martedì 7 aprile 2020

Il tempo sacro, il tempo profano e la fine dei tempi in Jacopo di Varazze

I dannati, Francesco e Bernardino Carminati
Una delle profonde consapevolezze che ha sempre accompagnato l'uomo dalla sua comparsa sulla Terra è l'ineluttabilità della sua scomparsa.
Nella mitologia classica non solo la fine dei tempi è già stata scritta, ma essa è già avvenuta e si riproporrà nuovamente, nell'eterno dell'avvicendarsi delle ere cosmiche. Questa la visione di Esiodo, poi assimilata anche dalla filosofia di Aristotele per il quale la storia umana è un perpetuo rinascere dalle ceneri e dai detriti lasciati dai grandi cataclismi, in seguito ai quali i racconti dei pochi superstiti assurgono a mito.
Con l'avvento del cristianesimo nacque nell'uomo una nuova promessa: quella dell'Apocalisse finale. La Rivelazione (questo il significato letterale del termine Apocalisse) porrà fine al perpetuo ciclo di nascita e decadimento del cosmo e instaurerà il regno dei cieli, l'eterna età dell'oro. L'Apocalisse stessa conclude il lungo libro sacro in maniera circolare, restituendo all'uomo l'immagine dell'Albero della Vita perduto quando Adamo ed Eva scelsero l'Albero della Conoscenza del Bene e del Male.
Il Medioevo visse fasi in cui la promessa dell'Apocalisse divenne una vera e propria ossessione. Alcune anime inquiete, come Rodolfo il Glabro, andavano alla perpetua ricerca di segni, simboli, sconvolgimenti politici e culturali, cataclismi e presagi che potessero suggerire la prossima fine dei giorni. Molte furono le sette "eretiche" la cui dottrina e il cui comportamento era interamente volto alla redenzione in vista del Giudizio Finale, che poteva verificarsi da un giorno all'altro, e anche all'interno della Dottrina Cattolica vi furono molteplici esegeti della Fine dei Tempi.
Uno dei compendi più chiari, sintetici ma allo stesso tempo poetici della fine dei giorni è contenuto nella Leggenda Aurea di Jacopo di Varazze.
Jacopo di Varazze, nato nel 1228, fu un frate predicatore dell'ordine di San Domenico e fu noto, già in vita, per la sua vasta erudizione, che lo porterà a scrivere una delle opere cardine dell'immaginario simbolico medievale: la Leggenda Aurea. Il testo è un lungo compendio di biografie di santi, dalla predicazione di Gesù ai suoi giorni, ma lungi dall'essere una sterile opera storica o una mera raccolta di agiografie, la Leggenda Aurea è un vero e proprio crogiuolo di miti e leggende, in cui il messaggio cristiano si fonde al vivo, dinamico e immaginifico folklore dell'Europa Medievale. Angeli, Demoni, Spiriti, Draghi, viaggi, mostri, santi, peccatori, mercanti e predicatori, apparizioni misteriose, miracoli - il mondo di Jacopo di Varazze fonde tutti questi elementi creando un universo simbolico dalla simbologia fiabesca e dalla profondità archetipica.
L'opera si apre con una lunga introduzione, in cui viene compendiata la concezione del tempo secondo la dottrina cristiana. Essa solo in apparenza può apparire slegata dalle successive biografie; difatti, tutti i fenomeni fiabeschi, sacri e miracolosi citati in precedenza non possono che manifestarsi se non all'interno di uno spazio e di un tempo aperti alla dimensione simbolica delle immagini e delle visioni interiori, in cui ciò che conta non è l'esperienza quotidiana, razionale e logica della vita, ma come gli eventi materiali vengono trasfigurati dall'inconscio in simboli, segni, presagi.
In questa dimensione sacra, il tempo è scandito non dalle lancette dell'orologio, ma dalle fasi cosmiche vissute dall'anima dell'uomo.
"Tutta la storia dell'umanità" scrive l'autore "si divide in quattro epoche: il tempo dell'errore, il tempo del rinnovamento, il tempo della riconciliazione e il tempo del pellegrinaggio" (Jacopo di Varazze, Leggenda Aurea, Libreria Editrice Fiorentina, p. 1).
Il tempo dell'errore va dalla creazione di Adamo alla nascita di Mosé e coincide con la Pasqua, ed è legato al primigenio peccato di Adamo, per colpa del quale l'uomo perso il contatto con il divino, cadendo dalla dimensione sacra al tempo profano.
Il tempo del rinnovamento comprende le epoche tra Mosé e la nascita di Cristo e rappresenta il primo tentativo, da parte dell'uomo, di recuperare il tempo divino.
Il tempo della riconciliazione è l'epoca cosmica inaugurata dal messaggio di Cristo, in cui Dio si è reincarnato sulla terra acquisendo e morendo in un corpo mortale affinché l'uomo potesse rinnovarsi e recuperare il corpo immortale.
Il tempo del pellegrinaggio è l'epoca presente, ancora in corso, "nella quale siamo sempre come pellegrini in battaglia: la Chiesa rappresenta questo periodo dall'ottava di Pentecoste fino all'avvento per cui si leggono i libri dei Re e i Maccabei nei quali risuona il rumore di molteplici lotte a significazione delle nostre battaglie spirituali" (Jacopo di Varazze, Leggenda Aurea, Libreria Editrice Fiorentina, p. 2).
Il medesimo ciclo cosmico si riflette in tutte le manifestazioni dello scorrere del tempo "Secondo le stagioni, come l'inverno corrisponde al primo periodo, la primavera corrisponde al secondo, l'estate al terzo, l'autunno al quarto. Poi, secondo le quattro parti del giorno come la notte corrisponde al primo periodo, la mattina corrisponde al secondo, il mezzogiorno al terzo, il vespro al quarto [...]. Seguendo l'ordine liturgico prima trattiamo le festività celebrate nel tempo del rinnovamento; poi quelle che si trovano nel tempro compreso fra la nascita di nostro Signore e la Settuagesima; seguono le solennità che sono celebrate nel tempo dell'errore, quelle del tempo della riconciliazione, quelle nel tempo del pellegrinaggio" (Jacopo di Varazze, Leggenda Aurea, Libreria Editrice Fiorentina, p. 2).
A compimento dei tempi giungerà l'ultima rivelazione di Cristo, che riconsegnerà all'uomo la vita eterna, portando fine al suo perpetuo pellegrinaggio iniziato dalla cacciata dal Giardino dell'Eden e, da allora, mai fermatosi.
Trattandosi di uno sconvolgimento cosmico, la fine dei tempi non avverrà nel silenzio ma si verificheranno grandi sconvolgimenti sociali, materiali, simbolici. Nella Leggenda Aurea, Jacopo di Varazze elenca quali sono i fatti che si verificheranno durante questo secondo avvento.
