mercoledì 5 dicembre 2018

Cornelio Agrippa: La filosofia occulta o la magia


Dopo aver parlato di Aleister Crowley, Eliphas Levi e Giordano Bruno, torniamo ancora indietro nel tempo per analizzare la figura di uno dei più grandi filosofi, maghi, alchimisti mai esistiti: Cornelio  Agrippa. 
Ho già affrontato la figura di Cornelio Agrippa in un articolo dedicato a La nobiltà delle donne, una sua spregiudicata orazione in lode al sesso femminile nell'epoca della feroce caccia alle streghe, testo che ho curato per conto di Libraio Editore.
In questo nuovo articolo affronteremo invece la sua opera principale, tanto conosciuta quanto poco letta: La filosofia occulta o la magia, edita in Italia dalle Edizioni Mediterranee.
La filosofia occulta è passata alla storia come il più importante compendio delle arti magiche, libro proibito sulla scrivania dei più illustri pensatori del del XVI, del XVII e perfino del XVIII secolo. Basti pensare che esso influenzerà non solo grandi filosofi e occultisti come Campanella e Giordano Bruno, ma perfino scienziati come Isaac Newton. Questo perché La filosofia occulta non è un semplice insieme di ricettari più o meno bizzarri, ma un testo che dà alla magia una visione teorica organica e compiuta, che verrà raffinata circa mezzo secolo dopo soltanto da Giordano Bruno. 
Agrippa precisa fin da subito qual è la vera essenza della magia e quali sono i suoi campi d'indagine e di operazione:

"Come v'hanno tre sorta di mondi, l'Elementale il Celeste e l'Intellettuale, e come ogni cosa inferiore è governata dalla sua superiore e ne riceve le influenze, in modo che l'Archetipo stesso e Operatore sovrano ci comunica le virtù della sua onnipotenza a mezzo degli angeli, dei cieli, delle stelle, degli elementi, degli animali, delle piante, dei metalli e delle pietre, e cose tutte create per essere da noi usate; così i Magi credono che noi possiamo agevolmente risalire gli stessi gradini, penetrare successivamente in ciascuno di tali mondi e giungere sino al mondo archetipo animatore, causa prima da cui procedono tutte le cose, e godere non solo delle virtù possedute dalle cose più nobili, ma conquistarne nuove più efficaci" (Cornelio Agrippa, La filosofia occulta o la magia, Edizioni Mediterranee, p. 3).

Di conseguenza:

"La magia è una scienza poderosa e misteriosa, che abbraccia la profondissima contemplazione delle cose più segrete, la loro natura, la potenza, la qualità, la sostanza, la virtù e la conoscenza di tutta la natura" (Cornelio Agrippa, La filosofia occulta o la magia, Edizioni Mediterranee, p. 4)

La magia è la forma più alta di sapienza, poiché racchiude in sé le tre scienze principali: fisica, matematica e teologia, a  cui corrispondono tre mondi e, dunque, tre campi di indagine differenti, seppur intrinsecamente collegati. La fisica è preposta alla conoscenza delle leggi naturali che regolano il divenire della materia; la matematica studia i rapporti numerici tra le cose e il movimento armonico delle sfere celesti, nonché le loro reciproche interazioni; infine, la teologia si occupa della conoscenza di angeli, demoni, mente, divino, Dio, pensiero, anima e di tutto ciò che vi è di immateriale.
Come scrive Agrippa:

"La magia racchiude in sé queste tre scienze così feconde di prodigi, le fonde insieme e le traduce in atto. Perciò a ragione gli antichi l'hanno stimata la scienza più sublime e degna di venerazione" (Cornelio Agrippa, La filosofia occulta o la magia, Edizioni Mediterranee, p. 5)

La magia "traduce in atto" la conoscenza; è la forma più alta di sapere poiché non si limita a conoscere le cose, ma ha lo scopo di agire attivamente su di esse a partire dallo studio delle loro relazioni. Mentre "sapere aude" diverrà il motto principale dell'illuminismo, "sapere è potere" potrebbe essere considerato il motto della magia. L'idea rinascimentale dell'uomo artefice del proprio destino nasce proprio in seno al pensiero magico, non solo con Agrippa ma in testi più antichi di almeno quattro secoli, come il Picatrix. 
Lungi dall'essere una scienza irrazionale e superstiziosa, la magia, nell'ottica di Agrippa, rappresenta il tentativo prometeico dell'uomo di elevarsi a una conoscenza profonda delle ragioni occulte delle cose. Ragioni che sfuggono alla ragione ordinaria, alla ratio ordinatrice e che, come vedremo, richiederanno l'impiego non soltanto della ragione e dell'intelletto, ma di una facoltà conoscitiva in grado di trascendere la visione ordinaria delle cose: l'immaginazione.
L'immaginazione è la facoltà magica per eccellenza, poiché permette di intuire quei nessi nascosti tra i diversi piani di realtà che non potremmo mai vedere se ci limitassimo a studiare il mondo con gli occhi della ragione.
Per Agrippa, come per Bruno, il potere del mago risiede  proprio nella sua capacità di vedere tra le pieghe del reale per mezzo dell'immaginazione e riconoscere uno Spirito unitario che lega ogni aspetto della scala gerarchica per mezzo di virtù archetipiche, che si ripropongono a ogni livello della manifestazione divina. Come scrive Agrippa ne La filosofia occulta:

"Democrito, Orfeo e molti pitagorici, che hanno ricercato accuratamente le virtù dei corpi inferiori, hanno detto che in ogni cosa si racchiude alcunché di divino e non senza ragione, poiché non v'ha alcuna cosa, per quante virtù essa s'abbia, che possa essere contenta della propria natura senza il soccorso della potenza divina. Ora essi chiamavano dei le virtù divine diffuse nelle cose, virtù che Zoroastro chiama attrattori divini, Sinesio attrattive simboliche, altri vite, altri ancora anime, da cui dicono dipendere le virtù delle cose, o anche una materia che si diffonde spiritualmente sulle altre materie su cui opera, nel modo istesso con cui l'uomo estende il suo intelletto sulle cose intelligibili e la sua immaginativa sulle cose immaginabili [...] Essendo l'anima il primo mobile, che agisce e si muove volentieri da sé stessa e per sé stessa, e il corpo o la materia, essendo inabile o insufficiente a muoversi da sé stesso, si dice essere necessario un mediatore più eccellente capace di riunire il corpo e all'anima. E questi è lo Spirito del mondo, che si dice essere la quinta essenza, perché non proviene dai quattro elementi, ma è come un quinto elemento superiore ad essi e che sussiste senza di essi. Vi è dunque assoluto bisogno d'un tale spirito affinché le anime celesti giungano a penetrare in un corpo grossolano e a comunicargli le loro meravigliose qualità" (Cornelio Agrippa, La filosofia occulta o la magia, Edizioni Mediterranee, p. 27)

Lo Spirito, quinto elemento etereo, è il collante universale che lega l'anima alla materia e che infonde le medesime virtù tanto nei piani superiori della gerarchia quanto in quelli inferiori, esattamente come l'immaginazione che, nell'anima umana, è in grado di unire le immagini sensibile, colte dai sensi, ai concetti astratti e intellegibili colti dall'intelletto. Lo Spirito permea ogni cosa, in tutto si effonde come una materia oscura che manovra i fili dell'intero cosmo ed è sullo Spirito che il mago deve operare, mediante la sua facoltà immaginativa. Con le parole di Agrippa:

"Non esiste nulla nell'universo che non sia influenzato da qualche particella della sua virtù e che sia affatto privo del suo potere. In virtù di tale spirito, tutte le qualità occulte si diffondono sulle erbe, sulle pietre, sui metalli e sugli animali, attraverso il sole, la luna, i pianeti e le stelle che sono superiori ai pianeti. E tale spirito ci sarà tanto più utile, quanto più sapremo separarlo dagli altri elementi e quanto meglio sapremo servirci delle cose in cui sarà penetrato con più abbondanza" (Cornelio Agrippa, La filosofia occulta o la magia, Edizioni Mediterranee, p. 28).

Per condensare la virtù essenziale delle cose, occorre legarle tra loro per analogia. L'analogia è uno dei procedimenti magici per eccellenza, che nasce dalla facoltà immaginativa. Si tratta di riconoscere i legami occulti tra le cose a partire dalle virtù similari che esse nascondo, per riunirle e dunque amplificarne la potenza e utilizzarla per le proprie operazioni magiche. 
Tale legame occulto tra le cose si basa sull'idea che vi sia una scala gerarchica che, attraverso lo Spirito, unisce ogni cosa che esiste, da Dio al più basso e abietto degli esseri, e che tale scala si manifesti, appunto, attraverso le medesime virtù che, come un frattale, sono presenti in ogni livello della gerarchia cosmica. 
Per fare un esempio pratico di una possibile connessione cosmica tra differenti piani di realtà, Marte è il Dio della guerra, personificazione archetipica della forza, della virtù guerriera, del coraggio; al Dio Marte è associato il pianeta Marte, poiché nell'antichità si era convinti che quella fosse la sua dimora, per via del suo colore rosso e acceso, che per analogia rimanda alla forza, al sangue, al coraggio, all'impeto, all'istinto poiché, per fare un esempio, quando siamo spinti dall'ira il nostro corpo ribolle come invasato da una virtù guerriera e il nostro volto si fa rosso, così come rosso è il sangue che scorre sui campi di battaglia. Di conseguenza, le pietre rosse, come il rubino, saranno quelle associate a Marte (pianeta e Dio), alla forza, alla guerra, all'ira, all'impeto e, per analogia, i più forti e possenti animali, come il Leone, saranno gli animali associati a Marte e alle medesime virtù. Si può così notare come è stata intessuta una scala che lega ogni piano della realtà, uniti dal filo conduttore della medesima virtù: divino e teologico (Marte, dio della guerra), celeste (il pianeta Marte), umano (le virtù e le modificazioni psicofisiche associate alla forza e alla guerra), animale (il Leone e tutti gli animali associati alla forza e al coraggio) e minerale (il rubino, rosso come Marte).
Il passaggio conseguente, nell'ottica magico/alchemica, è quello di combinare tra loro tutti questi ingredienti che contengono, per analogia, la medesima virtù occulta (la forza guerriera, la potenza) per "distillarne" un estratto puro, la quintessenza che sul piano dello Spirito lega, in maniera invisibile, tutti i piani di realtà. Ed è in questo modo che nascono gli infusi e le pozioni magiche che, di primo acchito, all'uomo di oggi, paiono intrugli insensati nati dalle superstizione, ma che nascondono un paradigma teoretico dotato di una propria logica interna che permette di comprenderne il senso. 
Insieme all'immaginazione, un ruolo privilegiato nell'operazione magica è attribuito al linguaggio e ai numeri, analizzati nella seconda parte dell'opera dedicata alla magia matematica.
Le parole sono un punto di contatto tra mondo interiore e immateriale e mondo esteriore e materiale; la voce, infatti, nasce dal pensiero incorporeo e si manifesta nel mondo attraverso la vibrazione materiale delle corde vocali, portando con sé tutta la potenza del pensiero creatore e le virtù possedute da colui che pronuncia tali parole. Così nasce il concetto, entrato nell'immaginario collettivo, di "formula magica", l'idea che le parole possano agire attivamente sul mondo attraverso la potenza del significato da esse veicolato.
Come scrive Agrippa:

