sabato 25 maggio 2019

Leland: Aradia. Il vangelo delle streghe

Nato a Filadelfia nel 1824, Charles Leland è stato un antropologo e folclorista statunitense. Fin dall'infanzia si trovò immerso nella cultura magica, proveniente da tradizioni diverse che, tuttavia, si incontrarono negli Stati Uniti creando grandi fermenti culturali sotterranei. Da un lato, il sapere magico delle sue badanti Irlandesi, che lo fecero avvicinare al folklore Europeo e, dall'altro, i movimenti spiritisti nati proprio negli Stati Uniti, che stavano risvegliando l'interesse per il mondo occulto. L'interesse precoce di Leland nei confronti dell'occultismo sfociò nei suoi studi presso la Princenton University, dove approfondì le correnti esoteriche europee, come kabbala, neoplatonismo ed ermetismo rinascimentale. Ma questa preliminare preparazione teorica fiorì definitivamente una volta trasferitosi in Europa. Viaggiando attraverso Francia, Inghilterra e Italia si avvicinò al folklore dei popoli, anticipando di mezzo secolo gli studi antropologici di studiosi come De Martino, che allo studio delle tradizioni sui libri preferirono lo studio a contatto diretto con le fasce della popolazione che ancora vivevano gli antichi culti, riti e superstizioni tramandate.
A "stregarlo" fu proprio l'Italia e quel bacino di tradizioni sotterranee che fondeva antiche conoscenze pagane, provenienti dal mondo etrusco e greco-romano, alle credenze cristiane medievali.
Tra le sue opere principali, dedicate alle credenze magiche italiane riportate alla luce interrogando le persone del luogo, vi furono "Sopravvivenze etrusche e romane nelle tradizioni popolari" e "Leggende di Firenze collezionate dalle persone". Nella sua riscoperta delle leggende popolari Leland era mosso dalla convinzione che, spesso, fiabe, storie e folklore del passato possono trasmetterci una conoscenza del passato molto più vicina alle antiche credenze rispetto ai testi della cultura "alta". Quest'ultima, infatti, è spesso filtrata da un substrato teorico posseduto solo dalle élite istruite, molto più dinamico rispetto alle conoscenze delle popolazioni rurali che, invece, sono come immerse in un tempo al di fuori della storia, spesso impermeabile alle grandi rivoluzioni filosofiche, teologiche e teoriche proprio della nobiltà o della borghesia.
Benché Leland fosse un anarchico e un egalitario, riteneva che, paradossalmente, proprio il progresso e l'omologazione culturale stessero sradicando tali antiche culture popolari, che perfino il Cristianesimo era riuscito soltanto a nascondere sotto un velo, inglobando le leggende e le conoscenze magiche nelle storie di santi e miracoli e riconoscendo, pur come nemico, il fenomeno della cosiddetta stregoneria.
L'antropologo statunitense si sentiva dunque investito di un ruolo fondamentale: salvare tali conoscenze popolari dall'oblio della cultura borghese e dalla noncuranza degli accademici universitari.
Fu nel 1889 che suscitò un grande dibattito con la pubblicazione di un terzo e breve libro: Aradia. Il Vangelo delle streghe. Il libro proseguiva sulla stessa scia delle opere precedenti e, anzi, a ben vedere era meno ricco di leggende e riferimenti culturali volti ad accostare la conoscenza popolare alla cultura classica. Eppure è, tutt'oggi, il suo testo più tradotto e conosciuto.
La fortuna del libro è dovuta all'alone di leggenda che lo circonda. Stando a quanto racconta lo stesso Leland, sia nella prefazione sia nella postfazione del testo, durante i suoi studi sul territorio toscano si accorse di come in Italia, più che in qualsiasi altro territorio europeo, sembravano sopravvivere conoscenze magiche ancora fortemente radicate tra la popolazione. Come scrive Leland:
"In Italia, ancora oggi, ci sono un gran numero di streghe, indovine o maghe, che predicono il futuro attraverso le carte, compiono strane cerimonie nel corso delle quali si invocano gli spiriti, fabbricano e vendono amuleti e si comportano come, generalmente, ci si aspetta da persone come loro, siano esse sacerdotesse Voodoo in America o streghe in ogni altra parte del mondo. Ma la strega italiana è, sotto alcuni aspetti, diversa da quest'ultime. Spesso proviene da una famiglia nella quale la stregoneria viene praticata da moltissime generazioni. Non ho dubbi che vi siano dei casi in cui queste antiche pratiche risalgano ad epoca medievale o addirittura al periodo romano o etrusco. Il risultato è stato naturalmente l'accumularsi, in queste famiglie, di una vastissima tradizione" (Charles Leland, Aradia. Il vangelo delle streghe, Aradia Edizioni, p. 9).
Cercando di approfondire questa antica tradizione, Leland racconta di essere entrato in contatto con una strega soprannominata "Maddalena", viva testimonianza di questo filo ininterrotto con il passato. Maddalena fu una delle testimoni principali delle leggende e delle usanze magiche trascritte da Leland anche se ella, nonostante l'insistenza dell'antropologo statunitense, sembrava voler mantenere segrete le sue fonti. Soltanto dopo una lunga opera di convincimento fu in grado di ottenere da lei un testo scritto, che da allora passò alla storia come Il vangelo delle streghe, da Leland trascritto, tradotto e commentato. Nella sua versione originale, il manoscritto su cui Leland lavorò era composto da un insieme di fogli sui quali Maddalena aveva trascritto, in prosa e in poesia, un insieme di storie e incantesimi dedicati alla dea Diana, divinità venerata dalla streghe non solo nel medioevo, ma anche nel mondo antico. Furono due particolari a colpirlo e a convincerlo di trovarsi di fronte a un testo unico: da un lato, la peculiare alternanza di poesia e prosa, redatte in un italiano antico, non più parlato dalla popolazione locale; dall'altro, il trovarsi di fronte a leggende e tradizioni che aveva già incontrato interrogando fonti diverse.
Per lungo tempo si è dibattuto sulla veridicità del manoscritto che Leland dice di riportare. Gli studiosi si sono divisi tra i detrattori, che ritengono il testo una pura invenzione letteraria dell'antropologo statunitense o un'invenzione della "fattucchiera" Maddalena, creata ad arte per ingannarlo, e coloro che invece ne sostengono l'autenticità, ritenendo lo scritto riportato da Leland come un autentico manoscritto antico, tramandato nei secoli da una congrega segreta di Streghe.
Come spetto accade, ritengo che la verità risieda nel mezzo; e, in questo caso, il dibattito è scaturito da un fraintendimento circa le origini del testo che lo stesso Leland avrebbe fugato se si fosse letto tra le righe della sua postfazione al libro. Sulla veridicità storica di tale documento Leland non si sbilancia. Anzi, egli stesso sembra considerare il testo di Maddalena non come un vangelo "canonico" e segreto, giunto a noi intatto da un'epoca remota e facente parte di una congrega di streghe unite da un culto omogeneo, ma come la trascrizione di una conoscenza orale, tramandata di generazione in generazione e della quale ci rimangono ormai solo sporadici frammenti. Come scrive nell'appendice:
"L'esistenza di una religione presuppone ovviamente una scrittura e, in questo caso, bisogna ammettere, anche senza bisogno di accurate verifiche, che il Vangelo delle Streghe è un'opera davvero molto antica. Quando una tradizione viene tramandata oralmente, le donne si ritrovano a ripetere parole o frasi estratte da interi capitoli dei quali non comprendono a pieno il significato, ma che hanno saputo ascoltare e assimilare" (Charles Leland, Aradia. Il vangelo delle streghe, Aradia Edizioni, p. 115).
Un simile vangelo potrebbe essere esistito, ma lo stesso Leland è consapevole che i fogli manoscritti a lui consegnati da Maddalena ne sono ormai solo un'eco lontano, che ne mantiene lo spirito e forse qualche passaggio originale, ma che ormai sopravvive solo nel folklore e nelle credenze nascoste degli strati più bassi della popolazione. Bassi, s'intende, non in senso dispregiativo, ma anzi non contaminati dalla cultura "alta borghese" e, per questo, veicolo di conoscenze antiche non sradicate dall'omologazione culturale.
"Non so se questa donna abbia attinto una parte di queste informazioni da fonti scritte o da una tradizione orale" scrive nella prefazione, "anche se sarei più propenso a pensare che lo abbia fatto principalmente attingendo da quest'ultima. Tuttavia sono oltremodo certo che esistono alcune streghe che sono solite riprodurre o conservare scritti relativi alla pratica della loro arte" (Charles Leland, Aradia. Il vangelo delle streghe, Aradia Edizioni, p. 12).
Ci troviamo dunque di fronte a un fenomeno frammentato e nascosto, veicolato dalle conoscenze residue di ciò che è rimasto a fronte delle persecuzioni imperversate dal Medioevo più remoto fino ai primi decenni del XIX secolo.
Fulcro del culto stregonico, come accennato il precedenza, è la dea Diana, conosciuta anche con il nome di Tana. Una dea dai mille volti, che nel mondo classico rappresentava la dea degli animali, della caccia e dei boschi e che, proprio per questo suo lato selvaggio, viene elevata dal culto stregonico alla della Natura, principio cosmico femmineo che incarna le forze irrazionali, indomabili, oscure e segrete del cosmo.
Diana è dunque da intendersi come la Notte primordiale, che ingloba in sé ogni luce; la notte del ventre materno dal quale emerge la vita.
"Diana fu la prima ad essere create, prima ancora dell'intera creazione. In lei erano tutte le cose. Da Lei scaturirono le prime tenebre, poi Ella divise se stessa in luce e in tenebre. Lucifero, suo fratello e figlio, emanazione di Diana stessa, fu luce" (Charles Leland, Aradia. Il vangelo delle streghe, Aradia Edizioni, p. 27). si legge nel Vangelo delle streghe.
