mercoledì 7 novembre 2018

Carlo Pascal: Da déi a demoni. Il paganesimo morente

Come scrisse Cioran in uno dei suoi aforismi, due sono i momenti più intensi dell'epopea di una civiltà: la nascita, accompagnata dall'ascesa, e la decadenza, accompagnata dal lento declino, dagli ultimi sussulti simili a quelli di un organismo morente.
L'ascesa e il declino di Roma è uno dei casi più emblematici; leggendone la storia, non si può che rimanere ammaliati di fronte alla forza inarrestabile che, per centinaia di anni, ne trainò l'espansione e, allo stesso tempo, non si può che provare un senso di turbamento, di compassione, dinanzi agli ultimi secoli della sua storia, nei quali sembra di vedere il riflesso di un declino fatalistico, inesorabile quanto difficilmente comprensibile.
L'epoca della decadenza, che viene generalmente identificata con i secoli che vanno dal III al V secolo d.C., è un'epoca storica estremamente conflittuale. Tanto è morente l'Impero Romano, quanto sono potenti le forze e i conflitti che si verificano all'interno delle sue membra, a tal punto che pensatori come Spengler lessero il tramonto dell'Impero come la fine di una civiltà in declino e l'ascesa di una nuova civiltà, spinta da forze apparentemente contrapposte ma che presto andranno ad unirsi, quella dei popoli "barbari" e della nuova religione cristiana.
Già a partire dal II secolo d.C. i costumi romani erano scossi da un profondo sentimento religioso, al confine con il magico e la superstizione. I culti orientali, penetrati a Roma dall'Egitto e dall'Oriente, stimolano la fantasia delle classi più o meno agiate che cercano un rifugio spirituale di fronte ai turbamenti civili e culturali.
Il Cristianesimo può essere annoverato tra gli stessi culti orientali che, con una azione silenziosa e costante nei primi secoli, e poi sempre più tumultuosa e violenta in quelli successivi, ha conquistato l'animo dei cittadini, dei funzionari e degli Imperatori dell'Urbe con un culto e una serie di pratiche religiose fino ad allora aliene al modo di sentire romano.
Questo tortuoso momento di passaggio è tra i più affascinanti della storia del pensiero, poiché è quello che plasmerà la psiche dell'uomo occidentale dei secoli a venire attraverso la narrazione di nuovi miti e di nuovi modi di vedere il mondo e il cosmo.
Carlo Pascal, latinista attivo tra la fine del 1800 e l'inizio del '900, si focalizza su questo "passaggio di consegne forzato" in una bellissima raccolta di saggi intitolata Dèi e diavoli. Saggio sul paganesimo morente.
Filo conduttore dei diversi saggi è la "transizione divina" avvenuta tra tra IV e V secolo d.C. dalle morenti divinità pagane al nuovo senso del divino cristiano; in particolare, la trasmutazione effettuata dai primi pensatori e apologeti cristiani, come Lattanzio, Agostino, Tertulliano, Gerolamo, che lungi dal limitarsi a negare l'effettiva realtà delle divinità pagane, effettuarono un'azione molto più subdola e sottile: le trasformarono da déi a demoni.
Si tratta di un'operazione senza precedenti nel mondo romano e che, come anticipato, segnerà profondamente l'inconscio collettivo dell'uomo occidentale. Fino ad allora, Roma aveva sempre mostrato una spiritualità cosmopolita e quasi "vorace"; tutto ciò che era divino, veniva inglobato all'interno del vasto pantheon Romano, che prevedeva la pacifica convivenza delle molteplici divinità non solo per ragioni di stato e di pace, ma per il principio spirituale secondo il quale ogni terra possiede i propri dèi, manifestazione, appunto, di quella terra e di quel popolo. Profanarli significherebbe inimicarsi non solo la popolazione assoggettata, ma soprattutto le forze divine che vegliano sui territori e che, in fondo, sono la manifestazione di un "Nume" spirituale più ampio. Una forza intrinseca nella natura che si rivela sotto molteplici forme in base al luogo e ai popoli, ma legata da un'unità spirituale di fondo.
Con il Cristianesimo, e in particolare con i pensatori citati in precedenza, si verifica un'operazione di rimozione totalmente nuova. Il Cristianesimo, infatti, non si limitò a perseguitare gli antichi culti dimostrandone la falsità, tutt'altro. Vi era di fondo un problema teologico molto più sottile: come mai il "Vero Dio" che noi cristiani veneriamo non si è mai manifestato, prima di oggi, al più vasto impero del mondo? Come ha potuto abbandonare una popolazione così vasta in balìa di dèi inesistenti?
La risposta dei primi apologeti è tanto geniale quanto devastante per i culti pagani. I dèi pagani esistono e, nel corso dei millenni, hanno preso sempre più forza attraverso la venerazione loro tributatagli. Ma sotto si nasconde un grande inganno; coloro che i pagani hanno sempre venerato come dèi, non sono altro che demoni. Sono falsi dèi non perché inesistenti; ma, al contrario, poiché hanno convinto gli uomini della loro divinità, quando altro non sono che demoni controllati dal demonio. Demoni giunti come sulla terra? Giunti quando, come si narra nell'Antico Testamento, Dio inviò sulla sfera terrestre alcuni angeli per vegliare sugli uomini, che tuttavia si ribellarono e si unirono alle donne dando così vita a una stirpe di giganti/demoni, che iniziarono a essere venerati come entità divine nonostante la loro natura meticcia, nata da una grande infrazione dell'ordine cosmico. Proprio nelle credenze neoplatoniche i Cristiani trovarono man forte; il concetto di daimon, infatti, inteso come essere a metà tra umano e divino, era proprio della cultura classica; ma nell'antichità il daimon, o demone, poteva essere sia positivo e benevolo sia negativo e malevolo, simile ai djin, i Geni, delle novelle orientali. Il Cristianesimo avvalorò la sua interpretazione facendo coincidere i daimon con il termine "demone" e con l'accezione esclusivamente negativa del termine, e per riferirsi alle entità intermediare tra uomo e Dio cominciò a utilizzare il termine "Angelo".
Così, per fare un esempio concreto, la gerarchia pagana rimase immutata; Giove è ancora a capo della sua schiera di dèi, ma nell'ottica Cristiana viene reinterpretato come il più potente tra i demoni a capo del suo esercito infernale.
Una fine triste e impietosa per culti remoti, in parte dovuta alla stessa crisi sociale che richiedeva nuovi paradigmi del mondo, ma di fronte alla quale non si può che provare un senso di sconforto o tristezza. Citando le parole di Carlo Pascal:
"A poco a poco l'umanità si chiude angosciosa nelle trepidanze dell'oltretomba: ov'era sorriso di arte, ov'erano ville e città fiorenti, fu squallore e deserto. E sulla rovina immensa della civiltà e dell'arte antica trionfò, grandioso e terribile, il cristianesimo: trionfò come furia che irrompe e invade, come forza che domina e vince. Ma gli dèi antichi non morirono. Distrutti i loro simulacri e i loro templi, vagarono ancora per il mondo: gli dèi della giovinezza e dell'amore, gli dèi giocondi del lavoro e della vita, divenuti ormai demoni, turbarono di terrori e di angosce l'umanità trepidante: rosseggiarono tra lingue di fuoco, urlarono sopra cime arroventate, flagellarono con ghigno feroce e tra grida selvagge i peccatori maledetti, essi, che composti a dignità maestosa e solenne avevano ispirato le concezioni più serene dell'arte antica, avevano accompagnato Roma vittoriosa su tutte le vie della civiltà e della gloria" (Carlo Pascal, Dei e diavoli. Saggio sul paganesimo morente, Edizioni PiZeta p. 90).
Carlo Pascal, Dei e diavoli. Saggio sul paganesimo morente, Edizioni PiZeta
Daniele Palmieri

lunedì 5 novembre 2018

Giordano Bruno e l'arte della magia

Giordano Bruno è stato, senza ombra di dubbio, uno dei più grandi geni della storia del pensiero umano; non un semplice spartiacque tra pensiero magico rinascimentale e pensiero scientifico seicentesco, ma un intelletto geniale in grado di attingere a ogni campo del sapere e unificare l'intera conoscenza magica, filosofica, scientifica, religiosa e logica del suo tempo.
Dato il suo involontario ruolo di "martire" del pensiero libero, viene spesso ricordato e conosciuto più per la sua vicenda personale che per le sue parole e molto vi è ancora da esplorare e comprendere delle sue opere.
Un intero universo si nasconde nei suoi scritti dedicati all'arte magica, in cui rifulge la fiamma immaginativa del suo intelletto in grado di aprire squarci inaspettati sul velo dell'essere. Tra esse, spiccano il De magia e il De vinculis in genere, editi in italiano dalla Mimesis sotto il titolo di La magia e le ligature, ideali per andare al nocciolo del pensiero magico e filosofico bruniano e per comprendere quali siano i fondamenti dell'arte magica in generale.
Per Bruno esistono diversi generi di magia:
La magia naturale, che agisce sui legami materiali delle cose attraverso la conoscenza delle leggi fisiche;
La magia prestigiatoria, che opera attraverso lo stupore indotto nel prossimo mediante l'apparenza e l'impiego di forze superiori, vere o presunte;
La necromanzia, magia oscura che impiega l'evocazione delle anime dei morti;
La magia matematica e la filosofia occulta, che impiega caratteri, formule, simboli, sigilli, numeri sacri;
La magia dei disperati, praticata da coloro che invocano demoni e forze occulte per ottenere ciò che vogliono a prezzo dell'anima;
La teurgia, l'evocazione di demoni o angeli mediante l'utilizzo di simulacri, talismani o altri oggetti sacralizzati, che si fanno veicolo della divinità;
La profezia, che può essere praticata per mezzo di diversi strumenti divinatori.
Infine, vi è la forma più alta di magia, la Magia propriamente detta: la Sapienza. La vera Magia è infatti la perfetta e compiuta conoscenza della realtà e dei nessi materiali e spirituali che ne regolano il divenire.
Tutti i precedenti generi di magia possono essere raccolti in tre principali categorie:
 
La magia divina, che opera mediante le forze spirituali superiori;
La magia fisica, che agisce sugli elementi materiali;
La magia matematica, che liga a sé le forze superiori o inferiori attraverso rituali, parole magiche, sigilli, caratteri e formule sacre.
 
Alle tre categorie di magia corrispondono tre mondi:
 
L'archetipo, il mondo delle forme, concepito da bruno similmente a il mondo delle Idee platonico ma, in tal caso, immanente alla realtà e dominato da amicizia e contesa tra le cose.
il fisico, il mondo materiale, il cui divenire è regolato da fuoco e acqua, intesi come forze elementali in grado di aggregare e disgregare le cose e dalle quali nascono tutti gli elementi.
infine il razionale, il Nous, l'Intelletto universale in cui ad agire sono la luce e tenebra, principi cosmici che incarnano la passività/malleabilità della materia grezza e l'attività/creatività dello spirito creatore.
 
