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lunedì 6 marzo 2017

Jack London: Il richiamo della foresta, la lotta per essere liberi

Il richiamo della foresta è, insieme a Zanna Bianca, il libro più famoso dello scrittore americano Jack London. La storia è apparentemente semplice. Un cane, dopo essere stato rapito e venduto come cane da slitta, recupera lentamente i propri istinti selvaggi. Come ogni grande opera letteraria, tuttavia, è proprio nei piccoli particolari che bisogna scavare per trovare l'oro.
La vicenda si apre con Buck, il cane protagonista della storia, e quello che potremmo definire il suo inerme stato di ignoranza.
"Buck non leggeva i giornali, così non poteva sapere i guai che si preparavano non solo per lui ma per tutti i cani di grandi dimensioni, di forte muscolatura e di lungo e caldo pelo fra lo stretto di Puget e San Diego. Perché gli uomini scavando nelle buie profondità dell'Artico, avevano trovato un biondo metallo [...]. Questi uomini avevano bisogno di cani, e i cani che cercavano dovevano essere forti, di robusta muscolatura per sopportare le fatiche e con folte pellicce che li proteggessero dal freddo".
Buck è ignaro di quello che sta per accadergli, non solo perché non è in grado di leggere il linguaggio degli umani ma, soprattutto, perché ancora non sa come gira il mondo. Da quando è nato, per i successivi quattro anni, ha sempre vissuto in una campana di vetro: la tenuta di famiglia, in cui dominava indisturbato non grazie allo sforzo, la fatica, la lotta, ma semplicemente perché quella era la sua tenuta e non aveva rivali che potessero sfidarlo e metterlo alla prova. Di conseguenza, aveva sempre dato tutto per scontato e, cosa più pericolosa, non aveva mai conosciuto il volto subdolo e menzognero del mondo.
Sarà Manuel, l'aiutante del giardiniere, a farglielo scoprire. Al contrario di Buck, Manuel sa della corsa all'oro e, soprattutto, sa che può sfruttare la propria conoscenza per ottenerne un profitto, alle spalle di chi è troppo ingenuo per accorgersene. Così, una sera in cui il padrone di casa era assente, Manuel approfitta dell'incondizionata fiducia di Buck per rapirlo e venderlo ai cercatori d'oro. La sicurezza della magione domestica è solo apparente; Manuel è la crepa che la manda in frantumi. Così, Buck impara a sue spese la prima regola dell'esistenza: la regola della menzogna. Dare assoluta fiducia al prossimo, senza precauzione, significa porgere ingenuamente il collo al cappio.
Ed è proprio il cappio della corda di Manuel a stringersi, letteralmente, attorno al suo collo; non è soffice e comodo come il collare, ma ne rappresenta l'evoluzione inevitabile. Basta abituarsi alla schiavitù della comodità, con l'illusorietà di essere liberi, e presto il collare d'oro si stringerà mostrando il suo vero volto.
Dopo essere stato caricato su un treno merci, come un mero oggetto di scambio, Buck viene venduto a un cercatore d'oro e affidato a un addestratore di cani senza scrupoli "l'uomo con il maglione rosso".
Da lui Buck apprende la seconda legge della vita: la legge del bastone e della zanna.
"Il primo giorno che Buck trascorse sulla spiaggia di Dyea fu come un incubo. Ad ogni momento erano scosse e sorprese. Era stato strappato a un tratto dal cuore della civiltà e gettato nel vivo di un ambiente primordiale. Non era più la vita oziosa e baciata dal sole, senza altro da fare se non andare a zonzo e annoiarsi. Qui non c'era né pace, né riposo, né un momento di tranquillità. Tutto era confusione e movimento, e ad ogni istante le membra e la vita erano in pericolo. Bisognava stare sempre all'erta perché non si aveva più a che fare con cani e uomini di città: eran tutti selvaggi e non conoscevano altra legge se non quella del bastone e della zanna".
