venerdì 21 settembre 2018

Eliphas Levi: Il Libro Rosso e i fondamenti delle Scienze Occulte

Nel 1841 fu dato alle stampe, a Parigi, un curioso testo di Eliphas Levi intitolato “Il Libro Rosso”. Si trattava di una raccolta di estratti significativi sull’occultismo, curata da un certo Ortensio Flamel, pseudonimo di un misterioso autore rimasto nell’ombra.
Come scrive Andrea Pellegrino: “Nel Libro Rosso, che nella sua versione originale è scomparso da diversi decenni e del quale esistono solo due esemplari censiti, Flamel ha tracciato un piccolo compendio di scienze occulte alla luce della filosofia di Levi, inserendovi una sua selezione di segreti ammirevoli”.
A distanza di oltre cento anni, è finalmente disponibile una nuova edizione del testo, edita da Libraio Editore e curata proprio da Andrea Pellegrino, che ne ha inoltre ampliato le pagine con altri estratti importanti delle opere di Levi, come il Dogma e rituale dell’alta magia, le Lettere Cabalistiche al Barone Spedalieri e le istruzioni di Levi per le evocazioni degli spiriti, la costruzione di talismani e la raffigurazione di pentacoli magici e, infine, le sue biografie dei principali esponenti dell’occultismo, dall’antichità al XIX secolo.
In questa nuova edizione ampliata, commentata e arricchita (anche da meravigliose illustrazioni), Il Libro Rosso è un’ottima introduzione per avvicinarsi al mondo delle cosiddette “scienze occulte”, in grado di sfiorare ogni ambito del loro dominio: dalla storia ai presupposti dottrinali, dall’alchimia, alla cabala, alla massoneria, alla magia teorica e pratica. 
Partendo dai principi, la prima parte del testo offre un’ottima panoramica sulla storia e sui principi teorici alla base del pensiero magico. La vera magia, dice Levi, non è da confondersi con la superstizione; essa è la forma più profonda di conoscenza il cui scopo è quello di ricondurre l’uomo alla potenza divina:

“Se apriamo un istante il grande libro dell’umanità e vi gettiamo un colpo d’occhio, vedremo che in ogni luogo e in tutti i tempi, l’uomo ha continuamente cercato di estendere i limiti della sua potenza. E’ questo il destino o meglio la legge alla quale egli deve obbedire e che Carlo Fourier, uno dei nostri grandi filosofi, ha formulato con queste parole: Le attrazioni sono proporzionali ai destini. E poiché è così, l’uomo, emanazione della divinità, doveva dunque cercare tutti i mezzi per avvicinarvisi” (Eliphas Levi, Il Libro Rosso, Libraio Editore, p. 15).

 L’opera magica è un’opera di auto-realizzazione, il recupero pratico e operativo della condizione divina dell’Età dell’Oro che presuppone, appunto, un intervento attivo dell’uomo su se stesso. Ma come può avvenire questa realizzazione? Rispondere a questa domanda significa trovare il fondamento dell’intera opera magica; un segreto che era conosciuto e custodito dai più grandi sapienti dell’antichità. Pitagora, Mosé, Zoroastro, Apollonio di Tiana, saggi dalla diversa estradizione culturale ma a cui sono attribuiti sempre le stesse potenze leggendarie, le medesime opere magiche e gli stessi miracoli, quasi fossero entrati in contatto con una forza segreta, il mistero stesso della magia. Tale fondamento, secondo Levi, risiede in un’energia che scorre latente nell’anima dell’uomo:

“Ci è d’obbligo convenire con tutti i grandi filosofi che l’uomo ha un certo potere di modificare le cose per l’energia della sua virtualità personale. Si vede in effetti che, ingrandita dall’entusiasmo di una passione potentemente sovraeccitata, l’uomo trattiene e domina tutto ciò che lo circonda e cambia di conseguenza le condizioni e i rapporti abituali della vita e si può constatare che la potenza della volontà dell’uomo, portata alla sua più alta energia, cagiona dei fenomeni inesplicabili se l’uomo non ammette con i maghi, i più dotti e i più abili necromanti, che volontà dell’uomo, come la sua potenza superiore, è la sola causa e il principio essenziale di tutti i fenomeni” (Eliphas Levi, Il Libro Rosso, Libraio Editore, p. 2)

La casa di un malinconico, dice Levi, riflette la sua condizione psicologica e, dunque, la sua volontà, nella disposizione degli oggetti e nella trascuratezza delle cose; è come se, con il proprio riflesso involontario, il malinconico imprimesse la propria volontà “depotenziata” nell’ambiente circostante, e le persona che entrano nell’aurea di influenza della sua bolla psicologica non possono che uscirne contagiati.

“Nella medesima serie di osservazioni” dice Levi “voi rileverete che il frequentare uomini giulivi, gioviali, voluttuosi, violenti, sobri, spirituali vi dispone e vi porta alla gioia, alla gentilezza, alla voluttà, alla violenza, alla sobrietà o alla spiritualità. Poste queste prime basi […] entreremo in un mondo immateriale la cui conoscenza approfondita costruisce la scienza occulta. Per noi la scienza psicologica non è altro che il primo gradino dell’immensa scala che l’uomo deve accingersi a salire” (Eliphas Levi, Il Libro Rosso, Libraio Editore, pp. 20-21).

Il mago deve essere in grado di incanalare questa energia occulta e di condensarla nella propria Volontà, per poterla controllare a proprio piacimento e poterla poi sprigionare, con azioni e parole, nei confronti della realtà circostante, ampliando così l’area di potere della sua “psicosfera”.
Quest’opera di raccoglimento delle energie si riflette nell’azione stessa del mago e nella sua preparazione. “Le scienze occulte” scrive Levi “furono in tutti i tempi appannaggio delle intelligenze privilegiate; i primi filosofi che le hanno studiate avevano compreso che era nel silenzio e nel raccoglimento, lungi dagli intrighi politici e religiosi che esse richiedevano di essere coltivate. Così i preti egiziani avevano posto alle porte dei loro santuari i grifi e le sfingi, simboli del silenzio e dell’impenetrabilità di cui i loro misteri dovevano essere avvolti” (Eliphas Levi, Il Libro Rosso, Libraio Editore, p. 24).

Avevo già approfondito il tema della Volontà magica negli articoli dedicati ad Aleister Crowley e all'Idealismo Magico di Evola. La Volontà è il fondamento della magia, laddove con Volontà bisogna intendere una forza psichica intangibile e immateriale, in grado di estendere la sua aurea di influenza anche al di fuori delle pareti della mente dell’uomo, nel momento in cui quest’ultimo è in grado di concentrare dentro di sé le energie necessarie attraverso una lunga preparazione psicofisica, che passa per l’ascetismo, il silenzio, la concentrazione, la meditazione e lo studio delle principali scienze legate al mondo magico.
L’occultismo, scrive Levi in una delle lettere al Barone Spedalieri, è una “fatica di Ercole che assomiglia ad un gioco da bambini”. Requisiti fondamentali sono, allo stesso tempo, il rigore e la libertà: il rigore del metodo e dell’applicazione costante, la libertà di abbattere i pregiudizi e sondare l’inesplorato.
Ogni conoscenza ha il suo metodo, ed è dunque fondamentale applicare il metodo adatto a ciascuna forma di conoscenza; le cose che ricadono sotto il dominio dei sensi devono essere indagate secondo il metodo scientifico. Ma per Levi esiste un dominio sovrasensibile, che per sua stessa natura non può essere indagato con gli esperimenti empirici. Ed è questo il campo di indagine delle cosiddette Scienze Occulte
Le scienze da approfondire, come la cabala, l’alchimia, la divinazione, la teologia e anche la religione, permettono alla mente di abbattere le barriere dell’esperienza quotidiana e di ampliare, così, i confini ordinari della mente, che se fossilizzata esclusivamente sul mondo dei sensi rischia di atrofizzarsi e di precludersi la conoscenza del mondo sovrasensibile.
Da questo punto di vista, secondo Levi, scienza e fede non sono due principi opposti, ma due volti del Giano Bifronte che compongono l’unica testa della Sapienza. Sono due polarità complementari; la scienza è necessaria per scacciare la superstizione e arrivare ai fatti, la fede per raggiungere la certezza e cacciare lo scetticismo assoluto. L’unità dei due principi dà vita alla Sapienza, che riconosce le leggi universali soggiacenti all’intero cosmo, la cui unità testimonia l’esistenza di un unico intelletto ordinatore, “l’unità dell’intelligenza legislativa” secondo le parole di Levi.
La visione della religione da parte di Levi è degna di interesse e mostra la sua grande apertura mentale. Anzitutto, essa è vista dall’autore come una forma velata di magia; i dogmi, i riti, le credenze, le preghiere e simili non sono altro che antiche pratiche di magia nascoste e canonizzate dietro il fitto strato di simboli delle molteplice esperienze religiose.
Così, dopo uno studio attento delle diverse religioni è possibile risalire alla fonte e accorgersi che: “La verità è che la religione è una, come la umanità, come questa progressiva, e che rimane sempre la stessa, pur trasformandosi sempre” (Eliphas Levi, Il Libro Rosso, Libraio Editore, p. 145).
Un concetto che anticipa di mezzo secolo i futuri studi Tradizionali e che permette di trovare le chiavi della realizzazione in ogni grande esperienza religiosa. Sempre citando le parole di Levi:

“Gesù ha detto che il lievito deve essere nascosto al fondo del vaso che contiene la pasta, per agire giorno e notte in silenzio, fino a che la fermentazione abbia impregnato a poco a poco tutto il rimpasto che deve diventare pane. Un iniziato può, dunque, con semplicità e sincerità, praticare la religione nella quale è nato, perché tutti i riti rappresentano in modo diverso un solo e stesso dogma, ma non deve aprire il fondo della sua coscienza che a Dio, e non deve rendere conto a nessuno nelle sue credenze più intime” (p. 148).
 
