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sabato 2 maggio 2015

Il demone della perversità di Edgar Allan Poe



Edgar Allan Poe è stato uno dei maestri indiscussi della novellistica non solo ottocentesca, ma di tutti i tempi.
La sua produzione ha ispirato due tra i principali filoni della narrativa (e della cinematografia) contemporanea, ossia l’horror/gotico e il poliziesco.
Nelle raccolte di racconti a lui dedicate gli editori sono soliti inserire le novelle più note come Il pozzo e il pendolo, La maschera della morte rossa, Il gatto nero, Discesa nel Maelstrom e via dicendo.
Tuttavia, c’è una piccola perla che spesso viene ignorata e che quasi nessuno conosce, eccetto i lettori più fedeli.
Si tratta de “Il demone della perversità” (o, in altre traduzioni, “Il genio della perversione”), un terrificante racconto breve che in poche pagine sonda uno degli abissi più oscuri e profondi dell’animo umano.
La novella in questione ha in apparenza una trama molto semplice, che per di più viene narrata soltanto nella parte finale del racconto.
Il protagonista, nonché voce narrante, uccide un’anziana signora per mezzo di una candela avvelenata, i cui vapori la soffocano nel sonno; la morte sopraggiunta nella notte viene scambiata per morte naturale ed egli eredita, impunito, tutti i beni della vecchia.
Passano gli anni e il crimine non viene a galla; l’uomo trascorre tranquillo la sua vita, senza rimorsi, pensando tra sé e sé: “sono salvo”.
Finché un giorno, mentre cammina per strada, la litania che si ripete quotidianamente gli balena per la testa con un minuscola aggiunta.
“Sono salvo. Sì, sono salvo; se non sarò così sciocco da confessare”.
Improvvisamente, il pensiero di confessare il proprio crimine inizia ad angustiarlo, ad ossessionarlo e ad opprimerlo sino a togliergli il fiato.
Tenta di non far trapelare la propria agitazione, per non destare sospetti nella folla che lo circonda; ma questo impulso che lo spinge a confessare si fa sempre più forte, sempre più pressante, finché l’uomo non comincia a scappare, nella speranza di fuggire da tale pensiero.
La polizia, insospettita, lo rincorre e lo bracca e nel momento stesso in cui viene catturato egli confessa.
Il segreto per tanto tempo tenuto prigioniero scoppiò fuori dalla mia anima”.
A una prima lettura superficiale si potrebbe pensare che il protagonista abbia agito in questo modo poiché perseguitato dal senso di colpa.
Tuttavia, questa interpretazione è errata; per comprendere il racconto, occorre soffermarsi sulla prima parte, di cui ancora non ho parlato.
Come ho accennato in precedenza, la storia che ho riassunto viene narrata nelle poche righe finali, ma il vero racconto non è composto da questo semplice intreccio, bensì dalla lunga digressione filosofica con la quale Poe inizia la novella e che ne occupa quasi i due terzi.
In essa ci viene descritto quello che Poe definisce il Demone della Perversità.
Questo demone è l’impulso, il desiderio di autodistruzione che alberga, latente, in ciascuno di noi.
Le sue manifestazioni sono molteplici; dalle più semplici, come il voler posporre lo svolgimento di un impegno importante sino all’ultimo momento – con il rischio di non portarlo a termine –fino alla distruzione psicofisica di se stessi.
“Siamo sull'orlo di un precipizio. Vi gettiamo dentro un'occhiata, e malessere e vertigini ci colgono. Il nostro primo impulso è di tirarci via dal pericolo. Nondimeno, inesplicabilmente, restiamo. A poco a poco il nostro malessere, la vertigine, l'orrore sfumano dentro la nuvola di una sensazione ineffabile. A gradi ancora più impercettibili questa nuvola assume una forma, come il vapore di quella bottiglia dalla quale usci un genio, nelle Mille e una Notte. Ma questa nostra nuvola sull'orlo del precipizio si condensa in una forma assai più terribile di qualsiasi genio o demonio da racconto, in nient'altro che un'idea, ma paurosa idea, in un'idea che ci agghiaccia il midollo delle ossa con la feroce voluttà del suo orrore. Ed è semplicemente l'idea delle sensazioni che proveremmo durante il rovinoso precipitare di una caduta da simile altezza. Questa caduta e l'annientamento fulmineo che ne conseguirebbe, noi cominciamo a desiderarla ardentemente; e perché?”
Non è possibile fornire una spiegazione razionale di tale desiderio; è un istinto, come la fame, la sete, il desiderio sessuale. Un istinto, però, che rema in direzione opposta; un istinto che mira all’autodistruzione, un istinto che brama l’oblio e la sofferenza e che non ha altro scopo se non l’annientamento dell’individuo.
Ed è un istinto irrefrenabile poiché “non c’è passione più infernale e compulsiva di quella per la quale uno, pur rabbrividendo sull’orlo di un precipizio, medita di gettarvisi”.
L’unico modo per tenerla a bada è sperare che qualcuno ci afferri prima di compiere il tuffo fatale; ma chi ci assicura che il nostro salvatore non lanci un fuggevole sguardo sull’abisso e che, anch’egli, non ne resti ipnotizzato?
Il Demone della perversità potrebbe sembrare una finzione letteraria astratta, poco credibile, ma nel concreto questo impulso sembra essere il motore delle azioni più terribili dell’uomo, come la guerra.
Facciamo la guerra per avere la pace è il motto di Aristotele spesso citato; ma questo moto tenta di dare una spiegazione razionalistica di un fenomeno che di razionale non ha nulla.

La guerra, il totale annientamento di tutto ciò che ci circonda, fino ad arrivare a noi stessi, sembra in realtà la manifestazione più potente e spaventosa del Demone della Perversità, che dagli oscuri meandri del nostro animo ci scruta, sussurra, sogghigna, e attende con primordiale pazienza il momento di venire a galla.




Nel video in sovrimpressione potete trovare l'audioracconto de Il demone della perversità, prodotto dalla casa indipendente di audiolibri: Menestrandise.

Daniele Palmieri

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