Da notare come Lucifero entri nella teogonia stregonica non tanto nell'accezione negativa propria del cristianesimo ma, al contrario, nel senso originale del suo nome: ossia come portatore di Luce. La sua caduta viene paradossalmente ribaltata nel mito stregonico non come lo sprofondamento delle Luce nelle Tenebre ma, al contrario, come una fuga della Luce dalle Tenebre. Come racconta il mito raccontato dal Vangelo delle streghe:
"Quando Diana vide che la luce emanata da suo fratello lucifero era così bella, fu colta da una grande bramosia e desiderò accogliere ancora quella luce nella sua oscurità.- Diana fremeva dal desiderio e quel desiderio fu l'Alba. Ma Lucifero, la luce, non volle acconsentire a soddisfare le sue brame e così fugì da lei, Egli era come la luce che cerca rifugio nelle più remote regioni del cielo, come un topo fugge di fronte a un gatto" (Charles Leland, Aradia. Il vangelo delle streghe, Aradia Edizioni, p. 27).
Spinta dalla sua passione irrefrenabile, Diana segue Lucifero sulla terra. Questi era solito dormire con una gatta e, per riuscire a unirsi a lui, prese le sue fattezze per intrufolarsi nel letto e giacere col fratello. Quando questi scoprì l'inganno e che "la luce era stata conquistata dalle tenebre, si adirò tremendamente", ma Diana fece il suo primo incantesimo, mormorando una canzone. Lucifero si innamorò di lei e da quella nazione nacque il popolo di Diana: "Le streghe, gli spiriti, le fate e gli elfi che vivono nelle regioni più deserte e i goblins" (Charles Leland, Aradia. Il vangelo delle streghe, Aradia Edizioni, p. 29). 
Presto, tuttavia, uomini malvagi presero il controllo del mondo. "In quel tempo vi erano sulla terra pochi uomini ricchi e molti uomini poveri. E i ricchi resero schiavi tutti i poveri. In quel tempo vi erano dunque molti schiavi che venivano trattati in modo veramente crudele: in ogni palazzo regnava la tortura, in ogni castello vi erano numerosi prigionieri. Molti schiavi fuggirono e si diedero alla macchia diventando ladri e malfattori. La notte, invece di dormire, essi complottavano evasioni e uccidevano i loro padroni per derubarli. Queste persone trovarono rifugio tra i monti e nelle foreste e furono costrette a vivere come banditi e assassini per fuggire alla schiavitù" (Charles Leland, Aradia. Il vangelo delle streghe, Aradia Edizioni, p. 18).   
In una sorta di redenzione universale ribaltata, Diana decide di aiutare questa popolazione di diseredati incarnandosi in una figlia: Aradia/Erodiade, dalla quale prende il nome il vangelo. Aradia fu la prima grande sacerdotessa, incaricata di diffondere le arti magiche al poveri e ai diseredati per ribellarsi al giogo dei sovrani.
"Tu sarai sempre la prima strega/La prima strega divenuta nel mondo/tu insegnerai l'arte di avvelenare/Di avvelenare tutti i signori/Di farli morire nei loro palazzi/di legare lo spirito dell'oppressore [...]" (Charles Leland, Aradia. Il vangelo delle streghe, Aradia Edizioni, p. 19).
Diana e Aradia rappresentano le divinità femminee e lunari speculari a Dio e a Cristo, divinità maschili e solari. Come Cristo, Aradia è un'incarnazione divina scesa sulla terra a liberare gli uomini; a liberarli, tuttavia, non dalla carne, ma da coloro che gli impediscono di godere della carne, opprimendoli con la schiavitù.
Una teologia rivoluzionaria, che ribalta le forze in gioco dando preminenza allo spirito lunare e femmineo. Come scrive Leland nella postfazione del testo:
"In tutte le Scritture d'ogni civiltà è il maschio a creare l'universo; nella stregoneria il principio attivo è quello femminile. Nel corso della Storia, ogni volta che ricorre un periodo di radicale ribellione intellettuale nei confronti di un conservatorismo o una gerarchia da lungo tempo dominanti, si ripresenta il tentativo di considerare la donna su un piano di uguaglianze, se non anche di superiorità. [...] Si può osservare che anche durante il Medio Evo, così come all'epoca degli intensi fermenti che animarono ugonotti, giansenisti e anabattisti, la donna emerge con preminenza o si ritrova a giocare un ruolo più importante che mai nella vita politica o sociale" (Charles Leland, Aradia. Il vangelo delle streghe, Aradia Edizioni, p. 111).
Leland individua una peculiare somiglianza tra i casi di stregoneria Medievali, corrispettivi ai tumulti sociali da parte di sette ereticali contro il potere costituito, e i medesimi culti "lunari" legati a forze ctonie che stavano nascendo nel suo secolo, come il movimento spiritista nato in concomitanza ai fenomeni medianici delle sorelle Fox e, potremmo aggiungere, anche il movimento Teosofico della Madame Blavatsky, in cui lo spirito lunare e femmineo ebbe un ruolo rilevante.
"La donna parrebbe essere come quei pesci che si mostrano dove le acque sono più agitate" scrive Leland, come se, appunto, ai tumulti sociali provenienti dal basso si accompagnasse un risveglio delle rispettive forze ctonie e lunari, in grado di risvegliare gli archetipi più profondi e nascosti dell'animo umano, legati a una libertà radicale che, nel Medioevo, fu trasmutata nell'immagine del Sabba.
Sabba che ritorna anche nel Vangelo delle streghe, come celebrazione della dea Diana e della figlia Erodiade, portatrici di una liberazione che passa attraverso la Luna, la notte e l'estasi dei sensi. Il Sabba è la messa speculare all'eucarestia, in cui sono esaltati i piaceri dei sensi e la gioia nei confronti della vita e della terra.
"Non cuocio né il pane né il sale/Non cuocio né il vino né il miele/Cuocio il corpo, il sangue e l'anima di Diana/ [...] La cena in tua lode in molti faremo,/mangeremo, berremo/balleremo, salteremo/ su questa grazia che ti ho chiesta tu mi farai/ nel tempo che balliamo/il lume spegnerai/così l'amore liberamente noi faremo" (Charles Leland, Aradia. Il vangelo delle streghe, Aradia Edizioni, p. 24).
E, ancora, nel proseguo in prosa, descrizione della fase cerimoniale conseguente
all'invocazione/preghiera in versi: "Tutti i convenuti, uomini e donne, sederanno al desco completamente nudi e terminato il banchetto essi danzeranno, canteranno, e faranno musica, quindi, quando tutte le luci saranno spente, si ameranno nel buio. Poiché sarà lo spirito di Diana a estinguerle, essi danzeranno e faranno musica in suo onore" (Charles Leland, Aradia. Il vangelo delle streghe, Aradia Edizioni, p. 24).
Come Cristo, anche Erodiade, nel mito, torna alla madre Diana quando il suo tempo sulla terra è finito; non perché sconfitti tutti i padroni, ma poiché ha ormai diffuso il suo culto e le sue arti magiche, dando alle streghe e agli stregoni le conoscenze per connettersi in ogni momento con la dea.
"A quanti lo meritavano ella avrebbe accordato i suoi favori. E così dovrà essere invocata:
Io ti cerco, Aradia, Aradia, Aradia!
A mezzanotte, a mezzanotte in punto
Vado in mezzo a un campo
e con me reco acqua vino e sale,
e il mio talismano, il mio talismano
il mio talismano
e una piccola borsa rossa
che terrò sempre nella mano,
con dentro il sale, con dentro il sale.
Con acqua e vino io mi benedico
con devozione io mi benedico
E imploro i favori di Aradia!" (Charles Leland, Aradia. Il vangelo delle streghe, Aradia Edizioni, pp. 26-27).
Benché, come anticipato in precedenza, i detrattori del testo di Leland abbiano cercato di bollarlo come una mera fantasia dell'autore, occorre sottolineare come studi più recenti stiano riportando alla luce le vestigia di un antico culto pagano, diffuso in tutta Europa, dedicato alla dea Diana. Tra gli studiosi più seri e affidabili, anche da un punto di vista filologico, merita di essere citato in questa sede Carlo Ginzburg, che nella sua monumentale Storia notturna. Una decifrazione del Sabba sembra avvalorare le tesi e il racconto di Leland. Studiando i documenti inquisitoriali dell'Europa, dal Medioevo al tardo 1600, lo storico e antropologo italiano si accorse di diverse ricorrenze nelle descrizioni degli "indagati" che non potevano provenire esclusivamente dal tentativo degli inquisitori di ricondurre le loro accuse a registri noti. Nelle testimonianze degli inquisiti nei processi di stregoneria o licantropia d'Italia, Germania, Francia e Inghilterra ricorrevano spesso descrizioni di culti, riti e cerimonie troppo simili. Tra essi, nel capitolo intitolato Al seguito della dea (Carlo Ginzburg, Storia notturna. Una decifrazione del sabba, pp. 73-97) Carlo Ginzburg individua un antico culto femmineo dedicato proprio alla dea Diana/Erodiade, una dea dai mille volti che, oltre all'immagine classica della donna selvaggia armata di arco e frecce, assumeva anche il nome di "Regina delle Fate", accompagnata dal marito Lucifero, di "Oriente", dea dispensatrice di cibi, bevande e piaceri, di Epona, dea celtica protettrice della Natura e accompagnata da una folta schiera di bestie o spiriti infernali.
"Donne che credono e dicono di andare di notte al seguito di Diana in groppa ad animali percorrendo grandi distanze, obbedendo agli ordini della dea come a una padrona, servendola in notti determinate: tutti questi elementi ricorrono nelle confessioni di Sibillia e Pierina [due donne accusate di stregoneria, i cui casi sono analizzati da Ginzburg n.d.R.]. [...] Aveva dunque ragione il prete Giovanni de Matociis [...] nell'affermare in un passo delle sue Historiae Imperiale che: molti laici credevano in una società notturna guidata da una regina: Diana o Erodiade. [...] A questo punto anche i tentativi di preti, canonisti e inquisitori di tradurre i molteplici nomi della dea notturna ci appaiono in una luce diversa [...]. Diana e Erodiade fornivano ai chierici un filo per orientarsi nel labirinto delle credenze locali. In questo modo un'eco fioca e alterata di quelle voci di donne è giunta fino a noi" (Carlo Ginzburg, Storia notturna. Una decifrazione del sabba, Adelphi edizioni, pp. 78-79).
Charles Leland, I canti di Aradia. Il vangelo delle streghe, Aradia Edizioni
Per approfondire, Il grimorio di Aradia, a cura di Dragon Rouge, Aradia Edizioni
Carlo Ginzburg, Storia notturna. Una decifrazione del Sabba, Adelphi
Daniele Palmieri
  