In tale contesto ostile, lontano dalla civiltà a cui era abituato, chi ha un bastone ed è in grado di usarlo, anche per perpetrare il male, è colui che comanda fino a quando non vi è qualcuno in grado di fermarlo; chi è in grado di azzannare l'avversario prima di essere azzannato è colui che ha il diritto di appropriarsi delle risorse. Buck comprese presto queste regole non solo prendendo le bastonate e le zannate sulla propria pelle, ma soprattutto osservando le dinamiche sociali a lui circostanti. I cani che eseguivano gli ordini non prendevano bastonate; quelli che non li seguivano prendevano bastonate fino a quando non si piegavano e li eseguivano contro la loro volontà; quelli che decidevano di non seguirli a ogni costo (solo uno in realtà) venivano bastonati fino alla morte. Allo stesso modo, i cani che non erano in grado di resistere alle zanne degli altri cani erano i primi a perire.
Inizialmente, questa legge severa lo logora e lo fa deperire, ma con il tempo comincia invece a temprarlo
"Il suo sviluppo, o la sua regressione, fu rapido. I suoi muscoli divennero duri come acciaio, si abituò a tutte le sofferenze quotidiane e riuscì a formarsi un'economia interna come una esterna. Poteva mangiare qualunque cosa anche se ripugnante e indigeribile; e quando l'aveva mangiata, i succhi del suo stomaco ne traevano ogni minima particella di nutrimento; e il sangue la portava nei più reconditi angoli del suo corpo trasformandola in forti e solidi tessuti. La vista e l'odorato divennero acutissimi, e l'udito gli si sviluppò tanto, che nel sonno poteva udire i rumori più deboli e capire se annunciavano pace o pericolo. Imparò a strapparsi con i denti il ghiaccio che gli impastava le dita; e quando aveva sete e uno strato di ghiaccio ricopriva una pozza, egli sapeva spezzarlo drizzandosi e colpendolo con le zampe davanti. La sua più notevole abilità era quella di fiutare il vento e di prevederlo anche con una notte di anticipo. [...] E non solo imparò per propria esperienza, ma si risvegliarono in lui gli istinti da molto tempo sopiti. Le generazioni domestiche scomparivano via via dal suo ricordo. In modo confuso egli riandava con la memoria alla gioventù del mondo, ai tempi in cui i cani selvaggi si riunivano in branchi nelle foreste primordiali e uccidevano la loro preda facendo scorrerie. Non fu difficile per lui imparare a combattere lacerando e azzannando al modo dei lupi, perché così avevano combattuto i suoi avi dimenticati. Essi ravvivavano in lui l'antica vita, e le antiche astuzie da loro lasciate in eredità all'esistenza erano le sue stesse astuzie. Apparivano in lui senza sforzo e senza meraviglia, come se fossero sempre state sue; e quando nelle lunghe notti gelate levava il muso alle stelle gettando lunghi ululati al modo dei lupi, erano i suoi antenati morti e ridotti in polvere, che levavano il muso alle stelle e ululavano nei secoli attraverso di lui [...]. Così, prova evidente di quale lieve cosa sia la vita, l'antico canto tornava in lui, ed egli tornò nel suo antico essere".
A riaffiorare in lui è l'antica anima del lupo, che la tranquilla vita cittadina aveva contribuito a sedare. Quella che a prima vista potrebbe sembrare una regressione, in realtà è un'evoluzione. Sarà l'anima del lupo, infatti, a permettergli di conquistare con la sofferenza una libertà autentica, che nulla ha da spartire con l'illusoria libertà della quiete domestica, la quale altro non è se non un sedativo. Un'evoluzione che gli permette di sconfiggere il suo rivale Spitz e diventare il capobranco.
L'evoluzione, però, non è ancora terminata. Seppur a capo della slitta, Buck ha ancora dei padroni umani e rimane ancora un oggetto di scambio, proprio in virtù della sua nuova forza acquisita. Egli infatti viene venduto a degli incapaci cercatori d'oro, venuti nell'estremo Nord a cercar fortuna ma, al contrario di Buck, incapaci di comprendere la vera essenza di queste terre ostili e dunque incapaci di adattarsi, carichi delle comodità della vita cittadina che non fanno altro che ingombrarli e rallentarli. I nuovi padroni si rivelano ancora più crudeli dell'uomo con il maglione rosso, proprio perché incapaci di gestire la forza virtuosa di Buck e, per poco, non lo riducono alla morte con i loro maltrattamenti. E' uno dei loro accompagnatori, Thornton, a salvarlo dalle loro bastonate che lo avevano ridotto in fin di vita, acquistandolo e portandolo con sé (poco prima che la slitta degli altri cercatori venga inghiottita nel terreno, sprofondata in una lastra di ghiaccio che aveva ceduto sotto il loro peso).