Tre mondi strettamente interconnessi, poiché secondo le parole di Bruno:
 
"Luce e tenebre discendono verso il secondo [il mondo fisico], il primo [l'archetipo] produce il terzo [il razionale] e il terzo [il razionale] attraverso il secondo [il fisico] si specchia nel primo [l'archetipo]" (Giordano Bruno, La magia e le ligature, Mimesis, p. 41).
 
La sofisticata idea di Bruno rielabora in maniera creativa, in chiave panteista, l'altrettanto complessa gerarchia dell'esistenza propria sia della filosofia neoplatonica sia di alcune correnti della filosofia medievale, come quella di Scoto Eriugena. Da Dio al più basso e abietto degli esseri, ogni cosa è collegata. Il vuoto, per Bruno, non esiste; esiste la materia che, seppur separata nello spazio, è unita nello spirito, l'anima mundi, l'intelletto divino che tutto colma e che, come un'invisibile ragnatela, unifica l'intero universo.
Da qui la possibilità, attraverso l'arte magica, di agire sugli oggetti, le persone, le cose, perfino gli spiriti e gli angeli. Il suo segreto risiede nella conoscenza di quelle che Bruno chiama "ligature", le connessioni nascoste tra le cose, i fili invisibili che collegano il tutto e che il mago è in grado di far vibrare a proprio piacimento. 
Tale connessione si dispiega attraverso una scala gerarchica che, simile alla gerarchia neoplatonica, si dispiega dall'Uno/Dio originario che si frammenta creando una molteplicità che, tuttavia, reca in sé l'archetipo primordiale. Ogni aspetto della scala gerarchica non è altro che un frattale della totalità. Come scrive Bruno:

"Per giungere a cose particolari, assioma dei maghi è che in ogni operazione occorre avere sotto gli occhi che Dio influisce sugli Dei, gli Dei sugli astri, che sono numi corporei; gli astri influiscono su demoni, che reggono ed abitano gli astri, i demoni influiscono sugli elementi, gli elementi sui misti, i misti sui sensi, i sensi sull'animo, l'animo sull'intero essere animato; questa è la scala in discesa" (Giordano Bruno, La magia e le ligature, p. 39).

Una gerarchia discendente che, tuttavia, l'anima può risalire, come la scala di Giacobbe che unisce sensibile al sovrasensibile. L'uomo può dunque ascendere, con la conoscenza magica, per ricongiungersi al Dio originario; aprire la propria mente ai segreti del cosmo e tornare, in vita, parte dell'unica mente divina. Sempre citando le parole di Bruno:

"Da Dio vi è così una discesa mediane il mondo all'essere animato, e dall'essere animato v'è un'ascesa mediante il mondo fino a Dio; egli è all'apice della scala, atto puro e potenza attiva, purissima luce, mentre alla radice della scala vi sono materia, tenebre, pura potenza passiva, che dal fondo può divenire ogni cosa, come egli dall'alto può fare ogni cosa" (Giordano Bruno, La magia e le ligature, p. 39-41).

L'infinità possibilità della materia incontra così l'infinita creatività di Dio; si tratta dell'eterno rapporto aristotelico tra materia e forma, laddove quest'ultima plasma ogni cosa che esiste attraverso il "Verbo" ordinatore mentre la prima, proprio perché inerme e informe, permette al Verbo di dar vita all'ordine e a ogni cosa che esiste. In un cosmo siffatto, ogni oggetto è animato dallo spirito divino che permea e vivifica tutte le cose e che genera l'eterno divenire dell'universo. Usando le parole di Bruno:

"Alcuni spiriti abitano corpi umani, altri quelli di altri viventi, alcuni piante, altri pietre e minerali: nulla è del tutto privo di spirito e di intelletto, e da nessuna parte lo spirito attinge l'eterna sede a lui stabilita, ma la materia fluisce dall'uno all'altro spirito e fluisce lo spirito dall'una all'altra materia: questo è il diventar-altro, il mutamento, la passione e infine la corruzione, vale a dire la scissione di determinate parti da altre e l'unificazione con altre; morte altro non è che separazione. Ma spirito alcuno né corpo alcuno vanno in perdizione; v'è solo una perpetua mutazione di aggregazioni e di attuazioni. [...] Ogni cosa brama persistere nel proprio essere e non comprende, o fraintende, uno stato nuovo, diverso dal proprio, poiché v'è una certa ligatura amorosa dell'anima verso il proprio corpo, e, a modo suo, del corpo verso la propria anima" (Giordano Bruno, La magia e le ligature,  Mimesis).
Magia è compiuta e perfetta conoscenza di tale gerarchia e di tale spirito divino, volta trasformare la contemplazione passiva in arte attiva. A fare da collante conoscenza contemplativa e trasmutazione attiva della realtà vi è la Parola, il Verbo.
L'uomo, luogo d'incontro tra le nature dell'universo, possiede la facoltà di ligare a sé le cose mediante l'intelletto e la parola. L'intelletto è in grado di comprendere i legami, palesi o occulti, che connettono ogni parte della gerarchia e il verbo, riflettendo la molteplicità delle realtà, si pone come strumento mediatore in grado di creare, manipolare, legare e slegare la realtà materiale, umana, spirituale a suo piacimento. Mediante il Verbo l'uomo si fa demiurgo della realtà, ma solo nella misura in cui egli è in grado di accedere al vero Verbo, il "pensiero di Dio" soggiacente alla realtà. Come scrive nel De Magia:
 
"Le occulte intelligenze non prestano orecchio o intendimento a ogni idioma: le voci interne alle umane istituzioni non sono intese come le voci naturali. [...] Così non tutte le scritture hanno l'importanza che possiedono quei caratteri che, per taluni aspetti e raffigurazioni, accennano alle cose stesse; di conseguenza esistono certi segni che si rimandano l'un l'altro, che si guardano l'un l'altro, si abbracciano, obbligando all'amore; altri che si oppongono l'un l'altro, scissi verso odio e divorzio, altri ancora spezzati, carenti, rotti a rovina; nodi per ligare, caratteri intesi allo scioglimento. E non possiedono una forma definita e certa, ma ognuno ispirato dal furore o dalla pulsione del suo spirito, esperisce specifiche energie, che non percepirebbe con nessun stile né con eloquio o scrittura elaborati e, in una specie di furia del proprio spirito, designando a se stesso e al nume, quasi fosse presente, la cosa stessa mediante nodi" (Giordano Bruno, La magia e le ligature, Mimesis, p. 49).
 
Per Bruno, caratteri simili erano i geroglifici degli antichi egizi, la cui sacralità e potenza magica derivava dall'essere ispirati dal dio Thot non come semplici segni convenzionali, bensì come sigilli in grado di riflettere l'essenza stessa delle cose, di "ligarle", appunto, come nodi, all'uomo stesso e permettergli così di esercitare su di esse il proprio influsso magico attraverso la volontà.
In Bruno risiede la prima, grande, scoperta della magia intesa come Volontà, idea cardine dei sistemi magici ottocenteschi e novecenteschi di Eliphas Levi, della Golden Dawn e di Crowley.
Uomo, Volontà e Natura divengono un tutt'uno mediante la Parola, il Verbo:
 
"Perciò, imitando gli Egizi, oggi i Maghi, fabbricate immagini, descritti caratteri e cerimonie consistenti in specifici gesti e riti, esprimono i loro voti quasi con determinati cenni, perché vengano intesi, e si tratta di quella lingua degli dei che permane uguale, mentre tutte le altre ogni giorno e mille volte cambiano; eguale come la specie della natura. Per la stessa ragione i numi si rivolgono a noi attraverso visioni, sogni che noi nominiamo enigmi per mancanza di esperienza, ignoranza e incapacità delle nostre facoltà" (Giordano Bruno, La magia e le ligature, Mimesis, p. 49).
 
La potenza magica della parola viene sviscerata nel secondo trattato, il De vinculis, in cui Bruno, per la prima volta nella storia del pensiero, analizza la magia come atto psichico.
Con grande finezza psicologica, Bruno fu il primo ad accorgersi che tale forma di magia permea l'intera realtà, in primis quella dei rapporti umani.
Elencando le diverse ligature, molte sono quelle che riguardano proprio le relazioni interpersonali d'amore, amicizia, odio, potere, servitù e simili. La Bellezza, ad esempio, seppur nella sua molteplicità, viene individuata come una delle ligature più potenti, in grado di influire in maniera sottile sull'anima degli uomini, di legarla a sé e trasmutare così la loro psiche. Un mirabile esempio di questa sottile operazione è la capacità degli artisti di stupire l'uomo con le loro opere, in grado di surclassare in stupore finanche le opere ancor maggiori della natura:
 
"Liga con arte l'artefice: il bello dell'artefice è arte. Stupito e sconcertato guarderà il bello delle cose di natura e d'arte chi quasi non scorga e ammiri l'ingegno che tutte le ha effettuate. A lui le stelle non raccontano la gloria di Dio; e così non Dio, ma ciò che da Dio proviene, con anima da bestia bacerà" (Giordano Bruno, La magia e le ligature, Mimesis, p. 97).
 
Quante capita di ammirare con stupore e ammirazione un quadro e di ignorare, invece, la bellezza ancor maggior di un cielo stellato? In tal caso, l'artista ha effettuato una vera e propria opera magica, influendo sulla psiche dell'osservatore attraverso la Bellezza, incarnata nei suoi dipinti che, in tal caso, divengono dei veri e propri sigilli magici in grado di ligare a sé l'anima umana. Perciò insieme al Bello, Odio e Amore sono considerate, fin dai tempi di Empedocle, le forze magiche ataviche della natura, poiché anche una sola goccia d'odio o d'amore sconvolge gli equilibri sussistenti, aggrega o dissolve quanto è disgiunto o unito, tanto nella materia quanto nella mente e nello spirito.
Nell'uomo, la porta privilegiata attraverso la quale agiscono le molteplici ligature sono i sensi e ognuno di essi possiede la sua chiave di accesso. Come scrive Bruno:
 
"Le porte per cui si scagliano le ligature sono i sensi, massimo e più degno dei quali è la vista; più idonei possono essere i rimanenti per la varietà degli oggetti e delle loro possibilità: il tatto è ligato dalla plasticità della carne, l'udito dalle sfumature della voce, l'olfatto dal respiro soave, l'animo dall'adeguatezza dei costumi, l'intelletto dall'evidenza delle dimostrazioni. Ligature diverse penetrano per diverse finestre e sono più efficaci nell'uno che nell'altro" (Giordano Bruno, La magia e le ligature, p. 137).
 