domenica 19 maggio 2019

Allan Kardec: Le manifestazioni spiritiche

Dopo aver parlato, nell'ultimo articolo, delle manifestazioni demoniache secondo le parole del cardinale Borromeo, proseguiamo l'indagine nel campo dell'occulto con un altro testo classico dell'esoterismo: Le manifestazioni spiritiche di Allan Kardec, nella nuova edizione pubblicata da Libraio Editore con la prefazione di Alexandra Rendhell, figlia del medium italiano Fulvio Rendhell.
Il 1800 fu il secolo in cui si fronteggiarono due grandi movimenti culturali contrapposti: il Positivismo e lo Spiritismo. Due movimenti che proponevano concezioni della realtà radicalmente diverse; da un lato, il Positivismo portava all'estremo il metodo scientifico, riducendo l'intera realtà al mondo materiale ed escludendo qualsiasi forma di astrazione o spiritualità dall'analisi scientifica e filosofica. Dall'altro lato della barricata, lo Spiritismo, una visione metafisica del reale che, al contrario, sosteneva l'esistenza di una realtà trascendente, popolata dagli spiriti dei defunti organizzati secondo una scala gerarchica, con i quali era possibile entrare in contatto attraverso persone dotate di particolari poteri psichici: i medium, dei veri e propri portali tra il mondo dei vivi e il mondo dei morti.
Mentre il movimento Positivista affondava le sue radici nell'Illuminismo ateo, materialista e razionalista del XVIII secolo, lo Spiritismo nacque dalle correnti sotterranee e in controtendenza rispetto allo spirito dell'epoca, che troppo spesso viene fatto coincidere con le opere dei pensatori come Rosseau, Voltaire, Diderot e D'Alambert, dimenticandosi delle "voci altre" del periodo. Primo tra tutti, Emmanuel Swedemborg, pensatore mistico e visionario che nei suoi testi descrisse le visioni paradisiache e infernali, nonché i dialoghi che sosteneva di intrattenere con le entità angeliche e demoniache che popolavano questo mondo intermedio. Ed è a queste correnti sotterranee che lo Spiritismo strizza l'occhio, sviluppandosi anche attraverso il pensiero di Fichte, Schelling e degli idealisti tedeschi, che vedevano la realtà come un Assoluto metafisico, la cui sostanza primaria non era la materia bensì il pensiero.
E' da questo retroterra culturale, dunque, che nasce il caso dello Spiritismo,  a partire da casi di studio inizialmente isolati, come i fenomeni paranormali prodotti dalle sorelle Fox, che ebbero un grande risalto mediatico in tutto il mondo e che portarono l'opinione pubblica a interrogarsi sul lato nascosto del reale, con il desiderio di saperne di più. Si moltiplicarono così, in tutto il mondo, medium veri o presunti che sostenevano di poter entrare in contatto con tale realtà psichica trascendente, per rivelare cosa si nasconde dietro il velo della morte.
In questa fase, lo Spiritismo è più un fenomeno mediatico a cui il Positivismo guarda con diffidenza; non è ancora dotato di una teoria organica, ma solo di "predecessori", di un humus culturale che aveva posto le basi per la nascita di un movimento culturale che colmasse i vuoti spirituali lasciati dal materialismo positivista.
Fu un filosofo e pedagogista francese, dalle grandi basi culturali, ad assumersi questa responsabilità: Hippolyte Leon Denizard Rival, conosciuto come Allan Kardec, il primo grande teorizzatore dello Spiritismo, colui che diede un aspetto organico a quei fenomeni inspiegabili che imperversavano in tutto il mondo, dotandoli di una cornice teorica unitaria.
Si cadrebbe in errore nel bollare lo spiritismo di Kardec come un pensiero "irrazionale" o "irrazionalista". Se, da un lato, esso nasce per indagare la realtà tagliata fuori dal Positivismo, dall'altro lato non ne esclude a priori né le tecniche di indagine né la razionalità. Al contrario, leggendo le opere di Kardec ci si accorge di quanto il pensiero illuminista sia penetrato a fondo negli intellettuali del XIX secolo, a tal punto che anche le realtà occulte che fino ad allora erano rimaste prerogativa del mistico, del religioso, della superstizione, vengano ora affrontate con occhio scientifico.
Come scrive Alexandra Rendhell nella prefazione del libro:
 
"L'uomo razionale, nonostante l'entusiasmo, non si allontanò mai dal suo prudente atteggiamento di studioso [...]. Gli esordi di Hippolyte nello spiritismo furono dettati dalla volontà di ricercare, in quelle comunicazioni ultradimensionali, delle risposte ai propri quesiti esistenziali; [...] in essi egli aveva ravvisato la possibilità che questi contatti con altre dimensioni potessero costruire la base di partenza per quel suo progetto di una costruzione di un nuovo ordine mondiale [...] che doveva mirare a costruire quell'uomo nuovo, non più scisso e combattuto tra spirito e materia, ma personalità integrare, membro di una futura umanità più felice, evoluta e consapevole" (Alexandra Rendhell, Nascita e codifica dello spiritismo moderno, in Allan Kardec, Le manifestazioni spiritiche, Libraio Editore, p. 28).
 
Leggendo Le manifestazioni spiritiche, la razionalità di Kardec è il primo aspetto che salta subito all'occhio. L'opera si apre, infatti, con un breve dizionario che presenta il significato dei termini principali utilizzati da Kardec nella sua filosofia; una scelta tipica della letteratura scientifica, in cui l'analisi del significato dei termini è fondamentale per dare una connotazione precisa dei concetti che si sta utilizzando, per evitare dubbi, fraintendimenti e vaghe interpretazioni.
Nella presente recensione del testo, ci focalizzeremo proprio sul significato dei due termini principali del titolo; analizzeremo cioè cosa Kardec intende quando parla di "spiriti" e quali sono i modi attraverso i quali essi si manifestano.
Partiamo dalla definizione che Kardec dà di "spirito":
 
"dal latino spiritus, spirare, soffiare. Nel senso speciale della dottrina spiritica gli spiriti sono entità intelligenti della creazione, i quali popolano l'universo all'infuori del mondo corporeo. La natura intima degli spiriti ci è ignota; essi stessi non possono definirla, sia per ignoranza sia per insufficienza del nostro linguaggio. Noi siamo, a tale riguardo, come i ciechi nati per la luce. Secondo il loro dire, lo spirito non è punto materiale nel senso volgare della parola: egli non è immateriale nel senso assoluto, perché lo spirito è una qualche cosa e l'immaterialità assoluta sarebbe il nulla. Lo spirito è formato di una sostanza della quale la nostra materia grossolana che cade sotto i nostri sensi non può darci un'idea. Può equipararsi a una fiamma o scintilla il cui splendore varia secondo il grado della sua purezza" (Allan Kardec, Le manifestazioni spiritiche, Libraio Editore, p. 97).
 
Lo spirito è dunque un'entità mediana; non solo perché si trova a metà tra il mondo della vita e quello della morte, ma poiché è composto di una materia sottile a metà tra l'essere e il non-essere. Come il soffio, da cui il termine "spirito" deriva, possiamo percepirne la manifestazione quando esso entra in contatto con noi, ma non riusciamo a darne una connotazione materiale in senso assoluto. Tale sostanza eterea è da Kardec definita "Perispirito", un "involucro semimateriale dello spirito dopo la sua separazione dal corpo [che] può assumere tutte le forme a volontà dello spirito; ordinariamente assume l'immagine della persona nella sua ultima esistenza corporale. [...] Lo Spirito avrebbe un doppio involucro; la morte non o spoglierebbe che del più grossolano; il secondo, che costituisce il Perispirito, conserverebbe l'impronta e la forma del primo, di cui è come l'Ombra. Senonché la natura essenzialmente fluidica permetterebbe allo spirito di modificare questa forma a suo talento e di renderla visibili o invisibili, palpabile o impalpabile" Allan Kardec, Le manifestazioni spiritiche, Libraio Editore, p. 85).
Il corpo è il primo guscio dello Spirito; in un certo senso, dunque, siamo tutti medium, veicoli dello spirito che ospitiamo nella nostra carne. E quando questa carne viene meno, lo Spirito esce come da un uovo, ma ancora circondato da una membrana eterica, il Perispirito, appunto, che in parte mantiene la forma del corpo fisico ma che è, tuttavia, suscettibile di mutamenti, essendo composto di una materia sottile e fluida, come un gas.
Una volta al di fuori dal corpo, lo Spirito, attraverso il Perispirito, si porta dietro non solo la forma ma anche le esperienze vissute nella vita terrena. E tali esperienze possono essere scorie o gioielli, a seconda del modo in cui abbiamo vissuto.
Secondo Kardec, infatti, mentre il mondo materiale è mosso da leggi fisiche, il mondo spirituale è mosso da leggi morali, altrettanto scientifiche e universali come le leggi etiche e, come queste, regolano in maniera causale l'esistenza dello spirito. A ogni azione morale o immorale corrisponde una reazione spirituale, che permane nello Spirito segnandone il percorso.
Motore immobile di questo cosmo spirituale moralmente ordinate è Dio, inteso non come entità antropomorfa che sancisce premi e punizioni ma come Supremo Essere, un'entità che trascende ogni cosa ma che, attraverso il pensiero, dà realtà a ogni cosa. Il viaggio degli Spiriti è un viaggio di ritorno a tale entità, che parte dal mondo materiale fino ad elevarsi al motore immobile e a decretare l'avanzamento in questo viaggio sono le leggi morali. Non è dunque Dio a punire o a premiare, ma è lo Spirito stesso che si premia o si punisce a seconda del proprio comportamento.
Secondo Kardec gli Spiriti sono perciò ordinati secondo una scala gerarchica che ne testimonia il grado di avanzamento in tale viaggio e, così come esistono uomini virtuosi e viziosi, allo stesso modo esistono Spiriti più elevati o più bassi.
Come scrive il medium francese:
 
"Di tutti i principi fondamentali della dottrina spiritica, senza dubbio il più importante è quello che stabilisce i diversi ordini di spiriti. Al principio delle manifestazioni pareva che un'entità, sol perché era spirito, dovesse avere la scienza infusa e la suprema saggezza, e molte persone si sono credute di un mezzo infallibile di divinazione: questo ha dato luogo a molti errori. L'esperienza ha presto fatto conoscere che il mondo invisibile è lontano dal contenere soltanto spiriti superiori; essi stessi c'insegnano che non sono tutti uguali né in sapere né in moralità; essi hanno tracciato i caratteri distintivi di questi differenti gradi che costituiscono quella che chiamiamo Scala spiritica" (Allan Kardec, Le manifestazioni spiritiche, Libraio Editore, p. 107).
 
