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sabato 17 settembre 2016

Julius Evola: Meditazioni delle vette. La montagna come luogo spirituale

Ne Il cammino del cinabro, un'autobiografia spirituale, Julius Evola scrisse, a proposito della chiusura della sua rivista, La Torre, a causa delle pressioni del regime: "Io ne ebbi abbastanza, smisi e me ne andai in alta montagna" (a dimostrazione di come il pensatore di Destra fosse inviso anche dallo stesso fascismo, data la sua grande libertà di pensiero).
Questa mossa ha grandi analogie con l'azione dell'anarca descritto da Ernst Junger ne Il trattato del Ribelle; di fronte a una realtà troppo stretta rispetto alla propria levatura, l'unica soluzione per l'uomo realmente libero è rifugiarsi tra le ombre del sottobosco, per ritrovare quell'assoluta libertà di cui egli necessita.
Meditazioni delle vette, edito da Edizioni Mediterranee, è una raccolta di articoli e brevi saggi che Julius Evola scrisse a seguito di questo auto-esilio e testimoniano una ricerca spirituale del tutto simile a quella del Ribelle jungeriano.
Gli articoli affrontano temi molto diversi tra loro, ma sono tutti legati da un unico filo conduttore: la montagna come grande archetipo dell'ascesa spirituale dell'uomo libero. Ogni singolo testo è in grado di dare una differente sfumatura di questo concetto, esattamente come le decine di vedute diverse del Mont Saint-Victoire dipinte da Cézanne sono in grado di svelare all'osservatore una prospettiva sempre nuova del medesimo oggetto.
Il primo nucleo tematico è quello del rapporto che si instaura tra uomo e montagna mediante la pratica dell'alpinismo.
Quest'ultimo non deve essere considerato uno sport fine a se stesso. La scalata compiuta con il mero scopo di stabilire un nuovo record profana l'aspetto sacro e iniziatico che l'ascesa verso la vetta rappresenta.
La montagna, identificata in tutti i miti e in tutte le religioni come la sede degli déi, rappresenta metaforicamente il luogo sacro di congiunzione tra cielo e terra, in grado di coniare in sé sia le forze primordiali e telluriche delle viscere del terreno sia quelle pure ed elevate del cielo lontano. Essa è l'espressione dell'energia atavica che ancora scorre in quella natura vergine che non può essere domata né dalle macchine né dall'automatismo della vita civilizzata.
L'alpinista che si prepara ad affrontare le asperità della scalata è come un iniziato che si appresta a intraprendere un percorso spirituale che lo porterà ad ascendere al cielo. 
La cima rappresenta dunque la destinazione non soltanto fisica, ma soprattutto metafisica, dalla quale l'alpinista è in grado di assumere una nuova prospettiva delle cose, uno sguardo dall'alto che gli permette di ergersi al di sopra del mondo terreno e di contemplare l'infinito, similmente al Viandante sul mare di nebbia di Friedrich. Un infinito che non è soltanto quello esteriore, del paesaggio dinnanzi a lui, ma soprattutto quello interiore, che alberga in quelle anime in grado di raggiungere l'altezza e di dominarla con un solo sguardo.
E' una condizione estatica che però permette all'alpinista di non perdere il contatto con la realtà, bensì di provare l'intensa sensazione del "viver di più". Come scrive Evola: "In questi apici, come calore che si trasfigura in luce, la vita, per così dire, si libera da se stessa, non nel senso di una cessazione dell'individualità e di una specie di mistico naufragio, ma nel senso di un'affermazione trascendente di essa, nella quale l'angoscia, l'incessante tendere, bramare ed agitarsi, cercar fedi, appoggi e scopi degli uomini dà luogo ad uno stato di calma dominatrice. Nella vita, non fuori di essa, vive qualcosa di più della vita".