Il mago più sapiente, e dunque più pericoloso, è colui in grado di riconoscere la porta psicologica più debole da varcare attraverso la giusta chiave per ligare a sé l'oggetto del suo atto magico. Sempre citando le parole di Bruno:
 
"Tanti sono i generi e le diversità del belo, tanti, si intende,. sono i generi e le diversità delle ligature. Tali differenze non paiono minori di quante siano le cose precipue [...]. Chi ha fame è ligato dal cibo, chi ha sete dal bere, da Venere chi è gonfio di seme; costui dai sensi, colui dall'intelligenza; dal naturale l'uno, dall'artificiale l'altro; dalle astrazioni il matematico, dalle cose concrete il pratico  [...] sono ligature diverse per ogni diverso di qualsiasi genere; peraltro, non ogni ligatura reca con sé eguale virtù" (Giordano Bruno, La magia e le ligature, Mimesis, p. 137).

In conclusione, il De Magia e il De Vinculis sono due trattati sorprendenti, in grado di svelare i meccanismi psicologici soggiacenti, ancora oggi, al pensiero e all'azione dell'uomo. Per fare un esempio, leggendo i passi in cui Bruno parla della "brama materiale e sessuale" come una delle ligature più potenti, sembra di vedere descritti gli abili pubblicitari dei tempi odierni che fanno leva proprio sulla sessualità per legare gli spettatori agli oggetti pubblicizzati, instillando nella mente desideri inconsci che agiscono proprio come sortilegi magici.
Ma le due opere di Bruno sono anche uno squarcio sui segreti più reconditi del cosmo e sulle forze occulte che regolano il perpetuo divenire delle cose; un dipinto teorico in grado di ammaliare con la sua Bellezza e, sempre per rimanere in tema, di ligare a sé il lettore con la sua mirabile descrizione dell'universo.
 
Giordano Bruno, La magia e le ligature, Mimesis Edizioni.
 
Daniele Palmieri

domenica 14 ottobre 2018

Calvino: Il castello dei destini incrociati. Le infinite storie nei Tarocchi

"In mezzo a un fitto bosco, un castello dava rifugio a quanti la notte aveva sorpreso in viaggio".
Il castello dei destini incrociati di Italo Calvino comincia evocando i più grandi archetipi delle fiabe: il bosco, il castello, la notte, il viaggio; eppure, Il castello dei destini incrociati non è una fiaba come le altre. Essa attinge a un universo simbolico ancora più antico della parola scritta, poiché l'intera narrazione ruota attorno alle immagini: le potenti ed espressive immagini dei Tarocchi.
Ho già dedicato all'argomento una serie di articoli, che mostrano le molteplici prospettive e interpretazioni che ruotano attorno alle misteriose lamine simboliche; la visione occultistica di Ouspensky e Court de Gebelin, la prospettiva cartomantica di Andrea Pellegrino e, infine, un mio contributo personale sulla storia del tarocco e su come scegliere il proprio mazzo.
Con Il castello dei destini incrociati di Calvino si rivela una nuova prospettiva: quella letteraria; il Tarocco come libro della vita, fonte d'ispirazione inesauribile di storie, racconti, fiabe, intrecci. 
Il libro raccoglie due novelle, Il castello dei destini incrociati e La taverna dei destini incrociati, che ruotano attorno al medesimo espediente narrativo: i protagonisti, ritrovatisi in un castello, nel primo caso, e in una taverna, nel secondo, hanno misteriosamente perso l'uso della parola e sono costretti a narrare le loro storie con le 78 carte del mazzo di tarocchi; il mazzo dei Visconti ne Il castello dei destini incrociati e il mazzo marsigliese ne La taverna dei destini incrociati. Grazie alla poderosa forza espressiva dei Tarocchi, il risultato è un intreccio di storie "archetipiche", che affondano le loro radici nei simboli più profondi dell'inconscio umano, e che narrano le gesta, le avventure e le disavventure di cavalieri, principesse, déi e dee, giovani e anziani, ladri e mercanti, contadini, re e regine, imperatori e imperatrici, papi, sacerdotesse, satiri e matti, in un vortice di narrazioni, intricato e intricante come i folti rami delle foreste (che spesso ritornano, nella narrazione di Calvino, nelle figure delle carte di bastoni). Addentrarsi in tali racconti in una recensione ne sminuirebbe la potenza narrativa e soltanto la lettura del testo originale, accostata al mazzo di tarocchi per aumentarne la forza espressiva, consentirà al lettore di immergersi nel variegato universo simbolico evocato dal Calvino che, alla stregua di un medium, è stato in grado di farsi veicolo delle storie raccontate delle carte. 
Per questo in tale recensione mi soffermerò soprattutto sul metodo utilizzato dall'autore per "farsi da tramite" delle storie narrate.
La nascita di questo "meccanismo narrativo" è raccontata da Calvino nella nota introduttiva alle due novelle, che mostra molte affinità con le idee di Ouspensky sul tarocco come "macchina filosofica generatrice di significati" e che, seppure nella sua brevità, è uno dei testi più importanti per imparare a sviscerare i significati nascosti al di là delle immagini attraverso l'uso, allo stesso tempo, dell'immaginazione e della logica.
L'introduzione al testo svela infatti il principale meccanismo dietro la lettura dei tarocchi. Calvino racconta come l'idea, semplice dal punto di vista concettuale, di narrare le storie a partire dall'accostamento casuale di carte, si sia rivelata, agli effetti pratici, estremamente ostica:

"Passavo giornate a scomporre e ricomporre il mio puzzle, escogitavo nuove regole del gioco, tracciavo centinaia di schemi, a quadrato, a rombo, a stella, ma sempre c'erano carte essenziali che restavano fuori e carte superflue che finivano in mezzo, e gli schemi diventavano così complicati [...] che mi ci perdevo io stesso. Per uscire dall'impasse lasciavo perdere gli schemi e mi rimettevo a scrivere le storie che già avevano preso forma, senza preoccuparmi se avrebbero o no trovato un posto nella rete delle altre storie, ma sentivo che il gioco aveva senso solo se impostato secondo certe regole ferree; ci voleva una necessità generale di costruzione che condizionasse l'incastro d'ogni storia nelle altre, se no tutto era gratuito" (Calvino, Il castello dei destini incrociati, Mondadori).

I racconti nascono dalla convivenza e dal conflitto tra schema e libertà, logica e immaginazione, rigore e anarchia; questo perché l'universo simbolico, non solo nei tarocchi ma in tutta la sua estensione, vive di regole proprie, che si trovano in una terra di confine tra questi due mondi. I simboli, infatti, non sono esclusivamente arbitrari e soggettivi, possedendo un substrato comune e archetipico, ma nemmeno rigorosi e oggettivi, manifestandosi in forme differenti in base al soggetto e alla cultura di riferimento ed essendo mutevoli per loro stessa natura.
I Tarocchi sono la macchina filosofica ideale per portare alla luce tale conflitto tra oggettività e soggettività, soprattutto quando, stesi di fronte ai nostri occhi, si cerca di leggere in essi una storia, sia essa una storia passata, presente o futura, vera o fittizia; il rigore della narrazione logica deve trovarsi a convivere con la caoticità dell'estrazione delle carte e con la mutevolezza dei significati simbolici, che variano continuamente in base ai diversi accostamenti.
Calvino è magistrale nel descrivere questa mutevolezza di significati in base al contesto e dimostra, con la sua narrazione letteraria, come la medesima stesa possa raccontare una storia con certi protagonisti, se letta da un lato, e un racconto totalmente diverso, con altri protagonisti, se letta dal lato contrario. 
Non sorprende che, in questo perpetuo mutare, il narratore stesso si trovi presto spaesato, in balìa dei suoi stessi racconti, che lo ingarbugliano in un vero e proprio labirinto di simboli e di storie. Come scrive Calvino:

"A più riprese, a intervalli più o meno lunghi, in questi ultimi anni, mi cacciavo in questo labirinto che subito m'assorbiva completamente. Stavo diventando matto? Era l'influsso maligno di queste figure misteriose che non si lasciavano manipolare impunemente? O era la vertigine dei grandi numeri che si sprigiona da tutte le operazioni combinatorie? Di colpo decidevo di rinunciare, piantare lì tutto e dedicarmi ad altro [...]. Passava qualche mese, magari un anno intero, senza che ci pensassi più; e tutt'a un tratto mi balenava l'idea che potevo ritentare in un altro modo, più semplice, più rapido, di riuscita sicura. Ricominciavo a comporre schemi, a correggerli, a complicarli; m'impelagavo di nuovo in queste sabbie mobili, mi chiudevo in un'ossessione maniaca" (Calvino, Il castello dei destini incrociati, Mondadori).

Una descrizione che sembra riecheggiare la condizione di uno dei protagonisti delle storie nate dal mazzo dei Visconti, che dopo essersi smarrito in una foresta e aver approfittato dell'amore di una fanciulla, scopre di aver profanato la dea Cibele e si trova così riassorbito nella follia, nell'oscurità, nel mistero, nell'unità indifferenziata del bosco:

"Sappi che nella persona della fanciulla tu hai offeso (cos'altro poteva avergli detto, la papessa, per provocare in lui quella smorfia di terrore?) tu hai offeso Cibele, la dea a cui è sacro questo bosco. Ora sei caduto in mano nostra. [...] Ora il bosco ti avrà. Il bosco è perdita di sé, mescolanza. Per unirti a noi devi perderti, strappare gli attributi di te stesso, smembrarti, trasformarti nell'indifferenziato, unirti allo stuolo delle Ménadi che corre urlando nel bosco" (Calvino, Il castello dei destini incrociati, Mondadori, p. 15).

I Tarocchi sono un bosco, un bosco che ti assorbe nel suo intrico di simboli; in essi è contenuta ogni storia, anche la tua, che resta indifferenziata tra le decine di migliaia di combinazioni possibili finché una libera necessità non la riporta alla luce. Nel momento in cui cerchiamo di leggere le carte alla ricerca della nostra storia, ecco che presto ci perdiamo tra gli innumerevoli sentieri di questo labirinto boschivo, fatto di immagini, simboli e mistero, che presto prende possesso della nostra ragione trascinandoci in un vortice dal quale è difficile uscirne "sani di mente". Questo è il grande insegnamento letterario de Il castello dei destini incrociati di Calvino; questo è il grande segreto dei Tarocchi.

