne non già le giustificazioni d’un compromesso, ma anzi le basi se non altro simboliche di un’autonoma valutazione spirituale positiva dell’uomo che combatte e del combattere. Del combattere inteso, è bene dirlo, non come equivocamente ridotto a funzione dell’uccidere, che è anzi funzione collaterale e non necessitante; bensì inteso e assunto nel suo significato centrale e sostanziale, secondo cui l’uomo che combatte è l’uomo che si oppone a quello che per lui, per il gruppo nel quale è inserito, per il tempo nel quale vive, costituisce un male ed è pertanto figura della presenza del Male nel mondo. La tragica realtà della guerra, lungi dal venire in blocco respinta nel nome di un’ideale e arbitraria utopia che non tenga conto delle cose, viene viceversa qualificata come segno d’una realtà ben più alta e ben più tragica, in forza della quale la storia dell’umanità – dalla Caduta alla Redenzione e al Giudizio – e quella d’ogni uomo è una grande guerra spirituale, di cui le miserie delle guerre mondane sono solo un pallido riflesso” .
Si afferma il principio della "guerra giusta", sia interiore sia esteriore, contro il male che alberga nel mondo. Principio che, sebbene anch'esso verrà abusato per compiere le peggiori nefandezze, dall'epoca medievale fino ad oggi, ha comunque come altra faccia della medaglia quello di aver posto le basi dell'etica di guerra. E' soltanto in epoca medievale, infatti, che comincia a nascere un codice etico-cavalleresco per evitare l'apoteosi del conflitto e per regolare, ad esempio, il trattamento da un lato dei prigionieri che, nelle epoche precedenti, erano considerati come carne da macello, e dall'altro del nemico stesso, da trattare con rispetto anche se combatte nel fronte opposto al proprio (principio della cosiddetta "guerra senza odio", fondamento dell'etica dei templari così come delineata da Bernardo di Chiaravalle nella Lode alla nuova milizia).
Scrive Cardini: “Il cavaliere, fino all’XI secolo, era “invincibile” se non da chi fosse armato come lui. Raramente rischiava di morire sul campo; più consueto semmai era che venisse catturato e dovesse pagare un riscatto. Gli insigniti della dignità cavalleresca erano una specie di “internazionale” che si riconosceva nella comune educazione e nel comune immaginario nutrito di poesia epica e di romanzi arturiani: nella logica di una “internazionale” del genere, il cavaliere nemico sconfitto era un “fratello d’arme” che aveva diritto a esser trattato il meglio possibile, secondo un rigoroso cerimoniale”.
Così come è in quest'epoca che si passa dall'immagine del miles, esperto della guerra utilizzato come strumento per combattere, all'immagine del libero cavaliere errante, educato quanto nell'uso delle armi quanto in quello dell'intelletto, dai modi cortesi, il cui fine è quello di aiutare il prossimo e difendere i deboli.
Citando ancora le parole di Huizinga: “L’abbandono del gretto egoismo nell’eccitazione del pericolo, la profonda commozione dinanzi al valore del camerata, la gioia della fedeltà e del sacrificio. Questo mondo primitivo di sentimenti ascetici è la base sui cui l’ideale cavalleresco si innalzò a nobile idea di perfezione virile, affine alla kalokagathia greca: una intensa aspirazione a una vita bella, l’energia animatrice di una serie di secoli… ed anche la maschera, dietro la quale si poté nascondere un mondo di avidità e di violenza”.
Per concludere la presente recensione, Alle radici della cavalleria medievale di Franco Cardini è senz'altro un testo adatto quanto agli amanti della storia quanto a quelli della filosofia, tanto ampie sono le sue vedute e le fonti utilizzate, che spaziano, appunto, dai documenti storici all'insieme di miti, leggende e tradizioni folkloristiche che non possono che risvegliare quegli animi sensibili alla voce del passato. Penso sia un testo fondamentale in un'epoca come la nostra, dilaniata dagli orrori del terrorismo, la paura di guerre catastrofiche e, allo stesso tempo, accompagnata dalla perdita di qualsiasi valore, per riscoprire un mondo altro, seppur idealizzato, in grado di risvegliare sentimenti più nobili.

Alle radici della cavalleria medievale, Franco Cardini, Il mulino Edizioni
L'autunno del medioevo, Huizinga, Bur edizioni

