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domenica 6 marzo 2016

La filosofia come esercizio di vita

Lo stretto legame tra filosofia e vita delle scuole ellenistiche e romane

Marco Aurelio, imperatore e filosofo stoico
Per le scuole Ellenistiche e Romane accostarsi alla Filosofia significava sconvolgere il proprio stile di vita; era una vera e propria conversione laica che permetteva di passare da una vita inautentica a una vita autentica. Passaggio possibile solamente acquisendo la consapevolezza delle proprie azioni e dei propri desideri; si poteva così cominciare a vivere, ossia comprendere per cosa vale la pena farlo e agire di conseguenza.[1] Un agire che diventa essenzialmente agire etico, poiché l’azione etica è l’unica che possa dipendere dalla nostra volontà. Con l’acuirsi della consapevolezza dell’altro e di un Mondo dai confini indefiniti, si passa da una prospettiva egocentrica e antropocentrica a una cosmopolitica e universale, che spianerà la strada all’ideale di humanitas importato dalla Grecia nell’Impero Romano dal circolo degli Scipioni.[2]
Tuttavia, questa variazione di prospettiva non è per nulla semplice, poiché essa rivoluziona la concezione che si ha non solo del Cosmo, ma anche della realtà interiore e della realtà sociale, in particolar modo dei nostri doveri verso gli altri e delle nostre esigenze.
Il cambiamento non può essere conquistato da un giorno all’altro, ma richiede inevitabilmente un esercizio costante volto a plasmare lo spirito del singolo e a fargli acquisire il pieno controllo delle proprie facoltà razionali.
Ciò è possibile tramite l’acquisizione di principi etici che non devono mai abbandonare il filosofo per l’intero decorso della sua esistenza; perciò essi devono essere semplici e immediati e devono rifarsi a un principio comune, fondamento e allo stesso tempo fine della propria vita. Tali principi devono permettere al filosofo di possedere in ogni momento il pieno controllo delle proprie facoltà, dimodoché le sue azioni siano sempre dettate non dall’impulso ma dalla libera volontà.[3] È lo stesso concetto che si trova già espresso ne l’Etica Nicomachea di Aristotele, in cui il Filosofo sostiene che l’uomo virtuoso è colui il quale agisce liberamente scegliendo la virtù, non perché costretto dalla legge, ma poiché comprende che essa è la migliore tra le scelte possibili; l’uomo virtuoso, di conseguenza, è felice poiché il suo fine è la virtù in sé e non il proseguimento della virtù per scopi egoistici.
Una vigilanza del genere implica un controllo assiduo sul momento presente, poiché la pratica della virtù è tale soltanto se esercitata con costanza e non a intervalli irregolari.[4]
Ed è qui che entrano in gioco gli esercizi spirituali prescritti dallo Stoicismo. Purtroppo, non sono stati tramandati trattati sistematici che descrivano con precisione questo tipo di esercizi; tuttavia, è possibile rifarsi alla testimonianza di Filone di Alessandria, che ne L’erede delle cose divine elenca le diverse fasi da percorrere.[5]
Le prime fasi, che possiamo riunire in un unico gruppo, sono composte dalla ricerca, dall’esame approfondito, dalla lettura, dall’ascolto e dall’attenzione. Come è possibile notare, i primi esercizi sono prettamente “passivi”, dedicati all’apprendimento dello stile di vita della Stoà mediante uno studio approfondito, sia tramite la lettura e una comprensione profonda dei libri della scuola sia ascoltando e prestando attenzione alle parole dei maestri. È il primo gradino dell’iniziato alla Filosofia, apparentemente il più semplice ma in realtà molto importante; la Sophia tramandata dalla scuola deve penetrare nella propria vita e legarsi indissolubilmente a essa. Ogni branca del sapere trasmesso è tesa al perfezionamento interiore, la cui immagine più esplicativa è quella, sempre dello Stoicismo, che vede la Filosofia come un organismo in cui la Logica sono le ossa, la Fisica il corpo e l’Etica la mente. Assumendo tale prospettiva, il novizio che studia gli insegnamenti della Stoà comincia a irrobustire le ossa e il corpo, requisito essenziale per riuscire a sviluppare una mente in grado di dirigere in maniera compiuta le sue azioni.
Il secondo gruppo comprende invece il dominio di sé, l’indifferenza verso le cose indifferenti, la meditazione, la terapia delle passioni, il ricordo di ciò che è bene e il compimento dei doveri. Si entra nella parte più importante dell’esercizio spirituale dello Stoicismo; l’allievo è tenuto a mettere in atto ciò che ha appreso mediante una pratica continua che lo porti ad avere il perfetto controllo sulle proprie azioni.
Il dominio di sé si rivela, dunque, l’aspetto essenziale dell’insegnamento, e ogni sforzo è teso in tale direzione. Dominio che si deve attuare innanzitutto prendendo le redini della parte della nostra anima più incontrollabile: le passioni.
Sia nello Stoicismo sia nell’Epicureismo la Filosofia è un pharmakos volto a lenire il dolore provocato dalle passioni, un male spirituale molto più grave del male fisico, poiché se quest’ultimo ci è assegnato dalla sorte, il primo siamo noi a volerlo e, allo stesso tempo, è nostro dovere estirparlo. Se prima non si guarisce da questa malattia è impossibile poter agire moralmente all’interno della comunità, per poter migliorare non solo se stessi ma anche il mondo sociale che ci circonda.
Tale guarigione vuole stimolare un senso di felicità più profondo, indipendente dai beni esterni e da tutto ciò che è fugace, una semplice ma autentica gioia di esistere, che aiuta l’uomo a liberarsi delle proprie paure infondate e dalle preoccupazioni che gli sottraggono non soltanto il tempo, ma soprattutto la forza vitale.[6]
In questa direzione, diventa di primaria importanza un esercizio citato in precedenza: la meditazione, da non confondere con la meditazione propugnata da un certo orientalismo semplificatore che ne ha ormai stereotipato la pratica.
La meditazione all’interno dello Stoicismo e, in generale, delle scuole di vita, si attua in modalità completamente diverse dal concetto comune di meditazione.
Essa si pratica in due modi: con un perpetuo soliloquio con se stessi e con la contemplazione consapevole della natura.
Per quanto riguarda il primo esercizio, una delle descrizioni migliori è quella che dà Seneca nel De ira:
«Io mi avvalgo di questa possibilità, e mi metto sotto processo ogni giorno. Quando hanno portato via la lucerna e mia moglie, che conosce la mia abitudine, tace, io scruto l’intera mia giornata e controllo tutte le mie parole e azioni, senza nascondermi nulla. […] Diamo pace al nostro animo, quella pace che deriva dalla continua meditazione dei dettami salutari, dalle azioni buone e da una mente intenta a desiderare solo la virtù. Pensiamo a soddisfare la nostra coscienza, senza preoccuparci della fama.»[7]