I primi segni che lo anticiperanno saranno "segni terribili", grandi sconvolgimenti che ribalteranno ogni ordine costituito, sia materiale sia spirituale, che Jacopo di Varazze descrive con parole degne dell'orrore cosmico lovecraftiano: "Nel primo giorno il mare si alzerà a quaranta cubiti sopra l'altezza dei monti ergendosi sulla sua superficie come un muro. Nel secondo discenderà tanto che a pena lo si potrà vedere. Il terzo giorno le belve marine apparendo sui flutti alzeranno ruggiti fino al cielo: solo Dio comprenderà il loro ruggito. Nel quarto giorno il mare arderà. Nel quinto gli alberi e le erbe stilleranno una rugiada di sangue. In questo stesso quinto giorno [...] gli uccelli del cielo si riuniranno nei campi ed ogni essere vivente non gusterà né cibo né bevanda ma aspetterà atterrito l'avvento del Giudice. Nel sesto giorno gli edifici crolleranno. In questo stesso sesto giorno si dice che fiumi di fuoco sorgeranno da occidente dilagando nel firmamento fino a oriente. Nel settimo giorno tutte le pietre si spaccheranno in quattro parti ed ogni parte cozzerà contro l'altra e l'uomo non conoscerà il rumore che esse produrranno, ma soltanto Dio. Nell'ottavo giorno un terremoto scuoterà tutte le terre e sarà così forte che gli uomini e gli animali cadranno a terra. Nel nono giorno la terra diverrà una sterminata pianura perché monti e colline si disferanno in polvere. Nel decimo giorno gli uomini usciranno fuori dalle caverne ed erreranno pazzi e muti. Nell'undicesimo giorno risorgeranno le ossa dei morti e staranno sopra ai sepolcri. I sepolcri si apriranno dall'alba al tramonto del sole perché tutti i morti possano uscire. Nel dodicesimo giorno cadranno le stelle. Nel tredicesimo giorno i viventi morranno per risorgere coi morti. Nel quattordicesimo arderanno il cielo e la terra. Nel quindicesimo ci sarà un nuovo cielo e una nuova terra e tutti risorgeranno" (Jacopo di Varazze, Leggenda Aurea, Libreria Editrice Fiorentina, pp. 6-7).
Durante questi sconvolgimento, l'Anticristo errerà per il mondo elargendo doni fallaci, soggiogando le genti ora con il terrore ora con false promesse, tentando di mietere il maggior numero di anime possibili prima che si instauri il regno dei cieli. Poi avverrà il Giudizio Universale, inaugurato quando un Giudice scenderà nella valle di Josafat suddividendo buoni e malvagi rispettivamente alla sua destra e alla sua sinistra. "Egli apparirà altissimo onde tutti lo possano vedere" (Jacopo di Varazze, Leggenda Aurea, Libreria Editrice Fiorentina, p. 7).
A questo punto, per opera del Giudice, inizierà la scrematura delle anime, in un terrificante processo cosmico in cui ogni uomo dovrà rendere partecipe tutta l'umanità tanto di pregi e difetti, virtù e vizi, peccati e buone azioni. Non ci sarà possibilità di fuggire, né di ritrattare quanto detto o fatto e le due schiere di buoni e malvagi verranno a loro volta suddivise in due gruppi, riflesso delle loro colpe e del loro grado di santità. I più malvagi verranno giudicati e condannati, mentre a coloro che si saranno macchiati di peccati relativamente minori verrà evitato il giudizio, ma saranno comunque destinati alla morte eterna. Similmente, i buoni verranno suddivisi in persone oneste che, tuttavia, macchiatesi di qualche peccato, verranno giudicate salvo poi essere ammesse alla gloria eterna, e santi dall'anima illibata, che nascosti da tutti assisteranno al processo senza essere giudicati. Tra gli accusatori presenzieranno il Demonio che, essendo il principe dei tentatori, conosce tutte le colpe che abbiamo commesso e, dopo averci lusingati, commetterà l'ultimo, grande, tradimento; il Peccato, personificazione mostruosa che confermerà le opere delittuose che commettemmo; infine, il Mondo Intero, che si ribellerà come un'immensa forza sovrumana, poiché ogni offesa verrà assimilata dal Giudice a un delitto contro l'Universo.
"Vi sarà poi un testimonio infallibile" scrive Jacopo di Varazze, "anzi tre testimoni deporranno contro di noi. [...] Dio stesso, la coscienza e l'angelo a cui siamo stati affidati"(Jacopo di Varazze, Leggenda Aurea, Libreria Editrice Fiorentina, p. 10).
Terminato il Giudizio, i reprobi sciameranno confusionari come locuste; in alto a loro si staglierà il Giudice adirato, in basso a loro l'orrore del baratro eterno in cui un numero infinito di demoni li trascinerà. Infine, verrà emessa l'irrevocabile sentenza che avverrà in un battere di ciglio, data la certezza delle colpe commesse. E sulle ceneri del Vecchio Mondo, abbattuto il divenire del tempo, obliate le colpe e i peccati, si staglieranno le fronde fiammanti dell'Albero della Vita.
Andando al di là del significato dogmatico e letterale della visione di Jacopo di Varazze, considerando la ricorrenza nel numero quattro anche nella suddivisione dei dannati, possiamo rileggere la visione e i terrori dell'Apocalisse come il fuoco purificante che, attraverso la paura, trasmuta alchemicamente l'anima umana, scindendola anzitutto in due parti: anima negativa e anima positiva, e poi attuando un secondo lavoro di raffinatura che, dividendo gli elementi meno nobili da quelli più nobili, dà lustro, risalto e, infine, nuova vita all'unica componente animica degna di essere salvata, ossia l'invisibile anima dorata, luminosa come la luce spirituale di Dio e degli Angeli. Condensato tale oro puro, tutto il resto non può che essere destinato all'oblio. E le immagini mostruose, terrificanti, quasi crudeli che la simbologia dell'Apocalisse mette di fronte agli occhi dei fedeli sono fondamentali affinché l'anima, turbata fino alle sue regioni più profonde, possa mettere in atto tale lavoro spirituale.
Spauracchio per i fedeli incolti, crogiuolo di simboli per gli studiosi dell'inconscio, indipendentemente dalla fede e dalle letture che ognuno può trarne bisogna riconoscere a Jacopo di Varazze la capacità di dipingere, con le sue parole tanto semplici quanto vivide, gli sconvolgimenti e il timor panico vissuto dall'anima di fronte al collasso del mondo.