"Le parole costituiscono un legame tra colui che parla e colui che ascolta e trascinano seco non solo il concetto ma sino la virtù di colui che parla, virtù che si comunica all'ascoltatore spesso con tale vigore da influenzarlo e con esso altri corpi e perfino le cose inanimati. Le parole sono più efficaci quanto meglio esprimono e rappresentano le cose più grandi, cioè le intellettuali le celesti e le soprannaturali e quelle stabilite e ordinate nella lingua più degna e rivestite della più santa dignità" (Cornelio Agrippa, La filosofia occulta o la magia, Edizioni Mediterranee, p. 126)

Le parole e il pensiero sono, inoltre, ciò che uniscono l'uomo alle gerarchie più elevate, il punto d'incontro in cui la natura umana, animale e terrena si incrocia con la natura celeste, divina e sovrasensibile. Da ciò deriva la grande attenzione della magia nei confronti sia delle formule sacre sia del linguaggio e dei numeri. Agrippa, come molti altri maghi a lui precedenti, dà preminenza magica alle lingue più antiche, non solo all'Ebraico ma anche ad altri caratteri sacri come le Rune, il greco e i simboli angelici/salomonici, che elenca nella seconda parte de La filosofia occulta. Vi è l'idea che quanto più antica sia la lingua e quanto più essa sia legata alle manifestazioni religiose di un popolo, tanto più essa sia "pura" e, dunque, potente dal punto di vista magico, poiché diretta rivelazione delle gerarchie superiori.
 Lo stesso dicasi dei numeri che, già secondo i Pitagorici, compongono un vero e proprio alfabeto sacro attraverso il quale la divinità ha creato dal Kaos il Cosmos mediante precisi rapporti armonici, la cui conoscenza permette al mago di far vibrare le corde dell'Universo in base ai ritmi desiderati, effondendo attraverso lo Spirito la propria influenza magica. 
Dalla parola, dal simbolo e dai gesti sacri nasce il terzo livello di magia, la magia cerimoniale che, come suggerisce il nome, opera sul piano metafisico non con l'utilizzo di elementi materiali, come la filosofia naturale, ma attraverso rituali e cerimonie volti a catalizzare le energie divine, legando a sé gli déi, i demoni o gli angeli. 
Agrippa opera un sincretismo tra le diverse culture religiose, simile al sincretismo neoplatonico che concilia l'esistenza di un unico Dio, eternamente trascendente e di molteplici divinità più o meno immanenti, istituendo una scala gerarchica che vede nelle divinità inferiori molteplici manifestazioni, personificate, dell'unico Dio. 
Così, per Agrippa, non è contraddittorio parlare di Marte, Giove, Saturno e, allo stesso tempo, di Angeli e Dei cristiani, poiché l'unico Dio si manifesta prima attraverso gli Dèi, le forme più pure delle sue molteplici potenze, poi mediante gli Angeli, puro intelletto, e infine attraverso i gradini inferiori del cosmo: gli animali, le piante, i minerali e i Demoni. L'uomo si situa, come anticipato, nel punto di contatto tra Angeli e Bestie e, come sostiene Pico della Mirandola, sta a lui scegliere se elevarsi al rango di Dio, o discendere verso il fango e i demoni. 
In tale prospettiva, Dèi, Angeli e Demoni sono dunque manifestazioni della forza divina e primordiale che muove l'intero Cosmo, e che si condensa in determinate virtù per generare il divenire. La cerimonia magica volta ai piani superiori o inferiori ha lo scopo di penetrare, attraverso l'anima e la voce, nelle sfere puramente intellettive dell'esistenza e di ligare a sé le potenze angeliche, divine o demoniache mediante la parola e i simboli che, come abbiamo visto, risultano essere la porta di accesso al mondo immateriale. 
Cerimonie che non tutti possono mettere in pratica, poiché richiedono anzitutto la perfetta padronanza dei due piani inferiori di magia, la magia naturale e la magia matematica, e secondariamente poiché richiedono un lungo e tortuoso percorso interiore in grado di condurre il mago alla compiuta conoscenza e al compiuto dominio di sé, per non divenire succube delle forze molto più grandi di lui con cui sta cercando di entrare in contatto.
Ogni cerimonia richiede una preliminare preparazione spirituale. Per ricevere gli oracoli dalle forze divine, ad esempio, Agrippa "prescrive" un lungo periodo di ascesi e purificazione, poiché:

"L'anima umana, quando sia purificata ed espiata secondo il rito, sciolta allora da ogni variazione, brilla al di fuori con libero movimento, ascende in alto, prende le cose divine, istruisce anche se stessa [...]. Sopra ogni cosa bisognerà dunque conservare questa purezza nel modo di vivere, nelle opere, nelle affezioni e bisognerà espellere tutte le impurità e le perturbazioni dell'anima e tutto ciò che offende i sensi e lo spirito [...] perché la nettezza del corpo influisce non poco sulla purezza dello spirito" (Cornelio Agrippa, La filosofia occulta o la magia, Edizioni Mediterranee, vol. 2, p. 319).

Come per gli infusi e le pozioni magiche, il senso della cerimonia risiede nell'essere in grado di distillare la pura virtù che si va ricercando e, in questo caso, operando su un piano metafisico, si tratta di virtù interiori e divine, come la purezza, che la cerimonia è in grado di portare alla luce agendo sui piani psichici dell'anima attraverso i simboli. In questo modo è possibile dare un significato a tutta la ritualistica magica che, se spogliata dalla sua cornice teorica, sembra solo un insieme di bizzarrie superstizione. 
Al contrario, se si diviene consapevoli del significato psichico della cerimonia, ecco che ci si accorgerà di come ogni rito sia in grado di creare un contesto atto a portare a galla determinate energie psichiche legate ai simboli del cerimoniale.
Riprendendo un esempio di Agrippa legato al cerimoniale per indurre nell'animo la purezza: "Per tale motivo i filosofi pitagorici che volevano ottenere le rivelazioni superiori, dopo aver celebrato i lavori divini, s'immergevano in un fiume o in un bagno, rivestivano abiti di bianco lino, ritenendo profano un abito di lana, e si ritiravano in una stanza netta e scrupolosamente linda" (Cornelio Agrippa, La filosofia occulta o la magia, Edizioni  Mediterranee, vol. 2, p. 319).

Ogni gesto, materiale o azione nella cerimonia pitagorica citata da Agrippa è volto a indurre, sul piano immaginativo, una sensazione di purezza e così facendo il simbolo opera da maieuta dell'interiorità, portando alla luce, dalla nostra psiche, la virtù ricercata.
Lo stesso dicasi di ogni tipo di cerimonia in cui gli oggetti, gli infusi, i profumi, le operazioni, le parole, i simboli, i gesti non sono mai fini a se stessi o arbitrari, ma scelti e compiuti con lo scopo di creare il contesto psicologico idoneo e analogo alla virtù o alla forza interiore che si desidera evocare. 
Per concludere, condensare in un articolo l'intera Filosofia occulta di Agrippa è un'impresa che nemmeno il più abile dei maghi potrebbe portare a compimento. Consiglio la lettura integrale dei due volumi del testo, ricordando che le pagine del libro edito dalle Edizioni Mediterranee sono tra loro legate non per un errore di stampa, ma per evitare che occhi distratti si posino su insegnamenti che devono essere raggiunti e studiati, con attenzione e diligenza, passo dopo passo, pagina dopo pagina. 