Il Libro Rosso, Eliphas Levi e Ortensio Flamel, a cura di Andrea Pellegrino, Libraio Editore
 
Daniele Palmieri
 

lunedì 17 settembre 2018

Pirsig: Lo Zen e l'arte della manutenzione della motocicletta

Ho percorso molti km in bicicletta, sia per il tragitto casa-lavoro sia per esplorare. Amo lo spirito di libertà delle due ruote, il viaggio lento a contatto con il paesaggio, la possibilità di imboccare sentieri nascosti e impervi, che non potrebbero essere né percorsi né scoperti con le ingombranti automobili.
Dopo un viaggio in Maine e centinaia di km percorsi su una vecchia bicicletta degli anni '60 lungo strade deserte nei boschi, ho deciso di "approfondire" il mondo delle due ruote e di comprarmi la mia prima moto, per poter viaggiare a contatto con il il paesaggio, a velocità limitata, ma con la possibilità di percorrere più km rispetto a quelli consentiti dalla fatica delle gambe.
Ho comprato un Mash 125 del 2016 e il mondo delle due ruote a motore mi ha subito rapido; se già in bici si respira un'aria di libertà, in moto la sensazione è ancor più amplificata. Anche delle semplici strade di campagna e di provincia diventano un'avventura, un'esplosione di suoni, odori, sensazioni; il vento che sibila nel casco, il rombo del motore e il clangore metallico degli ingranaggi, i profumi della campagna, i colori dell'erba, del cielo, dei campi.
Quando scopro qualcosa di nuovo, scatta la scintilla della "ossessione filosofica" e inizio ad approfondire tutto ciò che riguarda i sentieri conoscitivi ancora ignoti che si diramano di fronte a me. Il mondo della motocicletta non poteva fare eccezione, e così mi sono subito procurato uno dei grandi classici della letteratura dedicata ai viaggi sulle due ruote: Lo Zen e l'arte della manutenzione della motocicletta di Robert Pirsig.
Definire questo libro non è semplice. E' un diario di viaggio ma anche un racconto autobiografico in cui Pirsig si confronta con il proprio passato, è un saggio sull'arte della manutenzione delle motociclette ma anche un'opera filosofica, è uno squarcio sulla saggezza orientale ma che affonda le sue radici soprattutto nella cultura filosofica occidentale. Di sicuro, non è una delle tante opere che infilano "zen" nel titolo per motivi commerciali. I motivi e i generi letterari si incrociano creando un prodotto che sfugge a ogni categorizzazione e, forse, la definizione perfetta è quella data dallo stesso Pirsig; Lo Zen e l'arte della manutenzione della motocicletta è un lungo e complesso Chautauqua

"Quel che ho in mente è una specie di Chautauqua [...] come i Chautauqua ambulanti che si rappresentavano sotto un tendone e si spostavano da un capo all'altro dell'America [...] una serie di conversazioni popolari intese a edificare e divertire, a migliorare l'intelletto e a portare cultura e illuminazione alle orecchie e ai pensieri degli ascoltatori" (Pirsig, Lo Zen e l'arte della manutenzione della motocicletta, Adelphi, p. 18).

I diversi livelli narrativi si incrociano, si alternano, si compenetrano a creare un percorso tortuoso, a volte difficile da seguire ma sempre profondo e interessante, esattamente come i racconti orali e i discorsi popolari che non seguono mai una coerente linea retta ma che, come una strada di campagna, seguono i tornanti, le curve e le pendenze irregolari delle colline.
Il racconto di Pirsig si apre proprio con una strada di campagna; l'autore è in viaggio in moto, in America, con il figlio Chris e con una coppia, John e Sylvia. Fin dalle prime righe Pirsig è in grado di trasmettere le sensazioni uniche del viaggiare in motocicletta, la differenza abissale che sussiste tra il sedere rinchiusi in una scatola di ferraglie e il trovarsi a cavallo di un veicolo che sfreccia sul'asfalto, senza alcuna divisione tra il tuo corpo, il paesaggio e la moto stessa. Citando le sue parole:

"In macchina sei sempre in un abitacolo; ci sei abituato e non ti rendi conto che tutto quello che vedi da quel finestrino non è che una dose supplementare della TV. Sei un osservatore passivo e il paesaggio ti scorre accanto noiosissimo dentro una cornice. In moto la cornice non c'è più. Hai un contatto completo con ogni cosa. Non sei più un spettatore, sei nella scena, e la sensazione di presenza è travolgente. E' incredibile quel cemento che sibila a dieci centimetri dal tuo piede, lo stesso su cui cammini, ed è proprio lì, così sfuocato eppure così vicino che col piede puoi toccarlo quando vuoi - un'esperienza che non si allontana mai dalla coscienza immediata" (Pirsig, Lo Zen e l'arte della manutenzione della motocicletta, Adelphi, pp. 14-15).

Viaggiare in moto permette di assaporare il viaggio, di vivere le strade che si percorrono e, soprattutto, di scoprire quei tracciati che solitamente, in automobile, si eviterebbero. In moto si vive l'essenza stessa del viaggiare, che non consiste soltanto nel partire da un punto x, attraversare un'autostrada y e arrivare alla meta z, bensì nell'immergersi nel viaggio stesso, sentire gli odori, i profumi, le sensazioni della strada, percorrere tragitti tortuosi, non lineari, perdersi nelle strade secondarie, seguire le indicazioni che più ci affascinano. Nel primo caso, si è semplici turisti; nel secondo si è veri viaggiatori. Come scrive Pirsig:

"I programmi sono volutamente vaghi, abbiamo più voglia di viaggiare che non di arrivare in un posto prestabilito. [...] Diamo la preferenza alle strade secondarie [...]. Ci preoccupiamo più di come passiamo il tempo che non di quanto ne impieghiamo per arrivare: l'approccio cambia completamente [...]. Le strade che serpeggiano su per le colline sono lunghe, ma in moto sono più belle, in curva ti inclini senza andare a sbattere contro le pareti di un abitacolo. Le strade con poco traffico sono più gradevoli, oltre che più sicure, e anche quelle senza autogrill e cartelloni, strade dove boschetti e pascoli e frutteti si possono quasi toccare, dove i bambini ti fanno ciao con la mano e la gente guarda dalla veranda per vedere chi arriva" Pirsig, Lo Zen e l'arte della manutenzione della motocicletta, Adelphi, p. 15).

La moto diviene così la chiave d'accesso alla filosofia Zen. Da un lato, poiché viaggiare in moto risveglia quel pensiero-senza-pensiero di cui parlano le filosofie orientali, come il Taoismo e il Buddhismo, ossia l'attenzione focalizzata su ciò che si sta facendo, senza il brusio di pensieri che normalmente ci attanagliano e ci confondono la mente con il loro rumore bianco indistinto. 
Questo perché, da un lato, il viaggio in moto necessita un'attenzione costante nei confronti della strada, del paesaggio, dei veicoli circostanti, dei rumori del motore e della motocicletta, del continuo gioco di freno, frizione, marce, acceleratore, della precisione nelle curve, della qualità stessa della strada su cui si sta viaggiando; tutti questi elementi costringono la mente a rimanere focalizzata esclusivamente su ciò che si sta facendo: e questa è forse l'essenza più profonda dello Zen, una concentrazione assoluta sul qui-e-ora, senza alcuna distrazione, che oblia qualsiasi altro pensiero, che cancella la distinzione tra passato, presente e futuro e immerge la mente in un attimo eterno fatto di puro sentire.
Dall'altro lato perché la manutenzione stessa della motocicletta porta la mente ad astrarsi dai suoi confini quotidiani; anche in questo caso, è richiesta un'attenzione precisa nei confronti dell'opera che si sta compiendo, occorre scoprire il disegno complessivo e astratto dei veicolo, "l'idea della motocicletta" direbbe Platone, l'archetipo, il modello che soggiace alla motocicletta che stiamo riparando per scoprire qual è l'elemento che se ne discosta e che ne impedisce il funzionamento. Come scrive Pirsig:

"Il Buddha, il Divino, dimora nel circuito di un calcolatore o negli ingranaggi del cambio di una moto con lo stesso agio che in cima a una montagna o nei petali di un fiore. Pensare altrimenti equivale a sminuire il Buddha - il che equivale a sminuire se stessi" (Pirsig, Lo Zen e l'arte della manutenzione della motocicletta, Adelphi, p. 28).

Nel riparare la motocicletta si scopre un rapporto profondo tra uomo e macchina, laddove la macchina non è solo un prodotto arido e impersonale della tecnologia, ma una vera e propria opera d'arte, in cui il progetto razionale che soggiace a essa si fonde con gli elementi pratici e concreti che ne permettono il funzionamento, che sono allo stesso tempo "universali", poiché ogni modello di moto è costruito secondo un progetto generale, ma anche "particolari" e "soggettivi", a tal punto che ogni moto, secondo Pirsig, ha la propria personalità, conferita  dai difetti, dalle imperfezioni, dal rapporto instaurato con il suo motociclista, tutti elementi che la rendono unica.
Così, proprio nella moto Pirsig scopre il collante tra le visioni di pensiero contrapposte che da sempre hanno scisso in due parti la coscienza occidentale: la visione classica e la visione romantica. Secondo Pirsig, l'Occidente è sempre stato dilaniato da queste due visioni apparentemente opposte della realtà: da un lato l'intelletto classico: la coscienza razionale, razionalizzante, logica, che alla ricerca continua di nessi scientifici tra gli oggetti e le cause, la mente analitica che "smonta" la motocicletta per scoprire la funzione di ogni singolo pezzo; dall'altro lato l'intelletto romantico, teso a una visione generale della realtà, artistica ed emotiva, che predilige una lettura universale dei fenomeni rispetto a quella analitica, che considera la bellezza generale della motocicletta piuttosto che la conoscenza razionale e particolare del suo funzionamento.
In tutto il testo, Pirsig è alla ricerca continua di un principio in grado di unificare coscienza romantica e coscienza classica, che sia in grado di mostrare come le due prospettive di vedere il mondo siano in realtà due facce della stessa medaglia e come esista una prospettiva ancor più elevata, in grado di inglobare i due punti di vista apparentemente contrapposti. Una ricerca dell'unità che è, allo stesso tempo, una metafora della sua vita interiore; Pirsig ha vissuto infatti un'esperienza di "scissione" della propria coscienza, derivante dal suo passato travagliato e dai trascorsi in un manicomio dove ha subito anche l'elettro shock. Durante tale passato era iniziata la ricerca filosofica di un principio unificante della realtà e le riflessioni di tale ricerca sono attribuite, nel libro, alla sua "ombra", la parte scissa in cui l'auore fatica a riconoscersi e soprannominata "Fedro".
Dopo lunghe meditazioni filosofiche che si alternano al racconto del viaggio e si intrecciano alla biografia di "Fedro", tale principio unificante è identificato nella "Qualità". Secondo Pirsig-Fedro, ognuno di noi prova un'esperienza qualitativa dell'essere che, per semplificare, può essere descritta come la sensazione di "migliore" o "peggiore" che proviamo nei confronti delle cose. Una motocicletta funzionante è considerata qualitativamente migliore di una non funzionante; alcuni modelli peggiori o migliori di altri; alcuni migliori per fare dei tragitti sterrati, altri migliori per la città e così via. Ma da cosa dipende questa Qualità? Come la si può definire? E' oggettiva o soggettiva? La ricerca spasmodica, quasi ossessiva, di una definizione porta Pirsig-Fedro a rinunciare a qualsiasi tentativo di definizione e, allo stesso tempo, a colmare la scissione tra intelletto romantico e intelletto classico proprio con la Qualità che, nel suo essere né oggettiva né soggettiva, è posta da Pirsig-Fedro a fondamento della realtà stessa e, dunque, come il Tao, al di là delle parole e dei concetti. Come scrive ne Lo Zen e l'arte della manutenzione della motocicletta:

"La Qualità non è una cosa, è un evento. [...] E' l'evento che vede il soggetto prendere coscienza dell'oggetto. E dato che senza oggetto non ci può essere soggetto - sono gli oggetti che creano ne soggetto la coscienza di sé - la Qualità è l'evento che rende possibile la coscienza sia dell'uno sia degli altri [...]. Questo vuol dire che la Qualità non è solo la conseguenza di una collisione tra soggetto e oggetto. L'esistenza stessa di soggetto e oggetto è dedotta dall'evento Qualità. L'evento Qualità è causa del soggetto e dell'oggetto, erroneamente considerati causa della qualità! Il sole della Qualità non gira intorno ai soggetti e agli oggetti della nostra esistenza [...]. E' lui che li ha creati. Ed è a lui che essi sono subordinati" (Pirsig, Lo Zen e l'arte della manutenzione della motocicletta, Adelphi, pp. 235-236).

Come accennato, la moto diviene l'esempio perfetto della Qualità, di una realtà che non è né esclusivamente classica né esclusivamente romantica; dietro alla realtà concreta degli ingranaggi, dell'olio, della benzina, del motore, degli specchietti, delle ruote, del metallo e della plastica, della composizione delle singole parti, si nasconde un "piano", un "progetto ordinato", il "Cosmos" degli antichi greci che permette alla motocicletta di prendere vita quando si fonde con il motociclista che la guida. Questa visione olistica è precedente alla successiva scomposizione tra la motocicletta classica, razionale, e la motocicletta romantica, emotiva, il lato intellettuale e quello estetico, che tuttavia sono solo due diverse espressioni della medesima Qualità. Come scrive Pirsig:

"La realtà è sempre il momento della visione che precede la concettualizzazione. Non c'è nessun'altra realtà. Questa realtà preintellettuale è quanto Fedro sentiva di aver giustamente individuato come Qualità. Dato che tutte le cose identificabili intellettualmente devono emergere da questa realtà preintellettuale, la Qualità è genitrice, la fonte di tutti i soggetti e gli oggetti" (Pirsig, Lo Zen e l'arte della manutenzione della motocicletta, Adelphi, p. 243).

Questa pace dei sensi e delle due coscienze è tuttavia un risultato sofferto, difficile da raggiungere, e la metafora della lotta e del viaggio continuo dell'uomo con le idee, con le persone, con gli oggetti e con i propri simili ricorre continuamente, incarnato in diverse racconti. Da un lato è esemplificato dal rapporto tra Pirsig e la coppia sua compagna di viaggio, Sylvia e John, laddove il primo cerca sempre di convincere i secondi ad imparare l'arte "razionale" della manutenzione della motocicletta, mentre i secondi preferiscono goderne solo le emozioni "romantiche" e affidare tutto il resto all'officina; vi è poi il conflitto continuo tra Pirsig e suo figlio Chris, che spesso rende il viaggio non un idilliaco e bucolico racconto ma un percorso sofferto, fatto di incomprensioni, capricci e imprevisti. Vi è poi il conflitto tra Pirsig e la sua metà intellettuale, Fedro, che incarna i fantasmi del suo passato di genio e follia, nonché le sofferenze vissute in manicomio. Il conflitto tra l'uomo e la macchina, tra il motociclista e la moto, quando un guasto improvviso gli ostacola la strada e deve passare le ore a comprendere cosa è successo, e poi altre ore, se non giorni, a capire come ripararlo e a mantenere la mente "Zen" per farlo. Non ultimo, il conflitto tra Pirsig e la filosofia, la ricerca ossessiva della definizione e del significato della Qualità.
In questo testo fatto di conflitti, è proprio nel qui-e-ora del viaggio in moto che sembrano placarsi tutti i pensieri, tutte le sofferenze, tutte le emozioni, nell'immersione completa nel tragitto che sembra trasformare uomo, motocicletta e paesaggio in una cosa sola, che sembra ricondurlo al mondo olistico della Qualità tanto ricercato da Pirsig nella sua metafisica.
In conclusione, Lo Zen e l'arte della manutenzione della motocicletta è, come già accennato, un testo atipico, adatto a più palati ma, allo stesso tempo, di difficile lettura. La tortuosità del racconto e delle argomentazioni filosofiche, le sofferenze narrate nel testo e i racconti delle esperienze e dei rapporti conflittuali necessitano di una lettura calma e attenta, proprio come un viaggio in moto, dalla quale però non si può che uscire arricchiti.


Pirsig, Lo zen e l'arte della manutenzione della motocicletta, Adelphi Edizioni.

Daniele Palmieri

mercoledì 5 settembre 2018

Andrea Pellegrino: Il segreto dei tarocchi. Come leggere le carte

Dopo l'ultimo articolo su come scegliere il primo mazzo di Tarocchi, passiamo ora alla pratica per capire come usare il proprio mazzo di carte. Affronteremo la questione a partire da una delle pubblicazioni che ho citato nel precedente scritto: Il segreto dei Tarocchi di Andrea Pellegrino, edito da Libraio Editore, la nuova iniziativa editoriale della Libreria Esoterica di Milano.
Sono molti i testi sui tarocchi in circolazione, ma sono pochi i manuali completi, sotto ogni punto di vista, come Il segreto dei Tarocchi
Il testo offre una sintetica ma completa introduzione storica, un'ottima panoramica sui diversi esoteristi che studiarono il simbolismo delle carte, descrive i principali mazzi in circolazione e si addentra, nel dettaglio, nella descrizione del significato dei singoli Arcani Maggiori e degli Arcani Minori, offrendo inoltre un'ampia rosa dei metodi di lettura adottati dalle principali scuole esoteriche. Ultimo, ma non meno importante, Il segreto dei Tarocchi è corredato da magnifiche illustrazioni a colori, sia degli arcani maggiori dei diversi mazzi descritti ma, soprattutto, delle rarissime lamine della prima edizione dei tarocchi di Wirth. Un particolare di grande importanza per gli studiosi, poiché nessun altro testo in circolazione riporta le figure e i colori originali del mazzo di Wirth, e anche i mazzi in commercio, come quello delle Edizioni Mediterranee, presenta alcune variazioni nella colorazione, che Wirth invece studiò con particolare cura.
Addentrandoci nella lettura delle carte, come avevo anticipato nell'articolo precedente, ci sono due approcci alla lettura: quello della cartomanzia e quello della tarologia.
La differenza è ben espressa da Andrea Pellegrino:

"Jung studiò i Tarocchi alla luce della psicoanalisi, concentrandosi sugli archetipi e sul concetto di sincronicità che, secondo il suo pensiero, sarebbe alla base della lettura delle carte, spiegando il motivo per cui il consultante sceglie inconsapevolmente un arcano piuttosto che un altro; il mazzo fu così spogliato della sua aurea di mistero e divinazione che gli occultisti di metà ottocento avevano attribuito ad alimentare, per divenire oggetto di indagine psicologica, strumento di introspezione e autoconoscenza.  Da qui il passaggio dalla cartomanzia (tecnica divinatoria) alla tarologia (tecnica di analisi) [...]. La finalità è quella di consigliare, indagare l'origine di un problema e le possibili soluzioni, descrivere la personalità del consultante e capirne potenzialità e lacune" (Andrea Pellegrino, Il segreto dei Tarocchi, Libraio Editore, pp. 40-41).

Andrea Pellegrino propende per la cartomanzia, poiché, secondo le sue parole:

"Il principale rischio della tarologia [...] è quelli di creare dei professionisti da strapazzo che, creando un connubio tra psicologia spicciola, life coaching e simbologia, dispensando consigli che sarebbero facilmente deducibili anche senza l'utilizzo delle carte. [...] Come potrebbe essere possibile valutare la bravura di un tarologo? Per un cartomante è semplice: se la divinazione si avvera, vuol dire che ha fatto una buona lettura; ma per il tarologo, che metro di giudizio adottare?" (Andrea Pellegrino, Il segreto dei Tarocchi, Libraio Editore, p. 41)