Questo risultato è il coronamento di un percorso le cui fatiche mettono a dura prova sia la resistenza del corpo sia quella dello spirito; solo con se stesso, l'alpinista non può che trarre da se stesso la volontà per andare avanti, la forza per superare i propri limiti fisiologici e psicologici, l'audacia e il coraggio per superare i crepacci e le ripide salite, il dominio del corpo, l'equilibrio dei movimenti e la sincronia con il respiro; e proprio in questa duplice tempra a cui egli è sottoposto risiede l'importanza della scalata.
Essa permette di superare la spaccatura che vi è tra mondo vita contemplativa e vita attiva. Usando le parole di Evola: "L'una è l'astrattismo della nostra cultura. L'altra, è l'esaltazione priva di luce. Da una parte, vediamo persone le quali credono che spirito sia la semplice erudizione da biblioteca o aula universitaria, i giuochi intellettuali della filosofia, l'estetismo letterario o misticheggiante. Dall'altra, vediamo nuove generazioni che dello sport hanno fatto una vera e propria religione, e che non vedono nient'altro oltre l'ebbrezza di un allenamento, di una competizione e di una conquista fisica: facendo dunque dello sport un fine e un idolo, anziché un mezzo".
La scalata è l'ideale punto di incontro tra i due estremi precedenti, poiché in essa la contemplazione può essere raggiunta soltanto mediante l'intenso sforzo fisico che conduce alla vetta e, allo stesso tempo, quest'ultimo è in grado di portare alla luce le forze interiori necessarie per coronare l'ascesi.
Quasi a margine, ma non meno importante, vi è la lungimirante critica di Evola al turismo di massa, che profana i luoghi vergini della natura contaminandoli con le agiatezze, le macchine, la frivolezza della vita borghese e che finisce per addomesticarli, sottraendogli tutto il loro fascino e la loro valenza spirituale. Esattamente la stessa impressione che ho provato quest'anno visitando il parco naturale di Plitvice, in Croazia, dove la natura selvaggia è stata addomesticata e messa in vetrina, trasformata in un immobile quadro classicista, privo di qualsiasi potenza espressiva.
Vi è, infine, la descrizione pura delle scalate compiute da Evola, in cui il pensatore italiano è in grado di sfoggiare grandi doti letterarie, oltre a quelle filosofiche. Ed è soltanto con una delle sue sublimi descrizioni della potenza della natura che il presente articolo può concludersi in maniera degna:
"L'esperienza notturna del lago di Resia. [...] L'idea è stata: andiamo sul lago. E' notte alta. Immaginate una lastra immensa di cristallo nero, della levigatezza esatta di uno specchio che dura chilometri: il lago gelato. I monti nevosi dei due fianchi della valle e il cielo inverosimilmente costellato si riflettono in questa lastra con una vividezza magnetica, per cui vi trovate fra un doppio miraggio, fra una doppia trasparenza. Pensate che cosa sia andar avanti senza pattini verso il centro, fra il vento del Nord, nell'equilibrio fisico e spirituale di una lucida ebbrezza in cui l'alcool, natura, ed esaltazione interiore concorrono - concepire questo forse è possibile. Non è però possibile concepire, per chi non l'ha provato, che cosa è in queste condizioni l'esperienza della frattura dei ghiacci subacquei. La notte, per l'ulteriore dislivello della temperatura, accade che gli strati profondi del ghiaccio in contatto del lago si spezzano. Si produce allora uno scroscio ed un boato che si ripercuote paurosamente attraverso la valle. [...] sentire ad un tratto sotto di sé lo scroscio che diviene un boato immenso che tutta la montagna ripete, è quasi sentir la voce stessa della terra, è aspettarsi un abisso che si spalanca - è qualcosa che sommuove il sangue fino all'intimo, come solo il terremoto lo può: è risveglio di una sensazione primordiale, meravigliosa e paurosa, dormente in chi sa quali arcaici strati della nostra entità più profonda".

Julius Evola - Meditazioni delle vette, Edizioni Mediterranee

Ho parlato di Juliues Evola anche in:



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Daniele Palmieri

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