Cornelio Agrippa, La filosofia occulta o la magia, Edizioni Mediterranee

Daniele Palmieri

venerdì 23 novembre 2018

Le cinque specie di prigionia secondo Taulero

Giovanni Taulero è stato un mistico tedesco, vissuto nel XIV secolo, principale discepolo di Meister Eckhart. Insieme a Suso, Taulero è stato in grado di divulgare e mantenere viva la mistica del maestro, rendendola fruibile anche al pubblico meno "specialistico", con un linguaggio più semplice e diretto rispetto al sofisticato pensiero eckhartiano, senza tuttavia perdere in complessità teologica. 
I suoi Sermoni, pubblicati in Italia dalle Edizioni Paoline, sono un vivido esempio del sentire religioso della mistica tedesca del XIII e XIV, nonché un compendio delle principali tematiche della mistica di reniana: la tenebra divina, il distacco, la rinuncia alla volontà personale e soggettiva in nome di una Volontà divina, l'unione con Dio, la preminenza dell'azione e della contemplazione rispetto alla conoscenza razionale e teorica. 
Uno dei discorsi più interessanti tramandatici dai manoscritti medievali è un sermone intitolato: Le cinque specie di prigionia; testo che non solo compendia il pensiero di Taulero e di Eckhart, ma che può essere considerato, ancora oggi, una valida guida per orientarsi e districarsi nel complicato mondo della spiritualità contemporanea.
Come suggerisce il titolo del sermone, Taulero si focalizza su cinque tipologie di prigioni in cui l'uomo, più o meno consapevolmente e più o meno volontariamente, rischia di trovarsi intrappolato. Cinque insidiose sbarre che ostacolano il suo cammino e che gli impediscono di vivere una vita libera e autentica.
Partendo dalla prima di queste sbarre:

"Ecco la prima: quando l'uomo non ama Dio nelle creature, è fatto prigioniero dell'amore delle creature, siano morte o vive, e particolarmente dall'amore umano che è così profondo nella natura per la somiglianza degli uomini" (Giovanni Taulero, Le cinque specie i prigionia, Sermoni, Edizioni Paoline, p. 235).

Il primo ostacolo a insidiare l'uomo è l'amore smodato nei confronti delle creature. Taulero non vuole qui negare l'importanza della spinta amorosa nei confronti dell'universo circostante; anzi, sottolinea come le creature si debbano amare, amando in esse Dio, ossia il principio divino che le anima; l'amore che si deve combattere e che rende schiavi è ciò che Epitteto definirebbe la "dipendenza dai beni esteriori"; quel tipo di dipendenza nei confronti degli oggetti esterni che porta l'uomo a porre il proprio fondamento in ciò che lo circonda, dimenticandosi così dei suoi beni interiori, gli unici che non sono sottoposti al dominio della fortuna e gli unici che mai potranno esserci strappati. Questa forma di prigionia rende l'uomo schiavo poiché lega indissolubilmente i moti interiori della sua anima ai moti esteriori del mondo, nei confronti dei quali non può avere alcun controllo.
Come sottolinea Taulero, si tratta di una forma di prigionia insidiosa, poiché colpisce anche persone apparentemente "pure e libere"; in particolare, rende schiavi coloro che credono di essere buoni, liberi, puri attraverso le loro opere nei confronti degli altri e del mondo esterno, ma che in realtà sono schiavi della loro vanagloria, poiché in tutte le loro azioni permane il desiderio egoistico di fondo di voler eccellere, di voler primeggiare su prossimo e di voler ostentare la propria purezza. Come scrive Taulero:

"Molte persone, sentendosi libere nella loro dannosa prigionia, sono del tutto sorde e cieche in essa [...]. Compiono molte opere buone, cantano, leggono, sanno tacere, pregano molto, ma tutto questo per poter esprimere ancor meglio la loro propria volontà" Giovanni Taulero, Le cinque specie i prigionia, Sermoni, Edizioni Paoline, p. 236).

E così, questo genere di prigionia sfocia inevitabilmente nella seconda specie:

"La seconda prigionia consiste in questo: molte persone, appena liberate dalla prima prigionia, dall'amore delle creature nelle cose esteriori, cadono nell'amore di se stesse" (Giovanni Taulero, Le cinque specie i prigionia, Sermoni, Edizioni Paoline, p. 236).

Egoismo ed egocentrismo sono le catene più difficili da spezzare e allo stesso tempo quelle che più appesantiscono l'uomo nel suo cammino verso la perfezione spirituale. Quel tipo di bramosia che acceca l'uomo e che lo porta ad amare il mondo circostante non perché riconosce in esso qualcosa di divino, ma perché vede in ciò che lo circonda soltanto degli oggetti atti a soddisfare le sue passioni edonistiche e soggettive. L'amore autentico nei confronti dell'universo è un amore disinteressato, che nasce da un puro sentimento del divino che porta a vedere in ogni elemento del creato una "teofania", una manifestazione di Dio nel mondo, incarnazione di una potenza divina da venerare e rispettare. Al contrario, la bramosia insaziabile ed egoistica nei confronti del mondo porta l'uomo a considerare ogni cosa in termini utilitaristici, ed egli diviene così schiavo delle proprie passioni, non è in grado di elevarsi al di là della passione carnale e sensibile e rimane così invischiato nella terra, prigioniero dei suoi moti interiori, a loro volta dipendenti dagli eventi esterni.
Si tratta di un modo utilitaristico di vedere il mondo, che sfocia inevitabilmente nel terzo tipo di prigionia:

"La terza è la prigionia della ragione. Certe persone vi cadono molto pesantemente, perché tutto ciò che potrebbe nascere nello spirito queste persone lo guastano per il fatto che si gonfiano nella loro ragione, si tratti di insegnamento o di verità, di qualunque genere sia, perché la comprendono, ne sanno parlare, si mettono in mostra e vengono considerati, ma non arrivano a operarla né a viverla" (Giovanni Taulero, Le cinque specie i prigionia, Sermoni, Edizioni Paoline, p. 237).

La ragione è una delle prigioni di massima sicurezza dalla quale è quasi impossibile evadere. Benché sia fondamentale sviluppare la ragione intesa come senso critico nei confronti del mondo, delle azioni, delle idee, degli eventi, la ragione che Taulero contesta è la ragione tronfia, limitata e limitante, che mai potrà comprendere il misteri del cosmo e dell'anima, ma che si ottenebra e si crogiola nel tiepido lume della propria ignoranza. Si tratta della "ratio" comune, portata a dare un ordine logico al mondo e al far rientrare ogni cosa in questo ordine costruito ad hoc a misura d'uomo, anche a costo di forzare le idee, le cose e gli eventi per farli rientrare nella propria prospettiva, distorcendo così l'immagine del mondo. Una ragione che limita e imprigiona l'uomo proprio perché gli impedisce di andare al di là dei suoi limiti e del comune modo di pensare e vedere le cose, e che di conseguenza non può che ostacolarlo nel cammino verso Dio, giacché Dio è per definizione una realtà che trascende i limiti della ragione.
Questo tipo di ragione ostacola l'uomo anche quando questi pensa di essere arrivato a destinazione; ed è qui che compare la quarta sbarra:

"La quarta prigionia è la dolcezza dello spirito. Molti uomini fatti per l'eternità si sono smarriti perché l'hanno seguita troppo, vi si sono abbandonati disordinatamente, l'hanno ricercata troppo e vi si sono fermati: che grande bene sembra abbandonarvisi e possederla con piacere! Ma è allora che la natura trattiene la sua parte, e si coglie il piacere dove si crede di cogliere Dio" Giovanni Taulero, Le cinque specie i prigionia, Sermoni, Edizioni Paoline, p. 238-239).

Anche quando si crede di essere realizzati, di aver raggiunto l'unione mistica con Dio, ecco che compare lo spirito edonistico ed egoistico della ragione pratica, che porta l'uomo a considerare la realizzazione spirituale alla stregua di un "piacere carnale", da vivere "per stare bene". E' uno dei più grandi problemi della spiritualità contemporanea, che vede nel percorso spirituale un mero strumento per aumentare il proprio benessere, per stare in forma, per diventare ricchi, per vivere una vita agiata, in sostanza per raggiungere degli scopi pratici, concreti e materiali, che hanno a che fare con la nostra esistenza temporale. Nulla di tutto ciò si accompagna alla vera realizzazione, da perseguire non per scopi soggettivi ed egoistici, ma da ricercare come una forma di gnosi (conoscenza) liberatoria, che costringe l'uomo proprio nella direzione opposta rispetto a quelli che sono i suoi interessi soggettivi. In tutto ciò, il "benessere" non deve essere il fine, tanto meno l'estasi dell'unione mistica può essere paragonata al piacere sensoriale, poiché in essa l'uomo si dissolve, torna a coincidere con il Dio-Uno primigenio e a perdere ogni individualità, come una goccia d'acqua ritornata alla fonte.
In questo aspetto risiede l'ultima serratura da forzare, quella della volontà individuale:

"La quinta prigionia è quella della propria volontà, cioè quando l'uomo vuole conservare la sua volontà anche nelle cose divine e in Dio stesso" Giovanni Taulero, Le cinque specie i prigionia, Sermoni, Edizioni Paoline, p. 239).


Come già accennato nell'articolo dedicato a Meister Eckhart, per ritornare alla fonte l'uomo deve abdicare alla propria volontà soggettiva e personale per lasciarsi colmare dalla Volontà divina, in modo che ogni sua azione e ogni suo pensiero venga elevato ai ranghi delle azioni e del pensiero di Dio.
Non si tratta di sottomettersi passivamente a Dio, di farsi il "lavaggio del cervello" e divenire un burattino inerme. Al contrario, si tratta di elevarsi, ascendere al rango di Dio, fino a compiere l'azione paradossale, secondo le spregiudicate parole di Meister Eckhart, di uccidere Dio per divenire Dio stesso ed eliminare qualsiasi differenza. A questo punto, giunti a coincidere con la fonte stessa della vita, ogni evento diverrà una manifestazione, una teofania, della propria Volontà divina. Nulla potrà scalfire l'uomo realizzato poiché è come se tutto fosse frutto del suo Volere divino. Come scrive Taulero:

"egli perverrà a un raccoglimento, un'immersione, una fusione nel puro, divino, semplice bene interiore, dove la novile scintilla interiore ha un eguale ritorno e un eguale riflusso alla sua origine da cui è sprizzata. Dove questo riflusso alla sua origine avviene perfettamente, ogni debito è interamente saldato, fosse anche grande come quello di tutti gli uomini che fossero mai stati debitori dal principio del mondo. Ecco, a quel punto viene infusa ogni grazia e ogni felicità, e l'uomo diventa uomo divino" (Giovanni Taulero, Le cinque specie di prigionia, Sermoni, Edizioni Paoline, p. 241).