Personalmente, ritengo interessanti entrambi i metodi di lettura, e penso che le immagini degli arcani siano in grado di riflettere le immagini archetipiche comuni, latenti nell'inconscio collettivo, e che proprio questa antica origine sia alla base tanto della tarologia quanto della cartomanzia. Nel primo caso, poiché gli Arcani sono in grado di legarsi immediatamente con il nostro inconscio, divenendo così uno specchio della nostra interiorità; nel secondo perché, sempre riflettendo ciò che noi siamo, sono in grado di prevedere anche ciò che saremo, giacché il nostro destino è sempre il risultato delle nostre scelte e di ciò che siamo in grado di vedere.
In questo articolo, tuttavia, affronteremo solo la lettura cartomantica, su cui si focalizza l'autore.
Passando dunque alla lettura, partiamo dalle basi. Il mazzo è tra le nostre mani. Lo abbiamo acquistato o ci è stato regalato, ma è davvero nostro? Prima di usarlo, bisogna entrare in sintonia con esso, creare un legame. Andrea Pellegrino suggerisce un rituale tradizionale per consacrarlo e instaurare, dunque, un legame magico tra carte e cartomante, che consiste nel passare "ogni singola carta sul fumo dell'incenso [...] lasciandole tutte alla luce lunare durante la fase crescente, all'interno di un cerchio di sale" (Andrea Pellegrino, Il segreto dei Tarocchi, Libraio Editore, p. 179).
Non si tratta di semplice superstizione, ma di creare un legame psichico con il proprio mazzo attraverso il rito. Il rito, infatti, è una propensione psichica all'esistenza in grado di consacrare, ossia di rendere sacre, le cose. 
Personalmente, consiglio anche di trovare una nuova custodia per il proprio mazzo, che abbia per noi un certo significato, e soprattutto di portare le carte sempre con sé, di scorrerle e guardarle quando se ne ha l'occasione, per instaurare con esse un rapporto diretto, vissuto, intimo.
Passiamo ora al luogo di lettura. Pellegrino consiglia una stanza tranquilla, su un semplice tavolo senza troppi ornamenti, che favorisca la concentrazione ma anche la distensione; non devono aleggiare energie negative che influenzino l'umore del consultante e ciò che conta, in fondo, è la predisposizione mentale tanto del cartomante quanto del consultante. Per esperienza personale, nell'ultimo viaggio che ho fatto ho trovato molto proficuo leggere le carte sul momento, in base alla situazione in cui mi trovavo, quasi le carte fossero in grado di sincronizzarsi spontaneamente con gli eventi che stavano accadendo attorno.
Si proceda poi mischiando il mazzo; si tratta di un'operazione delicata, che influenza il metodo di lettura. Si deve scegliere, infatti, tra due correnti di pensiero: quella dei cartomanti che leggono solo il "dritto", e quella dei cartomanti che variano il significato delle carte in base al "dritto" e al "rovescio".  Nel secondo caso, occorre dividere il mazzo in due parti e ruotarne una delle due. Le carte che usciranno al rovescio avranno un significato opposto a quello consueto. 
Pellegrino consiglia quest'ultimo metodo di lettura, soprattutto se si è ancora inesperti, ma con il tempo si sarà in grado di comprendere se una carta ha influenza positiva o negativa anche senza ricorrere a tale espediente.
Mischiate le carte, si procede ora alla lettura.
Come anticipato, esistono molti sistemi di lettura; mi focalizzerò qui sui due più semplici, descritti nel libro di Pellegrino, che personalmente adotto (con alcune variazioni) per la loro immediatezza e facilità di lettura.
Il primo metodo è quello della Linea del tempo (p. 183): si dispongano le carte di fronte al consultante, lo si inviti a sceglierne tre ponendo la domanda e le si disponga da sinistra verso destra. La prima rappresenta il passato, la seconda il presente e la terza il futuro. Se, ad esempio, le carte agli estremi suggeriscono la possibilità di un ulteriore sviluppo, si peschino altre carte a completare la stesa, per comprendere dove si protrarrà il futuro e da dove, invece, proveniva l'evento passato.
Il secondo metodo è quello della croce celtica (p. 182): mischiate le carte e posta la domanda, si faccia scegliere le carte al consultante. La prima, da porre in mezzo, rappresenta la situazione di base; la seconda, da porre in mezzo ma in direzione perpendicolare, rappresenta le influenze che ostacolo o favoriscono la situazione; la terza, da porre in alto, rappresenta i pensieri consci sulla situazione; la quarta, da porre in basso, rappresenta i pensieri inconsci; la quinta, da porre a sinistra rispetto alla carta centrale, rappresenta gli influssi passati o ciò che sta per terminare; la sesta, a destra rispetto alla carta centrale, gli influssi futuri o ciò che sta per accadere. A destra della croce, a partire dal basso e andando verso l'alto, in colonna: la settima carta, il proprio atteggiamento; l'ottava, l'energia con cui si fa incontro il mondo esterno; la nona, le speranze e i timori; la decima, il risultato chiave.
Oltre a questi due metodi di lettura presenti nel libro, ne suggerisco un altro, che ho sperimentato personalmente e che definisco lettura libera: si ponga la domanda e si peschi una carta. Si cerchi di comprendere se la carta sia stata in grado di darci una risposta secca sulla domanda; altrimenti, si ponga un altra domanda o, senza chiedere nulla, si peschi un'altra carta per approfondire il responso e si cerchi di comprendere come la seconda carta interagisca con la prima. Si proceda pescando quante carte si ritengono necessarie, fino a quando non si avrà una visione generale del futuro, ricordandosi di interpretare le carte non singolarmente, ma in base alle loro interazioni.
Capire il significato delle carte risultare difficile, spesso anche con l'ausilio di un testo che descrive il significato degli Arcani. Consiglio, in principio, di esercitarsi soltanto con gli Arcani Maggiori, per la loro ricchezza simbolica e immediatezza di lettura. Nonostante la ricchezza simbolica, molto spesso è difficile trovare un significato che rappresenti la nostra situazione; questo perché, per leggere i tarocchi, occorre esercitare l'anima immaginativa e non limitarsi, esclusivamente, ai significati letti nel foglietto illustrativo all'interno del mazzo. Come suggerisce anche Andrea Pellegrino, bisogna riconoscere nelle carte la nostra situazione analizzando ogni singolo dettaglio delle carte pescate: rappresentano persone o eventi? sono di più quelle di sesso maschile o femminile? verso dove sono rivolti gli sguardi degli arcani? alcuni di essi si guardano tra loro, guardano nella direzione opposta oppure nella medesima direzione? quali sono i colori più ricorrenti? quali gli elementi preponderanti? cosa può rappresentare, metaforicamente, questa carta all'interno della mia vita? quale dettaglio di tale arcano può descrivere una persona che conosco, un evento che mi può capitare, un aspetto della mia interiorità, una scelta di vita? Bisogna lavorare con la fantasia, trovare le connessioni nascoste tra i simboli degli Arcani e la nostra vita, guardare al di là del semplice significato letterale e, soprattutto, interpretare le carte non singolarmente, ma in base alle loro interazioni.
Per questo prediligo il metodo da me adottato, quello che definisco di "lettura libera", poiché permette di non inquadrare la stesa in determinati canoni, ma consente alle carte di esprimere liberamente la loro storia, di muoversi in sincronia come ingranaggi.
Per concludere, oltre a suggerire la lettura del testo di Pellegrino, ottimo per introdursi al mondo dei Tarocchi, lascio spazio alla vocina razionale che ci domanda: come possono le carte predire il futuro?
Rispondo con le parole di Andra Pellegrino; ciò che le carte predicono, egli sostiene, non è un futuro ineluttabile, ma una direzione verso la quale stiamo andando e che è ancora in nostro potere cambiare.
"Al pari delle stelle" dice l'autore, "le carte indicano ma non determinano: dialogare con loro significa, allora, prendere atto dei precondizionamenti del destino, accettarli ma impegnarsi al tempo stesso a piegarli alla propria volontà, per quanto ci sia possibile. [...] queste carte si possono considerare un vero e proprio input all'immaginazione, concezione più semplice e vasta realizzata dal genio umano" (Andrea Pellegrino, Il segreto dei Tarocchi, Libraio Editore, P. 10).

Il segreto dei Tarocchi, Andrea Pellegrino, Libraio Editore.

Daniele Palmieri

lunedì 3 settembre 2018

Come scegliere il mazzo di Tarocchi

1. Breve storia dei Tarocchi

I Tarocchi. Tutti, almeno una volta nella vita, li hanno sentiti nominare, e il solo citarli fa subito venire in mente, ai più, l'immagine di una cartomante seduta a bordo strada, con un lungo vestito dalle decorazioni floreali o geometriche, dei grandi orecchini, i tratti da gipsy e un mazzo di carte usurate posate su un tavolino malmesso di fronte a lei, pronta a leggere il futuro nelle loro immagini misteriose. 
Eppure, come tutte le immagini stereotipate, l'idea classica che si ha dei Tarocchi, della cartomanzia e della lettura delle carte è soltanto un velo superficiale che nasconde un mondo ben più vasto.
Cosa sono i Tarocchi? Quando nascono? E perché? Quanti mazzi esistono e chi li ha ideati? Come scegliere il primo mazzo di tarocchi?
Per chi si avvicina al vasto mondo dei Tarocchi e ha intenzione di comprare un mazzo, tali domande sono fondamentali ed è per questo che, in tale breve guida, accompagnerò il lettore in un breve excursus attraverso la storia dei Tarocchi e dei mazzi più famosi, per aiutarlo a orientarsi tra i centinaia di mazzi disponibili e per evitare di incappare in prodotti di scarsa qualità, sia dal punto di vista materiale sia dal punto di vista simbolico ed esoterico.
Partiamo con ordine, dunque, con qualche breve cenno sulla storia dei Tarocchi. Considerando che i Tarocchi più famosi sono i Tarocchi di Marsiglia, si potrebbe pensare che i Tarocchi siano nati in Francia, nel XVIII secolo, età in cui i Tarocchi Marsigliesi iniziano a essere prodotti e, allo stesso tempo, secolo in cui iniziano a fiorire le interpretazioni cartomantiche più famose. 
In realtà, la storia dei Tarocchi è ben più antica e risale ad almeno tre secoli prima, alla fine del XV secolo, in territorio nostrano. E' in Italia, sul finir del Medioevo, che nascono i primi mazzi di Tarocchi, quando ai semi tradizionali (che in seguito verranno chiamati "Arcani Minori) si iniziano ad aggiungere un insieme di carte, dalle 22 alle 24, soprannominate "Trionfi" (gli attuali Arcani Maggiori). Mentre i semi erano di derivazione araba ed erano iniziati a circolare in Europa tra il XIII e XIV secolo, i Trionfi sono un raffinato prodotto dell'arte e della miniatura medievale. Tra le prime famiglie a commissionare la rappresentazione delle 22 carte dei Trionfi vi furono i Visconti, e proprio il mazzo dei Visconti è uno dei più antichi pervenuto fino a noi. I Trionfi non nascono come semplici carte da gioco; non che questo aspetto non fosse presente e, anzi, proprio il gioco dei Tarocchi, a metà tra gli scacchi e i giochi di carte, permetterà la diffusione dei mazzi in tutta Italia, ma essendo i primi mazzi delle vere e proprie opere d'arte, vi fu, dietro a essi, un grande studio simbolico ed è da qui che deriva la grande profondità esoterica degli Arcani Maggiori, che possono essere considerati come un vero e proprio compendio dell'arte, della simbologia, della teologia, dell'esoterismo, della filosofia e della religione medievale.
Come dicevo, i Tarocchi divennero una vera e propria "moda artistica" in Italia, e le famiglie nobiliari iniziarono a competere per produrre i mazzi più belli. Nei secoli successivi, con l'invenzione di tecniche di stampa a basso costo, il gioco si diffuse anche tra le fasce meno abbienti e anche nel resto d'Europa. Paradossalmente, quando l'interesse nei confronti dei Tarocchi inizia a decrescere in Italia, raggiunge il suo apice in Francia, verso il XVIII secolo, e, per la grande richiesta, a Marsiglia nasce la prima, grande, "industria" di Tarocchi, i famosi Tarocchi di Marsiglia. Furono proprio due francesi, Court de Gebelin (a cui ho dedicato un articolo) e Etteilla, a diffondere al grande pubblico l'arte della cartomanzia. Come accennato in precedenza, i Tarocchi nel Medioevo non nascono solo come gioco, ma anche come opera d'arte e come compendio della conoscenza simbolica medievale; molti letterati, come Aretino e Folengo, iniziarono a leggere metaforicamente le illustrazioni dei Trionfi (o Arcani Maggiori) come rappresentazione dei caratteri e delle sorti degli uomini, e, sebbene in misura minore, alcune testimonianze, come un elenco di significati simbolici ritrovato a Bologna, attestano perfino un utilizzo cartomantico antecedente alle opere di Gebelin ed Etteilla. Tuttavia, furono questi due autori a diffondere l'utilizzo dei Tarocchi a scopo divinatorio ad ampie fasce di pubblico, diffondendo una nuova moda in tutta Europa. Sulla loro scia, diversi autori, dal XIX al XX secolo, inizieranno a interpretare e modificare l'iconografia dei Tarocchi sulla base della simbologia ermetica ed esoterica e, solo per citare i più importanti e influenti, tra essi vi furono Papus, Levi, Wirth, Cowley, Waite e, più vicino ai nostri giorno, Garet Knight e Jodorowsky.
Come si sarà potuto intuire, la storia rocambolesca dei Tarocchi, il loro rimaneggiamento nel tempo e la molteplicità di interpretazioni esoteriche hanno creato una grande varietà di mazzi, che si sono moltiplicati a vista d'occhio negli ultimi anni sulla scia della New Age. 
Perciò è importante avere una minima infarinatura storica sull'origine del mazzo che si sta acquistando, poiché ciascuno di essi è figlio della propria epoca storica e del proprio creatore, e la simbologia di ognuno di essi, benché parta da alcuni archetipi ricorrenti, è fortemente influenzata dall'interpretazione esoterica alle sue spalle, che può influire fortemente sulla lettura.