Questa scala è, secondo Kardec, di fondamentale importanza, poiché permette di capire quale entità si è a noi manifestata, quali sono le sue intenzioni e quale il suo grado di attendibilità nelle sue rivelazioni.
La Scala spiritica è suddivisa in tre ordini, a loro volta separati in nove classi:
1) Il terzo ordine è quello degli spiriti imperfetti. E' l'ordine più basso, in cui la materia predomina ancora sullo spirito. Si compone di Spiriti dai quali bisogna diffidare, poiché così come erano corrotti nel mondo materiale, lo sono ancora in quello spirituale. Mossi dall'egoismo, dall'orgoglio, dall'ignoranza e dalle altre passioni negative che li condizionarono in vita, gran parte di questi si dedicano ancora alle truffe e alle frodi; si divertono a prendersi gioco delle persone a cui si manifestano, poiché si portano ancora dietro la loro sofferenza e, dunque, la loro unica gioia è il tormento del prossimo.
Secondo Kardec, tuttavia, non esiste una dannazione eterna e il percorso di ogni spirito è un viaggio di purificazione. Queste entità, soprattutto le più malvage, furono scambiate in passato per Demoni e furono idolatrati e temuti; in realtà erano "Spiriti" comuni che ancora si dovevano purificare e che cercavano di estendere il loro dominio sugli uomini. Ma anch'esse erano soggette al cammino di purificazione che, lentamente, le portava a lasciarsi alle spalle i travagli e i vizi passati. Le diverse "classi" all'interno dei tre ordini rappresentano il grado di purificazione dello Spirito. Le classi del terzo ordine sono quelle degli: 9) Spiriti impuri (ancora corrotti); 8) Spiriti leggeri (ignoranti e maligni ma non malvagi); 7) Spiriti falsi sapienti (spiriti parzialmente purificati, ma che non hanno ancora una conoscenza completa del mondo Spirituale); 6) Spiriti ignavi (né malvagi né buoni).
2) Il secondo ordine è quello degli Spiriti buoni. In questo ordine lo Spirito ha preso il sopravvento sulla materia ma non è ancora del tutto purificato, benché prevalgano in lui la saggezza, la bontà, il sapere e la moralità. Ciò che li tiene vincolati alla materia sono le abitudini pregresse, il linguaggio, i ricordi, una sorta di malinconia verso la vita che hanno vissuto che gli impedisce di abbandonarsi completamente al mondo spirituale. Le classi che compongono questo ordine sono: 5) Spiriti benevoli (servono e proteggono gli uomini); 4) Spiriti sapienti (spiriti di elevata saggezza, con la mente rivolta alla sapienza divina); 3) Spiriti saggi (spiriti di elevata moralità); 2) Spiriti superiori (riuniscono conoscenza, sapienza e moralità).
1) Il primo ordine è quello degli Spiriti puri. Non vi è alcuna suddivisione in classi poiché gli Spiriti giunti a questo livello di elevazione sono perfetti, senza alcuna macchia, vizio o malinconia della vita passata. Come scrive Kardec: "Hanno percorso tutti i gradi della scala, spogliandosi di tutte le impurità della materia. Avendo attinto la somma di perfezione di cui è suscettibile la creatura, essi non hanno più da subire né prove né aspirazioni. Non essendo più soggetti alla reincarnazione in corpi mortali, è per essi la vita eterna che vivono nel seno di Dio. Essi gioiscono di un felicità inalterabile, perché non soggetti ai bisogni e alle vicissitudini della vita materiale; ma questa felicità non è quella di un'oziosità monotona che trascorra in perpetua contemplazione. Sono i ministri di Dio, del quale eseguono gli ordini per mantenere l'armonia universale" Allan Kardec, Le manifestazioni spiritiche, Libraio Editore, p. 115). Così come gli Spiriti più bassi nella scala gerarchica furono scambiati per demoni, gli Spiriti puri furono nominati "Angeli" ma, a dispetto della credenza usuale, secondo Kardec queste entità non furono create al pari di Dio ma si reincarnarono in uomini, esattamente come tutti i mortali, per poi cominciare il loro percorso di ascensione fino a tornare al Creatore.
 
A differenti entità corrispondono diverse manifestazioni. Secondo Kardec, il primo e fondamentale discrimine risiede nella persona stessa che cerca di entrare in contatto con il mondo degli Spiriti. Personalità timorose, suscettibili, viziose o corrotte non potranno che attirare a sé gli spiriti di ordine più basso, dai quali saranno facilmente circoscritti o frodati. Al contrario, i medium migliori sono coloro che hanno raggiunto, già in vita, un ottimo grado di moralità; persone eticamente integre, senza doppi fini, mosse esclusivamente dall'amore della conoscenza e non dalla curiosità o dalla speranza di poter ottenere dagli Spiriti qualcosa di materiale in cambio.
Per far sì che un'entità si manifesti, secondo Kardec occorre anzitutto scegliere un luogo sobrio, senza decorazioni o simboli esoterici particolari che potrebbero solo agire negativamente sulla mente dell'individuo, mettendolo in soggezione. Deve essere un ambiente equilibrato, tranquillo, meglio se dedicato esclusivamente alla pratica spiritica.
Secondariamente, bisogna invocare l'entità nel nome di Dio, con parole solenni per mostrarsi seri e portatori di buone intenzioni. Può essere un'entità specifica oppure ci si può rivolgere al mondo degli spiriti in generale, attendendo che qualcuno di essi dia la sua risposta. In questo secondo caso, occorre prestare particolare attenzione sul tipo di entità che ha deciso di varcare la soglia.
In terzo luogo, occorre trattare lo spirito con rispetto, indipendentemente dall'ordine di cui esso fa parte, con la consapevolezza che si sta entrando in contatto con intelligenze che, in quanto tali, vanno rispettate. Non deve esservi nei loro confronti alcun atto coercitivo, ma allo stesso tempo bisogna essere in grado di farsi rispettare e di non farsi intimorire dagli spiriti di ordine inferiore.
I mezzi scelti dallo Spirito per comunicare possono essere diversi e Kardec passa al vaglio strumenti che, nei secoli a seguire, entreranno a far parte dell'immaginario collettivo: spostamento di tavoli o oggetti, colpi su mobili o pareti, scrittura automatica, planchette automoventi.
A tal proposito, secondo Kardec le diverse apparizioni possono essere:
 
"Occulte, quando non hanno nulla di ostensibile e lo spirito tenta di agire sul pensiero;
patenti, quando colpiscono i sensi;
Fisiche, quando si traducono in fenomeni materiali, come rumori, movimenti e rimozione di oggetti;
Intelligenti, quando rivelano un pensiero.
Spontanee, quando sono indipendenti dalla volontà e hanno logo senza appello di alcuno spirito;
Provocate, quando sono l'effetto della volontà, del desiderio di una evocazione determinata;
Apparenti, quando lo spirito è visibile" Allan Kardec, Le manifestazioni spiritiche, Libraio Editore, p. 77).
 
Il medium deve essere in grado di comprendere il linguaggio cifrato attraverso il quale lo Spirito si manifesta, con una serie di domande volte a indagarne la personalità, l'intenzione, l'ordine e la classe. Non bisogna mai disdegnare, secondo Kardec, lo spirito che si manifesta. Ciascuno di essi mostra la sorte che ci attende. Spiriti illustri sono di utile insegnamento per le nostre qualità morali, Spiriti bassi sono più vicini a noi, sono dunque più facile da comprendere e ci possono educare per via indiretta sugli errori da non compiere.
In conclusione, consiglio la lettura de Le manifestazioni spiritiche di Allan Kardec tanto ai credenti quanto agli scettici. Ai primi, per studiare in maniera approfondita quali sono le basi dello Spiritismo e, soprattutto, i metodi attraverso i quali entrare in contatto in maniera consapevole con l'al di là, senza lasciarsi muovere o dall'ignoranza o dalla mera curiosità. Ai secondi per comprendere le motivazioni spirituali e filosofiche dietro un movimento che ha avuto un impatto non indifferente sulla cultura di massa, e che ancora oggi ci influenza con i suoi simboli e i suoi concetti. Per fare un esempio triviale, basti pensare alla quantità di opere letterarie e cinematografiche che attingono alle immagini e alle operazioni presenti nei libri di Kardec, per fare leva sulle emozioni, le paure e i simboli che ciascuno di noi possiede nel proprio inconscio collettivo e che troppo spesso tentiamo di rimuovere o bollare come mere superstizioni.
Concludo, dunque, con le parole dell'ottima introduzione a cura di Alexandra Rendhell:
 
"Oggi come allora, tutti pretendono di sapere e di poter fare tutto e subito, senza approfondire le conoscenza. Kardec, in questo testo basilare, rivolto non solo ai medium ma a tutti coloro interessati a vedere e a osservare i fenomeni spiritici, allora li avverte, sottolineando, altresì, la necessità di conoscere e adottare un giusto linguaggio comune a tutti gli operatori [...]. Il volume Le manifestazioni spiritiche, allora, tendendo una mano pedagogica al lettore, gli offre un dizionario spiritico, un quadro sinottico della nomenclatura spiritica, una descrizione delle manifestazioni e comunicazioni spiritiche, con le diverse metodologie adottabili, le tipologie di medium, l'influenza dell'ambiente e dei luoghi sulle sedute, insegnando quale linguaggio e condotta tenere con gli spiriti, offrendo anche consigli ai novizi, come un vero e bravo maestro deve fare con l'allievo, in un'ottica di attenta espansione sapienziale universale" Allan Kardec, Le manifestazioni spiritiche, Libraio Editore, p. 39).
 
Allan Kardec, Le manifestazioni spiritiche, pref. di Alexandra Rendhell, Libraio Editore.
 
 
Daniele Palmieri
 
 
 

domenica 7 aprile 2019

Federigo Borromeo: Le manifestazioni demoniache

Il Cardinale Borromeo è, insieme ad Ambrogio, una delle personalità più illustri di Milano, grazie anche alla penna del Manzoni, che lo ha reso una delle figure iconiche de I Promessi Sposi. Come accaduto, tuttavia, per Ambrogio di Milano, anche il Cardinale Borromeo è diventato con il passare degli anni un personaggio idealizzato, più noto per il culto e il folklore (o la letteratura, in questo caso) che per le sue opere. Io stesso sono rimasto estremamente sorpreso quando, nella Libreria Esoterica di Milano, dove lavoro, mi è capitata quasi per caso una sua curiosa opera tra le mani: Le manifestazioni demoniache, edita in italia dal Gruppo Editoriale Castel Negrino.
A lettura conclusa sono rimasto ancor più sorpreso, poiché il "santo" e "candido" cardinale protagonista dei Promessi sposi ha scritto una delle opere di demonologia più interessanti in circolazione.
Le manifestazioni demoniache, infatti, è una vera e propria summa di informazioni sui demoni, tratte da diverse tradizioni, molte delle quali ancora vive al giorno d'oggi nell'immaginario collettivo, e risulta un testo estremamente interessante da leggere sia da un punto di vista storico, sia da un punto di vista esoterico.
Scritto nel 1600, il testo di Borromeo è un compendio di informazioni sui luoghi, le forme, le modalità in cui si manifestano i demoni, non solo in Europa ma anche nel resto del mondo. Le manifestazioni demoniache, infatti, testimonia la lenta apertura del mondo occidentale nei confronti di terre fino ad allora rimaste inesplorate, come si evince dalle ricorrenti citazioni, da parte del cardinale, di testi di esploratori, da Colombo a Marco Polo, passando per Olao Magno e i primi gesuiti recatisi in Cina. 
Dal punto di vista esoterico, invece, proprio per il suo tentativo di tracciare un profilo "universale" dei demoni, lo scritto del Cardinale raccoglie idee ricorrenti in diverse culture, che mostrano come l'uomo, in ogni parte del mondo, sia mosso, inquietato e attirato da energia profonde e oscure. Energia che la penna di Borromeo tende a distorcere e a fraintendere in senso esclusivamente negativo, come tipico della critica cristiana a partire dai primi pensatori tardoantichi e dalla loro trasformazione, che ho già analizzato nell'articolo Demoni e Dei, del termine greco "daimon" in "demone". Distinzione che Borromeo riprende fin dalle prime pagine del testo, con la sua suddivisione tra "Geni" benigni e "geni" maligni, che ricalca, appunto, la differenza introdotta dai pensatori cristiani tardoantichi tra "daimon", intesi come demoni inferi, e "anghelos", angeli, mediatori (positivi) tra divino e umano. 
Il demone, genio maligno, rappresenta per il Cardinale Borromeo l'incarnazione di una energia infera, a metà tra l'umano e la tenebra; una forza irrazionale che, nell'ottica cristiana, viene bollata come negativa poiché ricondotta al dominio luciferino, ma che in realtà intimorisce proprio per la sua natura selvaggia, indomabile, carnale, portavoce delle caratteristiche della vita che il cristianesimo cerca di sradicare e rimuovere. Caratteristiche che spaventano in quanto estreme e, dunque, estranee al dominio ponderato della ragione. Non a caso Borromeo ritiene patria di demoni tutto ciò che è senza limiti: 