Jacopo di Varazze, Leggenda Aurea, Libreria Editrice Fiorentina

Daniele Palmieri

mercoledì 25 marzo 2020

Carl Gustav Jung: Sette sermoni ai morti. Il profeta di Abraxas, Dio dell'ultimo cielo

In questi giorni sta girando su Whatsapp e su Facebook un "dialogo edificante" che vede come protagonisti il capitano di una nave che, per tranquillizzare un suo mozzo, preoccupato per una quarantena imposta all'equipaggio, gli racconta come in passato colse un episodio simile per far fiorire la sua vita interiore attraverso la lettura, l'esercizio, la meditazione, la moderazione e via dicendo.
Il passo, pubblicato in origine dall'autore Alessandro Frezza sulla sua pagina Facebook, attraverso il passaparola, le catene e le misteriose logiche della rete è stato attribuito ai più disparati scrittori, fino a trasformarsi e a venire condiviso come un presunto passo del Libro Rosso di Jung, complici anche alcune testate giornalistiche, come l'Huffington Post che, senza nemmeno verificare la fonte hanno deciso di riproporre il passaggio in un loro "articolo" reiterando l'errore, salvo poi correggersi in seguito alle numerose lamentele ricevute.
Trovo ingiusto che un autore venga privato del riconoscimento nei confronti di una propria opera, fosse anche un breve dialogo condiviso sui social network. E, allo stesso tempo, quanto accaduto è profondamente scorretto nei confronti della memoria di Carl Gustav Jung.
Difatti, non solo vengono a lui attribuite parole mai scritte di suoi pugno, ma per di più esse vengono associate al suo libro più intimo e mistico, Il Libro Rosso, un vero e proprio squarcio sulle meraviglie più profonde del suo inconscio. Uno scritto che Jung riteneva così importante a tal punto da essere sempre stato restio a pubblicarlo, in vita, e che è giunto tra le mani dei lettori soltanto dopo lunghe trattative con gli eredi delle sue opere.
Ho deciso di scrivere questo articolo per dare al lettore un assaggio del "vero Libro Rosso", a partire dall'unica parte dello scritto che Jung fece circolare, quando era ancora in vita, in edizione privata e tiratura limitata, con il titolo di: Septem Sermones ad Mortuos, ossia Sette sermoni ai morti.
Rispetto al padre della psicoanalisi, Sigmund Freud, Jung ha sempre esercitato un fascino maggiore tanto verso il grande pubblico quanto verso gli studiosi di esoterismo (più o meno seri). Questo perché Jung è stato in grado di descrivere la mente umana nella sua interezza, senza limitarsi alle pulsioni sessuali e conflittuali, ma addentrandosi nella camera oscura dei simboli interiori e della mistica, zona considerata tabù tanto dalla psicanalisi quanto dalla scienza novecentesca.
Benché Jung si sforzasse e, spesso, riuscisse a mantenere un approccio analitico e logico nei confronti dei grandi dilemmi dell'inconscio e della psiche umana, egli covava dentro di sé un'irrequietezza e un'attrazione nei confronti del mondo esoterico - ossia delle verità intangibili, irraggiungibili dalla sola ragione, che si nascondono dietro il velo della materia
In tale prospettiva, i Sette sermoni ai morti sono una delle più importanti testimonianze dell'irrefrenabile pulsione dello Jung mistico.
Come accennato in precedenza, i Sette sermoni ai morti nascono all'interno del Libro Rosso di Jung e, benché alcuni studiosi ne abbiano sminuito il valore, l'ubicazione dello scritto nella più ampia panoramica del Libro Rosso ne suggerisce l'importanza. Essi si trovano infatti nella parte conclusiva del testo, che narra delle prove e dei travagli affrontati dall'anima umana nel suo percorso interiore.
Come vedremo a breve, tali prove non hanno nulla di tenero ed edificante; non sono paragonabili a una semplice quarantena che permette all'uomo di vivere in tranquillità, mangiar bene e meditare, ma assumono l'aspetto di visioni terribili, tanto meravigliose quanto terrificanti, e sono più simili al travagliato e spaventoso percorso dell'anima del defunto attraverso il Bardo.
La stessa rivelazione dei Sette sermoni ai morti - poiché, come vedremo a breve, di rivelazione, anzi di canalizzazione, si trattò - si verificò in un momento di estrema irrequietezza. E' lo stesso Jung a raccontarcelo in uno dei suoi ultimi scritti, Sogni, ricordi e riflessioni: "Nacquero così i Septem sermones ad mortuos, con il loro peculiare linguaggio. Cominciò con uno stato di inquietudine dentro di me, ma non sapevo cosa significasse o cosa si volesse da me. C'era intorno a me un'atmosfera sinistra: avevo la strana sensazione che l'aria fosse pregna di entità spettrali. Poi fu come se la mia casa fosse abitata dagli spiriti. La maggiore delle mie figlie vide una figura bianca attraversare la stanza; la seconda, indipendentemente dalla sorella, riferì che per due volte nella notte le era stata portata via la coperta; infine la stessa notte mio figlio, di nove anni, aveva avuto un incubo nel sonno. [...] La domenica verso le cinque del pomeriggio, il campanello del portone di casa si mise a suonare pazzamente. [...] non solo l'avevo visto suonare, ma l'avevo visto muovere. Tutti corsero immediatamente alla porta per vedere chi fosse, ma non si vide nessuno. [...] L'atmosfera era greve! [...] Tutta la casa era come abitata da una folla di gente, come se fosse stipata di spiriti. Si affollavano fin sotto la porta, e si aveva la sensazione di respirare a fatica. Ero naturalmente tormentato dalla domanda: [...] di che mai si tratta? Allora in coro gridarono: Ritorniamo da Gerusalemme, dove non abbiamo trovato ciò che cercavamo" (C. Gustav Jung, Ricordi, sogni, riflessioni, BUR, pp. 233-235).
Con questa frase comincia il primo dei Sette sermoni che Jung rivolgerà ai morti che si affollavano sull'anticamera del suo inconscio. O, per meglio dire, che l'eresiarca Basilide rivolgerà alle anime dei defunti, poiché Jung stesso riterrà tale scritto una canalizzazione del mistico gnostico, del quale ci restano soltanto pochi frammenti tramandati dagli esegeti cristiani.
Come suggerisce il titolo del testo, lo scritto è composto da sette discorsi tenuti da Basilide alle anime dei morti in cerca di risposte sul significato ultimo dell'esistenza. Questi tornano da Gerusalemme, simbolo della città sacra del cristianesimo alla quale, evidentemente, si sono recati nel loro viaggio etereo senza tuttavia trovare né risposte né pace. Tocca così al profeta Jung/Basilide rivelare loro l'essenza ultima della realtà, che non coincide con l'edificante mondo paradisiaco cristiano.