2. Come scegliere il mazzo di Tarocchi

Dopo questo lungo quanto necessario preambolo, addentriamoci ora nel variegato mondo dei mazzi di Tarocchi e iniziamo a delineare alcune linee per la scelta. 
Il primo consiglio è quello di iniziare ad approfondire lo studio dei simboli prima ancora di acquistare il mazzo; a tal proposito, la bibliografia sui Tarocchi è sterminata, tuttavia consiglio di non limitarsi soltanto alle letture specifiche, dedicate all'argomento, che spesso riportano, stile copia-incolla, i medesimi significati, ma di spaziare nell'approfondimento della simbologia in generale. 
Per quanto riguarda i libri specifici sui Tarocchi, personalmente consiglio Il Simbolismo dei Tarocchi di Ouspensky edito da Tlon (che ho recensito qui), Il Segreto dei Tarocchi di Andrea Pellegrino edito da Libraio Editore, Il Gioco dei Tarocchi di Gebelin edito da Castelvecchi, Tarocchi e Magia di Karet Knight edito da Spazio Interiore e l'intramontabile I Tarocchi di Wirth edito Edizioni  Mediterranee; per quanto riguarda gli studi sulla simbologia, consiglio Il Simbolismo Ermetico di Wirth, La Tradizione Ermetica di Evola (entrambi editi da edizioni Mediterranee) e Il Dizionario dei Simboli di Chevalier, edito da Bur.
Questo lavoro di approfondimento preliminare è essenziale poiché, benché il simbolo sia una realtà interiore, esso nasce da una sorta di soggettività interpersonale, in bilico tra oggettività e soggettività, l'inconscio collettivo junghiano. Nei Tarocchi ricorrono decine di archetipi e simboli tradizionali, che formano un vera e propria "lingua" che è fondamentale imparare per riuscire a leggere i messaggi nascosti dietro le figure.
Passando alla scelta del mazzo, come dicevo, al giorno d'oggi esistono centinaia di mazzi di Tarocchi, di ogni tipo. Per quanto mi riguarda, mi ritengo un "purista"; prediligo i mazzi tradizionali, con una lunga storia alle spalle, poiché penso che veicolino una conoscenza collettiva sedimentatasi negli anni che arricchisce le carte di una molteplicità di significati simbolici, partoriti dall'inconscio collettivo che, inconsapevolmente, vi ha lavorato; una profondità che difficilmente può essere eguagliata da un mazzo creato ad hoc da una sola persona, soprattutto se si parla della molteplicità di mazzi "New Age" o "commerciali", nati dalle mode del momento. Come vedremo in seguito, tuttavia, ho anche inserito dei mazzi creati da artisti e pensatori del XX e XXI secolo che ritengo particolarmente validi, proprio perché affondano le loro radici in sistemi esoterici e simbologie ben più antichi.
Il secondo suggerimento è, dunque, quello di evitare i prodotti troppo commerciali e, soprattutto per il primo mazzo, di orientarsi verso i mazzi più tradizionali, per iniziare a familiarizzare con gli Arcani Maggiori archetipici, che ricorrono in tutti i mazzi derivati. In seguito, troverete una lista di consigli, stilata a partire dai mazzi che ho acquistato, con la quale potrete orientarvi.
Il terzo suggerimento, meno "razionale", è quello di scegliere il mazzo con il quale vi sentite più affini. Benché in ogni mazzo ricorrano sempre i 22 Arcani Maggiori tradizionali, con alcune variazioni grafiche, l'impatto soggettivo dei simboli rappresentati è molto soggettivo, essendo il simbolo un prodotto dell'interiorità umana. Può essere che lo stile grafico di alcuni mazzi non sia in grado di creare un'affinità con il proprio "io" interiore e, in tal caso, potrebbe risultare difficile rintracciare il significato dietro il velo dei simboli, e dunque la risposta alle proprie domande, mancando la "connessione" tra i due interlocutori. I simboli sono come un linguaggio; si deve essere in grado di trovare il mazzo che "parla" la medesima lingua della nostra simbologia interiore.
Ci si informi, preliminarmente, sullo stile simbolico dei diversi mazzi e, osservando attentamente gli Arcani Maggiori, si cerchi di capire se essi sono in grado di comunicare con la propria interiorità, se ci trasmettono significati, impressioni, emozioni, intuizioni. La grammatica dell'archetipo è sempre la stessa; a variare è la simbologia di ognuno, e bisogna dunque essere in grado di trovare il mazzo che parla la nostra lingua interiore.
Il quarto suggerimento, soprattutto per la scelta del primo mazzo, è quello di non orientarsi su Tarocchi visivamente troppo ricchi e complessi; si potrebbe pensare che un simbolo sia tanto più ricco quanto più complesso. In realtà, l'enigmaticità del simbolo risiede proprio nella sua semplicità e nella sua apparente immediatezza; i simboli più ricchi di significati sono quelli più semplici, mentre quelli troppo ricchi di particolari rischiano di divenire troppo espliciti e, dunque, più limitati. Lo stesso vale per i mazzi di Tarocchi; è meglio orientarsi sui mazzi esteticamente più semplici, poiché figure troppo complesse potrebbero rendere troppo difficile l'interpretazione e, paradossalmente, potrebbero limitare il significato delle singole carte a una sola chiave di lettura.
L'ultimo suggerimento pratico, prima della scelta del mazzo, è quello concernente l'uso che se ne intende fare. Si pensa che l'unico uso dei Tarocchi sia quello della cartomanzia; in realtà, come accennato nella ricostruzione storica, i primi Tarocchi non nacquero per questa finalità, ma come pezzi d'arte e come compendio delle conoscenze simboliche. Tuttavia, proprio perché i loro simboli sembrano racchiudere ogni aspetto della realtà, l'uso divinatorio nacque quasi spontaneamente. Ma i Tarocchi sono anche un ottimo strumento di meditazione; contemplarne i simboli, riflettere sul loro significato e su ciò che le immagini comunicano alla nostra interiorità, cercare le corrispondenze tra noi e le carte, sono ottimi esercizi meditativi per conoscere se stessi e approfondire l'enigmatico mondo della simbologia interiore. Ed è per questo che bisogna distinguere tra cartomanzia, l'uso divinatorio delle carte, dalla tarologia, l'uso psicologico dei tarocchi per approfondire la propria interiorità. Ogni mazzo può essere utilizzato in entrambi i modi, ma, come vedremo in seguito, alcuni sono più consoni alla cartomanzia e altri alla tarologia. 
Passando ora ai consigli sulla scelta, ecco alcune informazioni sui mazzi principali che, per tradizione, simbologia, significati esoterici mi sento di consigliare. Partirò con ordine, a partire dai mazzi più antichi fino a quelli più recenti, e cercherò di soffermarmi sulle loro peculiarità in modo che il lettore possa rispecchiarsi nel mazzo a lui più affine.

3. I principali mazzi di Tarocchi

L'ultima indicazione generale, prima della scelta del mazzo, è quella riguardante la divisione delle carte. Si è già accennato alla presenza di due "gruppi" di carte, gli Arcani Maggiori e gli Arcani Minori. Con Arcani Maggiori si intende i 22 Trionfi, le carte che vanno dallo 0 al XXI e che, generalmente, rappresentano in ordine sparso): Matto, Bagatto, Papessa, Papa, Imperatore, Imperatrice, Torre, Appeso, Giudizio, Morte, Forza, Temperanza, Giustizia, Temperanza, Eremita, Innamorato, Stelle, Sole, Luna, Mondo, Ruota della Fortuna, Diavolo; alcuni nomi potrebbero variare in base al mazzo, ma tendenzialmente questo è l'archetipo di base. Il secondo gruppo è quello degli Arcani Minori; i quattro semi più fanti, regine e cavalieri. Il numero delle carte e il tipo di semi potrebbe variare in base al mazzo, così come le illustrazioni. Siccome in gran parte dei mazzi gli Arcani Minori non sono illustrati, si tende a utilizzare soprattutto gli Arcani Maggiori, in particolari quando si è agli inizi. Come anticipato, tuttavia, alcuni mazzi sono stati pensati specificatamente per l'uso o tarologico o cartomantico e, in tal caso, anche gli arcani minori potrebbero essere illustrati.
Personalmente, prediligo l'utilizzo dei soli Arcani Maggiori, poiché ritengo che, con la loro ricchezza espressiva, bastino a compendiare tutte le esperienze che, in vita, un uomo potrebbe vivere. Detto ciò, passiamo alla descrizione sintetica dei mazzi.