Per approfondire l'argomento, è disponibile il mio ultimo libro: Pratiche di contemplazione. L'arte della meditazione occidentale: https://www.ibs.it/pratiche-di-contemplazione-arte-della-libro-daniele-palmieri-palmieri-daniele/e/9788827846926


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Daniele Palmieri

mercoledì 7 novembre 2018

Carlo Pascal: Da déi a demoni. Il paganesimo morente

Come scrisse Cioran in uno dei suoi aforismi, due sono i momenti più intensi dell'epopea di una civiltà: la nascita, accompagnata dall'ascesa, e la decadenza, accompagnata dal lento declino, dagli ultimi sussulti simili a quelli di un organismo morente.
L'ascesa e il declino di Roma è uno dei casi più emblematici; leggendone la storia, non si può che rimanere ammaliati di fronte alla forza inarrestabile che, per centinaia di anni, ne trainò l'espansione e, allo stesso tempo, non si può che provare un senso di turbamento, di compassione, dinanzi agli ultimi secoli della sua storia, nei quali sembra di vedere il riflesso di un declino fatalistico, inesorabile quanto difficilmente comprensibile.
L'epoca della decadenza, che viene generalmente identificata con i secoli che vanno dal III al V secolo d.C., è un'epoca storica estremamente conflittuale. Tanto è morente l'Impero Romano, quanto sono potenti le forze e i conflitti che si verificano all'interno delle sue membra, a tal punto che pensatori come Spengler lessero il tramonto dell'Impero come la fine di una civiltà in declino e l'ascesa di una nuova civiltà, spinta da forze apparentemente contrapposte ma che presto andranno ad unirsi, quella dei popoli "barbari" e della nuova religione cristiana.
Già a partire dal II secolo d.C. i costumi romani erano scossi da un profondo sentimento religioso, al confine con il magico e la superstizione. I culti orientali, penetrati a Roma dall'Egitto e dall'Oriente, stimolano la fantasia delle classi più o meno agiate che cercano un rifugio spirituale di fronte ai turbamenti civili e culturali.
Il Cristianesimo può essere annoverato tra gli stessi culti orientali che, con una azione silenziosa e costante nei primi secoli, e poi sempre più tumultuosa e violenta in quelli successivi, ha conquistato l'animo dei cittadini, dei funzionari e degli Imperatori dell'Urbe con un culto e una serie di pratiche religiose fino ad allora aliene al modo di sentire romano.
Questo tortuoso momento di passaggio è tra i più affascinanti della storia del pensiero, poiché è quello che plasmerà la psiche dell'uomo occidentale dei secoli a venire attraverso la narrazione di nuovi miti e di nuovi modi di vedere il mondo e il cosmo.
Carlo Pascal, latinista attivo tra la fine del 1800 e l'inizio del '900, si focalizza su questo "passaggio di consegne forzato" in una bellissima raccolta di saggi intitolata Dèi e diavoli. Saggio sul paganesimo morente.
Filo conduttore dei diversi saggi è la "transizione divina" avvenuta tra tra IV e V secolo d.C. dalle morenti divinità pagane al nuovo senso del divino cristiano; in particolare, la trasmutazione effettuata dai primi pensatori e apologeti cristiani, come Lattanzio, Agostino, Tertulliano, Gerolamo, che lungi dal limitarsi a negare l'effettiva realtà delle divinità pagane, effettuarono un'azione molto più subdola e sottile: le trasformarono da déi a demoni.
Si tratta di un'operazione senza precedenti nel mondo romano e che, come anticipato, segnerà profondamente l'inconscio collettivo dell'uomo occidentale. Fino ad allora, Roma aveva sempre mostrato una spiritualità cosmopolita e quasi "vorace"; tutto ciò che era divino, veniva inglobato all'interno del vasto pantheon Romano, che prevedeva la pacifica convivenza delle molteplici divinità non solo per ragioni di stato e di pace, ma per il principio spirituale secondo il quale ogni terra possiede i propri dèi, manifestazione, appunto, di quella terra e di quel popolo. Profanarli significherebbe inimicarsi non solo la popolazione assoggettata, ma soprattutto le forze divine che vegliano sui territori e che, in fondo, sono la manifestazione di un "Nume" spirituale più ampio. Una forza intrinseca nella natura che si rivela sotto molteplici forme in base al luogo e ai popoli, ma legata da un'unità spirituale di fondo.
Con il Cristianesimo, e in particolare con i pensatori citati in precedenza, si verifica un'operazione di rimozione totalmente nuova. Il Cristianesimo, infatti, non si limitò a perseguitare gli antichi culti dimostrandone la falsità, tutt'altro. Vi era di fondo un problema teologico molto più sottile: come mai il "Vero Dio" che noi cristiani veneriamo non si è mai manifestato, prima di oggi, al più vasto impero del mondo? Come ha potuto abbandonare una popolazione così vasta in balìa di dèi inesistenti?
La risposta dei primi apologeti è tanto geniale quanto devastante per i culti pagani. I dèi pagani esistono e, nel corso dei millenni, hanno preso sempre più forza attraverso la venerazione loro tributatagli. Ma sotto si nasconde un grande inganno; coloro che i pagani hanno sempre venerato come dèi, non sono altro che demoni. Sono falsi dèi non perché inesistenti; ma, al contrario, poiché hanno convinto gli uomini della loro divinità, quando altro non sono che demoni controllati dal demonio. Demoni giunti come sulla terra? Giunti quando, come si narra nell'Antico Testamento, Dio inviò sulla sfera terrestre alcuni angeli per vegliare sugli uomini, che tuttavia si ribellarono e si unirono alle donne dando così vita a una stirpe di giganti/demoni, che iniziarono a essere venerati come entità divine nonostante la loro natura meticcia, nata da una grande infrazione dell'ordine cosmico. Proprio nelle credenze neoplatoniche i Cristiani trovarono man forte; il concetto di daimon, infatti, inteso come essere a metà tra umano e divino, era proprio della cultura classica; ma nell'antichità il daimon, o demone, poteva essere sia positivo e benevolo sia negativo e malevolo, simile ai djin, i Geni, delle novelle orientali. Il Cristianesimo avvalorò la sua interpretazione facendo coincidere i daimon con il termine "demone" e con l'accezione esclusivamente negativa del termine, e per riferirsi alle entità intermediare tra uomo e Dio cominciò a utilizzare il termine "Angelo".
Così, per fare un esempio concreto, la gerarchia pagana rimase immutata; Giove è ancora a capo della sua schiera di dèi, ma nell'ottica Cristiana viene reinterpretato come il più potente tra i demoni a capo del suo esercito infernale.
Una fine triste e impietosa per culti remoti, in parte dovuta alla stessa crisi sociale che richiedeva nuovi paradigmi del mondo, ma di fronte alla quale non si può che provare un senso di sconforto o tristezza. Citando le parole di Carlo Pascal:
"A poco a poco l'umanità si chiude angosciosa nelle trepidanze dell'oltretomba: ov'era sorriso di arte, ov'erano ville e città fiorenti, fu squallore e deserto. E sulla rovina immensa della civiltà e dell'arte antica trionfò, grandioso e terribile, il cristianesimo: trionfò come furia che irrompe e invade, come forza che domina e vince. Ma gli dèi antichi non morirono. Distrutti i loro simulacri e i loro templi, vagarono ancora per il mondo: gli dèi della giovinezza e dell'amore, gli dèi giocondi del lavoro e della vita, divenuti ormai demoni, turbarono di terrori e di angosce l'umanità trepidante: rosseggiarono tra lingue di fuoco, urlarono sopra cime arroventate, flagellarono con ghigno feroce e tra grida selvagge i peccatori maledetti, essi, che composti a dignità maestosa e solenne avevano ispirato le concezioni più serene dell'arte antica, avevano accompagnato Roma vittoriosa su tutte le vie della civiltà e della gloria" (Carlo Pascal, Dei e diavoli. Saggio sul paganesimo morente, Edizioni PiZeta p. 90).
Carlo Pascal, Dei e diavoli. Saggio sul paganesimo morente, Edizioni PiZeta
Daniele Palmieri

lunedì 5 novembre 2018

Giordano Bruno e l'arte della magia

Giordano Bruno è stato, senza ombra di dubbio, uno dei più grandi geni della storia del pensiero umano; non un semplice spartiacque tra pensiero magico rinascimentale e pensiero scientifico seicentesco, ma un intelletto geniale in grado di attingere a ogni campo del sapere e unificare l'intera conoscenza magica, filosofica, scientifica, religiosa e logica del suo tempo.
Dato il suo involontario ruolo di "martire" del pensiero libero, viene spesso ricordato e conosciuto più per la sua vicenda personale che per le sue parole e molto vi è ancora da esplorare e comprendere delle sue opere.
Un intero universo si nasconde nei suoi scritti dedicati all'arte magica, in cui rifulge la fiamma immaginativa del suo intelletto in grado di aprire squarci inaspettati sul velo dell'essere. Tra esse, spiccano il De magia e il De vinculis in genere, editi in italiano dalla Mimesis sotto il titolo di La magia e le ligature, ideali per andare al nocciolo del pensiero magico e filosofico bruniano e per comprendere quali siano i fondamenti dell'arte magica in generale.
Per Bruno esistono diversi generi di magia:
La magia naturale, che agisce sui legami materiali delle cose attraverso la conoscenza delle leggi fisiche;
La magia prestigiatoria, che opera attraverso lo stupore indotto nel prossimo mediante l'apparenza e l'impiego di forze superiori, vere o presunte;
La necromanzia, magia oscura che impiega l'evocazione delle anime dei morti;
La magia matematica e la filosofia occulta, che impiega caratteri, formule, simboli, sigilli, numeri sacri;
La magia dei disperati, praticata da coloro che invocano demoni e forze occulte per ottenere ciò che vogliono a prezzo dell'anima;
La teurgia, l'evocazione di demoni o angeli mediante l'utilizzo di simulacri, talismani o altri oggetti sacralizzati, che si fanno veicolo della divinità;
La profezia, che può essere praticata per mezzo di diversi strumenti divinatori.
Infine, vi è la forma più alta di magia, la Magia propriamente detta: la Sapienza. La vera Magia è infatti la perfetta e compiuta conoscenza della realtà e dei nessi materiali e spirituali che ne regolano il divenire.
Tutti i precedenti generi di magia possono essere raccolti in tre principali categorie:
 
La magia divina, che opera mediante le forze spirituali superiori;
La magia fisica, che agisce sugli elementi materiali;
La magia matematica, che liga a sé le forze superiori o inferiori attraverso rituali, parole magiche, sigilli, caratteri e formule sacre.
 
