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venerdì 18 marzo 2016

Hadot e il recupero della filosofia come esercizio spirituale

Molte persone associano la parola "filosofia" a quella materia strana, dal linguaggio astruso e poco comprensibile, che si occupa di problemi inestricabili e che si pone domande che non potrà mai risolvere. Di conseguenza il "filosofo" viene visto come quel personaggio alienato dal mondo, intento a riflettere sui massimi sistemi, la cui massima aspirazione è quella di figurare nei talk show televisivi come un pezzo d'arredo dalla sorprendente capacità di starnazzare come tutti gli altri partecipanti, ma con un linguaggio un po' più forbito.
Purtroppo è la filosofia stessa che, più o meno volontariamente, è andata a cacciarsi in questa situazione, a causa di alcuni atteggiamenti predominanti degli "addetti ai lavori" (perlomeno, di quelli più noti al grande pubblico) che in parte giustificano tutti questi pregiudizi.
L'opera filosofica (e filologica) di Pierre Hadot è volta proprio a "purificare" la filosofia da queste "deviazioni dialettiche", che rendono quello che dovrebbe essere il più importante esercizio di vita un mero esercizio eristico e sofistico.
E lo fa ripartendo dall'epoca d'oro della filosofia, che coincide proprio con il suo fiorire: il pensiero antico. Nelle sue opere principali, Esercizi spirituali e filosofia antica, Che cos'è la filosofia antica? e La filosofia come modo di vivere, lo storico della filosofia rilegge in un'ottica completamente diversa i filosofi greci e latini, allontanandosi dalla fossilizzata visione dei manuali accademici e restituendo ai pensatori classici la vitalità che era loro propria. La nuova prospettiva di Hadot è tanto semplice quanto geniale: la filosofia, per i filosofi antichi, non era un'astratta costruzione di sistemi teorici, ma un modo di vivere. Mentre Platone scriveva i suoi Dialoghi, Aristotele le sue lezioni per il Liceo, Epicuro le lettere a Meneceo e ai suoi amici, Marco Aurelio i propri Ricordi, la loro finalità non era quella di formulare un sistema filosofico astratto, che fossilizzasse in un testo scritto la loro visione generale del mondo. Essa esisteva, senz'altro, nelle menti di Platone, Aristotele, Epicuro o Marco Aurelio, ma rimaneva soltanto presupposta alle loro opere che erano scritti contingenti, legati all'esigenza pratica di trasmettere i propri insegnamenti a un gruppo di allievi, di alleviare i dolori di un amico, di riportare le discussioni avvenute durante le lezioni, di meditare costantemente sui principi fondanti della propria vita. In tutti questi casi la scrittura filosofica ha un unico fine: quello di trovare uno stile di vita consapevole che permetta al filosofo di vivere in maniera autentica, senza lasciarsi condizionare né dai luoghi comuni né dalla massa né dal potere.
Una maniera di vivere che non poteva certo coincidere con il semplice discorso filosofico astratto. Quest'ultimo è, appunto, soltanto un "discorso" e in quanto tale è destinato a rimanere una vacua parola se ad esso non segue una pratica costante che permetta al filosofo di diventare tutt'uno con il proprio pensiero, ossia di vivere seguendo principi filosofici ben precisi, senza mai abbandonarli.
Secondo Hadot, iniziatore di questo genere di "vita filosofica" è stato Socrate, un pensatore che, pur non avendo scritto nulla, ha avuto un impatto rivoluzionario sulla storia della filosofia occidentale, proprio perché nella sua figura vita e filosofia sono un tutt'uno. Come scrive il filosofo francese in Che cos'è la filosofia
antica?: "Socrate è un pensatore esistente prima ancora di essere un filosofo che medita sull'esistenza", un pensatore che rese la sua stessa vita un insegnamento filosofico, tramite l'esempio della propria integrità morale.
La sua fu una vera e propria rivoluzione filosofica. Nessun pensatore, prima di lui, aveva avuto lo stesso impatto sulla vita di una città né era stato in grado di metterne in discussione in maniera così profonda le consuetudini.
Una saldezza d'animo che, secondo Hadot, derivava da un continuo esercizio spirituale volto a temprare la propria psyché per prepararla a ogni avversità.
E' Platone stesso a rappresentare Socrate immerso in profonde sessioni di meditazione, durante le quali si ritirava in se stesso senza essere minimamente scalfito dal mondo esterno; oppure mentre esorta i discepoli ad esercitarsi a morire, poiché soltanto chi ha superato la paura della morte può godere davvero di ogni momento della vita; infine, a conoscere e a prendersi cura della propria psyché, la vera essenza di ciascun uomo che nasconde l'unica chiave per la felicità personale.