"Gli Spiriti impuri aspirano con somma bramosia a tutto ciò che è estremo, e per estremo indichiamo la deformità e l'irregolarità a livelli eccessivi; e si potrà stabilire che i demoni amano tutte le situazioni estreme, e ne godono. Rientrano in questa categoria i luoghi caldissimi, i luoghi freddissimi, le zone vastissime, le zone aridissime, i precipizi inaccessibili, gli antri, le caverne, la roccia nuda. Inoltre cercano i baratri più profondi della terra, le voragini dei fiumi. Per questo Olao Magno riferisce che i fiumi molto profondi, al Nord, abbondano di demoni e altri scrittori raccontano che nelle selve del Nordland e della Norvegia gli stagni gelati risuonano di varie voci, che si ritiene essere dei demoni" (Cardinale Borromeo, Le manifestazioni demoniache, Castel Negrino, p. 48).


Egli stesso, pur ammettendo l'esistenza di tali forze demoniache, sembra essere spinto da uno spirito razionalizzante, tipico della sua epoca, che tende a ridimensionare l'effettiva diffusione di tali forze, riconducendo gran parte delle manifestazioni o alla superstizione o alla scarsa conoscenza della natura. Ne è intimorito ma allo stesso tempo attratto; nega, quando può, il potere dei demoni sugli elementi, sugli uomini, e sui luoghi, spesso sembra quasi dubitare dalle loro effettiva esistenza, ma in ultima analisi sembra spinto, se non attratto, ad ammettere il loro influsso sull'anima degli uomini e la loro abilità di nascondersi nelle zone d'ombra, disabitate e deserte, nelle terre di confine tanto fisiche quanto psichiche:

"La notte, più del giorno, è in effetti il tempo adatto per le loro scelleratezze; e proprio i verbali dei processi giudiziari dimostrano che all'alba le danze dei demoni si dissolvono con gran tumulto e strepito. Forse ciò serve a significare che i demoni non sono altro che tenebre e chi agisce scelleratamente odia la luce [...] La notte risulta di per sé più fascinosa e concentra meglio la mente per studiare e conoscere le ragioni delle cose. In effetti è stato tramandato che la filosofia e l'acume speculativo sorsero anche grazie a questo fascino. Inoltre, nell'oscurità della notte le percezioni visive o uditive assumono sempre modalità ingigantite e colpiscono di più dal punto di vista sia della bellezza, sia della bruttezza" (Cardinale Borromeo, Le manifestazioni demoniache, Castel Negrino, 32).


Nonostante il velo razionalizzante, Borromeo è dunque abile a cogliere e a descrivere l'oscurità psichica dalla quale sorgono i demoni interiori, sia a partire dalle suggestioni dell'ambiente sia evocati dalle passioni interiori. Scrive il Cardinale:

"Tutti i fenomeni più arcani hanno il potere e la forza di stimolare nel nostro animo quell'intima emozione che viene detta religione, ossia il culto delle cose che vengono ritenute sacre, siano esse false, siano esse vere. I luoghi solitari, le grotte o le selve ingenerano, fomentano e alimentano, perciò, le superstizioni con grande facilità, più dei luoghi abitati e conosciuti [...]. E gli stessi demoni, per motivi differenti, amano i luoghi deserti e solitari. In altri luoghi poi i demoni hanno un vigore e una forza particolari, e lì dominano. Ad esempio le streghe e i maghi non si riuniscono in un posto qualsiasi, ma vanno nei prati o campi, nelle valli e nei monti" (Cardinale Borromeo, Le manifestazioni demoniache, Castel Negrino, p. 39).

La molteplicità dei demoni nasce da questi due elementi: da un lato la varietà del mondo naturale e, dall'altro, la varietà degli uomini e delle passioni umane.  Pur essendo il mondo creato e retto da Dio, sembra quasi, dalle parole di Borromeo, che la sua luce non possa che generare le ombre nelle quali i demoni si nascondono. I demoni si celano tra le pieghe del mondo naturale; esistono demoni dell'aria, dell'acqua, della terra e del fuoco, ma anche delle pietre preziose e delle erbe dagli effetti velenosi, medicinali o psicotropi, come insegnava già l'antico paganesimo europeo per il quale il daimon era un'intelligenza a metà tra il divino e l'umano, in grado di catalizzare le forze naturali per manifestarsi all'uomo. 
Scrive Borromeo:

"Come vediamo essere stati distinti e descritti le cime dei monti e la distesa dei campi, le sorgenti e i laghi, le terre fredde e quelle calde, le regioni ubertose e quelle aride, secondo quanto richiedeva la varia configurazione del mondo, così i demoni hanno diversificato e distinto questo regno delle arti maligne, quest'arte infernale e tenebrosa non solo quanto a figure e forme, ma anche quanto a luoghi, tempi e persone [...]. Perciò per conoscere le operazioni dei demoni è molto importante tenere in conto le varie leggi circa la natura umana, le consuetudini comuni, le disposizioni del corpo e dell'animo" (Cardinale Borromeo, Le manifestazioni demoniache, Castel Negrino).


Lo stesso Borromeo ritiene lo spettacolo delle forze naturali come la fonte del timor sacro che stimola la fantasia dell'essere umano, evocando dal profondo della psiche immagini archetipiche, personificate e venerate, nel passare dei secoli, sotto forma di molteplici dèi, trasformati poi in demoni dal cristianesimo. Il demone è dunque da intendersi come una realtà di confine; non è un'entità "fisica", poiché non appartiene al mondo naturale. Tuttavia, pur essendo il prodotto di un'attività psichica, non è una mera allucinazione, in quanto dotato di una propria esistenza individuale, che l'uomo può cogliere solo con la fantasia e questo perché il demone è un'entità puramente intellettiva: una mente slegata dal corpo, un'entità metafisica, pura intelligenza.

Nel momento in cui la natura selvaggia si incontra con la tormentata interiorità umana, ecco che vengono evocati i demoni della psiche che, se Borromeo bolla a volte come superstizione e a volte come impotenti tirapiedi di Lucifero, possiamo invece intenderli come energie latenti e primordiali, che ci spaventano poiché non siamo in grado di dominarle ma con le quali dovremmo familiarizzare, anziché combattere, poiché testimonianza della nostra essenza più antica, atavica.
Come spesso sottolinea Borromeo, solitudine, silenzio, natura selvaggia, lontananza dal consorzio umano sono le condizioni ideali per le manifestazioni demoniache:

"Nelle campagne e in ogni luogo solitario, a differenze che nel consorzio umano e negli agglomerati affollati, la memoria del passato è meno disturbata e messa in crisi. I luoghi solitari sono come le regioni inattaccabili dai venti o come l'onda imperturbata: riproducono sempre la stessa immagine. Lì dunque, nell'animo della gente di campagna, le superstizioni religiose hanno messo radici profonde e le stesse persone agresti sono, generalmente parlando, ostinate, legate alle usanze antiche, restie ad ammettere razionalmente la forza della verità, meno arrendevoli alle sollecitazioni altrui" (Cardinale Borromeo, Le manifestazioni demoniache, Castel Negrino, p. 24)

Al di là della superstizione, nei luoghi agresti sono presenti altre forme di radici profonde: quelle che legano l'uomo alla terra, al suo ciclo, al suo respiro, alle sue forze ctonie celebrate durante gli antichi culti folklorici che, come dimostrò Carlo Ginzburg, furono trasformati proprio dall'Inquisizione Cristiana nello stereotipo del Sabba. 
La solitudine è spesso citata da Borromeo come condizione privilegiata dai demoni; una solitudine da intendere quanto come condizione esteriore e ambientale, quanto come condizione interiore e animica. Secondo il cardinale, i demoni si rifugiano nei luoghi solitari, come case abbandonate, cime delle colline, vasti deserti, vette dei mondi, prati in mezzo ai boschi poiché è nella solitudine di questi ampi spazi che si sentono padroni degli elementi. 
Scrive Borromeo:


"Sembra che i demoni amino i luoghi solitari. Ciò avviene per la loro superbia, perché, dato che lì si compiono di meno i riti divini, vogliono come tener diviso il mondo e avere per se stessi una propria separata sede, quella dei luoghi solitari appunto, per dominarvi e regnare con maggiore libertà e arbitrio. Certamente anche in odio al genere umano essi aspirano ai ruderi dei vecchi edifici umani, quasi godano delle disgrazie altrui e si impossessino proprio delle dimore che la gente ha dovuto abbandonare. [...] Nei posti solitari è come se essi si affliggano di meno, a causa dello sdegno che hanno contro il genere umano e dell'avversione verso tutte le cose buone e pie, come del resto anche gli invidiosi, gli iracondi e i malvagi non possono stare a vedere la felicità altrui ma, rintanati nel nascondimento e nell'ombra, si rodono il fegato in divoranti angosce" (Cardinale Borromeo, Le manifestazioni demoniache, Castel Negrino, pp. 39-42).


I demoni scappano dalla folla per sentirsi, nella solitudine, padroni del mondo e lo stesso accade agli uomini stessi che decidono di allontanarsi dal consorzio umano. Già Aristotele sosteneva che al di fuori della società possono sopravvivere soltanto le bestie e gli déi; allo stesso modo, potremmo considerare la manifestazione dei demoni nei luoghi solitari, che suscitano timore e reverenza, come l'incontro dell'uomo con la sua ombra; chi, sulla vetta di una montagna, non ha mai percepito l'oscura sensazione di sentirsi immortale, divino, padrone del paesaggio circostante? Chi non ha percepito, per un momento, la forza degli elementi penetrare nel proprio corpo, ad ogni respiro, rivelando la futilità di tutte le convenzioni, tutte le morali, tutta la finzione sociale nella quale viviamo immersi come pesci rossi in una boccia?