Italo Calvino, Il castello dei destini incrociati, Mondadori

Daniele Palmieri


domenica 7 ottobre 2018

Pratiche di contemplazione. L'arte della meditazione occidentale


Negli ultimi due secoli stiamo assistendo a un diffondersi sempre crescente di pratiche di vita e di meditazione Orientali. Si tratta di una rivoluzione culturale senza precedenti; mai come in questi secoli vi è stata una “orientalizzazione” della cultura spirituale occidentale, e fioccano in ogni dove maestri di yoga, guru e santoni. Se da un lato questa riscoperta dell’Oriente ha ampliato gli orizzonti culturali dell’uomo occidentale, dall’altro gli sta facendo dimenticare le sue origini, e, soprattutto nel mondo di spirituale, vi è una sorta di sospetto e sottovalutazione nei confronti della grande tradizione occidentale, quasi non avesse più nulla da trasmettere all’uomo contemporaneo.
Eppure, l’Occidente ha prodotto una delle più elevate pratiche di meditazione, che nulla ha da invidiare nei confronti delle pratiche meditative orientali: la contemplazione. E, come la meditazione orientale, anche la contemplazione ha assunto diverse forme.
Per millenni la contemplazione fu la pratica meditativa privilegiata di filosofi, religiosi, mistici e, come la meditazione orientale, assunse diverse forme in base alla corrente di pensiero, ma rimase salda nel proprio ruolo di fondo: elevare la coscienza dell’uomo, ricondurlo alla fonte stessa della vita, dando significato alla sua esistenza e facendogli vivere profonde dimensioni di significato. Queste pratiche di contemplazione erano volte tanto all’interno quanto all’esterno, e sono in grado di coinvolgere ogni aspetto della vita dell’uomo: dalla più semplice quotidianità alla più elevata estasi mistica, dai livelli animici inferiori a quelli superiori.
Ma che cos’è, di preciso, la contemplazione? Questa parola è, infatti, ormai desueta, e ad essa è subentrato con preponderanza il termine “meditazione”. Benché contemplazione e meditazione siano affini, vi è una lieve sfumatura di significato che rende la contemplazione una pratica leggermente diversa dalla meditazione.
Contemplare è una parola latina, che deriva dal composto “cum” e “templum”, letteralmente: per mezzo del templum, che nell’antichità denotava uno spazio del cielo che l’augure circoscriveva con il proprio liuto, e verso il quale volgeva lo sguardo per osservare il volo degli uccelli, dal quale trarre i propri auspici. Metaforicamente, il termine “contemplare” assunse poi il significato più generale di volgere lo sguardo e il pensiero verso il cielo o, in generale, verso ciò che suscita meraviglia, con lo stesso sentimento sacro che muoveva gli aruspici che studiavano il volo degli uccelli.
Il verbo “meditare” deriva dal latino “meditari”, che a sua volta affonda le sue radici nel verbo “mederi”, “curare”. Il termine “meditazione” nasce, dunque, in occidente, con il significato di “prendersi cura” dei pensieri interiori, e molteplici erano le pratiche volte a prendersi cura dell’interiorità, del tutto affini alle pratiche che ora si cerca soltanto nel mondo orientale.
Tutt’altra etimologia ha, invece, il termine “yòga”, che in sanscrito significa “unione, congiunzione” dell’uomo con il divino.
Si noti come il termine latino “meditazione”, con cui si indicano le pratiche orientali tra cui, appunto, lo yòga, abbia veicolato la concezione occidentale del “prendersi cura” del proprio corpo e dei propri pensieri, quando lo yòga è invece una pratica che riportando l’uomo al divino lo allontana dal proprio corpo e dai propri pensieri. Ciò testimonia una metamorfosi avvenuta tra cultura orientale e cultura occidentale, in cui il termine “yòga” ha veicolato il contenuto di pratiche già esistenti in occidente, mantenendo però l’aspetto di pratiche orientali, confezionate per imitazione, ad uso e consumo dei fruitori. Anche l’occidente ha sviluppato pratiche contemplative volte al divino, insieme a pratiche in grado di coinvolgere ogni aspetto dell’esistenza, dalla semplice vita quotidiana fino all’estasi mistica più elevata.
Tramite la contemplazione, si giunge a una conoscenza vissuta e spirituale del mondo, tanto interiore quanto esteriore, imparando “semplicemente” a guardare, circoscrivendo tale realtà come facevano gli aruspici con i loro liuti. Una circoscrizione che, paradossalmente, non è limitante, ma permette di ampliare lo sguardo scoprendo una realtà più profonda e universale, focalizzando la propria vista.
Come mai l’uomo dovrebbe dedicarsi alla contemplazione? Non solo per il benessere psicofisico, come spesso vengono sminuite le pratiche meditative. Certo ritorna anche tale aspetto, non è l’unico e non è secondario, ma è pur sempre il riflesso di un’esigenza più profonda, che affonda le radici nell’essenza stessa dell’anima umana. La contemplazione è infatti l’attività più elevata a cui un uomo possa aspirare, e il nesso tra anima e contemplazione è così inscindibile che non è possibile parlare dell’una senza descrivere l’altra, e viceversa.

Pratiche di contemplazione. L'arte della meditazione occidentale, Daniele Palmieri, Nero d'inchiostro (Youcanprint), disponibile su tutti gli store online oppure scrivendo all'indirizzo nerodinchiostro94@gmail.com

Daniele Palmieri

martedì 25 settembre 2018

William James: le energie dell'uomo. Come risvegliare le forze nascoste del "secondo vento"

L'uomo possiede fonti di energia latenti, che ignora di possedere, poiché spesso si sprigionano solo in condizioni estreme, quando crede di aver esaurito le proprie riserve.
William James, psicologo americano vissuto a cavallo tra XIX e XX secolo, coniò l'espressione "secondo vento" per riferirsi a tale misterioso fenomeno, a cui dedicò una serie di studi che confluirono in una breve conferenza intitolata: Le energie dell'uomo. Questo scritto è stato per molto tempo introvabile in Italia, ma è ora tornato disponibile in una nuova edizione che comprende sia il testo di James, da me tradotto, sia un mio breve saggio che ne sviluppa le prospettive, intitolato: I poteri latenti dell'anima.
Tornando al testo di  James, Le energie dell'uomo è un breve ma intenso saggio che si focalizza sul fenomeno del cosiddetto "secondo vento"; il risveglio di energie latenti che, come anticipato, si manifesta proprio quando crediamo di aver esaurito tutte le forze.
Pur non definendo mai con precisione i termini "secondo vento" e "energia", James ne descrive la natura con un paragone tratto dal mondo scientifico, che rende bene l'idea delle forze in gioco. Nel mondo dell'alimentazione, si parla di "equilibrio nutritivo" quando la quantità di calorie quotidiane ingerita è uguale a quella delle calorie consumate; come si altera questo equilibrio?  Semplice, variando la quantità o di calorie ingerite o di calorie consumate. Nel primo caso, si ha un aumento di peso, nel secondo una diminuzione. Tuttavia, sia l'aumento di peso sia la diminuzione hanno una soglia che non viene superata se il numero di calorie ingerite "in più" o "in meno" rimane costante. 
A un certo punto, il fisico si adatta a tale condizione e raggiunge un nuovo equilibrio nutritivo; non si sale né si scende di peso, si rimane costanti. Lo stesso dicasi della quantità di "energia vitale" che scorre nel nostro corpo; a tutti sarà capitato di oscillare tra la fiacchezza e la piena vitalità, oppure di trovarsi in una situazione mediana tra le due. Giorni in cui sentiamo di poter conquistare il mondo e altri in cui, invece, riusciamo a fatica ad alzarci dal letto. Come nel caso della nutrizione, si può qui parlare di "equilibrio energetico"; ciascuno di noi possiede un budget di energia giornaliero, che subisce alti e bassi, che viene rifocillato dal riposo e che ci consente di compiere una certa quantità di sforzi intellettuali e fisici. Ma cosa succede se iniziamo a sbilanciare tale equilibrio energetico e, come con l'equilibrio nutritivo, lo sottoponiamo a sforzi che vanno al di là dell'ordinario, diminuendo e incrementando la nostra energia? 
Anche nel caso dell'equilibrio energetico, dopo un preliminare periodo di adattamento, il fisico è in grado di raggiungere un nuovo equilibrio che prescinde dalla quantità di sforzo compiuto. Così come il corpo non aumenta né diminuisce di peso una volta abituatosi al nuovo ammontare di calorie ingerite, allo stesso modo non si sente più stanco o affaticato quando si è abituato al nuovo ammontare di sforzo, quasi fosse stato in grado di compiere un "salto energetico". 
Si pensi all'attività sportiva, come una semplice corsa; quando si ricomincia a correre dopo molto tempo, bastano dieci minuti per sentirsi a terra e svuotati di ogni energia. Ma, con il tempo e l'allenamento, presto quei dieci minuti diventano di routine ed è possibile terminare la corsa senza sentirsi spossati. In tal caso, è avvenuto un vero e proprio "salto energetico"; il corpo ha raggiunto un nuovo equilibrio ed è in grado di sostenere lo sforzo senza problemi. Iil meccanismo è il medesimo per qualsiasi forma di fatica, sia essa fisica o mentale.
A partire da questi presupposti, le domande di James sono: come è possibile incrementare il nostro budget energetico giornaliero in modo da dare il meglio senza sentirsi affaticati e spossati? E, soprattutto, fino a che punto possiamo spingere lo sforzo?
Per quanto riguarda la prima domanda, il segreto risiede nel superare l'ostacolo della fatica. Un meccanismo fisiologico ci porta a fermarci non appena si manifestano i primi sentori della fatica; nel caso della corsa, ad esempio, sono il fiatone, il dolore alla milza, il male alle gambe che subito ci suggeriscono che siamo arrivati al nostro punto limite e, appena insorgono, siamo portati a fermarci. Tuttavia, dice James, è proprio superando tale ostacolo che si accede al livello energetico successivo; se, giunti al decimo minuto di corsa, siamo in grado di resistere fino al tredicesimo, nella corsa successiva saremo in grado di arrivare, quasi senza problemi, al quindicesimo, proprio perché il nostro fisico inizia ad adattarsi allo sforzo e a produrre le energie necessarie per superare l'ostacolo della fatica. 
Per quanto riguarda la seconda domanda, fulcro della conferenza di James, un fenomeno del tutto peculiare si verifica quando portiamo all'estremo limite la resistenza al dolore della fatica. Cosa succede se, anziché prolungare la corsa di due minuti, tentiamo di prolungarla di un'ora, o anche di due? 
Inizialmente si precipiterà verso un "baratro" di esaurimento energetico; il dolore e la fatica sembreranno sempre più grandi e insostenibili. Tuttavia, proprio quando ci si sente giunti al capolinea energetico, ecco che si manifesta un fenomeno peculiare: da morti, rinasciamo, colmati di nuova energia, quasi il fisico e la mente avessero attinto a energie nascoste, latenti nell'animo umano, preservate proprio per le situazioni limite. 
Un fenomeno misterioso, ma tangibile e concreto, che affonda le sue radici nel nostro passato biologico, nella lotta per la sopravvivenza che siamo stati costretti ad affrontare per migliaia di anni. 
Si tratta delle medesime forze ataviche di cui parla Ossendowski in Bestie, Uomini, Dèi nel racconto della sua sopravvivenza tra i boschi. Forze primordiali di cui nella vita quotidiana odierna non abbiamo bisogno, e che rimangono dunque nascoste in una sede sotterranea di cui ignoriamo l'esistenza, ma che si sprigionano nelle situazioni limite proprio perché tali situazioni sono il loro "momento"; situazioni in cui si lotta tra la vita e la morte, ed è dunque fondamentale per il nostro corpo e la nostra mente essere al pieno delle loro facoltà e delle loro energie.
Ed è per questo che oltre al "secondo vento", dice James, potrebbero esisterne anche un terzo e un quarto, livelli energetici sempre più profondi che risvegliano facoltà latenti. Seppure non sia possibile attingere ogni giorno a queste forze, ciò non toglie che, nella vita ordinaria, non viviamo al massimo delle nostre facoltà e possiamo educare il nostro corpo e la nostra mente ad andare oltre i limiti ordinari che noi stessi ci imponiamo.