Thornton si rivela essere l'unico padrone di Buck in grado di riconoscere in lui la sua virtù e la sua forza e di riservare nei suoi confronti un trattamento amorevole, facendogli scoprire per la prima volta l'amore. Da un lato, ciò nobilita l'interiorità di Buck; Thornton, infatti, è in grado di agire da maieuta nei suoi confronti e di fargli controllare, in maniera consapevole, la propria forza d'animo. Allo stesso tempo, però, anche tale rapporto diventa un ostacolo (o, meglio, l'ultimo gradino) sulla scala della libertà. Buck, infatti, inizia a provare una sorta di amore reverenziale e contemplativo nei confronti del suo nuovo padrone, l'unico che l'ha realmente rispettato da quando è venuto al mondo, e questo amore contemplativo lo ammansisce. Ma non per molto. Dopo essersi trasferiti in un'altra zona del paese, anch'essa indomita e selvaggia, Buck comincia a sentire il richiamo della foresta.
"Quell'appello lo colmava di una grande irrequietudine e di strani desideri, provocava in lui una vaga, dolce felicità, ed egli si rendeva conto di selvaggi desideri e impulsi per le cose che non conosceva. Qualche volta seguiva il richiamo nella foresta, cercandolo come se fosse una cosa tangibile, latrando dolcemente o a sfida, a seconda dell'umore. Cacciava il naso nel fresco muschio del bosco, o nella nera terra dove crescevano alte erbe, e fiutava con gioia i grassi odori del terreno; oppure stava acquattato per ore, come se si nascondesse, dietro i tronchi ricoperti di funghi o gli alberi abbattuti, con gli occhi e gli orecchi tesi a tutto ciò che si muoveva o risuonava intorno a lui. Forse, standosene così, sperava di sorprendere quel richiamo che non riusciva a capire. Ma non sapeva perché faceva tutto ciò. Era costretto a farlo, ma non poteva afferrarlo con il pensiero".
Il richiamo si fa sempre più forte, i suoi vagabondaggi tra i territori selvaggi sempre più lunghi. Passa interi giorni fuori, a caccia, ad annusare gli odori e i sapori di quelle terre indomite, trascorre addirittura una settimana prima che faccia il suo rientro alla capanna di Thornton. Tra le ombre del sottobosco intravede anche il suo riflesso: un lupo. L'incontro inizialmente lo spiazza. Quell'essere vivente è così simile a lui, eppure nei suoi occhi brilla una scintilla primordiale, indomabile, assolutamente libera. Giocano insieme per un po' di tempo finché il lupo, così come è comparso, svanisce.
Tornato alla capanna di Thornton, Buck intravede una spira di fumo. Tutto è distrutto, i cani tutti uccisi, così come il suo padrone: gli indiani, che hanno assaltato l'insediamento, stanno ancora festeggiando sui corpi. Ed ecco che avviene l'ultimo, grande, movimento di liberazione. La belva che è in Buck è sciolta dalle sue catene; uccide tutti gli indiani, metafora della schiavitù umana che aveva sempre vissuto; dà l'ultimo tributo a Thornton vegliando sul suo corpo, l'unico maestro che era stato in grado di riconoscere e incoraggiare la sua forza, ma da cui doveva necessariamente separarsi per essere libero. Infine, torna nella foresta, la sua nuova casa, e presto incontra il medesimo branco di cui faceva parte il lupo che aveva incontrato. Anche in questo caso deve conquistarsi il proprio posto con la lotta, ma ormai è temprato da ogni sorta di avversità e non gli riesce difficile affrontare e sconfiggere i molti lupi che tentano di cacciarlo, per poi essere riconosciuto dal maschio alfa come un membro del branco. L'ultima prova che gli consente di conquistare, con la lotta, l'agognata libertà.