Ed è anche per questo che, paradossalmente, tra i luoghi più infestati dai demoni Borromeo cita anche i monasteri e i santuari lontani dalle città. "Possiamo affermare che le incursioni e le infestazioni dei demoni sono più manifeste proprio là dove si conduce una vita più santa e pura" (Cardinale Borromeo, Le manifestazioni demoniache, Castel Negrino, p. 40) scrive il cardinale; nella ricerca della santità e della solitudine, il demone appare come guardiano della soglia che nel suo apparente tentativo di ostacolarci, in realtà ci sta spronando ad andare oltre i nostri limiti, a convogliare e sfruttare le energie profonde che si sprigionano con la sua manifestazione.

Cardinale Borromeo, Le manifestazioni demoniache, Castel Negrino Edizioni

lunedì 18 marzo 2019

Che cos'è l'occultismo? Introduzione al pensiero occulto

"Occultismo"; in poche epoche storiche come in quella presente tale parola è usata, abusata, fraintesa, male interpretata. L'unica costante rimane il fascino, misto a timore reverenziale, che questa parola suscita all'orecchio dell'ascoltatore. Ma qual è la vera essenza dell'occultismo? Cosa intendiamo quando parliamo di "pensiero occulto"?
Se dovessimo fornire una prima, sintetica e generale definizione del termine "occultismo" dovremmo partire da una tautologia: l'occultismo è lo studio di ciò che è occulto, ossia nascosto.
Da un lato c'è il mondo palese, della vita di tutti i giorni, fatto di cose, oggetti, sensazioni - tutto ciò che è tangibile. Dall'altro lato, più in profondità, dietro il velo delle cose, si nasconde il mondo occulto: un universo intangibile, invisibile, di cui percepiamo solo la presenza simile a uno spiraglio d'aria che filtra attraverso le insenature del reale.
Come scrive Sebastiano Fusco ne Le vie dell'occulto:

"Il mondo che segue le vie dell'occulto è molto diverso da quello di coloro che rimangono ancorati alla vita di tutti i giorni. Come le due facce opposte della stessa moneta, i due mondi mostrano apparenze diverse. Da una parte c'è una testa, dall'altra c'è una croce, e per chi ha l'occhio fisso su di una faccia, la seconda rimane nascosta: invisibile e intangibile come fosse dall'altra parte dell'universo. Eppure, sono entrambi aspetti di una realtà unica" (Sebastiano Fusco, Le vie dell'occulto, Venexia, p. 11).

Qual è dunque l'essenza del mondo occulto, in grado di conciliare entrambe le facce della medaglia?
Per fare un esempio concreto, prendiamo in esamine l'uomo. L'uomo è composto di una parte visibile e sensibile, ossia il suo corpo materiale; un osservatore esterno può vedere tale corpo fisico muoversi, compiere certe azioni, potrebbe tastarne il calore e la consistenza. Eppure, il corpo materiale è solo la faccia superficiale della medaglia; esiste qualcosa che si nasconde dietro il corpo fisico e dal quale dipendono le sue azioni: la volontà. La volontà è la forza intangibile che dà vita e movimento al corpo materiale, dando un fine e un ordine alle sue azioni. Eppure, è una realtà che rimane sempre celata, occulta, agli occhi dell'osservatore; essa si manifesta solo per via indiretta, a meno che non sia l'uomo stesso a rivelarci con le sue parole la propria volontà.
La realtà, per l'occultista, non è altro che un macroantropo; da un lato vi è il mondo materiale e visibile che sembra mosso dal caso, ma dietro di esso si cela un mondo fatto di pura volontà, immaginazione, forze crude.

L'occultismo è un insieme di conoscenze e pratiche il cui scopo è quello di penetrare al di là della sfera sensibile, per scoprire le forze che si celano dietro l'apparentemente semplice realtà di tutti i giorni. In altri termini, per scoprire la Volontà che si nasconde dietro la realtà.
Tuttavia, al contrario del pensiero scientifico, volto all'analisi empirica e materiale dei fenomeni naturali (ciò che un tempo veniva chiamata "magia naturale), l'occultismo utilizza altri metodi di indagine: il pensiero immaginativo, metaforico e analogico.
L'occultismo considera il mondo come un'immensa rete di significati, in cui ogni cosa, a ogni livello della gerarchia dell'essere, è collegata all'altra; legami occulti che possono essere individuati soltanto attraverso uno studio immaginativo dei simboli, essendo il simbolo il linguaggio della Volontà.
Attraverso le libere associazioni immaginative, il pensiero occulto trasforma ogni cosa in un simbolo, creandone un "doppio magico" e trasmutando, dunque, ogni cosa in un portale sulla Volontà.
Ciò che affascina, nel pensiero occulto, è  proprio l'estrema libertà che deriva dal suo linguaggio immaginativo. In ogni epoca è la pecora nera della forma-pensiero dominante. Leggendo le pagine del Picatrix, delle Clavicole di Salomone, de La filosofia occulta di Agrippa, de La Magia Naturale di Della Porta, del De Magia di Giordano Bruno, del Dogma e rituale dell'alta magia di Levi o di Magick di Crowley, ci si accorge di come tali testi esprimano sempre un "pensiero-altro" rispetto al contesto socioculturale in cui sono stati scritti: esso scivola dalle mani del dogmatismo religioso, della superstizione irrazionale, del positivismo scientifico, degli schemi di pensiero classici. Vi è un'intrinseca libertà di fondo che non si lascia inquadrare o categorizzare.
Questo perché il pensiero occulto affonda le sue radici nell'immaginazione, intesa non come la facoltà di fantasticare, bensì come un ponte tra sensazione e intelletto: la facoltà che consente all'uomo di cogliere gli elementi sensibili e scoprire in essi i legami nascosti tra le cose, che sfuggono al dominio della ragione, la quale applica alla realtà soltanto schemi noti, logici e lineari. L'immaginazione, al contrario, spazia negli anfratti nascosti dell'esistenza, svelando ciò che si nasconde tra le pieghe del reale.
Già Platone, nei suoi dialoghi, intuì che certe conoscenze non possono essere espresse con il linguaggio e il pensiero consueti, ma che è possibile trascendere la limitata conoscenza umana soltanto volgendosi a una forma discorsiva mitica, in grado non di mostrare la verità, ma di farla intravedere, alludendo ad essa, in modo che l'ultimo salto conoscitivo sia compiuto dallo studioso della materia.
Per questo non è possibile dare una definizione troppo limitante del pensiero occulto ma, come sostiene Fusco, è possibile fornire solo principi generali, che egli compendia in quattro "postulati", da intendersi come principi guida sulle vie dell'occulto:
"1) L'universo studiato dalla scienza è soltanto una parte, e non la più importante, del Tutto;
2) La volontà umana costituisce una forza reale, suscettibile di essere allenata e guidata; questa volontà così sottoposta a disciplina è in grado di influire sul Tutto e di produrre effetti apparentemente sovrannaturali;
3) ciò che disciplina e guida la volontà è l'immaginazione creatrice;
4) sulla trama del Tutto s'intesse un rigoroso sistema di corrispondenze che ne collegano strettamente i diversi enti: l'occultista che sa scorgerle e interpretarle le può utilizzare per i propri fini" (Fusco, Le vie dell'occulto, Venexia, p. 12).