Alle tre categorie di magia corrispondono tre mondi:
 
L'archetipo, il mondo delle forme, concepito da bruno similmente a il mondo delle Idee platonico ma, in tal caso, immanente alla realtà e dominato da amicizia e contesa tra le cose.
il fisico, il mondo materiale, il cui divenire è regolato da fuoco e acqua, intesi come forze elementali in grado di aggregare e disgregare le cose e dalle quali nascono tutti gli elementi.
infine il razionale, il Nous, l'Intelletto universale in cui ad agire sono la luce e tenebra, principi cosmici che incarnano la passività/malleabilità della materia grezza e l'attività/creatività dello spirito creatore.
 
Tre mondi strettamente interconnessi, poiché secondo le parole di Bruno:
 
"Luce e tenebre discendono verso il secondo [il mondo fisico], il primo [l'archetipo] produce il terzo [il razionale] e il terzo [il razionale] attraverso il secondo [il fisico] si specchia nel primo [l'archetipo]" (Giordano Bruno, La magia e le ligature, Mimesis, p. 41).
 
La sofisticata idea di Bruno rielabora in maniera creativa, in chiave panteista, l'altrettanto complessa gerarchia dell'esistenza propria sia della filosofia neoplatonica sia di alcune correnti della filosofia medievale, come quella di Scoto Eriugena. Da Dio al più basso e abietto degli esseri, ogni cosa è collegata. Il vuoto, per Bruno, non esiste; esiste la materia che, seppur separata nello spazio, è unita nello spirito, l'anima mundi, l'intelletto divino che tutto colma e che, come un'invisibile ragnatela, unifica l'intero universo.
Da qui la possibilità, attraverso l'arte magica, di agire sugli oggetti, le persone, le cose, perfino gli spiriti e gli angeli. Il suo segreto risiede nella conoscenza di quelle che Bruno chiama "ligature", le connessioni nascoste tra le cose, i fili invisibili che collegano il tutto e che il mago è in grado di far vibrare a proprio piacimento. 
Tale connessione si dispiega attraverso una scala gerarchica che, simile alla gerarchia neoplatonica, si dispiega dall'Uno/Dio originario che si frammenta creando una molteplicità che, tuttavia, reca in sé l'archetipo primordiale. Ogni aspetto della scala gerarchica non è altro che un frattale della totalità. Come scrive Bruno:

"Per giungere a cose particolari, assioma dei maghi è che in ogni operazione occorre avere sotto gli occhi che Dio influisce sugli Dei, gli Dei sugli astri, che sono numi corporei; gli astri influiscono su demoni, che reggono ed abitano gli astri, i demoni influiscono sugli elementi, gli elementi sui misti, i misti sui sensi, i sensi sull'animo, l'animo sull'intero essere animato; questa è la scala in discesa" (Giordano Bruno, La magia e le ligature, p. 39).

Una gerarchia discendente che, tuttavia, l'anima può risalire, come la scala di Giacobbe che unisce sensibile al sovrasensibile. L'uomo può dunque ascendere, con la conoscenza magica, per ricongiungersi al Dio originario; aprire la propria mente ai segreti del cosmo e tornare, in vita, parte dell'unica mente divina. Sempre citando le parole di Bruno:

"Da Dio vi è così una discesa mediane il mondo all'essere animato, e dall'essere animato v'è un'ascesa mediante il mondo fino a Dio; egli è all'apice della scala, atto puro e potenza attiva, purissima luce, mentre alla radice della scala vi sono materia, tenebre, pura potenza passiva, che dal fondo può divenire ogni cosa, come egli dall'alto può fare ogni cosa" (Giordano Bruno, La magia e le ligature, p. 39-41).

L'infinità possibilità della materia incontra così l'infinita creatività di Dio; si tratta dell'eterno rapporto aristotelico tra materia e forma, laddove quest'ultima plasma ogni cosa che esiste attraverso il "Verbo" ordinatore mentre la prima, proprio perché inerme e informe, permette al Verbo di dar vita all'ordine e a ogni cosa che esiste. In un cosmo siffatto, ogni oggetto è animato dallo spirito divino che permea e vivifica tutte le cose e che genera l'eterno divenire dell'universo. Usando le parole di Bruno:

"Alcuni spiriti abitano corpi umani, altri quelli di altri viventi, alcuni piante, altri pietre e minerali: nulla è del tutto privo di spirito e di intelletto, e da nessuna parte lo spirito attinge l'eterna sede a lui stabilita, ma la materia fluisce dall'uno all'altro spirito e fluisce lo spirito dall'una all'altra materia: questo è il diventar-altro, il mutamento, la passione e infine la corruzione, vale a dire la scissione di determinate parti da altre e l'unificazione con altre; morte altro non è che separazione. Ma spirito alcuno né corpo alcuno vanno in perdizione; v'è solo una perpetua mutazione di aggregazioni e di attuazioni. [...] Ogni cosa brama persistere nel proprio essere e non comprende, o fraintende, uno stato nuovo, diverso dal proprio, poiché v'è una certa ligatura amorosa dell'anima verso il proprio corpo, e, a modo suo, del corpo verso la propria anima" (Giordano Bruno, La magia e le ligature,  Mimesis).
Magia è compiuta e perfetta conoscenza di tale gerarchia e di tale spirito divino, volta trasformare la contemplazione passiva in arte attiva. A fare da collante conoscenza contemplativa e trasmutazione attiva della realtà vi è la Parola, il Verbo.
L'uomo, luogo d'incontro tra le nature dell'universo, possiede la facoltà di ligare a sé le cose mediante l'intelletto e la parola. L'intelletto è in grado di comprendere i legami, palesi o occulti, che connettono ogni parte della gerarchia e il verbo, riflettendo la molteplicità delle realtà, si pone come strumento mediatore in grado di creare, manipolare, legare e slegare la realtà materiale, umana, spirituale a suo piacimento. Mediante il Verbo l'uomo si fa demiurgo della realtà, ma solo nella misura in cui egli è in grado di accedere al vero Verbo, il "pensiero di Dio" soggiacente alla realtà. Come scrive nel De Magia:
 
"Le occulte intelligenze non prestano orecchio o intendimento a ogni idioma: le voci interne alle umane istituzioni non sono intese come le voci naturali. [...] Così non tutte le scritture hanno l'importanza che possiedono quei caratteri che, per taluni aspetti e raffigurazioni, accennano alle cose stesse; di conseguenza esistono certi segni che si rimandano l'un l'altro, che si guardano l'un l'altro, si abbracciano, obbligando all'amore; altri che si oppongono l'un l'altro, scissi verso odio e divorzio, altri ancora spezzati, carenti, rotti a rovina; nodi per ligare, caratteri intesi allo scioglimento. E non possiedono una forma definita e certa, ma ognuno ispirato dal furore o dalla pulsione del suo spirito, esperisce specifiche energie, che non percepirebbe con nessun stile né con eloquio o scrittura elaborati e, in una specie di furia del proprio spirito, designando a se stesso e al nume, quasi fosse presente, la cosa stessa mediante nodi" (Giordano Bruno, La magia e le ligature, Mimesis, p. 49).
 
Per Bruno, caratteri simili erano i geroglifici degli antichi egizi, la cui sacralità e potenza magica derivava dall'essere ispirati dal dio Thot non come semplici segni convenzionali, bensì come sigilli in grado di riflettere l'essenza stessa delle cose, di "ligarle", appunto, come nodi, all'uomo stesso e permettergli così di esercitare su di esse il proprio influsso magico attraverso la volontà.
In Bruno risiede la prima, grande, scoperta della magia intesa come Volontà, idea cardine dei sistemi magici ottocenteschi e novecenteschi di Eliphas Levi, della Golden Dawn e di Crowley.
Uomo, Volontà e Natura divengono un tutt'uno mediante la Parola, il Verbo:
 
"Perciò, imitando gli Egizi, oggi i Maghi, fabbricate immagini, descritti caratteri e cerimonie consistenti in specifici gesti e riti, esprimono i loro voti quasi con determinati cenni, perché vengano intesi, e si tratta di quella lingua degli dei che permane uguale, mentre tutte le altre ogni giorno e mille volte cambiano; eguale come la specie della natura. Per la stessa ragione i numi si rivolgono a noi attraverso visioni, sogni che noi nominiamo enigmi per mancanza di esperienza, ignoranza e incapacità delle nostre facoltà" (Giordano Bruno, La magia e le ligature, Mimesis, p. 49).
 