Esso consiste in un continuo dialogo interiore, per riportare alla mente i principi della scuola e vagliare la propria psyché per assicurarsi dei risultati raggiunti. In questa prospettiva la scrittura stessa diviene una forma di meditazione, un diario personale espressione di un continuo ruminare (utilizzando un termine nietzschiano), con lo scopo di assorbire gli insegnamenti filosofici e vagliare i propri progressi. Emblema di tale forma di esercizio sono le Lettere a Lucilio, sempre dello stesso Seneca, che prima ancora di essere lettere indirizzate all’amico erano meditazioni che il filosofo romano riservava a se stesso.
La funzione propedeutica della scrittura si rivela in forma ancora più accentuata nei Ricordi di Marco Aurelio, che rappresentano un prezioso esempio di come la meditazione filosofica scritta fosse un esercizio precisamente strutturato.[8]
Scrive infatti Hadot:

«I pensieri di Marco Aurelio […] ci conservano un notevole esempio di un genere letterario che doveva essere molto frequente nell’antichità, ma che il suo stesso carattere destinava a scomparire facilmente: gli esercizi di meditazione affidati a un testo scritto. Come vedremo ora, le formule pessimistiche di Marco Aurelio non sono l’espressione delle opinioni personali di un imperatore deluso, sono esercizi spirituali praticati secondo metodi rigorosi.»[9]

Difatti, oltre al vaglio dei propri progressi, un secondo esercizio di scrittura meditativa, ricorrente nei Ricordi, consiste nell’isolare col pensiero un momento di continuità temporale, anche un semplice avvenimento di vita quotidiana, per poi passare dalla parte al tutto. Lo scopo è inquadrare tale avvenimento in una visione complessiva del cosmo, prendendo così coscienza sia della vanità delle cose sia dell’importanza di cogliere al meglio il momento presente:


«Nulla può accadere a nessun uomo che non sia vicenda pertinente all’ordine umano. Del resto a un bove nulla può accadere che non sia bovino; a una vigna nulla che non appartenga all’ordine delle viti; né a una pietra cosa estranea all’ordine petrigno.

Conseguenza: se a ciascuna cosa accade sempre quello che rientra nell’ordine suo normale e nell’ordine naturale, per quale motivo dovresti tu fare il difficile?

Vedi bene che la comune natura non intende recarti nulla che tu non possa sopportare.»[10]
 Ed è proprio l’esercitarsi alla sopportazione la terza finalità del continuo soliloquio con se stessi; paventarsi possibili disgrazie future, avere ben chiara in mente la loro realizzazione come se si stessero svolgendo in questo momento per essere spiritualmente preparati una volta che diverranno realtà e abituarsi così alla fugacità.
Citando le parole di Epitteto riportate nel Manuale:

«Non dire mai di nessuna cosa: “l’ho persa”, ma “l’ho restituita”. È morto tuo figlio? È stato solo restituito. È morta tua moglie? È stata solo restituita. “Mi è stato tolto il podere”: no, anche questo è stato solo restituito. “Ma chi me l’ha portato via è un malvagio”: che cosa ti importa attraverso chi, colui che te lo aveva dato, ne ha chiesto la restituzione. Finché te lo concede, abbine cura come di una cosa altrui, come fanno i viaggiatori in una locanda.»[11]