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Daniele Palmieri

sabato 6 maggio 2017

Paolo Diacono: Storia dei Longobardi

Siamo nell'VIII secolo d. C. quando Carlo Magno, rex francorum e, da poco tempo, anche rex longobardorum, chiede a Paolo Diacono, monaco, storico e poeta, di redarre una storia di quel misterioso popolo che egli ha appena soggiogato sotto il suo dominio: i Longobardi.
Nasce così la Storia dei Longobardi, testo fondamentale per molteplici ragioni.
Anzitutto, come poc'anzi accennato, è uno dei pochi resoconti organici della storia del popolo longobardo, a partire dalle sue origini mitiche in Scandinavia fino al regno di Liutprando (agli inizi dell'VIII secolo, prima della conquista di Carlo Magno); secondariamente, è uno spaccato sulla nascita di una nuova conformazione politica: l'Italia. Proprio i Longobardi, infatti, che dominarono su gran parte territori italiani dal Nord al Sud, influenzando fortemente la cultura delle popolazioni native, possono essere considerati gli antenati sia del nostro popolo sia dell'Italia così come la conosciamo oggi.
Infine, è una storia del popolo longobardo visto dall'interno; visione di parte, certamente, che rischia di inficiarne l'attendibilità storica. Eppure, una voce contrastante rispetto alla maggior parte delle altre fonti storiche coeve, in cui il popolo Longobardo è sempre visto come il grande nemico e, dunque, ammantato di caratteristiche negative.
Passando al testo di Paolo Diacono, è impossibile riassumere o anche solo recensire  la Storia dei Longobardi senza sminuirne il valore storico e letterario. Si tratta di un testo complesso, dalla prosa semplice e asciutta ma, allo stesso tempo, con sbalzi epico-cavallereschi. Paolo Diacono è un cattolico, per di più "collaborazionista" con la corte di Carlo Magno, eppure, anche quando bolla le antiche leggende pagane come storie di poco conto, traspare sempre l'amore per i costumi del suo popolo a tal punto che il suo cristianesimo sembra soltanto una crosta, sotto la quale ribolle ancora il vivo magma del paganesimo longobardo. D'altronde, anche quando il popolo si convertì alla religione cristiana, non furono dimenticate le antiche virtù guerriere tanto che basta visitare il Tempietto Longobardo a Cividale del Friuli per vedere gli affreschi di santi che reggono tra le mani la spada longobarda, oggetto sacro per gli Arimanni (gli uomini liberi e in armi). 
Essendo impossibile parlare dettagliatamente dell'intero testo, visto che gli eventi storici narrati da Paolo Diacono si susseguono molto velocemente, mi soffermerò solo su un episodio che narra l'origine mitica del popolo prima ancora che discendesse in Italia.
Il mito ha a che fare l'etimologia stessa del nome Longobardi e la genealogia di tale popolo il quale, quando ancora abitava la regione settentrionale che "quanto più è lontana dal calore del sole e gelida per il freddo della neve, tanto più è salubre per i corpi degli uomini e adatta alla propagazione delle stirpi", si chiamava popolo dei Winili. 
I Winili, come la maggior parte dei popoli nordici, era un "esercito di popolo" che viveva prevalentemente di nomadismo, migrando di anno in anno in cerca di territori più favorevoli e di risorse. Usciti dalla Scandinavia guidati dai due capi-tribù Ibore e Aione, e arrivati in una regione chiamata Scoringa, si stabilirono qui per alcuni anni fino a quando non furono minacciati dai Vandali, all'epoca condotti da Ambri e Assi. Quest'ultimi opprimevano tutte le popolazioni del luogo, schiacciandole con le loro richieste di tributi e le loro minacce di guerra. Ricevuti i messaggeri dei Vandali che volevano costringere anche il popolo dei Winili a piegarsi, "Ibore e Aione, spinti dalla madre Gambara, decidono che è meglio difendere con le armi la libertà piuttosto che disonorarla col pagamento di tributi. Mandano ambasciatori ai Vandali dicendo che combatteranno ma non si sottometteranno".
I Winili sono dunque rappresentati, fin da subito, come un popolo fiero e guerriero; tuttavia, vi era tra di loro un grave problema: "Certo, i Winili erano allora nel fiore della giovinezza, ma esigui di numero, in quanto erano solo la terza parte della popolazione di un'isola non particolarmente estesa".
A questo punto, Paolo Diacono narra quella che, da cattolico, definisce "favola ridicola" ma della quale, evidentemente, da Longobardo era troppo affascinato per non riportarla: "I Vandali Sarebbero andati da Godan [Odino] per chiedere la vittoria sui Winili, e il dio rispose che avrebbe dato la vittoria al popolo che per primo avesse visto al sorgere del sole. Allora Gambara andò da Frea, moglie di Godan, per chiedere la vittoria per i Winili. Frea diede questo consiglio: le donne dei Winili, sciolti i capelli, dovevano aggiustarli sul viso come fosse barba e di primo mattino dovevano unirsi agli uomini e disporsi in modo da essere viste da Godan nel luogo in cui egli era solito guardare da una finestra verso oriente. Così fecero. Godan vedendole al sorgere del sole, disse: "Chi sono quelle lunghe barbe [lang-bard]?". Allora Frea suggerì di concedere la vittoria a coloro cui aveva dato un nome. Così Godan diede la vittoria ai Winili. [...] I Longobardi, dapprima chiamati Winili, in seguito furono così chiamati per la lunghezza della barba mai toccata da ferro. Infatti nella loro lingua lang significa lunga e bard significa barba. [....] Pertanto i Winili, detti anche Longobardi, attaccata battaglia con i Vandali, combattendo alacremente per la gloria della libertà, ottengono la vittoria".

Paolo Diacono - Storia dei Longobardi, citazioni tratte dall'edizione San Paolo

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Daniele Palmieri