Daniele Palmieri
 

lunedì 4 marzo 2019

Ars moriendi: il libro occidentale dei morti

Nel XV secolo in Europa vi fu una sola regina a fare da padrona: la morte. Tra peste, guerre e carestie, l'autunno del medioevo fu uno dei periodi più travagliati della storia umana e un'alito di morte aleggiava in tutte le corti.
Non sorprende che, in questo clima travagliato, ebbero grande diffusione un breve libretto sul "ben morire": L'Ars Moriendi, L'Arte di morire, che potrebbe essere a tutti gli effetti definito come il libro occidentale dei morti (affine al Libro Tibetano dei morti e antecedente al Libro americano dei morti di Gould).
Se la vita nel XV secolo si mostrava, spesso, nella sua forma più drammatica, l'uomo medievale cercò una via di fuga proprio nel letto di morte, per trovare una nuova luce negli ultimi attimi dell'esistenza. L'Ars Moriendi è infatti un testo specificamente rivolto a coloro che stanno vivendo il momento di passaggio tra "l'al di qua" e "l'al di là": la morte, intesa non come fine dell'esistenza ma, piuttosto, come varco verso un'altra dimensione.
Come insegna anche il Libro Tibetano dei Morti, questo varco è sorvegliato da molteplici guardiani della soglia, che cercano di accaparrarsi l'anima del morente nel suo momento di massima libertà dal corpo e, allo stesso momento, di estrema fragilità.
Tanto nel suo contenuto quanto nelle litografie che accompagnano il testo, l'Ars Moriendi mette in mostra i conflitti interiori vissuti dall'infermo sul letto di morte: la psicomachia, la lotta dell'anima, che si verifica tra i suoi demoni e i suoi angeli interiori, che cercano o di trascinarlo negli inferi o di liberarlo con la luce del Paradiso. Come si legge nell'Ars Moriendi: "La morte dell'anima è molto più orribile e detestabile, in quanto essa è più nobile e preziosa del corpo. Essendo l'anima di tanta preziosità, il diavolo, massimo tra i tentatori, ne cerca la rovina eterna attaccando l'uomo nell'ora dell'estrema infermità. [...] Coloro che stanno per morire, trovandosi nelle condizioni peggiori, subiscono tentazioni che giammai prima incontrarono" (Ars Moriendi, Ananke Edizioni, pp. 17-18).
Sono cinque, in particolare, le tentazioni che il morente vive nel momento del passaggio; cinque "guardiani della soglia" che lo attendono al varco per impedirgli di accedere all'estrema liberazione, che possono però essere combattuti con l'aiuto di cinque "buone ispirazioni" suggerite dall'angelo custode.
La prima tentazione del Diavolo avviene mettendo in dubbio la fede. Per cosa vivesti? Per cosa sprecasti la tua vita? sussurra il tentatore al morente, cercando di condurlo allo sconforto negli ultimi anni della sua esistenza, portandolo a vacillare.
Di tutta risposta: "Contro questa prima tentazione [...] l'angelo dà un buon consiglio dicendo: O buono, non credere alle pestifere suggestioni del diavolo [...] non è bene dubitare troppo nella fede: infatti non ti sarebbe utile comprendere né con i sensi né persino con l'intelletto, poiché se potessi capire ciò non sarebbe meritorio" (Ars Moriendi, Ananke Edizioni, pp. 21). Non occorre angustiarsi nelle domande, bisogna lasciar correre ciò che è stato e rimanere saldi nella fede, nella fiducia e nella speranza in un mondo sena angustie e senza sofferenze. E, per farlo, bisogna lasciarsi tali angustie e tali sofferenze alle spalle.
La seconda tentazione avviene attraverso la disperazione, che agisce facendo leva sui sensi di colpa: "Quando l'infermo è crucciato dai dolori del corpo, il diavolo aggiunge dolore al dolore esponendogli i suoi peccati, soprattutto quelli non confessati". Il Diavolo sussurra all'uomo che tutta la sua vita non è stato altro che un grande errore; che nessuna buona azione potrà salvarlo dai suoi peccati e che è irrimediabilmente destinato all'inferno.
Contro questa tentazione, l'angelo suggerisce che il volere di Dio è imperscrutabile e che, proprio per questo, non bisogna mai perdere la fede nella salvezza, che può essere concessa per grazia; nell'al di là svanisce ogni colpa, lavata dalla grazia del signore, se solo si possiede la fede di innalzarsi con la propria anima. 
La terza tentazione sopraggiunge con l'impazienza, il desiderio impellente di oltrepassare il cancello anzitempo. Tuttavia, come rimanere attaccati alla vita impedisce all'anima di innalzarsi, anche voler anticipare i tempi è un errore tipicamente umano e terreno: allungato il passo, si rischia di inciampare, di oltrepassare la soglia quando non si era pronti a farlo. Il diavolo tenta dunque l'uomo a correre al di là delle sue forze, per farlo cadere proprio sull'orlo del cancello.
"Uomo, allontana il tuo animo dall'impazienza attraverso cui il diavolo, con le
sue letali istigazioni, altro non cerca che la dannazione della tua anima" ammonisce l'angelo, "con l'impazienza e il lamento l'anima è perduta, con la pazienza invece salvata" (Ars Moriendi, Ananke Edizioni, pp. 31). La morte è un "purgatorio per l'anima"; è proprio nel momento del trapasso che si ha l'opportunità di purificare l'anima dalle scorie della vita e consegnarla pura, vergine e illibata all'al di là.
A tal proposito, la quarta tentazione spinge l'uomo, in questo momento di disamina interiore, a gloriarsi di se stesso, a credere di essere stato perfetto e di non aver nulla di cui scusarsi o pentirsi. E' la tentazione della vanagloria, che deve essere evitata poiché: "attraverso essa l'uomo si rende simile al diavolo, che infatti solo per la sua superbia decadde dallo stato di angelo. In secondo luogo poiché con essa l'uomo compie atto di blasfemia, in quanto presuppone di avere da sé il bene ricevuto da Dio. In terzo luogo poiché maggiore sarà il suo autocompiacimento, tanto più incorrerà nella dannazione" (Ars Moriendi, Ananke Edizioni, pp. 34). Come insegna Meister Eckart, per raggiungere Dio e, dunque, divenire Dio, occorre svuotarsi da se stessi, dalla propria individualità e dalla propria volontà. La vanagloria è l'apoteosi del culto della propria volontà e, riempendosi di se stessi, non ci si può colmare della divinità. Nel momento del trapasso, anche un solo granello di vanagloria ostruisce la soglia. 
Come suggerisce l'angelo protettore, per resistere alla tentazione il morente: "deve trarre esempio da sant'Antonio, al quale il diavolo disse: O Antonio, mi hai davvero sconfitto: quando infatti cerco di esaltarti ti rendi umile, quando tento di farti sentire depresso ti mantieni saldo" (Ars Moriendi, Ananke Edizioni, pp. 36), ossia deve trovare il giusto equilibrio tra il commiserarsi e l'esaltarsi, liberandosi lentamente della propria individualità, della propria volontà e del proprio desiderio per unirsi a Dio come goccia nell'oceano.
L'ultima e più pericolosa tentazione è quella attraverso l'avarizia. "Con l'avarizia il diavolo porta tenacemente le sue vessazioni all'uomo in fin di vita, dicendogli: O misero, già abbandoni tutti questi beni temporali messi insieme con tanta fatica? Lasci la moglie, i figli, i parenti, i carissimi amici e tutte le altre cose desiderabili di questo mondo, la cui vicinanza è stata per te fino ad ora di grande conforto e anche occasione di benestare per quelli stessi?" (Ars Moriendi, Ananke Edizioni, p. 38). Si tratta dell'ostacolo più difficile da superare, proprio perché legato alla volontà e al desiderio prettamente soggettivi, macigni che legano l'anima dell'uomo alla terra impedendogli di spiccare il volo, dilaniandola tra le due dimensioni e impedendole così di varcare la soglia in tutta serenità.
Come rimedio, l'angelo suggerisce il totale distacco. Anche per Meister Eckart il Distacco è la principale virtù divina poiché Dio, in quanto perfetto, non ha bisogno di nulla e, dunque, non desidera nulla. "Uomo" dice dunque l'angelo, "lascia del tutto perdere le cose di questo mondo, il cui ricordo non può far conseguire per nulla la salvezza, essendo anzi di grande ostacolo, ricordando le parole del Signore [...]: Se uno uno non rinuncerà a tutto ciò che possiede, non potrà divenire mio discepolo [...]. Affidati completamente a Dio, il quale ti conferisce ricchezze eterne, riponendo in lui tutta la tua fiducia" (Ars Moriendi, Ananke Edizioni, p. 41".
Lasciarsi andare, accogliere il Nulla e l'Oblio in tutta serenità, immergersi nella mistica tenebra, lontana dalle ricchezze, dai desideri, dai travagli, dai problemi, dai dolori della vita terrena e immolarsi all'Eternità con queste parole: "Signore, hai spezzato i miei vincoli, a te offrirò in sacrificio la mia lode" (Ars Moriendi, Ananke Edizioni, p. 43).
Colui che, sul letto di morte come nella sua vita quotidiana, avrà affrontato quest'ardua psicomachia e sarà riuscito a oltrepassare tutte e cinque le soglie, giungendo così alla finale liberazione, avrà in dono, al di là delle tenebre, la luce eterna.

Ars Moriendi, Ananke Edizioni

Daniele Palmieri

giovedì 7 febbraio 2019

William Atkinson e il potere del pensiero: il New Thought

Tra la fine del XIX secolo e l'inizio del XX secolo non solo l'Europa, ma il mondo intero, fu investito da un grande fermento spirituale. Il colonialismo dei secoli precedenti, oltre alle note conseguenze nefaste, portò anche a un positivo scambio culturale e sistemi di pensiero mai entrati in contatto tra loro ebbero modo di confrontarsi, scontrarsi e "contaminarsi" a vicenda, dando vita a nuovi movimenti culturali.
Tale processo storico contribuì al progressivo crollo delle credenze dogmatiche già fortemente criticate dall'Illuminismo e spinse la spiritualità umana verso una nuova e inedita direzione. La scoperta, da parte dell'Occidente, di pensieri "altri" come Induismo, Taoismo, Buddhismo, Giainismo e Confucianesimo contribuirà non tanto al crollo della conoscenza religiosa, incapace di "reggere" di fronte a una tale relatività, bensì a un rafforzamento della stessa ma da una nuova prospettiva. Molti intellettuali si accorsero infatti di come, al netto di alcune differenze dottrinali, i principali dogmi delle diverse religioni convergessero verso la medesima direzione e di come fosse possibile scoprire, con uno studio attento, molte più somiglianze che discrepanze tra questi sistemi di pensiero apparentemente così distanti, sia geograficamente sia culturalmente.
Frutto di questa scoperta furono diverse scuole di pensiero: gli Studi Tradizionali, la Teosofia, gli studi orientali in ambito accademico e le diverse scuole derivate dalla Teosofia stessa, come l'Antroposofia, la Fratellanza Bianca e la New Age.
Negli Stati Uniti, dove la Teosofia ebbe grande diffusione, vi fu un'altra corrente culturale, ancora oggi molto influente, figlia del medesimo spirito sincretico: la corrente del New Thought, o Nuovo Pensiero.
Fin dal principio, il "giovane" pensiero americano fu contraddistinto da tre fattori: la libertà, la fede e l'operosità. Come vedremo, nonostante la progressiva evoluzione culturale, questi rimarranno tre concetti cardini delle diverse scuole di pensiero americane.
I primi coloni americani erano infatti semplici uomini della classe media, come commercianti o piccoli proprietari terrieri, per lo più di estradizione protestante, che si imbarcavano per il nuovo mondo in cerca di libertà, tanto religiosa quanto economica. Per almeno un secolo i coloni americani erano convinti di essere guidati da un "Manifest Destiny", un "Destino Manifesto" che li guidava nelle avversità, da loro affrontate non come ostacoli ma come prove di Dio, che temprava i loro animi attraverso la fatica, con la promessa di una ricompensa a loro destinata, una nuova Terra Promessa alla fine del deserto.
Nell'affrontare le avversità di un mondo immenso, aspro, spaventoso, sconosciuto e inesplorato, la Fede in Dio possedeva un ruolo salvifico; accompagnata dalla consapevolezza di essere destinati a grandi cose, essa permetteva di superare qualsiasi ostacolo senza perdersi d'animo, concentrandosi solo su una cosa: la laboriosità.
L'operosità è sempre stata un tratto distintivo del protestantesimo, che fece proprio il detto paolino "Chi non lavora non mangi". Come scrive Weber ne L'etica protestante e lo spirito del capitalismo, il fatalismo delle diverse correnti protestanti, che consideravano ogni uomo predestinato alla salvezza o alla dannazione fin dalla nascita, portava, paradossalmente, a un impegno maggiore nelle opere di ogni giorno, poiché la buona riuscita del proprio lavoro poteva essere interpretata come un segno della predestinazione. I coloni americani erano spinti dal medesimo spirito fatalistico ma, come anticipato in precedenza, contraddistinto da un grande ottimismo di fondo: che vi fosse una terra promessa era un fatto, occorrevano soltanto il sudore e il lavoro per raggiungerla e conquistarla. Libertà, fede e lavoro avrebbero spianato la strada verso un futuro roseo, attirando sul "nuovo popolo eletto" la benevolenza e la benedizione di Dio. 
In questa prima fase del pensiero americano, tuttavia, libertà, fede e lavoro sono ancora idee inserite in una cornice teorica fortemente religiosa e dogmatica, che raggiungerà l'apice della sua follia nei famigerati processi di Salem, realizzazione concreta di un futuro tutt'altro che roseo.
Soltanto nel XVIII e nel XIX secolo si diffonderà in America lo spirito democratico e illuminista, che troverà la sua massima espressione nei tre grandi del pensiero americano: Emerson, Thoreau e Whitman che attraverso la filosofia, la letteratura e la poesia daranno voce a una nuova spiritualità americana.
In particolare, già in Emerson sono contenuti, in potenza, i semi del New Thought e della spiritualità americana novecentesca: fiducia nell'uomo e nelle sue potenzialità; fiducia nella forza del pensiero e delle sue facoltà; rapporto diretto con il divino, ricercato, senza mediazione, nella natura e nell'interiorità; grande preminenza data all'emotività, alla creatività, all'intuizione; importanza della fede in se stessi e nelle proprie opere. 
Rispetto a Thoreau e Whitman, che svilupperanno una "spiritualità della natura" e che rimarranno, per gran parte della loro vita, ai margini della vita borghese, dell'industrializzazione, del commercio e dell'economia, Emerson era perfettamente inserito nella vita cittadina e la sua stessa filosofia, pur considerando la Natura "maestra di verità", teorizzava un progresso non solo spirituale, ma anche materiale della società, e ben si adattava alla piega presa dal repentino sviluppo degli Stati americani.
Così, lentamente, i tre concetti di libertà, fede e lavoro hanno mutato forma: la libertà non è più la libertà di scoprire nuovi territori e approdare a una nuova terra promessa, bensì la libertà di agire economicamente nella crescente società, di essere membri attivi all'interno del governo, di creare nuove città, nuove leggi, nuovi mezzi di produzione; la fede non è più la fede dogmatica nel Dio cristiano, ma la fede in un Dio onnipresente, tangibile nella Natura e nell'interiorità, un'energia alla quale è sempre possibile attingere in ogni momento e che permette all'uomo di evolvere non solo nella sua vita spirituale, ma anche nella sua vita economica e materiale; il lavoro, infine, permane segno di una predestinazione ma non più al regno dei cieli, bensì al successo nella vita terrena, la ricchezza interiore si fonde lentamente con la ricchezza economica, a tal punto che i due confini si compenetrano e si confondono.
Giungiamo così al XX secolo, epoca in cui, come accennato in precedenza, l'Occidente è investito dalle idee Orientali, che in America trovano terreno fertile proprio nel loro essere idee al medesimo tempo nuove e antiche. Antiche poiché facenti parte di una tradizione millenaria, rimasta tuttavia da sempre celata all'Occidente; e qui il grande successo della novità. 
Ed è sulla scia di questi poderosi sconvolgimenti culturali che nasce il Nuovo Pensiero, il New Thought, grazie alla penna del suo più grande teorizzatore: William Atkinson.  Personalità ambigua e misteriosa, Atkinson non fu il fondatore del New Thought, ma colui che meglio ne compendiò, in maniera organica, i principi fondamentali, dandone una formulazione laica (al contrario delle formulazioni precedenti che, invece, erano fortemente influenzate dalla Christian Science di Mary Baker Eddy).
Il Nuovo Pensiero di William Atkinson, edito in italia da Bis edizioni, è la guida più immediata, chiara e sintetica per comprendere quali sono i fondamenti del New Thought, quali i suoi mezzi e quali i suoi fini.
Fin dalle prime righe del testo emerge il carattere ambivalente, misto di antichità e modernità, a cui si rifacevano le principali scuole esoteriche del periodo. Scrive Atkinson: 