La realtà in cui siamo immersi, secondo il Basilide/Jung dei Sette sermoni ai morti, non è altro che Pleroma. Come recitano le sibilline parole dello scritto, affini al Tao Te Ching di Lao-Tze: "Il Nulla è come la pienezza. Nell'infinito il pieno è come il vuoto. Il Nulla comprende entrambi, vuoto e pieno. [...] Chiamiamo questo nulla o questa pienezza PLEROMA. [...] Nel Pleroma c'è niente e tutto. E' pressoché inutile meditare sul Pleroma, perché questo significherebbe annientare se stessi" (C. Gustav Jung, Septem sermones ad mortuos, Arktos Edizioni, p 67). La condizione paradossale delle creature è di essere immerse nel Pleroma ma, allo stesso tempo, perennemente distanti da esso. "Noi siamo lo stesso Pleroma, poiché noi siamo una parte dell'eterno e dell'infinito. Ma noi non e facciamo parte perché siamo infinitamente lontani dal Pleroma; e questo non in senso spirituale o temporale, ma essenziale, perché siamo distinti dal Pleroma nella nostra essenza di creatura - che è contenuta nello spazio e nel tempo" (C. Gustav Jung, Septem sermones ad mortuos, Arktos Edizioni, p. 67-68).
Il Pleroma è la totalità di ciò che esiste e non esiste; essa trascende l'Essere e il Non-Essere parmenideo poiché li ingloba entrambi; tuto ciò che esiste è, dalla prospettiva dell'essere vivente, soltanto una qualità transitoria del Pleroma. L'uomo stesso non può viverlo nella sua totalità poiché può vivere e concepire soltanto un opposto alla volta; le cose sono o calde o fredde, o vive o morte, o alte o basse, o lunghe o corte, o materiali o immateriali e via dicendo. Il suo corpo e la sua anima sono in balia di questo eterno mutare, l'eterna battaglia della superficie delle cose descritta anche da Eraclito.
Da ciò la sua natura mortale, contingente; da ciò la disperazione delle anime dei morti, ancora ingabbiate nel mondo transeunte, che non hanno trovato pace nemmeno nella sacra Gerusalemme. Dov'è Dio, allora? E' forse morto? Non è forse mai esistito? Si domandando le anime, disperate.
Al che, Jung/Basilide rivela che esiste un Dio, ma non è il dio di Gerusalemme. L'eterna lotta tra il Dio e il Diavolo cristiani altro non è se non la lotta tra il mondo degli opposti; patteggiare per l'uno o per l'altro non sortisce alcuna differenza: l'uomo rimane invischiato nella limitatezza. Esiste un Dio superiore di queste due mere ipostasi. "E' questo un dio che voi non conoscete perché l'umanità l'aveva dimenticato. Lo chiamiamo con il suo nome: A B R A X A S. E' indefinito ancor più del dio e del demonio"(C. Gustav Jung, Septem sermones ad mortuos, Arktos Edizioni, pp. 76-77). Al solo nominarlo, si crea scompiglio e terrore tra i morti. Chi è questa divinità aliena?
Secondo alcune eresie gnostiche, la Terra è circondata da tanti cieli quanti sono i giorni dell'anno; ciascun cielo è vegliato da un demone guardiano. Conoscere il nome del demone permette all'anima di sconfiggerlo e accedere al cielo successivo. E l'ultimo cielo, che tutto ingloba, è dominato da un'entità immensa e temibile: Abraxas, per l'appunto, demone dell'ultimo cielo dalla testa di gallo, il busto da uomo e due lunghi serpenti al posto delle gambe, che tiene in mano uno scudo e una frusta e la cui somma delle lettere greche corrisponde al numero 365.
Seppur intimoriti, i morti vogliono sapere e Jung/Basilide prosegue con il terzo sermone.
"Difficile da penetrare è la deità di Abraxas. Il suo potere è massimo e l'uomo non lo percepisce. Dal sole attinge il summum bonum; dal diavolo l'infinitum malum - ma da Abraxas la VITA, indefinita nell'insieme, madre del bene e del male. La vita sembra essere infima e debole rispetto al summum bonum e perciò è molto difficile concepire che Abraxas trascenda lo stesso sole, che è sorgente radiosa di ogni forza vitale, in potenza. Abraxas è il sole e nel contempo l'eterna fauce del vuoto che risucchia, il demonio calunniatore e distruttore. Il potere di Abraxas è duplice: ma voi non lo potete vedere poiché per i vostri occhi gli opposti di questa potenza, in lotta tra loro, si estinguono. Quel che il dio-sole esprime è vita. Quel che il demonio esprime è morte. Abraxas esprime invece quel verbo sacro ed esecrato che è nel contempo vita e morte. Abraxas genera verità e menzogna, bene e male, luce e oscurità con la stessa parola e nello stesso atto. Perciò Abraxas è terribile" (C. Gustav Jung, Septem sermones ad mortuos, Arktos Edizioni, p. 77).
Se, dunque, il Pleroma è il reale che si manifesta allo stesso tempo nell'Essere e nel Non-Essere, Abraxas è un'entità ancora più superiore. Egli non è solo il custode del Pleroma, ma è anche colui che può vedere il Pleroma nella sua interezza, poiché si trova al di sopra di esso; Abraxas è l'unico che può concepire una cosa e il suo contrario nello stesso istante, eterna sorgente della vita-morte, la cui alterità è così distante dal nostro comune modo di vedere le cose che a malapena possiamo concepirlo. Per questo si nasconde. Per questo terrorizza. Per questo fustiga con la sua frusta tutti coloro che osano avvicinarsi all'ultimo cielo. E per questo dobbiamo osare, trascendere i comuni concetti di bene e male, vita e morte, essere e non essere, per aspirare alla sua divina essenza e fuggire così dalla gabbia del Pleroma.
Perciò, nel settimo sermone, quando le anime dei morti chiedono a Basilide/Jung, quasi tremando: quid est homo? chi è l'uomo?, questi risponde che l'uomo è un varco, un passaggio, un portale: "In questo mondo l'uomo è Abraxas, il creatore e il distruttore del suo mondo"(C. Gustav Jung, Septem sermones ad mortuos, Arktos Edizioni, p. 91).
Abraxas è la stella, lo zenith, a cui l'uomo deve puntare, attraversando il varco interiore vegliato da dio, dal diavolo, dagli déi ai demoni, per divenire un tutt'uno con esso. Un nulla separa l'uomo dal suo unico dio, poiché il nulla è ciò in cui svaniscono gli opposti una volta ricongiunti - e a questa consapevolezza "i morti tacquero ed ascesero simili a fumo che si levi dal fuoco di un pastore che nella notte veglia sul suo gregge" (C. Gustav Jung, Septem sermones ad mortuos, Arktos Edizioni, p. 92).