Jack London, Il richiamo della foresta (citazioni tratte dall'edizione Bur del 1975)



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Daniele Palmieri

giovedì 2 marzo 2017

Macrobio: Commento al Sogno di Scipione. Le virtù del condottiero

Il Sogno di Scipione è l'ultimo libro, l'unico tramandatoci per intero, de La repubblica di Cicerone, la sua più importante opera politica. Il Sogno descrive una visione avuta da Scipione l'Emiliano che racconta, in prima persona, l'apparizione del nonno, Scipione l'Africano, e la sua descrizione mistico-filosofica del mondo ultraterreno.  
Questo testo ebbe grande fortuna nel mondo medievale, soprattutto grazie a un commento che ne fece uno degli ultimi (e più grandi) filosofi pagani: Macrobio. Nome poco conosciuto, ma non per questo meno importante nella storia del pensiero, Macrobio fu un importante esponente della classe politica pagana che tentò di resistere all'ascesa del cristianesimo rifacendosi alle antiche virtù filosofiche tradizionali, che affondavano le proprie radici nel pensiero greco-latino, nei culti misterici e negli antichi miti. 
Il Commento al Sogno di Scipione, come anticipa il titolo, è un commentario al testo di Cicerone ma, allo stesso tempo, è un'opera programmatica che si inserisce proprio in questa lotta di resistenza, di cui ne rappresenta uno dei più grandi canti del cigno.
Macrobio comincia il commentario sottolineando come, mentre La Repubblica di Platone mostra come dovrebbe essere la città ideale, la Repubblica di Cicerone mostra come realizzare quella concreta. Platone discute su come dovrebbero essere le istituzioni, mentre Cicerone su come esse sono state organizzate. Entrambi concludono il proprio testo con una visione allegorica: Platone con quella di Er, Cicerone con quella di Scipione l’Africano. Perché questa scelta?
Sia nella prima visione sia nel sogno si accomunano, infatti, quelle che sono le leggi del cosmo a quelle che sono le leggi umane.
Platone lo fa perché volendo ispirare per tutta l’opera la giustizia, volle mostrare qual è la grande ricompensa nell’essere giusti, cosa possibile solo dopo aver dimostrato l’eternità dell’anima, visto che la ricompensa è ultraterrena sia nel Fedone sia nel Gorgia. Similmente volle fare Cicerone, utilizzando l’espediente del sogno perché gli stolti avevano già messo in ridicolo il modo in cui Er era resuscitato.
I detrattori di tale mito furono anzitutto gli Epicurei, tra cui Colote che sostenne che un filosofo deve vietarsi ogni tipo di mito, poiché chi professa la verità non deve inventarsi alcuna finzione.
Vi sono diversi tipi di finzione ed è giusto che il filosofo adoperi quelli a lui più consoni. In ordine, abbiamo la favola: inventata per affascinare le nostre orecchie o esortarci al bene. Le prime, fine a se stesse, sono da evitare; delle seconde occorre fare una ulteriore divisione. Vi sono le favole che, pur avendo un significato allegorico, veicolano una ulteriore menzogna anche con esso. Vi sono poi le favole che veicolano invece, in maniera abbellita dall’immaginazione, una verità solida e sarebbe più corretto chiamarle “miti”. Anche questa seconda categoria può ulteriormente essere divisa tra miti che narrano azioni turpi degli dèi, sconvenienti per i filosofi, e miti che invece non fanno arrossire e che trattano delle cose divine, e quest’ultime sono le più convenienti e sono utilizzate per trattare quegli argomenti che l’intelletto, da solo, non sarebbe in grado di cogliere e descrivere e perché sanno che la natura detesta essere esposta senza veli.
Prima di affrontare il Sogno di Scipione, è bene distinguere tra cinque tipi di sogno:
1) Il sogno vero e proprio: nasconde sotto un velo simbolico enigmi da decifrare. Può essere personale, estraneo, comune, pubblico e universale.
2) La visione: si verifica quando premoniamo cose che saranno
3) L’oracolo: si manifesta quando ci appare in sogno un parente o un personaggio venerabile
4) La visione interna al sogno: ci assilla con le stesse ansie che abbiamo quando siamo svegli. Si verifica in quegli istanti tra veglia e sonno profondo, in cui le forme che appaiono sembrano vere.