"Certamente ci sono dei limiti" dice James, "gli alberi non crescono fino al cielo. Ma rimane il fatto che l'uomo possiede un ammontare di risorse che soltanto pochi, eccezionali, individui sono in grado di sfruttare fino all'estremo. Ma questi stessi individui, sforzando le loro energie fino all'estremo limite, nella maggior parte dei casi tengono il passo giorno dopo giorno [...] la loro velocità più alta di energizzazione non li debilita; l'organismo si equilibra da sé e come il tasso di fatica aumenta, aumenta corrispettivamente il tasso di recupero" (William James, Le energie dell'uomo, a cura di Daniele Palmieri, Youcanprint, p. 9).

La cosa interessante, sottolinea James, è che il tempo di recupero delle persone in grado di vivere al tasso più elevato di energie non è diverso da quello di coloro che vivono, invece, a un livello inferiore rispetto a quello delle proprie possibilità. Tanto all'uomo più ozioso quanto a quello più attivo bastano otto ore di sonno giornaliero per riprendere le proprie forze, con la differenza che il primo, durante la giornata,avrà un tasso energetico decisamente inferiore rispetto a quello del secondo, e sarà dunque molto meno attivo e produttivo e, probabilmente, arriverà più stanco a fine giornata.
Come è possibile tenere questo ritmo di passo più veloce? Partendo da un'analisi empirica, James porta diversi esempi concreti tratti dai campi più disparati; le esperienze limite di un generale in battaglia, l'energia data dai giuramenti rispettati, la forza mentale che è possibile conquistare con le pratiche di meditazione, la resistenza incrollabile data dalla fede, che permise a molti uomini di resistere alle torture e al martirio. In ogni caso citato, il fulcro risiede in un punto di contatto psicofisico tra il corpo e la mente: sembra che per attingere alle energie latenti del secondo vento si debba raggiungere un punto limite di sforzo e fatica, ma mantenendo sempre attenta e costante la concentrazione, fino a far scattare una scintilla che ci infervora e ci fa rivivere. Ruolo fondamentale è giocato dall'ideale; sia il soldato in battaglia, sia il fedele religioso, sia l'adepto allo yoga, sia l'uomo che ha compiuto un giuramento e che è deciso fino all'ultimo di rispettarlo, tutti coloro sono spinti da un ideale astratto, mentale, che tuttavia è in grado avere una grande influenza sul corpo e che permette di accedere al pozzo delle energie primordiali e latenti.
La domanda: fin dove possiamo spingerci nello sviluppo delle nostre energie? Rimane, per James, insoluta; è chiaro, tuttavia, a fronte delle diverse esperienze citate in precedenza, che le strade percorribili sono molteplici.

"Abbiamo bisogno di una topografia dei limiti del potere umano" scrive a conclusione del testo, "simile alle carte che gli oculisti usano nel campo della visione umana. Abbiamo bisogno, inoltre, di uno studio dei diversi tipi d'uomo in riferimento alle differenti vie attraverso le quali le loro riserve di energie possano essere attinte o perdute" (William James, Le energie dell'uomo, a cura di Daniele Palmieri, Youcanprint, p. 50).

E sono proprio queste strade che analizzo ne I poteri latenti dell'anima, in cui cerco di sviluppare i presupposti teorici ed empirici dell'opera di James e che trovate nella nuova edizione del testo, disponibile su IBS e su tutti gli store online:https://www.ibs.it/energie-dell-uomo-poteri-latenti-libro-vari/e/9788827837801 oppure scrivendomi all'indirizzo: nerodinchiostro94@gmail.com

William James, Le energie dell'uomo - Daniele Palmieri, I poteri latenti dell'anima, Youcanprint

Daniele Palmieri

venerdì 21 settembre 2018

Eliphas Levi: Il Libro Rosso e i fondamenti delle Scienze Occulte

Nel 1841 fu dato alle stampe, a Parigi, un curioso testo di Eliphas Levi intitolato “Il Libro Rosso”. Si trattava di una raccolta di estratti significativi sull’occultismo, curata da un certo Ortensio Flamel, pseudonimo di un misterioso autore rimasto nell’ombra.
Come scrive Andrea Pellegrino: “Nel Libro Rosso, che nella sua versione originale è scomparso da diversi decenni e del quale esistono solo due esemplari censiti, Flamel ha tracciato un piccolo compendio di scienze occulte alla luce della filosofia di Levi, inserendovi una sua selezione di segreti ammirevoli”.
A distanza di oltre cento anni, è finalmente disponibile una nuova edizione del testo, edita da Libraio Editore e curata proprio da Andrea Pellegrino, che ne ha inoltre ampliato le pagine con altri estratti importanti delle opere di Levi, come il Dogma e rituale dell’alta magia, le Lettere Cabalistiche al Barone Spedalieri e le istruzioni di Levi per le evocazioni degli spiriti, la costruzione di talismani e la raffigurazione di pentacoli magici e, infine, le sue biografie dei principali esponenti dell’occultismo, dall’antichità al XIX secolo.
In questa nuova edizione ampliata, commentata e arricchita (anche da meravigliose illustrazioni), Il Libro Rosso è un’ottima introduzione per avvicinarsi al mondo delle cosiddette “scienze occulte”, in grado di sfiorare ogni ambito del loro dominio: dalla storia ai presupposti dottrinali, dall’alchimia, alla cabala, alla massoneria, alla magia teorica e pratica. 
Partendo dai principi, la prima parte del testo offre un’ottima panoramica sulla storia e sui principi teorici alla base del pensiero magico. La vera magia, dice Levi, non è da confondersi con la superstizione; essa è la forma più profonda di conoscenza il cui scopo è quello di ricondurre l’uomo alla potenza divina:

“Se apriamo un istante il grande libro dell’umanità e vi gettiamo un colpo d’occhio, vedremo che in ogni luogo e in tutti i tempi, l’uomo ha continuamente cercato di estendere i limiti della sua potenza. E’ questo il destino o meglio la legge alla quale egli deve obbedire e che Carlo Fourier, uno dei nostri grandi filosofi, ha formulato con queste parole: Le attrazioni sono proporzionali ai destini. E poiché è così, l’uomo, emanazione della divinità, doveva dunque cercare tutti i mezzi per avvicinarvisi” (Eliphas Levi, Il Libro Rosso, Libraio Editore, p. 15).

 L’opera magica è un’opera di auto-realizzazione, il recupero pratico e operativo della condizione divina dell’Età dell’Oro che presuppone, appunto, un intervento attivo dell’uomo su se stesso. Ma come può avvenire questa realizzazione? Rispondere a questa domanda significa trovare il fondamento dell’intera opera magica; un segreto che era conosciuto e custodito dai più grandi sapienti dell’antichità. Pitagora, Mosé, Zoroastro, Apollonio di Tiana, saggi dalla diversa estradizione culturale ma a cui sono attribuiti sempre le stesse potenze leggendarie, le medesime opere magiche e gli stessi miracoli, quasi fossero entrati in contatto con una forza segreta, il mistero stesso della magia. Tale fondamento, secondo Levi, risiede in un’energia che scorre latente nell’anima dell’uomo:

“Ci è d’obbligo convenire con tutti i grandi filosofi che l’uomo ha un certo potere di modificare le cose per l’energia della sua virtualità personale. Si vede in effetti che, ingrandita dall’entusiasmo di una passione potentemente sovraeccitata, l’uomo trattiene e domina tutto ciò che lo circonda e cambia di conseguenza le condizioni e i rapporti abituali della vita e si può constatare che la potenza della volontà dell’uomo, portata alla sua più alta energia, cagiona dei fenomeni inesplicabili se l’uomo non ammette con i maghi, i più dotti e i più abili necromanti, che volontà dell’uomo, come la sua potenza superiore, è la sola causa e il principio essenziale di tutti i fenomeni” (Eliphas Levi, Il Libro Rosso, Libraio Editore, p. 2)

La casa di un malinconico, dice Levi, riflette la sua condizione psicologica e, dunque, la sua volontà, nella disposizione degli oggetti e nella trascuratezza delle cose; è come se, con il proprio riflesso involontario, il malinconico imprimesse la propria volontà “depotenziata” nell’ambiente circostante, e le persona che entrano nell’aurea di influenza della sua bolla psicologica non possono che uscirne contagiati.

“Nella medesima serie di osservazioni” dice Levi “voi rileverete che il frequentare uomini giulivi, gioviali, voluttuosi, violenti, sobri, spirituali vi dispone e vi porta alla gioia, alla gentilezza, alla voluttà, alla violenza, alla sobrietà o alla spiritualità. Poste queste prime basi […] entreremo in un mondo immateriale la cui conoscenza approfondita costruisce la scienza occulta. Per noi la scienza psicologica non è altro che il primo gradino dell’immensa scala che l’uomo deve accingersi a salire” (Eliphas Levi, Il Libro Rosso, Libraio Editore, pp. 20-21).

Il mago deve essere in grado di incanalare questa energia occulta e di condensarla nella propria Volontà, per poterla controllare a proprio piacimento e poterla poi sprigionare, con azioni e parole, nei confronti della realtà circostante, ampliando così l’area di potere della sua “psicosfera”.
Quest’opera di raccoglimento delle energie si riflette nell’azione stessa del mago e nella sua preparazione. “Le scienze occulte” scrive Levi “furono in tutti i tempi appannaggio delle intelligenze privilegiate; i primi filosofi che le hanno studiate avevano compreso che era nel silenzio e nel raccoglimento, lungi dagli intrighi politici e religiosi che esse richiedevano di essere coltivate. Così i preti egiziani avevano posto alle porte dei loro santuari i grifi e le sfingi, simboli del silenzio e dell’impenetrabilità di cui i loro misteri dovevano essere avvolti” (Eliphas Levi, Il Libro Rosso, Libraio Editore, p. 24).