La potenza magica della parola viene sviscerata nel secondo trattato, il De vinculis, in cui Bruno, per la prima volta nella storia del pensiero, analizza la magia come atto psichico.
Con grande finezza psicologica, Bruno fu il primo ad accorgersi che tale forma di magia permea l'intera realtà, in primis quella dei rapporti umani.
Elencando le diverse ligature, molte sono quelle che riguardano proprio le relazioni interpersonali d'amore, amicizia, odio, potere, servitù e simili. La Bellezza, ad esempio, seppur nella sua molteplicità, viene individuata come una delle ligature più potenti, in grado di influire in maniera sottile sull'anima degli uomini, di legarla a sé e trasmutare così la loro psiche. Un mirabile esempio di questa sottile operazione è la capacità degli artisti di stupire l'uomo con le loro opere, in grado di surclassare in stupore finanche le opere ancor maggiori della natura:
 
"Liga con arte l'artefice: il bello dell'artefice è arte. Stupito e sconcertato guarderà il bello delle cose di natura e d'arte chi quasi non scorga e ammiri l'ingegno che tutte le ha effettuate. A lui le stelle non raccontano la gloria di Dio; e così non Dio, ma ciò che da Dio proviene, con anima da bestia bacerà" (Giordano Bruno, La magia e le ligature, Mimesis, p. 97).
 
Quante capita di ammirare con stupore e ammirazione un quadro e di ignorare, invece, la bellezza ancor maggior di un cielo stellato? In tal caso, l'artista ha effettuato una vera e propria opera magica, influendo sulla psiche dell'osservatore attraverso la Bellezza, incarnata nei suoi dipinti che, in tal caso, divengono dei veri e propri sigilli magici in grado di ligare a sé l'anima umana. Perciò insieme al Bello, Odio e Amore sono considerate, fin dai tempi di Empedocle, le forze magiche ataviche della natura, poiché anche una sola goccia d'odio o d'amore sconvolge gli equilibri sussistenti, aggrega o dissolve quanto è disgiunto o unito, tanto nella materia quanto nella mente e nello spirito.
Nell'uomo, la porta privilegiata attraverso la quale agiscono le molteplici ligature sono i sensi e ognuno di essi possiede la sua chiave di accesso. Come scrive Bruno:
 
"Le porte per cui si scagliano le ligature sono i sensi, massimo e più degno dei quali è la vista; più idonei possono essere i rimanenti per la varietà degli oggetti e delle loro possibilità: il tatto è ligato dalla plasticità della carne, l'udito dalle sfumature della voce, l'olfatto dal respiro soave, l'animo dall'adeguatezza dei costumi, l'intelletto dall'evidenza delle dimostrazioni. Ligature diverse penetrano per diverse finestre e sono più efficaci nell'uno che nell'altro" (Giordano Bruno, La magia e le ligature, p. 137).
 
Il mago più sapiente, e dunque più pericoloso, è colui in grado di riconoscere la porta psicologica più debole da varcare attraverso la giusta chiave per ligare a sé l'oggetto del suo atto magico. Sempre citando le parole di Bruno:
 
"Tanti sono i generi e le diversità del belo, tanti, si intende,. sono i generi e le diversità delle ligature. Tali differenze non paiono minori di quante siano le cose precipue [...]. Chi ha fame è ligato dal cibo, chi ha sete dal bere, da Venere chi è gonfio di seme; costui dai sensi, colui dall'intelligenza; dal naturale l'uno, dall'artificiale l'altro; dalle astrazioni il matematico, dalle cose concrete il pratico  [...] sono ligature diverse per ogni diverso di qualsiasi genere; peraltro, non ogni ligatura reca con sé eguale virtù" (Giordano Bruno, La magia e le ligature, Mimesis, p. 137).

In conclusione, il De Magia e il De Vinculis sono due trattati sorprendenti, in grado di svelare i meccanismi psicologici soggiacenti, ancora oggi, al pensiero e all'azione dell'uomo. Per fare un esempio, leggendo i passi in cui Bruno parla della "brama materiale e sessuale" come una delle ligature più potenti, sembra di vedere descritti gli abili pubblicitari dei tempi odierni che fanno leva proprio sulla sessualità per legare gli spettatori agli oggetti pubblicizzati, instillando nella mente desideri inconsci che agiscono proprio come sortilegi magici.
Ma le due opere di Bruno sono anche uno squarcio sui segreti più reconditi del cosmo e sulle forze occulte che regolano il perpetuo divenire delle cose; un dipinto teorico in grado di ammaliare con la sua Bellezza e, sempre per rimanere in tema, di ligare a sé il lettore con la sua mirabile descrizione dell'universo.
 
Giordano Bruno, La magia e le ligature, Mimesis Edizioni.
 
Daniele Palmieri

domenica 14 ottobre 2018

Calvino: Il castello dei destini incrociati. Le infinite storie nei Tarocchi

"In mezzo a un fitto bosco, un castello dava rifugio a quanti la notte aveva sorpreso in viaggio".
Il castello dei destini incrociati di Italo Calvino comincia evocando i più grandi archetipi delle fiabe: il bosco, il castello, la notte, il viaggio; eppure, Il castello dei destini incrociati non è una fiaba come le altre. Essa attinge a un universo simbolico ancora più antico della parola scritta, poiché l'intera narrazione ruota attorno alle immagini: le potenti ed espressive immagini dei Tarocchi.
Ho già dedicato all'argomento una serie di articoli, che mostrano le molteplici prospettive e interpretazioni che ruotano attorno alle misteriose lamine simboliche; la visione occultistica di Ouspensky e Court de Gebelin, la prospettiva cartomantica di Andrea Pellegrino e, infine, un mio contributo personale sulla storia del tarocco e su come scegliere il proprio mazzo.
Con Il castello dei destini incrociati di Calvino si rivela una nuova prospettiva: quella letteraria; il Tarocco come libro della vita, fonte d'ispirazione inesauribile di storie, racconti, fiabe, intrecci. 
Il libro raccoglie due novelle, Il castello dei destini incrociati e La taverna dei destini incrociati, che ruotano attorno al medesimo espediente narrativo: i protagonisti, ritrovatisi in un castello, nel primo caso, e in una taverna, nel secondo, hanno misteriosamente perso l'uso della parola e sono costretti a narrare le loro storie con le 78 carte del mazzo di tarocchi; il mazzo dei Visconti ne Il castello dei destini incrociati e il mazzo marsigliese ne La taverna dei destini incrociati. Grazie alla poderosa forza espressiva dei Tarocchi, il risultato è un intreccio di storie "archetipiche", che affondano le loro radici nei simboli più profondi dell'inconscio umano, e che narrano le gesta, le avventure e le disavventure di cavalieri, principesse, déi e dee, giovani e anziani, ladri e mercanti, contadini, re e regine, imperatori e imperatrici, papi, sacerdotesse, satiri e matti, in un vortice di narrazioni, intricato e intricante come i folti rami delle foreste (che spesso ritornano, nella narrazione di Calvino, nelle figure delle carte di bastoni). Addentrarsi in tali racconti in una recensione ne sminuirebbe la potenza narrativa e soltanto la lettura del testo originale, accostata al mazzo di tarocchi per aumentarne la forza espressiva, consentirà al lettore di immergersi nel variegato universo simbolico evocato dal Calvino che, alla stregua di un medium, è stato in grado di farsi veicolo delle storie raccontate delle carte. 
Per questo in tale recensione mi soffermerò soprattutto sul metodo utilizzato dall'autore per "farsi da tramite" delle storie narrate.
La nascita di questo "meccanismo narrativo" è raccontata da Calvino nella nota introduttiva alle due novelle, che mostra molte affinità con le idee di Ouspensky sul tarocco come "macchina filosofica generatrice di significati" e che, seppure nella sua brevità, è uno dei testi più importanti per imparare a sviscerare i significati nascosti al di là delle immagini attraverso l'uso, allo stesso tempo, dell'immaginazione e della logica.
L'introduzione al testo svela infatti il principale meccanismo dietro la lettura dei tarocchi. Calvino racconta come l'idea, semplice dal punto di vista concettuale, di narrare le storie a partire dall'accostamento casuale di carte, si sia rivelata, agli effetti pratici, estremamente ostica:

"Passavo giornate a scomporre e ricomporre il mio puzzle, escogitavo nuove regole del gioco, tracciavo centinaia di schemi, a quadrato, a rombo, a stella, ma sempre c'erano carte essenziali che restavano fuori e carte superflue che finivano in mezzo, e gli schemi diventavano così complicati [...] che mi ci perdevo io stesso. Per uscire dall'impasse lasciavo perdere gli schemi e mi rimettevo a scrivere le storie che già avevano preso forma, senza preoccuparmi se avrebbero o no trovato un posto nella rete delle altre storie, ma sentivo che il gioco aveva senso solo se impostato secondo certe regole ferree; ci voleva una necessità generale di costruzione che condizionasse l'incastro d'ogni storia nelle altre, se no tutto era gratuito" (Calvino, Il castello dei destini incrociati, Mondadori).