C. Gustav Jung, Septem sermones ad mortuos, Arktos Edizioni

Daniele Palmieri
 

lunedì 23 marzo 2020

Leadbeater: Gli aiutatori invisibili

In questi giorni di quarantena, si parla molto delle varie attività di supporto "spirituale" ed "emotivo" compiuto dalle persone sospese nel proprio spazio domestico. Si lodano gesti di apparente coesione, come il ritrovo, ormai quasi abitudinario, degli italiani sui balconi alle sei di sera, intenti a cantare, strimpellare, fare cori, urlare, battere padelle e via dicendo, come gesto di tributo ai medici eppure, paradossalmente, si ironizza sulle azioni spirituali del Papa o delle altre cariche del clero, che ora vanno in pellegrinaggio tra le diverse chiese di Roma, oppure fanno sorvolare statue votive sopra i cieli della città.
Incredibile, si dice, che nel XXI secolo si presti ancora seguito a comportamenti superstiziosi come quelli della Chiesa - ma allo stesso tempo, giunte le sei di sera, ci si precipita sul balcone a intonare goliardici cori da stadio.
Come ho scritto in un articolo di qualche giorno fa, senza nulla togliere all'importanza di ritagliare spazi a forme di sfogo "profano", è tuttavia importante meditare sull'importanza rivestita, nel corso della storia umana, dalla dimensione sacra, anche nella lotta alle guerre, alle epidemie, alle carestie e, in generale, ai momenti drammatici.
L'uomo non vive di solo pane, né di soli cori da stadio, ma ciò che lo contraddistingue è lo sviluppo non solo di un intelletto razionale, a ben vedere in comune con altre specie animali, ma anche di un "intelletto sacro". L'uomo è, ad oggi, l'unico essere vivente conosciuto ad aver sviluppato un'intuizione del divino, dalla quale sono scaturite le molteplici religioni sul pianeta Terra. Nel Medioevo si riteneva che, così come l'uomo ha una vista, un tatto, un gusto, un olfatto, un udito poiché in natura esistono colori, forme, sapori, odori e suoni, allo stesso tempo egli possiede un senso spirituale poiché il cosmo possiede un'essenza divina. E così come i nostri sensi richiedono di essere appagati dall'oggetto della loro percezione, è ugualmente fondamentale nutrire il nostro senso spirituale - poiché esso va a nutrire la parte più elevata dell'animo umano.
Così, anche e soprattutto nei periodi di crisi, occorre raccogliersi attorno a questo nucleo interiore, poiché le medicine provvedono alla cura del corpo e la spiritualità e la conoscenza fortificano l'anima. Trascendendo il personale credo religioso, il comportamento della Chiesa e delle sue cariche nei momenti di crisi riflette un atteggiamento comune e universale delle molteplici religioni: riconnettere il senso spirituale dell'uomo a quel nucleo cosmico, divino, che infonde la vita sulla terra, nella speranza che esso, mediante il cerimoniale, possa sanificare il mondo materiale e ristabilire l'equilibrio. Mentre il singolo compie questa operazione su di sé, mediante la preghiera e la meditazione privata, i rappresentanti del sacro compiono questa azione per la collettività, mediante la cerimonia collettiva.
L'idea che al di là del velo del mondo materiale ci siano delle forze e delle entità in grado di aiutare l'uomo nei momenti di crisi è universale ed è ben analizzata in un testo del teosofo Charles Leadbeater, Gli Aiutatori Invisibili, edito in Italia da Libraio Editore.
Leadbeater è stato uno dei massimi esponenti del movimento teosofico, in particolare di quella seconda ondata, di cui faceva parte anche Annie Besant, che si occupò di semplificare, diffondere ma anche sviluppare gli insegnamenti esoterici di Madame Blavatsky. In quest'opera di divulgazione, dedicò ampio spazio a descrivere i poteri latenti dell'animo umano, i diversi corpi di cui l'uomo è composto e le gerarchie dei mondi e delle entità sottili che si nascondo dietro il velo della materia. Gli aiutatori invisibili, come accennato, è un testo monografico in cui Leadbeater si focalizzò su quelle particolari entità della gerarchia cosmica che, in alcune occasioni, sembrano prestare soccorso spirituale all'uomo. Soprattutto nelle pagine finali, è un invito a comprendere come l'uomo può attivarsi per entrare in contatto con questo tipo di forze.
Scrive il teosofo: "Nell'Oriente la presenza di aiutatori invisibili è sempre stata riconosciuta, sebbene i nomi dati loro e le caratteristiche loro attribuite siano naturalmente vari nei diversi paesi; del resto, anche in Europa abbiamo le antiche storie Greche dell'intervento costante degli Dei negli affari umani, e la leggenda Romana dice come Castore e Polluce si erano messi alla testa delle legioni repubblicane nella battaglia del Lago Regillo. Né questo concetto svanì con la fine del periodo classico; vi succedono i racconti medievali di Santi che nei momenti critici delle guerre apparivano a volgere la fortuna in favore degli eserciti Cristiani, e quelli di angeli custodi che talvolta intervenivano a salvare qualche credente e pio viaggiatore da morte certa" (Charles Leadbeater, Gli aiutatori invisibili, Libraio Editore, p. 11-12).
L'aiuto invisibile si è dunque manifestato nel corso della storia umana sotto diverse forme, che tuttavia Leadbeater compendia a tre classi principali: i Deva, gli Spiriti di Natura e gli Spiriti del Defunti. E' importante comprendere come queste entità sovrasensibili agiscono nei confronti dell'uomo per capire, nei momenti di crisi, con quali energie entrare in contatto.
