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giovedì 11 giugno 2015

Era Euridice o forse era il Nulla? Recensione: L'Eterno Incorporeo, seconda puntata de I monologhi del destino

Dopo la Libertà, i Monologhi del destino affrontano la Morte con una puntata commovente






Dopo aver affrontato il tema della Libertà con Il lamento di Prometeo, I monologhi del destino si scontrano con un altro tema delicato, forse il più importante di tutte le religioni e di tutte le filosofie: il tema della morte.
Lo fa con l'eroe mitico che più di tutti ha sofferto sulla propria pelle il dolore della perdita, il divino cantore Orfeo.
Ed è un Orfeo sospeso nella penombra di un limbo indefinito quello che ci troviamo di fronte sin dai primi minuti della puntata; sua unica compagna: la pallida Luna che con il suo fioco bagliore illumina le tenebre.
Proprio la Luna è la musa del suo primo canto, che ricorda l'inno del pastore errante dell'Asia di Leopardi. Alla Luna, unica consolazione nel buio della notte, Orfeo racconta la sua storia e le affida le sue memorie nei momenti successivi alla seconda perdita di Euridice in seguito alla discesa nell'Ade.
Euridice, l'amata Euridice, trascinata nell'Ade dal morso di una serpe e che lui ha tentato di salvare spinto dal suo amore irrefrenabile, discendendo negli inferi grazie al canto melodioso del proprio flauto che placa déi, uomini e bestie.
Tutti conosciamo l'indegna sorte della discesa; ottenuto il permesso di ricondurre alla luce la sua amata, proprio giunto a un passo dall'uscita Orfeo si volta, infrangendo l'unico divieto che gli era stato posto, condannando per sempre Euridice alle tenebre dell'Ade.

Questo è il mito che da millenni viene tramandato; tuttavia "L'Eterno incorporeo", con la sceneggiatura di Alessandro Autore, riesce ad andare oltre e a spiegarci perché Orfeo si è voltato, pur consapevole delle conseguenze.
Che qualcosa di nuovo fosse nell'aria lo avevo compreso sin dalla prima apparizione di Euridice, evocata non dalle tenebre dell'Averno ma dalle lacrime di Ade e di Proserpina in seguito al canto di Orfeo.
Ma l'Euridice che appare, interpretata da Flora Epifania, è la stessa Euridice che Orfeo amava da viva?
Il suo aspetto è fantasmatico, freddo e inerme, i suoi occhi sono spenti e non riconoscono nemmeno il cuore dell'amato che batte per lei; Euridice, la bella Euridice, non esiste più. La morte si è impossessata di lei ed ora rimane soltanto il Nulla.
Questi pensieri attanagliano il protagonista durante l'ascesa verso il mondo esterno, finché nell'oscurità accecante si fa spazio un barlume di luce (forse proprio la luce della Luna), un'epifania che gli fa comprendere che il suo tormento lo sta portando verso un baratro senza fondo, che sta inseguendo soltanto uno spettro e che colei che sta riportando in vita non è l'amata Euridice, ma soltanto la sua ombra.
Ed è per questo che Orfeo decide di voltarsi, di rinunciare a una magra consolazione che altro non è se non uno specchietto per le allodole e di accettare, una volta per tutte, la Morte che tutto comanda.
Ma tale accettazione non è da confondersi con una prostrazione passiva; riconoscendo il Nulla, l'Abisso a cui tutti siamo destinati, Orfeo allontana i suoi spettri, si libera del fato e, per primo, sconfigge il terrore per la Morte e dunque la Morte stessa.
Non a caso Orfeo è considerato dagli Orfici il primo filosofo della storia; per chi volesse approfondire, rimando alla seconda lezione di filosofia sull'Orfismo e sui Misteri di Eleusi (qui).

Tirando le somme, la seconda puntata de I monologhi del destino si dimostra allo stesso livello della prima se non, addirittura, superiore.
Superiore per la profondità con la quale riesce a indagare il nodo cruciale del mito di Orfeo, l'emblematico momento in cui si volta e condanna per sempre la sua amata Euridice.
A tutto ciò si aggiunge il dialogo silenzioso tra l'Orfeo interpretato da Antonio Gentile e l'Euridice interpretata da Flora Epifania, che, grazie anche al montaggio di Massimo Cerullo, raggiunge vette drammatiche davvero commoventi.

Daniele Palmieri

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