I racconti nascono dalla convivenza e dal conflitto tra schema e libertà, logica e immaginazione, rigore e anarchia; questo perché l'universo simbolico, non solo nei tarocchi ma in tutta la sua estensione, vive di regole proprie, che si trovano in una terra di confine tra questi due mondi. I simboli, infatti, non sono esclusivamente arbitrari e soggettivi, possedendo un substrato comune e archetipico, ma nemmeno rigorosi e oggettivi, manifestandosi in forme differenti in base al soggetto e alla cultura di riferimento ed essendo mutevoli per loro stessa natura.
I Tarocchi sono la macchina filosofica ideale per portare alla luce tale conflitto tra oggettività e soggettività, soprattutto quando, stesi di fronte ai nostri occhi, si cerca di leggere in essi una storia, sia essa una storia passata, presente o futura, vera o fittizia; il rigore della narrazione logica deve trovarsi a convivere con la caoticità dell'estrazione delle carte e con la mutevolezza dei significati simbolici, che variano continuamente in base ai diversi accostamenti.
Calvino è magistrale nel descrivere questa mutevolezza di significati in base al contesto e dimostra, con la sua narrazione letteraria, come la medesima stesa possa raccontare una storia con certi protagonisti, se letta da un lato, e un racconto totalmente diverso, con altri protagonisti, se letta dal lato contrario. 
Non sorprende che, in questo perpetuo mutare, il narratore stesso si trovi presto spaesato, in balìa dei suoi stessi racconti, che lo ingarbugliano in un vero e proprio labirinto di simboli e di storie. Come scrive Calvino:

"A più riprese, a intervalli più o meno lunghi, in questi ultimi anni, mi cacciavo in questo labirinto che subito m'assorbiva completamente. Stavo diventando matto? Era l'influsso maligno di queste figure misteriose che non si lasciavano manipolare impunemente? O era la vertigine dei grandi numeri che si sprigiona da tutte le operazioni combinatorie? Di colpo decidevo di rinunciare, piantare lì tutto e dedicarmi ad altro [...]. Passava qualche mese, magari un anno intero, senza che ci pensassi più; e tutt'a un tratto mi balenava l'idea che potevo ritentare in un altro modo, più semplice, più rapido, di riuscita sicura. Ricominciavo a comporre schemi, a correggerli, a complicarli; m'impelagavo di nuovo in queste sabbie mobili, mi chiudevo in un'ossessione maniaca" (Calvino, Il castello dei destini incrociati, Mondadori).

Una descrizione che sembra riecheggiare la condizione di uno dei protagonisti delle storie nate dal mazzo dei Visconti, che dopo essersi smarrito in una foresta e aver approfittato dell'amore di una fanciulla, scopre di aver profanato la dea Cibele e si trova così riassorbito nella follia, nell'oscurità, nel mistero, nell'unità indifferenziata del bosco:

"Sappi che nella persona della fanciulla tu hai offeso (cos'altro poteva avergli detto, la papessa, per provocare in lui quella smorfia di terrore?) tu hai offeso Cibele, la dea a cui è sacro questo bosco. Ora sei caduto in mano nostra. [...] Ora il bosco ti avrà. Il bosco è perdita di sé, mescolanza. Per unirti a noi devi perderti, strappare gli attributi di te stesso, smembrarti, trasformarti nell'indifferenziato, unirti allo stuolo delle Ménadi che corre urlando nel bosco" (Calvino, Il castello dei destini incrociati, Mondadori, p. 15).

I Tarocchi sono un bosco, un bosco che ti assorbe nel suo intrico di simboli; in essi è contenuta ogni storia, anche la tua, che resta indifferenziata tra le decine di migliaia di combinazioni possibili finché una libera necessità non la riporta alla luce. Nel momento in cui cerchiamo di leggere le carte alla ricerca della nostra storia, ecco che presto ci perdiamo tra gli innumerevoli sentieri di questo labirinto boschivo, fatto di immagini, simboli e mistero, che presto prende possesso della nostra ragione trascinandoci in un vortice dal quale è difficile uscirne "sani di mente". Questo è il grande insegnamento letterario de Il castello dei destini incrociati di Calvino; questo è il grande segreto dei Tarocchi.

Italo Calvino, Il castello dei destini incrociati, Mondadori

Daniele Palmieri


domenica 7 ottobre 2018

Pratiche di contemplazione. L'arte della meditazione occidentale


Negli ultimi due secoli stiamo assistendo a un diffondersi sempre crescente di pratiche di vita e di meditazione Orientali. Si tratta di una rivoluzione culturale senza precedenti; mai come in questi secoli vi è stata una “orientalizzazione” della cultura spirituale occidentale, e fioccano in ogni dove maestri di yoga, guru e santoni. Se da un lato questa riscoperta dell’Oriente ha ampliato gli orizzonti culturali dell’uomo occidentale, dall’altro gli sta facendo dimenticare le sue origini, e, soprattutto nel mondo di spirituale, vi è una sorta di sospetto e sottovalutazione nei confronti della grande tradizione occidentale, quasi non avesse più nulla da trasmettere all’uomo contemporaneo.
Eppure, l’Occidente ha prodotto una delle più elevate pratiche di meditazione, che nulla ha da invidiare nei confronti delle pratiche meditative orientali: la contemplazione. E, come la meditazione orientale, anche la contemplazione ha assunto diverse forme.
Per millenni la contemplazione fu la pratica meditativa privilegiata di filosofi, religiosi, mistici e, come la meditazione orientale, assunse diverse forme in base alla corrente di pensiero, ma rimase salda nel proprio ruolo di fondo: elevare la coscienza dell’uomo, ricondurlo alla fonte stessa della vita, dando significato alla sua esistenza e facendogli vivere profonde dimensioni di significato. Queste pratiche di contemplazione erano volte tanto all’interno quanto all’esterno, e sono in grado di coinvolgere ogni aspetto della vita dell’uomo: dalla più semplice quotidianità alla più elevata estasi mistica, dai livelli animici inferiori a quelli superiori.
Ma che cos’è, di preciso, la contemplazione? Questa parola è, infatti, ormai desueta, e ad essa è subentrato con preponderanza il termine “meditazione”. Benché contemplazione e meditazione siano affini, vi è una lieve sfumatura di significato che rende la contemplazione una pratica leggermente diversa dalla meditazione.
Contemplare è una parola latina, che deriva dal composto “cum” e “templum”, letteralmente: per mezzo del templum, che nell’antichità denotava uno spazio del cielo che l’augure circoscriveva con il proprio liuto, e verso il quale volgeva lo sguardo per osservare il volo degli uccelli, dal quale trarre i propri auspici. Metaforicamente, il termine “contemplare” assunse poi il significato più generale di volgere lo sguardo e il pensiero verso il cielo o, in generale, verso ciò che suscita meraviglia, con lo stesso sentimento sacro che muoveva gli aruspici che studiavano il volo degli uccelli.
Il verbo “meditare” deriva dal latino “meditari”, che a sua volta affonda le sue radici nel verbo “mederi”, “curare”. Il termine “meditazione” nasce, dunque, in occidente, con il significato di “prendersi cura” dei pensieri interiori, e molteplici erano le pratiche volte a prendersi cura dell’interiorità, del tutto affini alle pratiche che ora si cerca soltanto nel mondo orientale.
Tutt’altra etimologia ha, invece, il termine “yòga”, che in sanscrito significa “unione, congiunzione” dell’uomo con il divino.
Si noti come il termine latino “meditazione”, con cui si indicano le pratiche orientali tra cui, appunto, lo yòga, abbia veicolato la concezione occidentale del “prendersi cura” del proprio corpo e dei propri pensieri, quando lo yòga è invece una pratica che riportando l’uomo al divino lo allontana dal proprio corpo e dai propri pensieri. Ciò testimonia una metamorfosi avvenuta tra cultura orientale e cultura occidentale, in cui il termine “yòga” ha veicolato il contenuto di pratiche già esistenti in occidente, mantenendo però l’aspetto di pratiche orientali, confezionate per imitazione, ad uso e consumo dei fruitori. Anche l’occidente ha sviluppato pratiche contemplative volte al divino, insieme a pratiche in grado di coinvolgere ogni aspetto dell’esistenza, dalla semplice vita quotidiana fino all’estasi mistica più elevata.
Tramite la contemplazione, si giunge a una conoscenza vissuta e spirituale del mondo, tanto interiore quanto esteriore, imparando “semplicemente” a guardare, circoscrivendo tale realtà come facevano gli aruspici con i loro liuti. Una circoscrizione che, paradossalmente, non è limitante, ma permette di ampliare lo sguardo scoprendo una realtà più profonda e universale, focalizzando la propria vista.
Come mai l’uomo dovrebbe dedicarsi alla contemplazione? Non solo per il benessere psicofisico, come spesso vengono sminuite le pratiche meditative. Certo ritorna anche tale aspetto, non è l’unico e non è secondario, ma è pur sempre il riflesso di un’esigenza più profonda, che affonda le radici nell’essenza stessa dell’anima umana. La contemplazione è infatti l’attività più elevata a cui un uomo possa aspirare, e il nesso tra anima e contemplazione è così inscindibile che non è possibile parlare dell’una senza descrivere l’altra, e viceversa.