I Deva sono le entità ai vertici delle gerarchie cosmiche. Sono forme di Intelletto Puro, sommamente sapienti, simili ipostasi del tardo neoplatonismo o agli archetipi platonici. Essi, trovandosi su un piano estremamente più elevato rispetto alla posizione umana, riconoscono le preghiere dell'uomo ma, allo stesso tempo, vedendo la transitorietà dei mali materiali che li colpiscono offrono il loro aiuto soprattutto sul piano mentale, piuttosto che su quello fisico, colmando l'uomo dell'energia spirituale atta ad affrontare le avversità.
I Deva si fanno portatori, dunque, del lato Poetico e Spirituale dell'esistenza anche nei momenti di crisi, dando all'uomo un contributo ancora più importante rispetto a un mero contributo materiale, infondendogli anche la Sapienza con la quale conoscere i misteri del Cosmo e, dunque, risolvere i grandi problemi dell'umanità. "In un caso" scrive Leadbeater, "trovammo un Deva che insegnava la più bella musica celesta a un compositore; in un altro caso un Deva di classe diversa stava dando istruzione ed aiuto a un astronomo che cercava di comprendere la forma e la struttura dell'universo. Questi due sono soltanto pochi fra i molti casi in cui abbiamo trovato il Regno dei Deva all'opera nel prestare aiuto all'evoluzione umana e nel rispondere alle aspirazioni più elevate degli uomini dopo la morte" (Charles Leadbeater, Gli aiutatori invisibili, Libraio Editore, p. 29).
La seconda classe è quella degli Spiriti di Natura. Al contrario dei Deva, essi vivono sulla Terra, come l'uomo, ma in una dimensione più sottile, a cavallo tra il mondo materiale e quello spirituale. Tradizionalmente, stando a quanto tramandato dalla mitologia, dalle fiabe e dal folklore, gli spiriti di natura si suddividono in Salamandre (Spiriti del Fuoco), Gnomi (Spiriti della Terra), Silfi (Spiriti dell'Aria) e Ondine (Spiriti dell'Acqua). Essi sono i custodi dei quattro elementi e vivono al loro interno così come l'uomo vive nello spazio vuoto. Paracelso narra che non hanno anima, sono forme di energia pura che vivifica l'ambiente di cui sono tutelari e il loro comportamento è affine a quelli di bambini che sanno essere allo stesso tempo innocenti e crudeli, giocondi e spaventosi, iperattivi e dormienti. Difficilmente entrano in contatto con l'uomo data la loro spontanea diffidenza. Così, scrive Leadbeater: "I casi in cui gli Spiriti di Natura intervengono per aiutare gli uomini sono relativamente rari. La maggioranza di tali esseri evita la dimora degli umana e se ne sta lontana, disgustata dal rumore e dalla continua irrequietezza che regna. Gli Spiriti di Natura [...] sono generalmente spensierati e volubili, più simili a fanciulli felici che giocano in ottime condizioni fisiche, che non a esseri gravi e responsabili. Tuttavia, accade talvolta che uno d'essi prenda affezione ad un essere umano e possa renderglisi utile in molte maniere" (Charles Leadbeater, Gli aiutatori invisibili, Libraio Editore, p. 32).
Rispetto ai Deva, dunque, la loro azione in aiuto dell'uomo è eccezionale e contingente, dettata non tanto da motivi metafisici quanto da un'emotività soggettiva e personale. D'altro canto, i racconti folklorici tramandando che il rapporto tra uomo e Spiriti di Natura è sempre stato travagliato, giacché i territori del primo si espandono sempre a discapito del Regno dei secondi. Così, gli Spiriti di Natura sono più propensi ad aiutare coloro che hanno sempre avuto rispetto dell'ambiente naturale e, in generale, l'azione dell'uomo dovrebbe essere atta a ingraziarsi la loro fiducia e il loro rispetto, evitando di distruggere l'ambiente naturale in cui essi vivono, leggiadri e giocondi. Come scrive Leadbeater: "Per quanto sia vario il lavoro sul piano astrale, esso è sempre diretto verso un grande scopo: aiutare cioè, sia pure modestamente, il processo dell'evoluzione. Occasionalmente si trova legato con lo sviluppo dei Regni inferiori della Natura, il quale in certe condizioni può essere pure leggermente accelerato. I nostri Istruttori riconoscono chiaramente il nostro dovere verso tali Regni inferiori, tanto verso il Regno elementale, quanto verso quello vegetale e animale, poiché in alcuni casi il progresso di questi si effettua esclusivamente per l'intervento dell'uomo o mediante il contatto con lui" (Charles Leadbeater, Gli aiutatori invisibili, Libraio Editore, p. 39).
Infine, la terza classe è quella delle anime dei defunti. Contrariamente a quello che si crede, sarebbe meglio evitare di chiedere il soccorso delle anime dei cari estinti, poiché così facendo si tiene la loro anima imprigionata al mondo materiale da cui essa si è appena distaccata, pronta a incominciare il prossimo viaggio nel mondo invisibile. Quando si verificano aiuti da parte degli Spiriti dei Defunti è perché essi o sentivano di avere ancora "un conto in sospeso" con il mondo materiale, o perché, non avendo accettato il fatto di essere trapassati, si illudono di essere ancora vivi e si condannano a un limbo da cui, però, l'evoluzione spirituale chiede che essi si distacchino. Come scrive Leadbeater:
"Se qualcuno [...] è tanto stupido da costituirsi un veicolo astrale ottuso e grossolano, abituato a rispondere soltanto alle vibrazioni più basse di questo piano, si troverà dopo la morte legato al mondo astrale per tutto il lungo e lento processo di disgregazione del corpo. D'altra parte, se con una vita pura e coscienziosa egli si procura un veicolo astrale composto principalmente di materiali più fini, dopo la morte avrà molto meno disturbo e difficoltà, e la sua evoluzione progredirà molto più facilmente" (Charles Leadbeater, Gli aiutatori invisibili, Libraio Editore, pp. 79-80).
