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martedì 5 maggio 2015

Jan Patocka e il rischio della libertà

Jan Patocka e l'eterna lotta per essere liberi


Viviamo in un'epoca in cui la libertà è considerata un diritto inalienabile; almeno sulla carta, tutti gli uomini godono (o, dovrebbero godere) di diritti imprescindibili, sanciti dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, e il primo di questi è proprio il diritto alla libertà.
Essa è considerata un habitus, qualcosa che riveste l'uomo; tuttavia, tale concezione trasforma la libertà in un'abitudine e l'abitudine è in netta antitesi con la libertà, giacché un'azione abituale è un'azione meccanica, che non necessita di uno sforzo cognitivo per essere portata a termine. 
Non è possibile degradare la libertà a qualcosa di così vuoto.
La libertà è perduta proprio nel momento in cui cominciamo a darla per scontata; non basta un pezzo di carta per definirla un diritto imprescindibile e lo dimostra la terribile facilità con cui ogni giorno viene calpestata.
Questo perché la libertà non è un ideale; la libertà è innanzitutto azione e lo dimostra la principale modalità con cui gli uomini privano altri uomini della loro libertà: impedendogli fisicamente di agire, di muoversi. 
Tale è la prospettiva adottata da Jan Patocka, filosofo ceco, maestro di Karel Kosik, morto per difendere la libertà in seguito a spossanti interrogatori della polizia governativa.
"L'esperienza della libertà è l'esperienza della conquista, del conseguimento della libertà e non del suo placido possesso".
Paradossalmente, chi accetta in modo passivo la condizione di uomo libero sta in realtà forgiando le proprie catene.
 A ciò Patocka oppone l'uomo realmente libero; l'uomo in grado di muoversi senza vincoli nel mondo dello spazio e, soprattutto, nel mondo delle idee.
L'uomo di spirito, così definito da Patocka, è un individuo solitario poiché con il suo corpo e la sua anima nuota controcorrente e mette perennemente a repentaglio la sua vita.
Perciò la libertà non è un habitus, ma un rischio; il rischio di chi ha il coraggio di difendere le proprie azioni e le proprie idee.
Utilizzando la suggestiva metafora patockiana, la sfida più grande che l'uomo di spirito si pone è quella di nuotare sotto la superficie, alla scoperta dei valori notturni, il vero substrato delle cose.
Questo tipo di uomo è da sempre osteggiato, poiché ha il coraggio di affrontare problemi che le masse evitano, come il problema della morte.
In questo senso, la libertà si trasforma da habitus a conatus, il continuo sforzo di liberazione teso a conquistarla.
E' una concezione fortemente negativa della libertà; negativa poiché necessita di un tortuoso viaggio che passa attraverso l'assoggettamento, la privazione di diritti e, non ultimo, il fango della trincea.
Soprattutto su quest'ultimo aspetto Patocka concentra la sua analisi, riflettendo sulle due guerre mondiali appena trascorse e, in generale, sul significato della guerra.
Siamo soliti considerare la guerra da quello che Patocka chiama il punto di vista della pace; in questa prospettiva, essa è un'interruzione violenta, qualcosa di estraneo al percorso storico che è, essenzialmente, l'instaurarsi di un ordine pacifico.
Ma questa concezione, definita diurna, ignora le forze motrici che generano il conflitto; forze oscure, che si trovano sotto la superficie e che il filosofo ceco definisce forze notturne
Dal punto di vista della notte, la guerra diventa un fenomeno psichico, individuale; un'atroce sofferenza in cui il soggetto si trova invischiato, senza via d'uscita.
Ma è proprio nel sangue e nel fango della trincea che si fa spazio il barlume della conoscenza; sceso sotto la superficie, lontano dalle forze diurne, l'uomo scosso dalle atrocità ritrova la propria libertà, poiché ne assapora l'importanza.
Si fa spazio allora una nuova consapevolezza; una nuova guerra interiore che diventa la guerra contro la guerra, che trova la sua espressione più alta nell'empatia che si comincia a provare nei confronti del nemico.
Il fronte opposto, visto dalla prospettiva notturna, non è più composto da individui da uccidere, ma da uomini come noi, in preda agli stessi tormenti, scossi nel profondo, che desiderano soltanto riappropriarsi della propria libertà di vivere.
In tale sofferenza, in tale desiderio la libertà trova il suo significato più alto e, per quanto lontana e irraggiungibile, riusciamo quasi a sfiorarla.

Daniele Palmieri

Fonte principale per la stesura dell'articolo: Il rischio della libertà - Francesco Tava

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