I Tarocchi dei Visconti

E' il mazzo di Tarocchi più antico; ripubblicato in una splendida edizione dorata, è senz'altro uno dei più artistici in circolazione, nonché uno dei più fedeli ai primi Trionfi rappresentati. Si compone degli Arcani Minori e degli Arcani maggiori, ma soltanto questi ultimi sono illustrati.
Benché le rappresentazioni siano artisticamente meravigliose, i 22 Arcani Maggiori qui rappresentati non hanno ancora vissuto il "rimaneggiamento" dei secoli a seguire e, di conseguenza, la loro simbologia è molto legata al contesto storico medievale, in particolare a quello della  corte dei Visconti ed è per questo che, a volte, le immagini rappresentate non possiedono la medesima ricchezza espressiva dei mazzi successivi e potrebbe risultare difficile entrare in sintonia con il loro significato. Tuttavia, resta uno dei mazzi più belli sul mercato, senz'altro di grande impatto visivo, ottimo da usare sia per la cartomanzia sia per la tarologia, ma richiede uno studio più approfondito rispetto agli altri mazzi, poiché non sempre la simbologia è intuitiva.

Il Tarocco Siciliano

Nato nel XVII secolo in Sicilia, Il Tarocco Siciliano è poco conosciuto e poco
usato come mazzo divinatorio o tarologico, ma è senz'altro uno dei miei preferiti. Risente dello spirito della Controriforma e, infatti, ci sono molte variazioni rispetto all'iconografia tradizionale, che tuttavia rimane sempre di sfondo. Giove e Minerva prendono il posto di Papa e Papessa, il Diavolo scompare, si aggiungono la Miseria e La Caravella, Sole e Luna sono molto diversi, meno "paganeggianti", rispetto agli altri mazzi, l'Appeso non è più fissato per i piedi ma per il collo, solo per citare le variazioni più importanti. 
Nonostante ciò, lo trovo un mazzo molto espressivo, anche negli Arcani Minori, benché i semi non siano illustrati e nonostante gli Arcani Maggiori siano esteticamente molto semplici. Come accennato in precedenza, è proprio la loro semplicità a renderli così espressivi. 

Il Tarocco Bolognese

Altro mazzo di lunga tradizione italiana, contiene sia gli Arcani Minori sia gli Arcani Maggiori, ma solo quest'ultimi sono illustrati. Presenta sostanzialmente gli arcani maggiori tradizionali, con leggere variazioni. Le immagini sono disposte "a specchio", e non è dunque possibile variarne il significato in base al dritto o al rovescio. La rappresentazione degli Arcani Maggiori è molto schematica, forse troppo rispetto al Tarocco Siciliano e, personalmente, non mi sento particolarmente in sintonia con questo mazzo, che ritengo troppo asettico sia per la tarologia sia per la cartomanzia.

I Tarocchi di Marsiglia

Il mazzo di Tarocchi più conosciuto e, probabilmente, il migliore da cui iniziare.
Contiene sia gli Arcani Minori, non illustrati, sia gli Arcani Maggiori "canonici" nelle loro rappresentazioni più conosciute. E' forse il mazzo di Tarocchi ideale, poiché vive dei trecento anni di storia e di "affinamento" dei simbolo che ha permesso di sedimentare, nelle sue immagini, molteplici e ricchi significati simbolici derivanti dal lavoro dell'inconscio collettivo, e non da quello delle singole personalità. Si trova sia a sfondo colorato sia a sfondo bianco; io possiedo i primi, ma trovo il secondo esteticamente più bello. Ottimo da usare sia a scopo divinatorio sia a scopo tarologico, per la grande versatilità degli Arcani Maggiori.

I Tarocchi di Wirth

Il primo mazzo di Tarocchi non si scorda mai; i Tarocchi di  Wirth furono il mio primo mazzo e ricordo ancora il grande impatto emotivo che provai quando stesi tutte e 22 le carte di fronte a me. Sentivo che ognuna di esse mi guardava, comunicandomi un segreto nascosto in una lingua che, tuttavia, non ero ancora in grado di capire. A oggi, rimane uno dei miei preferiti. Contiene solo i 22 Arcani Maggiori e si può trovare sia singolarmente sia in allegato a "I tarocchi" di Wirth, edito da Edizioni Mediterranee. Gli Arcani Maggiori sono gli stessi dei Tarocchi di Marsiglia, ma con alcune variazioni grafiche derivanti dallo stesso Wirth e dalla tradizione esoterica a lui connessa, che tuttavia non cambiano il significato degli arcani ma, anzi, ne sottolineano alcuni aspetti simbolici. Ogni carta è inoltre associata a una lettera dell'alfabeto ebraico.
Ottimo mazzo sia per la cartomanzia sia per la tarologia, tanto per i principianti quanto per gli esperti, soprattutto se si abbina al libro dello stesso Wirth.

I Tarocchi Rider Waite

Uno dei mazzi più conosciuto a livello internazionale e il primo qui analizzato
creato "ad hoc", seppur a partire dalla simbologia tradizionale, dall'esoterista Waite e dall'artista Pamela Smith. Creato nel XX secolo, fu il primo mazzo in cui anche gli Arcani  Minori vennero illustrati e anche gli Arcani Maggiori presentano molte variazioni grafiche, ispirate alla tradizione simbolica esoterica ottocentesca e novecentesca, che variano di molto il significato di alcune carte, anche nella terminologia; "Il Bagatto", ad esempio, è qui chiamato "Il Mago", e "Il Papa" e "La Papessa" "Lo ierofante" e "La sacerdotessa". La simbologia delle carte è molto ricca, forse anche troppo, ma per la loro originalità gli Arcani Minori sono molto affascinanti anche se, forse, rendono la lettura troppo ridondante, poiché almeno personalmente ritengo che gran parte dei significati da loro espressi siano già impliciti negli Arcani Maggiori. 
Mazzo studiato appositamente per la cartomanzia, si sposa tuttavia anche con la tarologia. 

I Tarocchi di Crowley

Uno dei mazzi più artistici e visivamente potenti mai creati. Nato dalla mente di
Aleister Crowley, occultista inglese, e dal pennello dell'artista Lady Harris, i Tarocchi di Crowley sono tra i più originali e artistici in circolazione. A partire dalle sue grandi conoscenze esoteriche, Aleister Crowley ci lavorò con Lady Harris per cinque anni per via epistolare, descrivendo minuziosamente ogni carta, dagli Arcani Maggiori agli Arcani Minori. In questo mazzo, anch'essi sono illustrati e a ognuno di essi è associata una parola simbolica.  In generale, ogni carta è una vera e propria opera d'arte e un crogiolo di simboli e sarebbe possibile scrivere un libro su ogni arcano. E' un mazzo adatto solo a tarologi e cartomanti esperti, poiché richiede, oltre alla conoscenza simbolica, anche la conoscenza del sistema di pensiero crowleyano, essendoci molte variazioni sia nell'estetica sia nella denominazione degli arcani maggiori direttamente legate alla filosofia/religione di Crowley. 

Il Gran Tarocco Esoterico

Mazzo del XXI secolo, poco conosciuto, ma che rappresenta un ottimo connubio tra tradizione, esoterismo e modernità. Il mazzo si ispira ai Tarocchi di Marsiglia, ma ci sono molte variazioni sia grafiche sia terminologiche rispetto al tarocchi tradizionali, ispirate al mondo dell'esoterismo. Al contrario dei tarocchi di  Crowley e di Waite, tuttavia, la ricchezza simbolica è accompagnata alla semplicità estetica delle figure, ispirata ai tarocchi "grezzi" del XVI, XVII e XVIII secolo. Vi è sottesa una grande ispirazione alla natura e agli elementi naturali, che personalmente trovo molto affascinante, e che sembra scaturita dai grandi archetipi inconsci nati dal rapporto misterico uomo-natura. Anch'essi richiedono una buona conoscenza del mondo dell'esoterismo, poiché alcuni Arcani Maggiori presentano delle variazioni estetiche che ne cambiano completamente il significato rispetto a quelli più conosciuti. Per difficoltà interpretativa, lo ritengo un mazzo intermedio tra il Tarocco Marsigliese e il Rider Waite, ed è ottimo sia per la tarologia sia per la cartomanzia. 