Avevo già approfondito il tema della Volontà magica negli articoli dedicati ad Aleister Crowley e all'Idealismo Magico di Evola. La Volontà è il fondamento della magia, laddove con Volontà bisogna intendere una forza psichica intangibile e immateriale, in grado di estendere la sua aurea di influenza anche al di fuori delle pareti della mente dell’uomo, nel momento in cui quest’ultimo è in grado di concentrare dentro di sé le energie necessarie attraverso una lunga preparazione psicofisica, che passa per l’ascetismo, il silenzio, la concentrazione, la meditazione e lo studio delle principali scienze legate al mondo magico.
L’occultismo, scrive Levi in una delle lettere al Barone Spedalieri, è una “fatica di Ercole che assomiglia ad un gioco da bambini”. Requisiti fondamentali sono, allo stesso tempo, il rigore e la libertà: il rigore del metodo e dell’applicazione costante, la libertà di abbattere i pregiudizi e sondare l’inesplorato.
Ogni conoscenza ha il suo metodo, ed è dunque fondamentale applicare il metodo adatto a ciascuna forma di conoscenza; le cose che ricadono sotto il dominio dei sensi devono essere indagate secondo il metodo scientifico. Ma per Levi esiste un dominio sovrasensibile, che per sua stessa natura non può essere indagato con gli esperimenti empirici. Ed è questo il campo di indagine delle cosiddette Scienze Occulte
Le scienze da approfondire, come la cabala, l’alchimia, la divinazione, la teologia e anche la religione, permettono alla mente di abbattere le barriere dell’esperienza quotidiana e di ampliare, così, i confini ordinari della mente, che se fossilizzata esclusivamente sul mondo dei sensi rischia di atrofizzarsi e di precludersi la conoscenza del mondo sovrasensibile.
Da questo punto di vista, secondo Levi, scienza e fede non sono due principi opposti, ma due volti del Giano Bifronte che compongono l’unica testa della Sapienza. Sono due polarità complementari; la scienza è necessaria per scacciare la superstizione e arrivare ai fatti, la fede per raggiungere la certezza e cacciare lo scetticismo assoluto. L’unità dei due principi dà vita alla Sapienza, che riconosce le leggi universali soggiacenti all’intero cosmo, la cui unità testimonia l’esistenza di un unico intelletto ordinatore, “l’unità dell’intelligenza legislativa” secondo le parole di Levi.
La visione della religione da parte di Levi è degna di interesse e mostra la sua grande apertura mentale. Anzitutto, essa è vista dall’autore come una forma velata di magia; i dogmi, i riti, le credenze, le preghiere e simili non sono altro che antiche pratiche di magia nascoste e canonizzate dietro il fitto strato di simboli delle molteplice esperienze religiose.
Così, dopo uno studio attento delle diverse religioni è possibile risalire alla fonte e accorgersi che: “La verità è che la religione è una, come la umanità, come questa progressiva, e che rimane sempre la stessa, pur trasformandosi sempre” (Eliphas Levi, Il Libro Rosso, Libraio Editore, p. 145).
Un concetto che anticipa di mezzo secolo i futuri studi Tradizionali e che permette di trovare le chiavi della realizzazione in ogni grande esperienza religiosa. Sempre citando le parole di Levi:

“Gesù ha detto che il lievito deve essere nascosto al fondo del vaso che contiene la pasta, per agire giorno e notte in silenzio, fino a che la fermentazione abbia impregnato a poco a poco tutto il rimpasto che deve diventare pane. Un iniziato può, dunque, con semplicità e sincerità, praticare la religione nella quale è nato, perché tutti i riti rappresentano in modo diverso un solo e stesso dogma, ma non deve aprire il fondo della sua coscienza che a Dio, e non deve rendere conto a nessuno nelle sue credenze più intime” (p. 148).
 
Il Libro Rosso, Eliphas Levi e Ortensio Flamel, a cura di Andrea Pellegrino, Libraio Editore
 
Daniele Palmieri
 

lunedì 17 settembre 2018

Pirsig: Lo Zen e l'arte della manutenzione della motocicletta

Ho percorso molti km in bicicletta, sia per il tragitto casa-lavoro sia per esplorare. Amo lo spirito di libertà delle due ruote, il viaggio lento a contatto con il paesaggio, la possibilità di imboccare sentieri nascosti e impervi, che non potrebbero essere né percorsi né scoperti con le ingombranti automobili.
Dopo un viaggio in Maine e centinaia di km percorsi su una vecchia bicicletta degli anni '60 lungo strade deserte nei boschi, ho deciso di "approfondire" il mondo delle due ruote e di comprarmi la mia prima moto, per poter viaggiare a contatto con il il paesaggio, a velocità limitata, ma con la possibilità di percorrere più km rispetto a quelli consentiti dalla fatica delle gambe.
Ho comprato un Mash 125 del 2016 e il mondo delle due ruote a motore mi ha subito rapido; se già in bici si respira un'aria di libertà, in moto la sensazione è ancor più amplificata. Anche delle semplici strade di campagna e di provincia diventano un'avventura, un'esplosione di suoni, odori, sensazioni; il vento che sibila nel casco, il rombo del motore e il clangore metallico degli ingranaggi, i profumi della campagna, i colori dell'erba, del cielo, dei campi.
Quando scopro qualcosa di nuovo, scatta la scintilla della "ossessione filosofica" e inizio ad approfondire tutto ciò che riguarda i sentieri conoscitivi ancora ignoti che si diramano di fronte a me. Il mondo della motocicletta non poteva fare eccezione, e così mi sono subito procurato uno dei grandi classici della letteratura dedicata ai viaggi sulle due ruote: Lo Zen e l'arte della manutenzione della motocicletta di Robert Pirsig.
Definire questo libro non è semplice. E' un diario di viaggio ma anche un racconto autobiografico in cui Pirsig si confronta con il proprio passato, è un saggio sull'arte della manutenzione delle motociclette ma anche un'opera filosofica, è uno squarcio sulla saggezza orientale ma che affonda le sue radici soprattutto nella cultura filosofica occidentale. Di sicuro, non è una delle tante opere che infilano "zen" nel titolo per motivi commerciali. I motivi e i generi letterari si incrociano creando un prodotto che sfugge a ogni categorizzazione e, forse, la definizione perfetta è quella data dallo stesso Pirsig; Lo Zen e l'arte della manutenzione della motocicletta è un lungo e complesso Chautauqua

"Quel che ho in mente è una specie di Chautauqua [...] come i Chautauqua ambulanti che si rappresentavano sotto un tendone e si spostavano da un capo all'altro dell'America [...] una serie di conversazioni popolari intese a edificare e divertire, a migliorare l'intelletto e a portare cultura e illuminazione alle orecchie e ai pensieri degli ascoltatori" (Pirsig, Lo Zen e l'arte della manutenzione della motocicletta, Adelphi, p. 18).

I diversi livelli narrativi si incrociano, si alternano, si compenetrano a creare un percorso tortuoso, a volte difficile da seguire ma sempre profondo e interessante, esattamente come i racconti orali e i discorsi popolari che non seguono mai una coerente linea retta ma che, come una strada di campagna, seguono i tornanti, le curve e le pendenze irregolari delle colline.
Il racconto di Pirsig si apre proprio con una strada di campagna; l'autore è in viaggio in moto, in America, con il figlio Chris e con una coppia, John e Sylvia. Fin dalle prime righe Pirsig è in grado di trasmettere le sensazioni uniche del viaggiare in motocicletta, la differenza abissale che sussiste tra il sedere rinchiusi in una scatola di ferraglie e il trovarsi a cavallo di un veicolo che sfreccia sul'asfalto, senza alcuna divisione tra il tuo corpo, il paesaggio e la moto stessa. Citando le sue parole:

"In macchina sei sempre in un abitacolo; ci sei abituato e non ti rendi conto che tutto quello che vedi da quel finestrino non è che una dose supplementare della TV. Sei un osservatore passivo e il paesaggio ti scorre accanto noiosissimo dentro una cornice. In moto la cornice non c'è più. Hai un contatto completo con ogni cosa. Non sei più un spettatore, sei nella scena, e la sensazione di presenza è travolgente. E' incredibile quel cemento che sibila a dieci centimetri dal tuo piede, lo stesso su cui cammini, ed è proprio lì, così sfuocato eppure così vicino che col piede puoi toccarlo quando vuoi - un'esperienza che non si allontana mai dalla coscienza immediata" (Pirsig, Lo Zen e l'arte della manutenzione della motocicletta, Adelphi, pp. 14-15).

Viaggiare in moto permette di assaporare il viaggio, di vivere le strade che si percorrono e, soprattutto, di scoprire quei tracciati che solitamente, in automobile, si eviterebbero. In moto si vive l'essenza stessa del viaggiare, che non consiste soltanto nel partire da un punto x, attraversare un'autostrada y e arrivare alla meta z, bensì nell'immergersi nel viaggio stesso, sentire gli odori, i profumi, le sensazioni della strada, percorrere tragitti tortuosi, non lineari, perdersi nelle strade secondarie, seguire le indicazioni che più ci affascinano. Nel primo caso, si è semplici turisti; nel secondo si è veri viaggiatori. Come scrive Pirsig:

"I programmi sono volutamente vaghi, abbiamo più voglia di viaggiare che non di arrivare in un posto prestabilito. [...] Diamo la preferenza alle strade secondarie [...]. Ci preoccupiamo più di come passiamo il tempo che non di quanto ne impieghiamo per arrivare: l'approccio cambia completamente [...]. Le strade che serpeggiano su per le colline sono lunghe, ma in moto sono più belle, in curva ti inclini senza andare a sbattere contro le pareti di un abitacolo. Le strade con poco traffico sono più gradevoli, oltre che più sicure, e anche quelle senza autogrill e cartelloni, strade dove boschetti e pascoli e frutteti si possono quasi toccare, dove i bambini ti fanno ciao con la mano e la gente guarda dalla veranda per vedere chi arriva" Pirsig, Lo Zen e l'arte della manutenzione della motocicletta, Adelphi, p. 15).