5) L’apparizione: si verifica in quegli istanti tra veglia e sonno profondo, in cui le forme che appaiono sembrano vere. A questa categoria appartiene l’incubo.
La visione interna al sogno e l’apparizione non forniscono materiale divinatorio, gli altri tipi di sogni sì e il Sogno di Scipione contiene tutte e tre le categorie divinatorie ed è, inoltre, in relazione con tutte e cinque le categorie del sogno vero e proprio.
Vi è l’oracolo, poiché appare Scipione l’Africano che informa il nipote su cosa accadrà. Vi è la visione, poiché gode della vista dei luoghi stessi in cui dimorerà dopo aver lasciato il corpo. Vi è il sogno poiché tutto il materiale onirico presente può essere spiegato soltanto con la scienza dell’interpretazione.
Secondariamente, è personale perché Scipione è stato trasportato di persona alle regioni superiori; è estraneo perché osserva la condizione delle anime altrui; è comune perché apprende che quei medesimi luoghi sono destinati anche ad altri; è pubblico perché la vittoria della patria e la sconfitta di Cartagine sono predetti a Scipione; è universale perché mostra l’ordinamento del cosmo.
Infine, occorre sottolineare che i sogni possono uscire da due tipi di porte: d’avorio, che non lasciano intravedere, per quanto sottili, cosa vi è dietro, e di corno, che invece fanno filtrare, in parte, la verità, quando l’anima durante il sonno è meno invischiata al corpo.
Scipione l’Africano preannuncia al nipote gli onori che spettano, dopo la morte, ai difensori della patria.
Vi è chi sostiene che soltanto il filosofo può essere felice, poiché egli conosce e segue la virtù, che sono: la prudenza, che consiste nel disegnare questo mondo e tutto ciò che vi è racchiuso grazie alla contemplazione del divino; la temperanza, ossia l’abbandono di tutti ciò che è superfluo; la fortezza, non avere timore se la nostra anima si separa dal corpo; la giustizia, realizzare l’obbedienza a ciascuna di queste virtù. Apparentemente sembra dunque che l’uomo d’azione non possa essere felice.
Tuttavia Plotino nel suo trattato Sulle virtù, classifica queste ultime in quattro generi e all’interno di ciascuno di questi generi è possibile declinare le quattro virtù cardinali:
1) Virtù politiche: proprie dell’uomo in quanto animale sociale. La prudenza consiste nell’indirizzare ogni pensiero e ogni azione secondo norma razionale; la prudenza comprende in sé la ragione, l’intelligenza, la circospezione, la previdenza, la dolcezza di carattere, la cautela; la fortezza consiste nell’elevare l’animo sopra il timore dei pericoli; la fortezza comporta la magnanimità, la fiducia in se stessi, la sicurezza, la dignità d’animo, la costanza, tolleranza e fermezza; la temperanza consiste nella modestia, delicatezza, astinenza, castità, onesta, moderazione; la giustizia consiste nell’innocenza, l’amicizia, la concordia, la pietà, i sentimenti affettuosi e l’umanità. Applicando tali virtù prima a se stesso l’uomo potrà poi applicarle negli affari pubblici.
2) Virtù purificatrici: quelle dell’uomo giunto a intelligenza del divino e convengono solo all’animo di chi ha intrapreso l’opera di purificazione dal corpo per dedicarsi solo al divino, sottraendosi da qualsiasi impegno.
3) Virtù dell’anima purificata: le virtù dell’animo già libero, ripulito da ogni macchia di questo mondo.
4) Virtù esemplari: le virtù che risiedono nell’Intelletto divino dal cui modello derivano tutte le altre virtù.
Tali virtù hanno effetti differenti riguardo alle passioni; le prime le leniscono, le seconde le annientano, le terze le fanno dimenticare, quelle del quarto è empio nominarle. Di conseguenza, anche le virtù politiche possono condurre a felicità.
Cicerone parla poi delle anime dei condottieri che dal cielo sono partite e nel cielo ritornano, concezione che riprende l’antica teoria platonica dell’anima caduta nel mondo sensibile e che nei grandi condottieri è in grado di tornare al cielo, dopo la morte, grazie alla purificazione della virtù. Queste anime sono accolte nell’ultima sfera, detta fissa, poiché quella più divina.