Al di là del soliloquio con se stessi vi è la contemplazione della natura, che nella visione filosofica antica consisteva nello studio della fisica e degli eventi naturali.
Lungi dall’essere un semplice interesse di eruditismo o, come nei giorni nostri, un mero strumento in mano allo scientismo, lo studio della fisica era un gradino di elevazione spirituale, che proprio nella sua componente contemplativa permetteva all’animo di nobilitarsi, di astrarsi dalle questioni volgari quotidiane per innalzarsi a un livello di coscienza superiore. Come scrive Seneca in una lettera a Lucilio:

«Perché mai, tu dici, ti piace consumare il tempo in codesti problemi che non ti tolgono alcun tormento dell’animo, che non annullano alcun desiderio importuno? Quanto a e, affronto e porto avanti preferibilmente quei temi con cui l’animo si placa, e analizzo dapprima me stesso, poi l’universo. Nemmeno ora perdo tempo, come tu credi: di fatti, tutti questi argomenti, purché non vengano sminuzzati e distorti da varie sottigliezze, elevano e confortano l’animo, che, oppresso da un greve fardello, desidera liberarsene e tornare a quegli elementi di cui era stato parte integrante.»[12]

La contemplazione consapevole della natura e la dissoluzione razionale della propria psyché in essa (e non più estatica come nei culti misterici) libera l’uomo dalle sue catene e allo stesso tempo infonde in lui il piacere della conoscenza, nonché il piacere estetico delle bellezze naturali, dell’ordine intrinseco del cosmo espressione del Lògos divino che regola ogni cosa. In quest’ottica, gli esempi principali sono il De rerum naturae di Lucrezio e le Naturales quaestiones di Seneca.
Dalla meditazione e dalla contemplazione si passa poi all’esercizio della vita attiva, nel già citato controllo di sé, nell’indifferenza verso ciò che è caduco e soprattutto nel compimento dei propri doveri.[13]
Quest’ultimo passo è fondamentale; senza l’applicazione concreta nelle azioni la filosofia resta un vano esercizio. Sarà proprio la capacità dello Stoicismo nel dettare ben precise condotte di vita a far diventare tale filosofia la scuola dove si formerà l’intera classe dirigente dell’Impero Romano. Difatti, il proprio dovere consiste essenzialmente nell’agire morale ne confronti del prossimo e, di conseguenza, in una vita impegnata al perfezionamento degli altri e di sé, con la partecipazione alla vita pubblica. In tale prospettiva il dovere viene prima del diritto e, anzi, il diritto è una diretta conseguenza del dovere.
Soltanto l’uomo che agisce seguendo la libera ma necessaria volontà morale adempie al proprio dovere e, di conseguenza, comprende qual è il suo ruolo nella società e cosa ha il diritto di fare e di volere.
Una volta indirizzato su questa strada, il compito del filosofo è appena cominciato; gli anni dinnanzi a lui sono lunghi e il suo compito è praticare gli insegnamenti con costanza, senza mai sviare dalla strada né perdere di vista i propri punti fermi, soprattutto senza perdere la capacità di meravigliarsi poiché:

«a un uomo saggio rimarrà sempre qualcosa da scoprire, da portare alla luce, qualche verità in cui l’animo possa spaziare.»[14]


Daniele Palmieri
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[1] P. Hadot, La filosofia come esercizio spirituale, Giulio Einaudi Edizioni,  pp. 32.

[2] Cfr. ibidem, pp. 33.

[3] Cfr. ibidem, pp. 34.

[4] Cfr. ibidem, pp. 35.

[5] Cfr. ibidem, pp. 34.

[6] Cfr. ibidem, pp. 39.

[7] Seneca, De ira, III 36, 3; 41, 1, trad. di A. Marastoni in Tutte le opere, a cura di G. Reale, Bompiani (2000), pp. 115, 117.

[8] P. Hadot, La fisica come esercizio spirituale, in Esercizi spirituali di filosofia antica, Einaudi, pp. 119-133.

[9] Cfr. ibidem, pp. 123.

[10] Marco Aurelio, Ricordi VIII, 46, trad. di Enrico Turolla, Biblioteca Universare Rizzoli (1997), Milano 2004, pp. 329.

[11] Epitteto, Manuale 12, trad. di Martino Menghi, RCS MediaGroup S.p.A., Lavis (TN) 2012, pp. 14.

[12] Seneca, Lettere a Lucilio VII 65, a cura di Fernando Solinas, Mondadori (1994), Torino 2011, pp. 180.

[13] P. Hadot, Esercizi spirituali, in Esercizi spirituali di filosofia antica, Einaudi, pp. 39.

[14] Seneca, Lettere a Lucilio XVII 109, a cura di Fernando Solinas, Mondadori (1994), Torino 2011, pp. 464.

 

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