Pratiche di contemplazione. L'arte della meditazione occidentale, Daniele Palmieri, Nero d'inchiostro (Youcanprint), disponibile su tutti gli store online oppure scrivendo all'indirizzo nerodinchiostro94@gmail.com

Daniele Palmieri

martedì 25 settembre 2018

William James: le energie dell'uomo. Come risvegliare le forze nascoste del "secondo vento"

L'uomo possiede fonti di energia latenti, che ignora di possedere, poiché spesso si sprigionano solo in condizioni estreme, quando crede di aver esaurito le proprie riserve.
William James, psicologo americano vissuto a cavallo tra XIX e XX secolo, coniò l'espressione "secondo vento" per riferirsi a tale misterioso fenomeno, a cui dedicò una serie di studi che confluirono in una breve conferenza intitolata: Le energie dell'uomo. Questo scritto è stato per molto tempo introvabile in Italia, ma è ora tornato disponibile in una nuova edizione che comprende sia il testo di James, da me tradotto, sia un mio breve saggio che ne sviluppa le prospettive, intitolato: I poteri latenti dell'anima.
Tornando al testo di  James, Le energie dell'uomo è un breve ma intenso saggio che si focalizza sul fenomeno del cosiddetto "secondo vento"; il risveglio di energie latenti che, come anticipato, si manifesta proprio quando crediamo di aver esaurito tutte le forze.
Pur non definendo mai con precisione i termini "secondo vento" e "energia", James ne descrive la natura con un paragone tratto dal mondo scientifico, che rende bene l'idea delle forze in gioco. Nel mondo dell'alimentazione, si parla di "equilibrio nutritivo" quando la quantità di calorie quotidiane ingerita è uguale a quella delle calorie consumate; come si altera questo equilibrio?  Semplice, variando la quantità o di calorie ingerite o di calorie consumate. Nel primo caso, si ha un aumento di peso, nel secondo una diminuzione. Tuttavia, sia l'aumento di peso sia la diminuzione hanno una soglia che non viene superata se il numero di calorie ingerite "in più" o "in meno" rimane costante. 
A un certo punto, il fisico si adatta a tale condizione e raggiunge un nuovo equilibrio nutritivo; non si sale né si scende di peso, si rimane costanti. Lo stesso dicasi della quantità di "energia vitale" che scorre nel nostro corpo; a tutti sarà capitato di oscillare tra la fiacchezza e la piena vitalità, oppure di trovarsi in una situazione mediana tra le due. Giorni in cui sentiamo di poter conquistare il mondo e altri in cui, invece, riusciamo a fatica ad alzarci dal letto. Come nel caso della nutrizione, si può qui parlare di "equilibrio energetico"; ciascuno di noi possiede un budget di energia giornaliero, che subisce alti e bassi, che viene rifocillato dal riposo e che ci consente di compiere una certa quantità di sforzi intellettuali e fisici. Ma cosa succede se iniziamo a sbilanciare tale equilibrio energetico e, come con l'equilibrio nutritivo, lo sottoponiamo a sforzi che vanno al di là dell'ordinario, diminuendo e incrementando la nostra energia? 
Anche nel caso dell'equilibrio energetico, dopo un preliminare periodo di adattamento, il fisico è in grado di raggiungere un nuovo equilibrio che prescinde dalla quantità di sforzo compiuto. Così come il corpo non aumenta né diminuisce di peso una volta abituatosi al nuovo ammontare di calorie ingerite, allo stesso modo non si sente più stanco o affaticato quando si è abituato al nuovo ammontare di sforzo, quasi fosse stato in grado di compiere un "salto energetico". 
Si pensi all'attività sportiva, come una semplice corsa; quando si ricomincia a correre dopo molto tempo, bastano dieci minuti per sentirsi a terra e svuotati di ogni energia. Ma, con il tempo e l'allenamento, presto quei dieci minuti diventano di routine ed è possibile terminare la corsa senza sentirsi spossati. In tal caso, è avvenuto un vero e proprio "salto energetico"; il corpo ha raggiunto un nuovo equilibrio ed è in grado di sostenere lo sforzo senza problemi. Iil meccanismo è il medesimo per qualsiasi forma di fatica, sia essa fisica o mentale.
A partire da questi presupposti, le domande di James sono: come è possibile incrementare il nostro budget energetico giornaliero in modo da dare il meglio senza sentirsi affaticati e spossati? E, soprattutto, fino a che punto possiamo spingere lo sforzo?
Per quanto riguarda la prima domanda, il segreto risiede nel superare l'ostacolo della fatica. Un meccanismo fisiologico ci porta a fermarci non appena si manifestano i primi sentori della fatica; nel caso della corsa, ad esempio, sono il fiatone, il dolore alla milza, il male alle gambe che subito ci suggeriscono che siamo arrivati al nostro punto limite e, appena insorgono, siamo portati a fermarci. Tuttavia, dice James, è proprio superando tale ostacolo che si accede al livello energetico successivo; se, giunti al decimo minuto di corsa, siamo in grado di resistere fino al tredicesimo, nella corsa successiva saremo in grado di arrivare, quasi senza problemi, al quindicesimo, proprio perché il nostro fisico inizia ad adattarsi allo sforzo e a produrre le energie necessarie per superare l'ostacolo della fatica. 
Per quanto riguarda la seconda domanda, fulcro della conferenza di James, un fenomeno del tutto peculiare si verifica quando portiamo all'estremo limite la resistenza al dolore della fatica. Cosa succede se, anziché prolungare la corsa di due minuti, tentiamo di prolungarla di un'ora, o anche di due? 
Inizialmente si precipiterà verso un "baratro" di esaurimento energetico; il dolore e la fatica sembreranno sempre più grandi e insostenibili. Tuttavia, proprio quando ci si sente giunti al capolinea energetico, ecco che si manifesta un fenomeno peculiare: da morti, rinasciamo, colmati di nuova energia, quasi il fisico e la mente avessero attinto a energie nascoste, latenti nell'animo umano, preservate proprio per le situazioni limite. 
Un fenomeno misterioso, ma tangibile e concreto, che affonda le sue radici nel nostro passato biologico, nella lotta per la sopravvivenza che siamo stati costretti ad affrontare per migliaia di anni. 
Si tratta delle medesime forze ataviche di cui parla Ossendowski in Bestie, Uomini, Dèi nel racconto della sua sopravvivenza tra i boschi. Forze primordiali di cui nella vita quotidiana odierna non abbiamo bisogno, e che rimangono dunque nascoste in una sede sotterranea di cui ignoriamo l'esistenza, ma che si sprigionano nelle situazioni limite proprio perché tali situazioni sono il loro "momento"; situazioni in cui si lotta tra la vita e la morte, ed è dunque fondamentale per il nostro corpo e la nostra mente essere al pieno delle loro facoltà e delle loro energie.
Ed è per questo che oltre al "secondo vento", dice James, potrebbero esisterne anche un terzo e un quarto, livelli energetici sempre più profondi che risvegliano facoltà latenti. Seppure non sia possibile attingere ogni giorno a queste forze, ciò non toglie che, nella vita ordinaria, non viviamo al massimo delle nostre facoltà e possiamo educare il nostro corpo e la nostra mente ad andare oltre i limiti ordinari che noi stessi ci imponiamo.

"Certamente ci sono dei limiti" dice James, "gli alberi non crescono fino al cielo. Ma rimane il fatto che l'uomo possiede un ammontare di risorse che soltanto pochi, eccezionali, individui sono in grado di sfruttare fino all'estremo. Ma questi stessi individui, sforzando le loro energie fino all'estremo limite, nella maggior parte dei casi tengono il passo giorno dopo giorno [...] la loro velocità più alta di energizzazione non li debilita; l'organismo si equilibra da sé e come il tasso di fatica aumenta, aumenta corrispettivamente il tasso di recupero" (William James, Le energie dell'uomo, a cura di Daniele Palmieri, Youcanprint, p. 9).

La cosa interessante, sottolinea James, è che il tempo di recupero delle persone in grado di vivere al tasso più elevato di energie non è diverso da quello di coloro che vivono, invece, a un livello inferiore rispetto a quello delle proprie possibilità. Tanto all'uomo più ozioso quanto a quello più attivo bastano otto ore di sonno giornaliero per riprendere le proprie forze, con la differenza che il primo, durante la giornata,avrà un tasso energetico decisamente inferiore rispetto a quello del secondo, e sarà dunque molto meno attivo e produttivo e, probabilmente, arriverà più stanco a fine giornata.
Come è possibile tenere questo ritmo di passo più veloce? Partendo da un'analisi empirica, James porta diversi esempi concreti tratti dai campi più disparati; le esperienze limite di un generale in battaglia, l'energia data dai giuramenti rispettati, la forza mentale che è possibile conquistare con le pratiche di meditazione, la resistenza incrollabile data dalla fede, che permise a molti uomini di resistere alle torture e al martirio. In ogni caso citato, il fulcro risiede in un punto di contatto psicofisico tra il corpo e la mente: sembra che per attingere alle energie latenti del secondo vento si debba raggiungere un punto limite di sforzo e fatica, ma mantenendo sempre attenta e costante la concentrazione, fino a far scattare una scintilla che ci infervora e ci fa rivivere. Ruolo fondamentale è giocato dall'ideale; sia il soldato in battaglia, sia il fedele religioso, sia l'adepto allo yoga, sia l'uomo che ha compiuto un giuramento e che è deciso fino all'ultimo di rispettarlo, tutti coloro sono spinti da un ideale astratto, mentale, che tuttavia è in grado avere una grande influenza sul corpo e che permette di accedere al pozzo delle energie primordiali e latenti.
La domanda: fin dove possiamo spingerci nello sviluppo delle nostre energie? Rimane, per James, insoluta; è chiaro, tuttavia, a fronte delle diverse esperienze citate in precedenza, che le strade percorribili sono molteplici.

"Abbiamo bisogno di una topografia dei limiti del potere umano" scrive a conclusione del testo, "simile alle carte che gli oculisti usano nel campo della visione umana. Abbiamo bisogno, inoltre, di uno studio dei diversi tipi d'uomo in riferimento alle differenti vie attraverso le quali le loro riserve di energie possano essere attinte o perdute" (William James, Le energie dell'uomo, a cura di Daniele Palmieri, Youcanprint, p. 50).

E sono proprio queste strade che analizzo ne I poteri latenti dell'anima, in cui cerco di sviluppare i presupposti teorici ed empirici dell'opera di James e che trovate nella nuova edizione del testo, disponibile su IBS e su tutti gli store online:https://www.ibs.it/energie-dell-uomo-poteri-latenti-libro-vari/e/9788827837801 oppure scrivendomi all'indirizzo: nerodinchiostro94@gmail.com

William James, Le energie dell'uomo - Daniele Palmieri, I poteri latenti dell'anima, Youcanprint

Daniele Palmieri