Come anticipato in precedenza, pur non aver teorizzato nulla di preciso Socrate fu il più grande dei maestri, e lo dimostrano le innumerevoli ed eterogenee scuole filosofiche che i suoi discepoli fondarono in seguito alla condanna a morte.
Platone e il platonismo (da cui deriveranno Aristotele e l'aristotelismo), Diogene e il cinismo, Aristippo e la scuola cirenaica (che porranno le basi per lo stoicismo e l'epicureismo). In ciascuna di esse v'è una stretta correlazione tra pensiero e vita. Le stesse "scuole" non erano semplici luoghi di studio, ma vere e proprio fucine spirituali. Il filosofo non vi entrava per imparare aride nozioni, ma lo faceva per cambiare radicalmente condotta di vita. Era una vera e propria conversione laica, poiché scegliere la scuola stoica piuttosto che quella platonica, cinica, pitagorica o aristotelica significava iniziare a vivere secondo principi ben determinati e plasmare la propria psyché tramite assidui esercizi spirituali (di cui ho parlato nell'articolo La filosofia come esercizio di vita).
Secondo Hadot, il declino di tale concezione avvenne con l'avvento del cristianesimo che, se nelle fasi iniziali della sua diffusione assimilò la visione classica ponendosi come la condotta di vita filosofica perfetta, quando si affermò come religione predominante surclassò e represse le diverse scuole, non potendo tollerare modi di vivere diversi da quello cristiano.
Inoltre, fu sempre il cristianesimo ad allontanare la filosofia dalla vita quotidiana, rendendola succube delle istanze teologiche e facendo vertere la discussione teorica su problemi sempre più astratti e lontani dal mondo "terreno" quali l'esistenza di Dio, la trinità, gli universali, la natura di Cristo e simili.
Uno iato tra discorso filosofico e vita che si inasprì con un altro passaggio importante per l'evolversi della filosofia, ossia la nascita delle università. Benché importanti centri di cultura, in esse la filosofia divenne una materia tra le altre e il "filosofo" non più la persona che viveva seguendo determinati principi, bensì un professionista il cui compito era quello di formare altri professionisti, una concezione che si propagò nel tempo anche quando la filosofia recuperò la propria indipendenza dalla teologia e quando le università si affrancarono dal dominio religioso, laicizzandosi.
Tale visione è quella che, ancora al giorno d'oggi, va per la maggiore. Dall'ottocento in poi i principali filosofi furono soprattutto professori universitari e i più noti, come Hegel, Heidegger, Husserl (per citare alcuni nomi), contraddistinti da un linguaggio spesso verboso e incomprensibile, molto diverso da quello semplice, chiaro e diretto dei filosofi antichi che permetteva a chiunque di avvicinarsi alla materia (e non è semplice retorica, giacché molte scuole filosofiche del passato, come quella stoica ed epicurea, erano aperte a uomini e donne, liberi e schiavi). Una triste "usanza" ancora viva nel XXI secolo, soprattutto in Italia dove i "filosofi" più conosciuti sono popolatori di talk show, fabbricatori di supercazzole, scribacchini di libri vuoti con lo stesso concetto ripetuto all'infinito, e individui dalla dubbia condotta morale che si permettono di copiare testi altrui (per lo più di dottorandi) spacciandoli per propri.
Con ciò non si vuole certo mettere in discussione l'importanza dell'insegnamento filosofico (il che sarebbe paradossale, visto che Hadot stesso era un professore di filosofia e io stesso ho studiato filosofia in università), tuttavia si vuole fare una netta e importante distinzione tra discorso filosofico fine a se stesso e discorso filosofico preparatorio alla vita. Il primo è materia da setta esoterica chiusa su se stessa e, riformulando un esempio di Wittgenstein, ha senso soltanto finché ci si trova seduti in un salotto a discutere, ma sembra perdere ogni attinenza con il reale quando si abbandona la poltrona e si esce all'aria aperta. Questo tipo di discorso relega la filosofia all'ambiente universitario, la rende materia da élite, un affronto alla stessa pratica filosofica che è nata, appunto, come un richiamo all'azione atto a rivoluzionare gli schemi tradizionali tramandati dalla consuetudine, dal potere, dalle convenzioni.
Al contrario, il discorso filosofico preparatorio alla vita è un'estensione della vita stessa. Esso è profondamente radicato nell'esistenza, il suo compito è quello di fornire all'uomo gli strumenti spirituali per affrontare le asperità della vita mediante la conoscenza, rendendo così il suo animo inossidabile come l'acciaio.
Ma nel momento in cui i filosofi (o presunti tali) rimangono trincerati nei corridoi accademici, la filosofia (e, di conseguenza, il filosofo) appassisce, come un fiore lasciato senz'acqua. E' questo, in sostanza, il messaggio più importante dell'opera di Hadot.

Daniele Palmieri

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