Di conseguenza, piuttosto che chiedere e invocare aiuto agli Spiriti dei Defunti così come si chiederebbe aiuto a un amico o a un parente ancora in vita, sarebbe meglio limitarsi a commemorarli, meditare e pregare non per noi, ma per loro, affinché essi continuino il loro percorso e possano così giungere alle sfere più elevate, da cui potranno irradiare il loro aiuto spirituale sotto altre forme.
A ben vedere, dunque, il ruolo degli Aiutatori Invisibili dei mondi eterici consiste anzitutto in un supporto spirituale benché, come sottolinea Leadbeater riportando alcuni racconti e testimonianze, essi possano anche manifestarsi sul piano materiale. Tuttavia, vi è un'ultima classe di Aiutatori Invisibili, che rappresenta quella più importante ed efficiente: l'uomo. L'uomo stesso, intraprendendo un percorso di evoluzione spirituale può assurgere, in vita, al grado di Aiutatore Invisibile, mediante un lungo percorso di sviluppo della sua conoscenza, della sua coscienza, dei suoi poteri psichici e delle sua attività contemplativa e di preghiera. Come scrive Leadbeater:
"Ritornando ora dall'esame del lavoro fra i defunti a quello del lavoro fra i vivi, dobbiamo brevemente indicare un altro vasto campo di azione, per non lasciare incompleto il nostro cenno intorno all'opera degli Aiutatori Invisibili. Alludo all'immenso lavoro compiuto mediante il suggerimento, istillando semplicemente buoni pensieri nelle menti pronte a riceverli. Non bisogna però fare confusione a riguardo. Sarebbe molto facile per un soccorritore [...] dominare la mente di ogni persona ordinaria e di farla pensare precisamente come egli vuole. [...] Ma [questa proceduta] non è affatto ammissibile. Il meglio che si possa fare è introdurre buoni pensieri nelle menti, mescolati alle centinaia di altri pensieri che costantemente attraversano il cervello umano [...]. Anzitutto vi è il conforto da dare a chi soffre; poi il tentativo di guidare verso la Verità coloro che la cercano seriamente. Quando una persona rivolge intensamente il pensiero a qualche problema spirituale o metafisico, è possibile che la soluzione venga suggerita alla sua mente, senza che si accorga che proviene dal di fuori. Così molte volte un discepolo è adoperato quale agente in ciò che non altrimenti si può definire una risposta a una preghiera" (Charles Leadbeater, Gli aiutatori invisibili, Libraio Editore, pp. 87-88).
Le caratteristiche che l'Aiutatore Invisibile umano deve avere sono, secondo Leadbeater:
1) Unità di intento. Ciascun Aiutatore umano deve volgersi a questa attività per il bene comune e non per interesse personale, coordinandosi con gli altri aiutatori in modo da proseguire, insieme, verso l'unico intento.
2) Perfetto dominio di sé. L'Aiutatore Invisibile deve essere consapevole che andrà incontro a situazioni drammatiche, in cui sarà essenziale mantenere il proprio autocontrollo. Deve dunque aver sviluppato un equilibrato dominio di sé, che significa essere in grado di controllare le proprie emozioni, i propri pensieri e le proprie parole, consapevole che, nonostante tutti i malanni e i dolori a cui egli assisterà e che, probabilmente, potranno anche colpirlo sul lato personale, nulla di tutto ciò potrà intaccare il suo nucleo spirituale. "E' appunto per assicurare questo dominio sui nervi" scrive Leadbeater "che i candidati all'iniziazione devono passare, ora come nei tempi antichi, attraverso le cosiddette prove della terra, dell'acqua, del fuoco e dell'aria: in altre parole, essi devono imparare, con quell'assoluta certezza derivata non dalla teoria, ma dall'esperienza, che nessuno di questi elementi può in qualsiasi circostanza danneggiare il corpo astrale, né ostacolare il loro lavoro" (Charles Leadbeater, Gli aiutatori invisibili, Libraio Editore, p. 93).
3) Calma. L'Aiutatore Invisibile deve possedere una salda tranquillità interiore, poiché gran parte del potere curativo che egli possiede risiede nella serenità e nella sicurezza che egli è in grado di trasmettere al prossimo. Con la sua calma, egli evita il contagio emotivo, stempera gli effetti dell'isteria di massa e, mostrandosi sicuro, fa comprendere alle persone in pericolo che non vi è nulla da temere.
4) Conoscenza. L'Aiutatore Invisibile deve avere una vasta conoscenza del mondo e delle pratiche spirituali, ossia delle gerarchie terrestri e celesti, del sapere filosofico e teologico, delle tecniche di preghiera, meditazione e contemplazione.
5) Amore. Ciò che contraddistingue l'attività dell'Aiutatore Invisibile umano è il suo essere inserito all'interno della cornice terrena; al contrario, dunque, dei Deva, Puro Intelletto, degli Spiriti di Natura, pura energia, e delle Anime dei Defunti, ormai in un limbo tra mondo materiale e mondo spirituale, l'Aiutatore Invisibile umano possiede ancora quel lato emotivo ed emozionale che invece non è dato avere alle altre entità. L'amore è dunque la qualifica più importante di tutte. "Non si tratta" scrive Leadbeater, "di quel vago indefinito sentimentalismo che si effonde in banalità e in frivole dimostrazioni esterne, preoccupato di sostenere chiassosamente ciò che è giusto, per evitare l'accusa di poca fratellanza da parte degli ignoranti. Quello che è necessario è l'amore abbastanza forte per non vantarsi, per operare silenziosamente: è il desiderio intenso di servire, sempre in attesa di opportunità; è il sentimento che sorge nel cuore di colui che ha compreso la grande opera del Logos, ed avendola scorta una volt sa che per lui nei tre mondi non può esistere altro che il desiderio di identificarsi con quell'opera fino all'estremo del suo potere; diventare un canale, per quanto incommensurabilmente umile, di quel meraviglioso amore che come la pace di Dio soprassa ogni intendimento" (Charles Leadbeater, Gli aiutatori invisibili, Libraio Editore, pp. 95-96).
 