"Il Nuovo Pensiero è il più antico pensiero che esista. E' stato conosciuto dai pochi eletti in tutti i tempi, non essendo le masse popolari ancora mature per capire i suoi insegnamenti. E' stato chiamato con tutti i nomi, ed è apparso in tutte le forme. Ogni religione ha in sé certi insegnamenti esoterici, non afferrati dai più, ma compresi da pochi, che contengono molto di ciò che viene ora insegnato come Nuovo Pensiero" (William Atkinson, Il Nuovo Pensiero, Bis edizioni, pp. 5-6).

Il Nuovo Pensiero cerca di coniare gli antichi insegnamenti esoterici, di norma occulti, settari, dedicati a pochi iniziati, elitari ed espressi con un linguaggio ermetico, allo spirito del tempo, ossia alla tendenza democratica, egualitaria e libertaria tipica, come si è visto, del pensiero americano. A una via misterica e collettiva, predilige una via exoterica e individualistica. Come scrive Atkinson: 

"Che cos'è il nuovo pensiero? In primo luogo è il nome con il quale è nota quella grande ondata di pensiero psichico e spirituale che sta attraversando il mondo [...] Sostiene tutto ciò che è per il miglioramento dell'uomo: libertà, indipendenza, successo, salute e felicità. Porta lo stendardo della tolleranza, dell'amore, della carità e dell'aiuto a noi stessi.  Insegna all'uomo a stare in piedi sulle proprie gambe, a operare la propria salvezza, a sviluppare i suoi poteri latenti, ad affermare il suo vero stato di uomo, a essere forte, misericordioso e buono. Predica la dottrina del: Lo posso e lo voglio, e il vangelo dell'Io opero. Ingiunge all'uomo di cessare i propri lamenti e rammarichi e lo spinge a vivere rettamente affermando il proprio diritto di essere felice" (William Atkinson, Il Nuovo Pensiero, Bis edizioni, pp. 11-12)

Libertà, fede e lavoro tornano a essere i punti cardine anche nel Nuovo Pensiero: libertà del pensiero creativo di spaziare e conoscere, al di là di ogni dogma; fede, nel potere del pensiero e in una forza divina, sovraindividuale, che permea ogni cosa e che tuttavia non è possibile inquadrare in un solo concetto teologico o religioso; lavoro individuale e interiore, alla scoperta della scintilla divina che alberga in ciascuno di noi, che è possibile portare alla luce con l'esercizio della propria mente. Citando le parole di Atkinson: 

"Il Nuovo Pensiero non ha né credi né dogmi. E' composto da individualisti che si riservano il diritto di guardare le cose con i propri occhi e vedere la Verità come si presenta a loro, interpretandola con la luce della propria ragione, intuizione e discernimento spirituale, lasciando che attraverso di loro si manifesti e si esprima a suo modo" (William Atkinson, Il Nuovo Pensiero, Bis edizioni, p. 12)

Pur essendo libero da dogmi, è tuttavia possibile tracciare delle linee guida comuni agli adepti del New Thought, sintetizzabili in sei punti: 
1) Dietro a ogni cosa è celato un potere infinito: Dio, l'unità ineffabile che lega ogni cosa che esiste. Citando Atkinson: "La separazione è illusoria, è un sogno della coscienza non sviluppata. Via via che un uomo cresce nella conoscenza Cosmica, riconosce sempre meglio la follia del concetto di separazione, di esclusione, di condanna, di qualsiasi differenza fra le parti del Tutto. Egli vede gradazioni e gradi, stati di crescita, piani, ma, in ultima analisi, nessuna vera differenza. Egli vede solo che Dio è perfetto, che tutto il resto è soltanto relativo. Con l'avvicinarsi al centro, la creatura che si avvicina si innalza sulla scala, e più lontana è dal Centro più bassa appare nella scala di relazione. Ma che sia più alta o più bassa è parte del Tutto, è concezione di Dio. Per chi possiede il senso dell'Unità, il mondo si allarga smisuratamente: il suo mondo è l'Universo e tutto ciò che vi è contenuto lo sente in relazione a se stesso. Tutti gli uomini sono suoi fratelli, ogni luogo è casa sua, ogni piacere il suo, suo ogni dolore, ogni vita la sua vita. Egli si sente vicino a tutti - uomo, animale, pianta, minerale, poiché tutto fa parte dell'Uno" (William Atkinson, Il Nuovo Pensiero, Bis edizioni, pp. 135-138).
2) Dio, in ogni cosa, si manifesta attraverso tre realtà indivisibili: materia, energia e spirito. La materia è l'essenza "grezza" della realtà, è concreta, tangibile, la cera che necessità di un sigillo per avere una forma; l'energia è ciò che muove la materia, ciò che la vivifica e che ne permette il perpetuo fluire; lo spirito, infine, è l'essenza divina, intelligente, che dà una direzione alla materia e all'energia creando dal caos il cosmos, il Cosmo ordinato, retto da leggi occulte ma conoscibili dalla mente umana.
3) Come in alto così in basso: ogni cosa nell'Universo riflette la divinità; materia, energia e spirito sono un tutt'uno e ogni modificazione su uno di questi piani si riverbera sugli altri, essendo intrinsecamente interconnessi.
4) Il pensiero non è un'entità metafisica, ma un'energia tangibile in grado di influenzare e modificare la materia attraverso la volontà, nel momento in cui esso è in grado di penetrare nell'essenza spirituale del Cosmo.
5) Il pensiero attrae e respinge, secondo l'antico principio filosofico e alchemico per il quale "il simile attrae il simile". Da qui una delle principali leggi del New Thought, ormai entrata nell'immaginario collettivo e oltremodo abusata: la Legge di Attrazione, che può essere concepita come una Legge Cosmica, simile a un campo gravitazionale, che contribuisce ad aggregare ciò che è affine e a disgregare o a separare ciò che è distinto.
6) L'uomo comune vive al di sotto delle sue possibilità ed è suo compito portare a galla energie latenti attraverso la coscienza. La mente è infatti suddivisa su tre piani: subconscio, conscio e superconscio. Contrariamente a quanto afferma la psicoanalisi freudiana, non è il subconscio a governare l'uomo, ma il conscio. Il subconscio domina solo coloro che non hanno lavorato su di sé e che dunque si fanno influenzare dalle loro pulsioni, dai loro ricordi rimossi, dai traumi ereditati; ma il conscio possiede la chiave del subconscio: le idee e le credenze. Siamo noi a rimuovere nel subconscio, attraverso le nostre credenze, le idee che ci dominano attraverso la paura, il desiderio, l'attaccamento. Dunque è possibile, lavorando con il conscio, fare pulizia del nostro sgabuzzino mentale e riappropriarci coscientemente della nostra vita mentale. Ciò permette di accedere a un grado più elevato di coscienza, il superconscio: "Con la concentrazione, la meditazione e altri mezzi di sviluppo spirituale l'uomo può, a volte, risvegliare qualche facoltà supercosciente e ricevere da essa impressioni e cognizioni che gli permettono di avvalersene. Molti cosiddetti mistici e occultisti d'Oriente e d'Occidente hanno potuto conseguire tale fine [...] Coloro che sono riusciti a cogliere un barlume per vedere ciò che contengono le facoltà supercoscienti sanno che la conoscenza così ottenuta trascende l'esperienza umana. E' uno sguardo nel mondo sconosciuto, una rivelazione. L'uomo che è riuscito a cogliere un barlume di ciò che contengono le facoltà supercoscienti è un uomo trasformato, la vita non è più la stessa per lui: se fino ad ora credeva, adesso sa" (William Atkinson, Il Nuovo Pensiero, Bis edizioni, pp. 94-95).

William Atkinson, Il Nuovo Pensiero, Bis edizioni

Daniele Palmieri