La virtù di Scipione l'Emiliano si manifesta nel momento in cui, benché in parte atterrito dall’apparizione, si preoccupa dei suoi avi chiedendo se si trovano anche loro lì e Scipione l’Africano risponde positivamente, sottolineando che la loro è la vera vita e che quella che chiamiamo “vita” nel mondo sensibile è in realtà “morte”. Lo stesso Ade è in realtà una metafora della nostra condizione terrena e dei patimenti che viviamo quotidianamente, presi dalle nostre passioni.
Cadendo, l’anima attraversa le varie sfere celesti acquisendo da ciascuna di esse una facoltà:
1) Da Saturno la ratiocinatio e la intelligentia.
2) Da Giove la vis agendi.
3) Da Marte l’animositatis ardor.
4) Da Venere il motus desiderii.
5) Da Mercurio l’espressione dei pensieri.
6) Dalla Luna la facoltà nutritiva e accrescitiva.
L’anima tuttavia non perde mai il suo contatto con il divino; ricorda ancora il mondo in cui risiedeva e anela a ritornarvi.
Macrobio commenta poi il passo in cui Scipione domanda al padre perché se il luogo dell’anima è quello celeste non può tornarvi subito dandosi la morte, con la conseguente risposta che la divinità assegna a ciascuno un compito da portare a termine e che di conseguenza non è permesso lasciare la vita anzitempo, ma che bisogna custodire il corpo finché lo si abita.
Questa dottrina è quella stabilita da Platone nel Fedone, insieme all’affermazione che la filosofia è esercizio a morire. Queste due affermazioni sembrano in contraddizione ma, in realtà, non lo sono; esistono due tipi di morte, quella dell’anima e quella dell’essere animato. Parlando dell’essere animato, esiste la morte causata dalla natura e la morte come risultato della virtù. Il secondo tipo di morte è quello a cui si deve aspirare, mentre la prima non deve essere agognata o cercata ma lasciare che la natura prosegua il suo corso, altrimenti l’anima si incatenerà ancora di più al corpo. Anche perché il corpo possiede un proprio numero che rimane attivo anche se contro natura ci togliamo la vita.
L’uomo è l’unico essere vivente a condividere con il cielo e con gli astri l’intelletto, ossia l’animo, e lo mostra anche la posizione stessa dell’uomo, l’unico tra gli animali a poter guardare verso il cielo.
Scipione mostra, dalla via Lattea, tutto il cielo, che è visibile poiché la terra è soltanto un punto minuscolo. Esso è diviso in nove orbite (o sfere). La prima è la sfera celeste, la più estrema, che abbraccia tutte le altre, divinità suprema e immutabile. A essa sottostanno la sfera di Saturno, la sfera di Giove, la sfera di Marte, la sfera del Sole, di Venere e di Mercurio (che a loro volta ruotano attorno al sole) e, infine, della Luna, l’ultima prima della sfera della Terra, quella immobile. La vita è sempre in movimento ed è per questo che il moto dei pianeti è perpetuo, partecipe dell’immortalità dell’Anima cosmica, e il loro movimento è circolare poiché non esiste punto verso cui l’universo possa dirigersi e il moto rotatorio è l’unico tragitto possibile per una sfera che contiene tutti gli spazi. La sfera delle stelle fisse è generata dall’Anima, che a sua volta procede dall’Intelletto che, in ultimo, è emanazione del Dio supremo.
La nostra vita è influenzata principalmente dal sole, che ci conferisce la facoltà di sentire, e dalla luna, che ci conferisce la facoltà di crescere. A queste due prime influenze si aggiungono anche quelle degli altri pianeti, che può essere o positiva o negativa a seconda del rapporto numerico.
Il sole è soprannominato anche “cuore del cielo” poiché grazie alla sua intelligenza si verificano tutti quei fenomeni regolari che influiscono sulla terra.
I pianeti possono poi trovarsi nell’arco di cerchio che corrisponde simmetricamente a un segno dello zodiaco e quando si trovano in quella zona si dice che si trovano nel determinato segno. Le stelle delle zodiaco si muovono sempre in determinati settori e furono gli egizi i primi a scoprirlo e individuarono 12 zone precise, dando a ciascuna di esse un nome e creando lo zodiaco.
