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lunedì 18 aprile 2016

Hume e l'inconsistenza concettuale dei miracoli



I miracoli sono uno degli aspetti volgari della religione che fanno sfociare quest'ultima in mera superstizione. 
Spesso i miracoli vengono sfruttati per fare cassa, facendo leva sulla credulità del popolo e sulla sua facile propensione nel credere al meraviglioso, unica via d'evasione da una vita grigia, monotona, sempre uguale.
Tuttavia, rifugiarsi nei miracoli è soltanto un modo, appunto, per evadere dalla realtà, non certo per renderla come noi vorremmo. Essi contaminano la vera religione, il cui unico scopo dovrebbe essere quello di dirigere ed educare le anime per permettere all'uomo di intraprendere un percorso di perfezionamento spirituale - l'unica vera via per migliorare, concretamente, la propria vita.
Benché le moderne tecniche scientifiche d'indagine permettano di smascherare i presunti miracoli che vengono propinati dal santone di turno o dalle manifestazioni religiose volgari (come quella del sangue di San Gennaro), fu un filosofo del diciottesimo secolo a confutare, a priori, l'esistenza stessa di qualsiasi miracolo, mostrando l'inconsistenza concettuale dell'evento miracoloso così come ci viene presentato.
Nella trattazione sui miracoli in Ricerche sull'intelletto umano, Hume si rifà alla concezione del reverendo Tillotson, per il quale la verità degli eventi narrati nei vangeli si basa sui miracoli praticati da Gesù e osservati e tramandati dagli apostoli.

Una diretta conseguenza di questa affermazione è che le verità di fede non si basano sulla percezione del fedele, bensì su una ipotetica percezione di miracoli avvenuta in epoca antica e così tramandata dagli apostoli.
Hume rileva un nesso tra questa concezione sensistica dei miracoli e quella delle leggi di natura. Entrambe si basano sulla testimonianza di una percezione empirica di un certo evento.
Nel caso della testimonianza di un miracolo, il fatto osservato è un evento che viola le leggi di natura. 
Nel caso della testimonianza di una legge di natura, il fatto osservato è una presunta concatenazione di eventi riscontrabile con una certa probabilità.
Tuttavia, le due testimonianze sono ugualmente credibili?
È possibile riscontrare la credibilità di una testimonianza in due modi.
Il primo è il modo diretto, che consiste nell’esperienza diretta che facciamo della realtà, indipendente dal contenuto della testimonianza.
Il secondo è il modo indiretto, che consiste nel considerare il contenuto della testimonianza stessa e verificando se esso risulta in conformità o meno con la nostra esperienza.
Se la testimonianza non è conforme alle nostre esperienze empiriche, allora dispone di un basso livello di credibilità.
Che differenza intercorre dunque tra la testimonianza di una legge di natura e la testimonianza di un miracolo?
Per rispondere a tale quesito, occorre esporre le argomentazioni con le quali Hume confuta la possibilità dell’esistenza di miracoli.
Innanzitutto, Hume definisce il miracolo come un evento che viola le leggi di natura; le leggi di natura sono regolarità riscontrate empiricamente che non ammettono eccezioni.
Esse sono stabilite dall’uomo secondo un dato livello di probabilità, dettato da un numero di esperimenti empirici con i quali si è osservata la ricorrenza di certi avvenimenti.
Inizialmente, Hume non critica l’esistenza del miracolo stesso ma la credibilità del testimone di una esperienza miracolosa.
La testimonianza può essere considerata come prova solo se il testimone racconta una verità e non una bugia, dunque se non è né un mentitore né un pazzo.
Infatti, le leggi di natura sono considerate valide solamente in virtù della continuità con la realtà, ossia con il fatto che in ogni momento sono osservabili empiricamente.
Le testimonianze di questo tipo tramandano l’esistenza di fenomeni che con una certa probabilità si verificano in successione. Ma il miracolo è definito come un evento che viola le leggi di natura; dunque, per definizione, manca di questo aspetto empirico, perché se fosse osservabile in qualsiasi momento cesserebbe di essere un miracolo e diverrebbe una semplice legge di natura.
Perciò, solo la testimonianza può verificare l’esistenza del miracolo stesso, a patto che la credibilità del testimone sia inattaccabile, tale da verificare il miracolo.
Il testimone deve perciò essere “affidabile”; deve dunque possedere una buona educazione, un’integrità morale e una buona reputazione.
Un testimone di questo genere può essere ritenuto “credibile”.
Tuttavia, per il semplice fatto di descrivere un miracolo, il testimone perde di credibilità.
Innanzitutto, poiché gli uomini sono portati a descrivere fatti inaspettati con eccessiva meraviglia, che li porta a cadere in valutazioni errate.
In tal caso, la narrazione di un miracolo assume la stessa valenza conoscitiva di un pettegolezzo.
In secondo luogo, poiché è più ragionevole credere a osservazioni maggiormente comprovate da un numero superiore di constatazioni empiriche piuttosto che a fatti osservati una sola volta.
In terzo luogo, poiché racconti miracolosi di questo genere si trovano soprattutto in popoli barbari, non civilizzati e senza alcuna cultura, e di certo non si addicono a un uomo che si ritenga dotato di una buona educazione culturale.
Infine, poiché le religioni utilizzano i miracoli tramandati dalla propria tradizione per smentire le religioni altrui, ma così facendo si smentiscono a vicenda.
Si crea dunque un circolo vizioso per il quale la validità del miracolo sarebbe comprovata soltanto dalla credibilità del testimone, ma il testimone perde di credibilità nel momento stesso in cui afferma di aver assistito a un miracolo.
Per cui, nessuna testimonianza riguardante un qualsiasi tipo di miracolo può mai essere assunta né come probabilità, data l’esclusività del fenomeno, né come prova. Pur supponendo per assurdo che possa essere assunta come prova, i semplici fatti empirici la smentirebbero.
Solo l’esperienza può dare credibilità ad una testimonianza e alle leggi di natura, facendo perdere di credibilità il miracolo, poiché evento in contrasto con le leggi di natura osservate.
È più facile credere alla malafede di un testimone che riporta eventi miracolosi piuttosto che a una violazione delle leggi di natura.
Dunque, che differenza intercorre tra la testimonianza miracolosa e quella delle leggi di natura?
Innanzitutto, la testimonianza di eventi miracolosi è tramandata non per esperienza diretta, ma da testimonianza di eventi avvenuti in epoche remote; non può essere verificata empiricamente, non ha alcuna probabilità che possa supportarla e può essere creduta soltanto per fede.
Al contrario, la testimonianza delle leggi di natura può essere verificata in qualsiasi momento tramite osservazione empirica.
Essa è verificata, quindi, per evidenza ed è più probabile in base alla ricorrenza riscontrabile in esperienze pregresse.
Dunque, per i motivi sopra sottolineati, la testimonianza dell’esperienza miracolosa dispone di un livello di credibilità pressoché nullo, sia per la scarsa credibilità del testimone sia per il contenuto non conforme all’evidenza empirica.
Invece, la testimonianza di leggi naturali risulta maggiormente credibile, in base alla probabilità superiori e a evidenze empiriche e razionali.
In ultima istanza, Hume non esclude l’esistenza di eventi che possano violare le leggi naturali fino ad ora riscontrate; tuttavia, ritiene che essi non possano essere definiti “miracoli”, poiché sarebbero ugualmente eventi naturali, osservati semplicemente per la prima volta, e riconducibili a prerogative razionali.

Daniele Palmieri

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