Daniele Palmieri

sabato 1 settembre 2018

Ossendowski: Bestie, uomini, dei. Il mistero del Re del Mondo

Torno a recensire un testo dopo un lungo viaggio. Ripartiamo, proprio, da dove ci eravamo lasciati, l'ultimo articolo pubblicato su René Guenon,  Agartha e il mistero del Re del Mondo. In questo articolo, avevo affrontato "Il Re del Mondo" di René Guenon, testo dove l'esoterista francese affronta, alla luce delle molteplici tradizioni, il mito di Agartha, città sotterranea leggendaria in cui vivrebbe una popolazione illuminata, guidata da un sovrano spirituale, il mitico Re del Mondo, qui occultatosi in attesa del suo ritorno sulla terra, per rivoluzionare la vita spirituale degli uomini e riportarli all'Età dell'Oro.
Come anticipato, l'analisi di Guenon partiva dal confronto tra due testi, Mission de L'Inde di Saint Yves e Bestie, uomini, dei di Ossendowski in cui entrambi gli autori, distanti sia come formazione culturale sia come obiettivi dei rispettivi libri, riportavano i racconti delle popolazioni orientali su questa terra sotterranea misteriosa.
Incuriosito dal testo di Guenon, ho deciso di leggere, per intero, Bestie, uomini, dei e mi sono trovato di fronte a un testo straordinario, molto più ricco di storie e spunti oltre al mito del Re del Mondo, unico motivo per il quale, spesso, viene citato.
Bestie, uomini, dei di Ossendowski è uno dei resoconti di viaggio più belli che mi sia mai capitato di leggere e, probabilmente, uno dei più suggestivi mai scritti.
Nato a Vitebsk nel 1871, Ferdinand Ossendowski fu un chimico, giornalista, rivoluzionario e scrittore polacco che, in seguito al fallimento del tentativo di indipendenza da parte Siberia Orientale nei confronti della Russia, dovette fuggire dai bolscevichi, per non cadere vittima dei loro rastrellamenti.
Il lungo viaggio, che lo porterà dalla Siberia a Pechino, cominciò "nella quiete profonda dell'inverno siberiano", nel 1920. Come le più grandi avventure, cominciò all'improvviso quando Ossendowski, mentre tornava da casa di un amico, ricevette la notizia che la sua abitazione era presidiata dai soldati bolscevichi, e che doveva immediatamente lasciare il paese per non essere imprigionato.
"Perciò" scrive Ossendowski nell'incipit del testo, "indossai in fretta una vecchia tenuta di caccia del mio amico, presi del denaro e mi affrettai a piedi lungo le viuezze della città, finché raggiunsi la strada principale fuori dall'abitato; qui assoldai un contadino che in quattro ore mi condusse con il suo carro tenta chilometri lontano(Ossendowski, Bestie, uomini, dei, Edizioni Mediterranee, p. 25)
L'evento imprevisto lo trovò impreparato, e fin da subito Ossendowski fu costretto ad adattarsi a una vita completamente diversa, lontano dagli agi dell'esistenza domestica. Recuperando soltanto fucile, coltello, borraccia e qualche scorta di cibo, Ossendowski fugge tra le foreste, simile al Waldganger di jungheriana memoria. A metà tra Walden di Thoreu e il Richiamo della foresta di London, la prima parte di Bestie, uomini, dèi di Ossendowski narra la sua "regressione" a uomo del bosco, costretto a vivere dell'essenziale, a procacciarsi il cibo con la caccia, a sopravvivere alle condizioni estreme dell'inverno siberiano, a nascondersi dai soldati bolscevichi, ad affinare l'intuito sulle persone incontrate e capire, con pochi sguardi, di chi si poteva fidare e di chi no, perfino ad affrontare gli animali selvaggi delle foreste siberiane. Particolarmente suggestiva, a tal proposito, la battaglia con un orso che si aggirava nei pressi del suo accampamento, che risveglia nell'animo dell'autore gli istinti primordiali che, per millenni, hanno permesso all'uomo di sopravvivere alle condizioni più estreme, e che ormai giacciono latenti e inermi, ma non per questo completamente dimenticati, nell'animo di ciascun uomo. 
Così, la prima parte del testo assume l'aspetto di un'incubazione iniziatica, in cui Ossendowsi risveglia le energie più profonde latenti nel suo animo. Come egli stesso scrive nel libro:

"In ogni individuo spiritualmente sano del nostro tempo, vi sono ancora tratti dell'uomo primitivo che possono riemergere in condizioni di estrema difficoltà, trasformandolo in cacciatore e guerriero, e lo aiutano a sopravvivere nella lotta con la Natura. E' una prerogativa dell'uomo dalla mente e dallo spirito temprati, mentre gli altri che non posseggono sufficienti conoscenza e forza di volontà sono destinati a soccombere. Ma il prezzo che l'uomo civilizzato deve pagare è che per lui non esiste nulla di più spaventoso della solitudine assoluta e della consapevolezza del completo isolamento dal consorzio umano e dalla cultura in cui s'è formato. Un passo falso, un momento di debolezza e la nera follia si impadronirà di lui, trascinandolo verso un'inevitabile distruzione. Avevo trascorso giorni terribili lottando contro il freddo e i morsi della fame, ma ne vissi di ancor più spaventosi lottando con la forza di volontà contro pensieri distruttivi, che mi indebolivano psicologicamente. [...] Inoltre, sono stato costretto a osservare che le cosiddette persone civilizzate attribuiscono scarsa importanza a quell'allenamento dello spirito e del corpo che è indispensabile all'uomo che si ritrova in condizioni primitive, nella spietata lotta per la sopravvivenza in una Natura ostile e selvaggia. E' questa la via per educare una nuova generazione di uomini sani, forti, di ferro, che conservino nello stesso tempo anime sensibili. La natura annienta i deboli ma tempra i forti, risvegliando nell'animo emozioni sopite nelle normali condizioni di vita dell'attuale civiltà" (Ossendowski, Bestie, uomini, dei, Edizioni mediterranee, p. 40)

Per scappare dall'avanzata Bolscevica, Ossendowski è costretto a inoltrarsi sempre di più nel profondo cuore dell'Asia, attraverso Mongolia e Tibet, spinto da tali energie ataviche e da una strenua volontà che lo tiene aggrappato alla vita anche nei momenti più difficili e pericolosi. Tra scontri a fuoco, compagni di viaggio incontrati e perduti, fughe e tradimenti, lo scrittore polacco varca la soglia di un'Asia dal grande fermento (e fervore) culturale, religioso, spirituale e politico. Più si addentra nelle terre d'oriente, più il viaggio si colma di credenze, folklore, superstizione, magia e meraviglia, attraverso le parole degli autoctoni e i loro racconti di demoni delle vette che presiedono passaggi, dèi del vento che scatenano tempeste, fantasmi e spiriti degli antenati che scrutano le vite degli uomini, indovini che preannunciano fortune e sfortune imminenti, il tutto riportato con uno stile oggettivo e giornalistico, ma non per questo arido e asciutto. Con la sua prosa, Ossendowski è in grado di non cadere mai nella sempliciotta credulità né nell'arido scetticismo, ma sempre oggettivo e distaccato riporta racconti ed eventi con una sorta di sguardo dall'alto, allo stesso tempo realistico e incantato.
Oltre a un grande racconto di viaggio, Bestie, uomini, dèi è una fonte importante sulla storia degli sconvolgimenti politici avvenuti tra Siberia, Mongolia e Tibet nella prima metà del '900. Tra le testimonianze più importanti, l'incontro di Ossendowski con il sanguinario Barone von Ungern, militare russo ma d'origine tedesca che tentò di fondare, in Mongolia, una monarchia teocratica lamaista, fondata sui principi mistici e spirituali di un buddhismo sincretico, che mischiava elementi nazionalisti ai principi del buddhismo di derivazione tibetana, con influssi cinesi e mongoli.
Memorabili le parole con cui Ossendowski descrive il suo primo incontro il Barone:

"Mentre varcavo la soglia un uomo vestito di una tunica mongola di seta rossa si avventò su di me con lo scatto d'una tigre, mi afferrò e strinse la mano frettolosamente e quindi si buttò sul letto sistemato lungo un lato della tenda. [...] In un istante mi resi conto del suo aspetto e del suo carattere. Una testa piccola su ampie spalle; capelli biondi spettinati; baffi rossicci a spazzola; un volto stanco ed emaciato come quelli delle antiche icone bizantine. Ma il tratto più caratteristico dei suoi lineamenti era la spaziosa fronte sporgente che sovrastava due occhi penetranti, dallo sguardo d'acciaio, che mi scrutavano come quelli di un animale in fondo a una caverna. Il mio esame durò un attimo, ma capii subito d'aver di fronte un uomo molto pericoloso, pronto a dare un ordine irrevocabile" (Ossendowski, Bestie, uomini, dei, pp.173-174).

Il militare/dittatore, dopo questo iniziale incontro in cui Ossendowski riuscirà ad attirarsi le sue simpatie, scorterà l'autore fino alla dimora del cosiddetto Buddha Vivente, la guida spirituale dell'autoproclamato stato lamaista e, ufficialmente, suo imperatore, che di fronte agli occhi di Oossendowski predice la morte del Barone Sanguinario, e la sua reincarnazione in uno spirito guerriero ancor più grande.
Agli occhi di Ossendowski, il  Buddha Vivente, con le sue contraddizioni, la sua grandezza e le sue meschinità, diviene l'incarnazione perfetta della spiritualità lamaista, sempre in bilico tra cielo e terra, materia e spirito, ascetismo e sfarzosità. "Intelligente, penetrante, energico, egli indulge contemporaneamente al vizio del bere, che gli ha provocato la cecità [...]. Non smette mai di meditare sulla causa della sua Chiesa e della Mongolia e nello stesso tempo indulge a piccole manie. Ad esempio gli piace l'artiglieria [...]. Automobili, grammofoni, telefoni, cristalli, porcellane, quadri, profumi, strumenti musicali, animali e uccelli rari, elefanti, orsi himalayani, serpenti indiani e pappagalli... questo e altro ancora trovava posto nel palazzo del dio, ma era stato presto messo da parte e dimenticato. [...] Mi mostrò tutti i pezzi del museo, parlandomene a lungo con evidente piacere" (Ossensowski, Bestie, uomini, dèi, p. 208)

Ma sotto il velo superficiale e contingente degli sconvolgimenti politici, delle debolezze degli uomini, delle superstizioni, del sangue e delle atrocità, si nasconde lo spirito autentico di una sacralità atavica, che alberga nel cuore della Mongolia da millenni. "Avete mai visto le polverose ragnatele e le muffe nei sotterranei di qualche antico castello d'Italia, Francia o Inghilterra?" dice Ossendowski, "è la polvere dei secoli. Forse la stessa che ha sfiorato il volto, l'elmo e la spada di un imperatore romano, di San Luigi, del Grande Inquisitore, di Galileo o di re Riccardo. Il vostro cuore batte più in fretta e vi sentite pieni di rispetto per questa muta testimonianza di età lontane. Provai la stessa impressione a Ta Kure, ma forse con maggior intensità. Qui la vita scorre con lo stesso ritmo di otto secoli fa; qui gli uomini vivono immersi nel passato, e il mondo del passato non fa altro che complicare e intralciare la loro normale esistenza" (Ossendowski, Bestie, uomini, dèi, p. 213).