La sfera della terra è l’unica a non muoversi e tutte le forze tendono a essa poiché occupa la parte più bassa.
Dopo aver parlato delle sfere, Macrobio analizza il suono armonico generato dal loro movimento. Tale suono è armonioso poiché avviene secondo una legge numerica. Tale armonia permea tutto l’universo ed è generata dalla relazione numerica che nasce dalla monade universale, la quale si divide poi in numeri pari e numeri dispari, principio del maschile e del femminile. L’Anima del mondo è stata intessuta per mezzo dei numeri che generano da se stessi l’armonia musicale, che procedono dalla monade seguendo il lor doppio sia dalla parte pari sia da quella dispari. Le muse stesse, dicono alcuni, non sono altro che il canto espressione dell’armonia dell’universo ed è per questo che in alcuni rituali funebri si accompagna il morto con il canto, per permettere all’anima del defunto di tornare alle sfere celesti. La stessa anima umana è ovunque stimolata dalla musica che stimola il coraggio, oppure acquieta o allontana le preoccupazioni.
Tutto è soggiogato al potere della musica, poiché l’anima celeste, che tutto anima, deve la sua origine alla musica.
La terra è sferica e divisa in cinque fasce abitative: fredda settentrionale, temperata, torrida, temperata antipodale e fredda australe.
In un passo Scipione l’Africano mette in guardia il nipote mostrandogli quanto sia minuscolo il globo terrestre e quanto grandi i suoi cambiamenti, di conseguenza ciò può dare l’idea di quanto inutile sia la gloria umana e di quanto più importante sia, invece, la virtù che ha il suo premio direttamente nella coscienza, mentre la gloria si disperde con il tempo ed è vana. Allo stesso tempo ciò è una testimonianza contro l’eternità del mondo; la storia stessa mostra che esso è in continuo divenire. Cataclismi e successivi raggruppamenti dei sopravvissuti che ricreano la civiltà si alternano nella storia dell’uomo.
Scipione rivela poi al nipote la natura divina dell’essere umano, che con la propria mente è in grado di muovere il corpo esattamente come Dio fa muovere l’universo. Questo è il culmine dell’opera e del processo iniziatico, che passa per: la predizione della morte e delle insidie dei parenti per non riporre tutti gli interessi nella vita terrena; per uscire dallo scoramento, la consapevolezza della virtù che risiede nell’animo del buon cittadino a cui è destinata la vita eterna dopo la morte; l’avvertimento di non uscire dalla vita anzitempo per non macchiare la propria anima e lasciarlo radicato al tempo presente; dopo aver temperato a giusto modo speranza e attesa, l’elevazione dell’animo alle sfere celesti che mostrano allo stesso tempo l’ordine cosmico e la nullità della condizione terrena umana; il disprezzo conseguente della vana gloria che prepara a poter assumere senza hybris la consapevolezza di essere un Dio.
L’uomo visibile non è il vero uomo ma l’anima stessa e così come l’Anima del mondo muove il mondo, allo stesso tempo l’anima dell’uomo guida il suo corpo e per questo alcuni fisici definirono l’universo un macroantropo e l’uomo un microcosmo. In quanto principio del movimento, l’anima non può morire e di tale movimento, avverte Scipione, bisogna fare buon uso.
Bisogna esercitare l’anima nelle azioni più nobili riguardo la salute della patria, senza cadere nel fango della libidine. Vi sono dunque due vie principali per muoverla in modo virtuoso: la vita contemplativa, quella del filosofo, come Pitagora, votato alla pura conoscenza del cosmo; la vita attiva, quella del condottiero, come Romolo, votato alle virtù pratiche e guerriere; infine una terza via, in grado di raggiungere la somma perfezione coniando le due attività, azione e conoscenza, che trova esempi emblematici ad esempio presso Licurgo, Numa, Solone, Catone e, non ultimo, Scipione.
Macrobio sottolinea come questa conclusione contenga tutte e tre le parti fondamentali della filosofia: l’etica, nei precetti iniziali; la fisica, in quelli intermedi; la metafisica, nelle ultime rivelazioni.

Macrobio - Commento al sogno di Scipione



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Daniele Palmieri