La moto diviene così la chiave d'accesso alla filosofia Zen. Da un lato, poiché viaggiare in moto risveglia quel pensiero-senza-pensiero di cui parlano le filosofie orientali, come il Taoismo e il Buddhismo, ossia l'attenzione focalizzata su ciò che si sta facendo, senza il brusio di pensieri che normalmente ci attanagliano e ci confondono la mente con il loro rumore bianco indistinto. 
Questo perché, da un lato, il viaggio in moto necessita un'attenzione costante nei confronti della strada, del paesaggio, dei veicoli circostanti, dei rumori del motore e della motocicletta, del continuo gioco di freno, frizione, marce, acceleratore, della precisione nelle curve, della qualità stessa della strada su cui si sta viaggiando; tutti questi elementi costringono la mente a rimanere focalizzata esclusivamente su ciò che si sta facendo: e questa è forse l'essenza più profonda dello Zen, una concentrazione assoluta sul qui-e-ora, senza alcuna distrazione, che oblia qualsiasi altro pensiero, che cancella la distinzione tra passato, presente e futuro e immerge la mente in un attimo eterno fatto di puro sentire.
Dall'altro lato perché la manutenzione stessa della motocicletta porta la mente ad astrarsi dai suoi confini quotidiani; anche in questo caso, è richiesta un'attenzione precisa nei confronti dell'opera che si sta compiendo, occorre scoprire il disegno complessivo e astratto dei veicolo, "l'idea della motocicletta" direbbe Platone, l'archetipo, il modello che soggiace alla motocicletta che stiamo riparando per scoprire qual è l'elemento che se ne discosta e che ne impedisce il funzionamento. Come scrive Pirsig:

"Il Buddha, il Divino, dimora nel circuito di un calcolatore o negli ingranaggi del cambio di una moto con lo stesso agio che in cima a una montagna o nei petali di un fiore. Pensare altrimenti equivale a sminuire il Buddha - il che equivale a sminuire se stessi" (Pirsig, Lo Zen e l'arte della manutenzione della motocicletta, Adelphi, p. 28).

Nel riparare la motocicletta si scopre un rapporto profondo tra uomo e macchina, laddove la macchina non è solo un prodotto arido e impersonale della tecnologia, ma una vera e propria opera d'arte, in cui il progetto razionale che soggiace a essa si fonde con gli elementi pratici e concreti che ne permettono il funzionamento, che sono allo stesso tempo "universali", poiché ogni modello di moto è costruito secondo un progetto generale, ma anche "particolari" e "soggettivi", a tal punto che ogni moto, secondo Pirsig, ha la propria personalità, conferita  dai difetti, dalle imperfezioni, dal rapporto instaurato con il suo motociclista, tutti elementi che la rendono unica.
Così, proprio nella moto Pirsig scopre il collante tra le visioni di pensiero contrapposte che da sempre hanno scisso in due parti la coscienza occidentale: la visione classica e la visione romantica. Secondo Pirsig, l'Occidente è sempre stato dilaniato da queste due visioni apparentemente opposte della realtà: da un lato l'intelletto classico: la coscienza razionale, razionalizzante, logica, che alla ricerca continua di nessi scientifici tra gli oggetti e le cause, la mente analitica che "smonta" la motocicletta per scoprire la funzione di ogni singolo pezzo; dall'altro lato l'intelletto romantico, teso a una visione generale della realtà, artistica ed emotiva, che predilige una lettura universale dei fenomeni rispetto a quella analitica, che considera la bellezza generale della motocicletta piuttosto che la conoscenza razionale e particolare del suo funzionamento.
In tutto il testo, Pirsig è alla ricerca continua di un principio in grado di unificare coscienza romantica e coscienza classica, che sia in grado di mostrare come le due prospettive di vedere il mondo siano in realtà due facce della stessa medaglia e come esista una prospettiva ancor più elevata, in grado di inglobare i due punti di vista apparentemente contrapposti. Una ricerca dell'unità che è, allo stesso tempo, una metafora della sua vita interiore; Pirsig ha vissuto infatti un'esperienza di "scissione" della propria coscienza, derivante dal suo passato travagliato e dai trascorsi in un manicomio dove ha subito anche l'elettro shock. Durante tale passato era iniziata la ricerca filosofica di un principio unificante della realtà e le riflessioni di tale ricerca sono attribuite, nel libro, alla sua "ombra", la parte scissa in cui l'auore fatica a riconoscersi e soprannominata "Fedro".
Dopo lunghe meditazioni filosofiche che si alternano al racconto del viaggio e si intrecciano alla biografia di "Fedro", tale principio unificante è identificato nella "Qualità". Secondo Pirsig-Fedro, ognuno di noi prova un'esperienza qualitativa dell'essere che, per semplificare, può essere descritta come la sensazione di "migliore" o "peggiore" che proviamo nei confronti delle cose. Una motocicletta funzionante è considerata qualitativamente migliore di una non funzionante; alcuni modelli peggiori o migliori di altri; alcuni migliori per fare dei tragitti sterrati, altri migliori per la città e così via. Ma da cosa dipende questa Qualità? Come la si può definire? E' oggettiva o soggettiva? La ricerca spasmodica, quasi ossessiva, di una definizione porta Pirsig-Fedro a rinunciare a qualsiasi tentativo di definizione e, allo stesso tempo, a colmare la scissione tra intelletto romantico e intelletto classico proprio con la Qualità che, nel suo essere né oggettiva né soggettiva, è posta da Pirsig-Fedro a fondamento della realtà stessa e, dunque, come il Tao, al di là delle parole e dei concetti. Come scrive ne Lo Zen e l'arte della manutenzione della motocicletta:

"La Qualità non è una cosa, è un evento. [...] E' l'evento che vede il soggetto prendere coscienza dell'oggetto. E dato che senza oggetto non ci può essere soggetto - sono gli oggetti che creano ne soggetto la coscienza di sé - la Qualità è l'evento che rende possibile la coscienza sia dell'uno sia degli altri [...]. Questo vuol dire che la Qualità non è solo la conseguenza di una collisione tra soggetto e oggetto. L'esistenza stessa di soggetto e oggetto è dedotta dall'evento Qualità. L'evento Qualità è causa del soggetto e dell'oggetto, erroneamente considerati causa della qualità! Il sole della Qualità non gira intorno ai soggetti e agli oggetti della nostra esistenza [...]. E' lui che li ha creati. Ed è a lui che essi sono subordinati" (Pirsig, Lo Zen e l'arte della manutenzione della motocicletta, Adelphi, pp. 235-236).

Come accennato, la moto diviene l'esempio perfetto della Qualità, di una realtà che non è né esclusivamente classica né esclusivamente romantica; dietro alla realtà concreta degli ingranaggi, dell'olio, della benzina, del motore, degli specchietti, delle ruote, del metallo e della plastica, della composizione delle singole parti, si nasconde un "piano", un "progetto ordinato", il "Cosmos" degli antichi greci che permette alla motocicletta di prendere vita quando si fonde con il motociclista che la guida. Questa visione olistica è precedente alla successiva scomposizione tra la motocicletta classica, razionale, e la motocicletta romantica, emotiva, il lato intellettuale e quello estetico, che tuttavia sono solo due diverse espressioni della medesima Qualità. Come scrive Pirsig:

"La realtà è sempre il momento della visione che precede la concettualizzazione. Non c'è nessun'altra realtà. Questa realtà preintellettuale è quanto Fedro sentiva di aver giustamente individuato come Qualità. Dato che tutte le cose identificabili intellettualmente devono emergere da questa realtà preintellettuale, la Qualità è genitrice, la fonte di tutti i soggetti e gli oggetti" (Pirsig, Lo Zen e l'arte della manutenzione della motocicletta, Adelphi, p. 243).

Questa pace dei sensi e delle due coscienze è tuttavia un risultato sofferto, difficile da raggiungere, e la metafora della lotta e del viaggio continuo dell'uomo con le idee, con le persone, con gli oggetti e con i propri simili ricorre continuamente, incarnato in diverse racconti. Da un lato è esemplificato dal rapporto tra Pirsig e la coppia sua compagna di viaggio, Sylvia e John, laddove il primo cerca sempre di convincere i secondi ad imparare l'arte "razionale" della manutenzione della motocicletta, mentre i secondi preferiscono goderne solo le emozioni "romantiche" e affidare tutto il resto all'officina; vi è poi il conflitto continuo tra Pirsig e suo figlio Chris, che spesso rende il viaggio non un idilliaco e bucolico racconto ma un percorso sofferto, fatto di incomprensioni, capricci e imprevisti. Vi è poi il conflitto tra Pirsig e la sua metà intellettuale, Fedro, che incarna i fantasmi del suo passato di genio e follia, nonché le sofferenze vissute in manicomio. Il conflitto tra l'uomo e la macchina, tra il motociclista e la moto, quando un guasto improvviso gli ostacola la strada e deve passare le ore a comprendere cosa è successo, e poi altre ore, se non giorni, a capire come ripararlo e a mantenere la mente "Zen" per farlo. Non ultimo, il conflitto tra Pirsig e la filosofia, la ricerca ossessiva della definizione e del significato della Qualità.
In questo testo fatto di conflitti, è proprio nel qui-e-ora del viaggio in moto che sembrano placarsi tutti i pensieri, tutte le sofferenze, tutte le emozioni, nell'immersione completa nel tragitto che sembra trasformare uomo, motocicletta e paesaggio in una cosa sola, che sembra ricondurlo al mondo olistico della Qualità tanto ricercato da Pirsig nella sua metafisica.
In conclusione, Lo Zen e l'arte della manutenzione della motocicletta è, come già accennato, un testo atipico, adatto a più palati ma, allo stesso tempo, di difficile lettura. La tortuosità del racconto e delle argomentazioni filosofiche, le sofferenze narrate nel testo e i racconti delle esperienze e dei rapporti conflittuali necessitano di una lettura calma e attenta, proprio come un viaggio in moto, dalla quale però non si può che uscire arricchiti.


Pirsig, Lo zen e l'arte della manutenzione della motocicletta, Adelphi Edizioni.