Testimonianza di questa spiritualità ancestrale, il Mistero dei Misteri, il mito del Re del Mondo. Più volte, durante il viaggio, Ossendowski testimonia di aver sentito raccontare, dalle bocce degli autoctoni, la leggenda di Agartha, del regno sotterraneo e del suo sovrano illuminato, ritiratosi nelle viscere della terra. Presenza costante ma sempre di sfondo, come un'ombra, il Re del Mondo sembra seguire Ossendowski con gli occhi della mente per tutto il viaggio, e ancor più delle parole del popolo e del Buddha Vivente, a meravigliare Ossendowski è un incontro silenzioso e intangibile con l'aurea mistica di tale leggendario sovrano: 

"Avete visto, chiese il mongolo, come i nostri cammelli muovevano le orecchie per la paura? Come la mandria di cavalli sulla prateria si è fermata improvvisamente attenta e come le greggi di pecore e armenti si sono acquattate al suolo? Avete notato che gli uccelli hanno spesso di volare, le marmotte di correre e i cani di abbaiare? L'aria era percorsa da una sommessa vibrazione e portava da lontano la musica di un canto che andava dritto al cuore di uomini, animali e uccelli. La terra e il cielo trattenevano il respiro. Il vento non soffiava più e il sole era immobile. In simili momenti il lupo che si avvicina alle pecore arresta il suo strisciare furtivo; il branco di antilopi spaventate d'un tratto interrompe la sua corsa selvaggia; il coltello del pastore che sta per tagliare la gola della pecora gli cade di mano. Tutte le creature viventi, in preda a un misterioso timore, involontariamente cominciano a pregare, attendendo il loro destino. [...] E così è sempre stato ogni qual volta il Re del Mondo prega nel suo palazzo sotterraneo e vaglia il destino di tutti i popoli della Terra" (Ossendowski, Bestie, uomini, dei, p. 227).

Ossendowski, Bestie, uomini, dèi, Edizioni Mediterranee.

Daniele Palmieri

venerdì 29 giugno 2018

René Guenon: Il Re del Mondo. Il mito di Agartha

Nei primi decenni del '900 vengono pubblicati in Europa due testi molto diversi tra loro, ma accomunati da un peculiare racconto.
Il primo è un libro di Saint-Yves, pubblicato postumo nel 1910, intitolato Mission de l'Indie, un resoconto di viaggio intriso di motivi iniziatici in cui l'esoterista francese narra di essere entrato in contatto con un illuminato regno sotterraneo, chiamato Agarttha, governato da un grande sacerdote, il Brahmatma, che dal suo impero sommerso dirige le sorti politiche e spirituali del mondo, in attesa di tornare alla luce con il suo popolo.
Circa dieci anni dopo Mission de l'Indie, esce prima in Polonia e poi nel resto d'Europa un altro reseconto di viaggio, Bestie, Uomini e Déi di Ferdinand Ossendowski, che narra non di un viaggio iniziatico, ma della fuga dell'autore polacco dal nascente regime comunista. Un viaggio ricco di insidie, pericoli, orrori ma anche di natura e meraviglia, dalla taiga russa fino alla Mongolia. Qui, proprio nelle pagine conclusive del testo, Ossendowski narra di aver udito da un indigeno il racconto di un regno sotterraneo chiamato Agarthi, che si estenderebbe per tutto il mondo lungo una serie di gallerie sotterranee, e che sarebbe governato dal cosiddetto "Re del Mondo", un sovrano illuminato in diretto contatto con Dio, che governa la città sotterranea in attesa del suo ritorno.
Alla pubblicazione, il racconto di Saint-Yves fu subito visto con sospetto, frutto di una sua fantasticheria o, semplicemente, come una metafora esoterica che affondava le sue radici nelle antiche Utopie del passato, come quelle di Platone, Campanella o Bacon. Tuttavia, il resoconto estremamente simile di Ossendowski sollevò molti interrogativi e, soprattutto, polemiche. Inizialmente si pensò al plagio e si andò alla caccia di tutte le concordanze testuali tra il testo di Yves e quello di Ossendowski. Eppure, le somiglianze più che "condannare" il giornalista russo sembrano conferire maggiore veridicità al mito di Agarttha/Agarthi, soprattutto alla luce di alcuni particolari che, lungi dall'avvalorare il plagio, testimoniano le tipiche variazioni a cui i racconti orali sono soggetti. Bisogna poi aggiungere che, mentre la narrazione di Saint-Yves è mossa, fin dal principio, da motivi iniziatici, Bestie, uomini e dèi di Ossendowski nasce come resoconto fedele e oggettivo della fuga dell'autore e lungo tutta la narrazione la prosa è piana, semplice, tipica della cronaca giornalistica e del racconto autobiografico; mentre Saint-Yves dice di aver visto con i propri occhi il mondo di Agarttha, Ossendowski si limita a riportare in maniera imparziale le informazioni tramandate dai nativi incontrati nei giorni conclusivi del suo viaggio. Come accennato, è probabile dunque che le somiglianze riscontrate derivino da una medesima tradizione orale, viva tanto nei popoli dell'India quanto in quelli della Mongolia.
Ed è alla luce di tale prospettiva che René Guenon scrisse Il Re del Mondo, breve pamphlet filosofico in cui l'esoterista francese dimostra come non ci si debba sorprendere delle somiglianze tra le due narrazioni, se lette alla luce delle tradizioni mitiche e religiose globali. In questo testo, Guenon sviscera le fonti mitiche della favolosa Agartha. Al di là delle polemiche sterili sul plagio o sulla libera fantasia da parte dei due autori, Guenon mostra come le loro narrazioni affondino le loro radici in simboli ben più profondi, ricorrenti in tutte le tradizioni.
Il Re del Mondo altro non sarebbe che l'archetipo del sovrano universale, in cui potere sacro e potere temporale coincidono poiché egli è entrato in contatto con le leggi superiori e trascendenti dell'universo, e può dunque fare da ponte (da qui il termine pontifex, pontefice, "costruttore di ponti") tra realtà sensibile e realtà sovrasensibile. Dal punto di vista religioso, tale figura è sempre ricorrente e spesso contraddistinta dalla medesima origine etimologica e mitica: quella di Manu, legislatore universale che, oltre nell'Induismo, ricorre anche tra gli Egizi con il nome di Mina o Menes, tra i Greci con il nome di Minosse, tra i Celti con il nome di Menw. Anche nell'Antico Testamento ritorna una figura simile, il misterioso profeta Melchisedec, sacerdote di un culto misterioso, più antico dello stesso ebraismo, che nel testo sacro benedice Abramo, il quale ne riconosce la funzione di "sacerdote superiore", quasi fosse, appunto, testimone di un sacerdozio universale.
Il Re del Mondo, vive nelle viscere della terra dove si è occultato con il sopraggiungere del Kali Yuga, ciclo cosmico che chiude il progressivo decadimento dell'universo, corrispondente all'Età del Ferro di Esiodo, che terminerà proprio con il disvelarsi del Re del Mondo e il suo ritorno dal mondo delle tenebre, nel quale si era nascosto in attesa della rivelazione finale (l'Apocalisse che, etimologicamente, significa appunto "rivelazione").
Da regno sotterraneo, tuttavia, il Re del Mondo continua a tessere le sue trame. Sia Saint-Yves sia Ossendowski descrivono un regno formato da intricati dedali di gallerie che si estendono per l'intero pianeta, al cui centro si ergerebbe, appunto, la mitica città di Agartha, nella quale si sarebbe rifugiato un antico popolo illuminato, che ha raggiunto la massima perfezione spirituale, per ripararsi dal cataclisma del diluvio universale che sommerse l'intero loro continente.
Guenon sottolinea la somiglianza di questo mito con la vicenda non solo di Atlantide, ma anche di Aztlan, la "terra in mezzo alle acque", patria dalla quale di "dispersero"le diverse popolazioni indigene dell'america latina, tra cui gli Aztechi e che Guenon identifica con la stessa Atlantide (benché, attualmente, tale interpretazione non sia attualmente ritenuta filologicamente affidabile). Sempre nel mito Azteco e anche in quello Tolteco si racconta, inoltre, di come alcune popolazioni di Aztlan si siano disparse per il mondo dopo essere vissute, per secolo, all'interno di grotte sotterranee.
In generale, il mito di Agartha è affine alle molteplici "terre divine", fecondate dalla luce della divinità, come la Terra Santa, Avallon, la Terra di prete Gianni, la mitica Thule, le regioni Iperboree, il Giardino dell'Eden, l'Isola dei Beati, i cosiddetti "centri del Mondo" o "regioni polari" che rappresentalo l'asse attorno alla quale ruota l'intero cosmo. Questi regni sono sempre contraddistinti dalla loro irraggiungibilità, dal loro rivelarsi a pochi iniziati che hanno raggiunto la perfezione spirituale, dalla simbologia dell'Albero, che affonda le sue radici nella terra e si eleva fino al cielo, penetrando così i tre mondi: quello infernale, quello mediano-umano e quello celestiale paradisiaco. Sono inoltre terre edeniche in cui, come ad Agartha, la popolazione ha raggiunto la perfetta realizzazione spirituale, spesso resa metaforicamente con l'immagine della vita eterna, e da qui la separazione dal resto dell'umanità, ancora corrotta e avvinta dal velo di tenebre.
Anche l'immagine del "regno sotterraneo" ha innumerevoli riscontri e rappresenta, in maniera speculare e complementare, la sacralità della montagna. Mentre la montagna si estende fino al cielo, la grotta si estende verso le viscere del terreno ma, in entrambi i casi, il loro punto più estremo rappresenta, con la sua irraggiungibilità, il punto di contatto tra il mondo terreno e il mondo divino, sede delle forze e degli influssi spirituali, porta d'accesso tra questo e l'altro mondo. Dal punto di vista simbolico, questa coincidenza tra altezza e profondità è rappresentata dal detto alchemico "come in alto così in basso"; dalla stella di David, composta da due triangoli equilateri le cui rispettive punte sono dirette verso il cielo e verso l'abisso; dalla coppa del Graal e dalla Lancia di Longino, laddove la prima rimanda all'idea dell'incavo nel terreno, mentre la seconda al triangolo che punta verso la volta celeste.
Ma Agartha, dunque, è una terra reale o soltanto una metafora, si chiede Guenon. L'esoterista francese sottolinea come esistano molteplici "centri del mondo", ognuno dei quali è però soltanto il riflesso della vera "Axis mundi" che, secondo Guenon, indipendentemente dalla realtà geografica, esiste proprio perché manifesta nella più profonda realtà simbolica.
 
René Guenon, Il Re del Mondo, Adelphi
 
Daniele Palmieri