Daniele Palmieri

mercoledì 5 settembre 2018

Andrea Pellegrino: Il segreto dei tarocchi. Come leggere le carte

Dopo l'ultimo articolo su come scegliere il primo mazzo di Tarocchi, passiamo ora alla pratica per capire come usare il proprio mazzo di carte. Affronteremo la questione a partire da una delle pubblicazioni che ho citato nel precedente scritto: Il segreto dei Tarocchi di Andrea Pellegrino, edito da Libraio Editore, la nuova iniziativa editoriale della Libreria Esoterica di Milano.
Sono molti i testi sui tarocchi in circolazione, ma sono pochi i manuali completi, sotto ogni punto di vista, come Il segreto dei Tarocchi
Il testo offre una sintetica ma completa introduzione storica, un'ottima panoramica sui diversi esoteristi che studiarono il simbolismo delle carte, descrive i principali mazzi in circolazione e si addentra, nel dettaglio, nella descrizione del significato dei singoli Arcani Maggiori e degli Arcani Minori, offrendo inoltre un'ampia rosa dei metodi di lettura adottati dalle principali scuole esoteriche. Ultimo, ma non meno importante, Il segreto dei Tarocchi è corredato da magnifiche illustrazioni a colori, sia degli arcani maggiori dei diversi mazzi descritti ma, soprattutto, delle rarissime lamine della prima edizione dei tarocchi di Wirth. Un particolare di grande importanza per gli studiosi, poiché nessun altro testo in circolazione riporta le figure e i colori originali del mazzo di Wirth, e anche i mazzi in commercio, come quello delle Edizioni Mediterranee, presenta alcune variazioni nella colorazione, che Wirth invece studiò con particolare cura.
Addentrandoci nella lettura delle carte, come avevo anticipato nell'articolo precedente, ci sono due approcci alla lettura: quello della cartomanzia e quello della tarologia.
La differenza è ben espressa da Andrea Pellegrino:

"Jung studiò i Tarocchi alla luce della psicoanalisi, concentrandosi sugli archetipi e sul concetto di sincronicità che, secondo il suo pensiero, sarebbe alla base della lettura delle carte, spiegando il motivo per cui il consultante sceglie inconsapevolmente un arcano piuttosto che un altro; il mazzo fu così spogliato della sua aurea di mistero e divinazione che gli occultisti di metà ottocento avevano attribuito ad alimentare, per divenire oggetto di indagine psicologica, strumento di introspezione e autoconoscenza.  Da qui il passaggio dalla cartomanzia (tecnica divinatoria) alla tarologia (tecnica di analisi) [...]. La finalità è quella di consigliare, indagare l'origine di un problema e le possibili soluzioni, descrivere la personalità del consultante e capirne potenzialità e lacune" (Andrea Pellegrino, Il segreto dei Tarocchi, Libraio Editore, pp. 40-41).

Andrea Pellegrino propende per la cartomanzia, poiché, secondo le sue parole:

"Il principale rischio della tarologia [...] è quelli di creare dei professionisti da strapazzo che, creando un connubio tra psicologia spicciola, life coaching e simbologia, dispensando consigli che sarebbero facilmente deducibili anche senza l'utilizzo delle carte. [...] Come potrebbe essere possibile valutare la bravura di un tarologo? Per un cartomante è semplice: se la divinazione si avvera, vuol dire che ha fatto una buona lettura; ma per il tarologo, che metro di giudizio adottare?" (Andrea Pellegrino, Il segreto dei Tarocchi, Libraio Editore, p. 41)

Personalmente, ritengo interessanti entrambi i metodi di lettura, e penso che le immagini degli arcani siano in grado di riflettere le immagini archetipiche comuni, latenti nell'inconscio collettivo, e che proprio questa antica origine sia alla base tanto della tarologia quanto della cartomanzia. Nel primo caso, poiché gli Arcani sono in grado di legarsi immediatamente con il nostro inconscio, divenendo così uno specchio della nostra interiorità; nel secondo perché, sempre riflettendo ciò che noi siamo, sono in grado di prevedere anche ciò che saremo, giacché il nostro destino è sempre il risultato delle nostre scelte e di ciò che siamo in grado di vedere.
In questo articolo, tuttavia, affronteremo solo la lettura cartomantica, su cui si focalizza l'autore.
Passando dunque alla lettura, partiamo dalle basi. Il mazzo è tra le nostre mani. Lo abbiamo acquistato o ci è stato regalato, ma è davvero nostro? Prima di usarlo, bisogna entrare in sintonia con esso, creare un legame. Andrea Pellegrino suggerisce un rituale tradizionale per consacrarlo e instaurare, dunque, un legame magico tra carte e cartomante, che consiste nel passare "ogni singola carta sul fumo dell'incenso [...] lasciandole tutte alla luce lunare durante la fase crescente, all'interno di un cerchio di sale" (Andrea Pellegrino, Il segreto dei Tarocchi, Libraio Editore, p. 179).
Non si tratta di semplice superstizione, ma di creare un legame psichico con il proprio mazzo attraverso il rito. Il rito, infatti, è una propensione psichica all'esistenza in grado di consacrare, ossia di rendere sacre, le cose. 
Personalmente, consiglio anche di trovare una nuova custodia per il proprio mazzo, che abbia per noi un certo significato, e soprattutto di portare le carte sempre con sé, di scorrerle e guardarle quando se ne ha l'occasione, per instaurare con esse un rapporto diretto, vissuto, intimo.
Passiamo ora al luogo di lettura. Pellegrino consiglia una stanza tranquilla, su un semplice tavolo senza troppi ornamenti, che favorisca la concentrazione ma anche la distensione; non devono aleggiare energie negative che influenzino l'umore del consultante e ciò che conta, in fondo, è la predisposizione mentale tanto del cartomante quanto del consultante. Per esperienza personale, nell'ultimo viaggio che ho fatto ho trovato molto proficuo leggere le carte sul momento, in base alla situazione in cui mi trovavo, quasi le carte fossero in grado di sincronizzarsi spontaneamente con gli eventi che stavano accadendo attorno.
Si proceda poi mischiando il mazzo; si tratta di un'operazione delicata, che influenza il metodo di lettura. Si deve scegliere, infatti, tra due correnti di pensiero: quella dei cartomanti che leggono solo il "dritto", e quella dei cartomanti che variano il significato delle carte in base al "dritto" e al "rovescio".  Nel secondo caso, occorre dividere il mazzo in due parti e ruotarne una delle due. Le carte che usciranno al rovescio avranno un significato opposto a quello consueto. 
Pellegrino consiglia quest'ultimo metodo di lettura, soprattutto se si è ancora inesperti, ma con il tempo si sarà in grado di comprendere se una carta ha influenza positiva o negativa anche senza ricorrere a tale espediente.
Mischiate le carte, si procede ora alla lettura.
Come anticipato, esistono molti sistemi di lettura; mi focalizzerò qui sui due più semplici, descritti nel libro di Pellegrino, che personalmente adotto (con alcune variazioni) per la loro immediatezza e facilità di lettura.
Il primo metodo è quello della Linea del tempo (p. 183): si dispongano le carte di fronte al consultante, lo si inviti a sceglierne tre ponendo la domanda e le si disponga da sinistra verso destra. La prima rappresenta il passato, la seconda il presente e la terza il futuro. Se, ad esempio, le carte agli estremi suggeriscono la possibilità di un ulteriore sviluppo, si peschino altre carte a completare la stesa, per comprendere dove si protrarrà il futuro e da dove, invece, proveniva l'evento passato.
Il secondo metodo è quello della croce celtica (p. 182): mischiate le carte e posta la domanda, si faccia scegliere le carte al consultante. La prima, da porre in mezzo, rappresenta la situazione di base; la seconda, da porre in mezzo ma in direzione perpendicolare, rappresenta le influenze che ostacolo o favoriscono la situazione; la terza, da porre in alto, rappresenta i pensieri consci sulla situazione; la quarta, da porre in basso, rappresenta i pensieri inconsci; la quinta, da porre a sinistra rispetto alla carta centrale, rappresenta gli influssi passati o ciò che sta per terminare; la sesta, a destra rispetto alla carta centrale, gli influssi futuri o ciò che sta per accadere. A destra della croce, a partire dal basso e andando verso l'alto, in colonna: la settima carta, il proprio atteggiamento; l'ottava, l'energia con cui si fa incontro il mondo esterno; la nona, le speranze e i timori; la decima, il risultato chiave.
Oltre a questi due metodi di lettura presenti nel libro, ne suggerisco un altro, che ho sperimentato personalmente e che definisco lettura libera: si ponga la domanda e si peschi una carta. Si cerchi di comprendere se la carta sia stata in grado di darci una risposta secca sulla domanda; altrimenti, si ponga un altra domanda o, senza chiedere nulla, si peschi un'altra carta per approfondire il responso e si cerchi di comprendere come la seconda carta interagisca con la prima. Si proceda pescando quante carte si ritengono necessarie, fino a quando non si avrà una visione generale del futuro, ricordandosi di interpretare le carte non singolarmente, ma in base alle loro interazioni.
Capire il significato delle carte risultare difficile, spesso anche con l'ausilio di un testo che descrive il significato degli Arcani. Consiglio, in principio, di esercitarsi soltanto con gli Arcani Maggiori, per la loro ricchezza simbolica e immediatezza di lettura. Nonostante la ricchezza simbolica, molto spesso è difficile trovare un significato che rappresenti la nostra situazione; questo perché, per leggere i tarocchi, occorre esercitare l'anima immaginativa e non limitarsi, esclusivamente, ai significati letti nel foglietto illustrativo all'interno del mazzo. Come suggerisce anche Andrea Pellegrino, bisogna riconoscere nelle carte la nostra situazione analizzando ogni singolo dettaglio delle carte pescate: rappresentano persone o eventi? sono di più quelle di sesso maschile o femminile? verso dove sono rivolti gli sguardi degli arcani? alcuni di essi si guardano tra loro, guardano nella direzione opposta oppure nella medesima direzione? quali sono i colori più ricorrenti? quali gli elementi preponderanti? cosa può rappresentare, metaforicamente, questa carta all'interno della mia vita? quale dettaglio di tale arcano può descrivere una persona che conosco, un evento che mi può capitare, un aspetto della mia interiorità, una scelta di vita? Bisogna lavorare con la fantasia, trovare le connessioni nascoste tra i simboli degli Arcani e la nostra vita, guardare al di là del semplice significato letterale e, soprattutto, interpretare le carte non singolarmente, ma in base alle loro interazioni.
Per questo prediligo il metodo da me adottato, quello che definisco di "lettura libera", poiché permette di non inquadrare la stesa in determinati canoni, ma consente alle carte di esprimere liberamente la loro storia, di muoversi in sincronia come ingranaggi.
Per concludere, oltre a suggerire la lettura del testo di Pellegrino, ottimo per introdursi al mondo dei Tarocchi, lascio spazio alla vocina razionale che ci domanda: come possono le carte predire il futuro?
Rispondo con le parole di Andra Pellegrino; ciò che le carte predicono, egli sostiene, non è un futuro ineluttabile, ma una direzione verso la quale stiamo andando e che è ancora in nostro potere cambiare.
"Al pari delle stelle" dice l'autore, "le carte indicano ma non determinano: dialogare con loro significa, allora, prendere atto dei precondizionamenti del destino, accettarli ma impegnarsi al tempo stesso a piegarli alla propria volontà, per quanto ci sia possibile. [...] queste carte si possono considerare un vero e proprio input all'immaginazione, concezione più semplice e vasta realizzata dal genio umano" (Andrea Pellegrino, Il segreto dei Tarocchi, Libraio Editore, P. 10).

Il segreto dei Tarocchi, Andrea Pellegrino, Libraio Editore.

Daniele Palmieri