Charles Leadbeater, Gli aiutatori invisibili, Libraio Editore
 
Daniele Palmieri

domenica 22 marzo 2020

John Keel: Misteriose presenze sul pianeta terra

Egitto. Dio si rivela a Mosé sul Monte Sinai sotto forma di roveto ardente e, anni dopo, sempre sul Sinai rivelerà al patriarca le tavole della legge.
Monte Carmelo. Il profeta Elia, dopo aver sconfitto i 450 fedeli del Dio Baal, ascende alla vetta del Monte Carmelo e da qui svanisce nel Cielo, a bordo di un carro di fuoco trainato da cavalli in fiamme.
Grecia. Edipo, dopo aver scoperto di aver ucciso il padre e aver sposato sua madre, si acceca e diviene un pellegrino errante finché, in un bosco sacro, ascenderà al Cielo, rapito dagli déi rivelatisi con una luce abbagliante.
Germania, XIII secolo. Secondo la leggenda, il poeta Tannhauser trova il Venusberg, il Monte di Venere, e qui viene rapito dalla dea e dal suo novero di spiriti naturali per oltre un anno. Similmente, in tutta Europa circolano leggende di fate e spiriti della natura che rapiscono bambini e uomini o donne in forze, per portarli nel loro mondo sottile e rinforzare la loro progenie. La leggenda è così radicata nella cultura popolare che perfino nel 1700 Robert Kirk, soprannominato "il cappellano delle fate", scriverà un testo dal titolo Il mondo segreto in cui, oltre a raccogliere le testimonianze di persone vicine a bambini e uomini scomparsi, descrive il regno delle fate e la sua struttura. Lo stesso Kirk svanirà misteriosamente, contribuendo così al propagarsi della leggenda.
Svezia, XVIII secolo. Lo scienziato Emanuel Swedemborg inizia a ricevere rivelazioni mistiche da parte di angeli e spiriti planetari - venusiani, marziani, plutoniani etc. - che gli descrivono le meraviglie del mondo invisibile, che egli trascriverà in fiumi e fiumi di volumi, nei quali sono contenute le trascrizioni di tali conversazioni.
Venerdì 21 settembre 1821. Un contadino riceve in sogno la rivelazione, da parte di un'entità vestita con una lunga tunica bianca, di una scatola nascosta in un campo, contenente lamine incise, nel 421 d.C, con un messaggio rivolto all'umanità. Sei anni dopo, in seguito a costanti apparizioni, il contadino ottiene l'autorizzazione a scavare nel luogo indicato dall'entità e riporta alla luce le tavolette d'oro insieme ad altri dispositivi di cristallo. Dopo tre lunghi anni passati a tradurre queste tavolette, il contadino pubblica il risultato in una piccola tiratura amatoriale. Nasce così il Libro di Mormon, ad opera di Joseph Smith, che di lì a poco tempo fonderà la chiesa dei mormoni.
Agosto 1966, Chester Archey, poliziotto di Filadelfia, parte per la sua consueta routine nel nord della città. A pochi minuti dalla partenza, ebbe un lieve incidente,. Nulla di strano, se non fosse che questo incidente si verificò a Pennsauken, in New Jersey, a centinaia di km di distanza da Filadelfia. Quando fu interrogato dalla polizia, un immenso buco di memoria gli impediva di ricordare cosa fosse accaduto.
La storia, il mito, il folklore e la leggenda hanno tramandato, nei secoli se non, addirittura, nei millenni, decine di migliaia di storie simili; esse assumono ora un ruolo religioso, ora tratti fiabeschi, ora nomea di leggende metropolitane o di spauracchi per bambini. Eppure, pur nella disparità della loro manifestazione, non si può negare che, fin dall'alba della coscienza, l'uomo ha avuto la certezza di condividere il pianeta terra con altre entità, a volte gioconde, a volte temibili, altre benevole e altre ancora malevole. Con l'evolversi del substrato culturale, cambia anche il modo in cui recepiamo e rappresentiamo queste entità sovrasensibili; nonostante ciò, rimangono sempre delle costanti di fondo che dovrebbero farci domandare: e se ci fosse qualcosa di vero? Se il mondo è ancora più complesso di quanto possiamo immaginare?
In Misteriose presenze sul pianeta terra, edito in Italia dalla Venexia, John Keel cerca non tanto di dare risposte certe a queste domande, ma di far riflettere sia i creduloni acritici sia gli scettici sulla possibilità che eventi, come quelli citati in precedenza, non siano solo mitologemi o archetipi della mente umana, ma fenomeni reali che si ripropongono ogni secolo, ai quali non facciamo altro che cambiare il vestito quando, in realtà, sono prodotti dalle medesime entità
John Keel è stato uno scrittore e giornalista americano, noto per le sue tesi controcorrente nel campo dell'Ufologia. Il suo approccio, infatti, cerca di evadere dal mero complottismo e dalla ricerca di prove circostanziali, ma tenta di basarsi sui fatti e sui documenti accertati. Ma, soprattutto, ciò che ha fatto storcere il naso a gran parte della comunità ufologica, oltre all'obiettività, è la sua concezione degli "ufo". Allontanandosi dalla visione stereotipata degli "omini verdi", Keel preferì parlare non di "extraterrestri" ma di "entità ultraterrestri".
Citando le parole dell'autore: "Chiunque studi attentamente la storia può rilevare la presenza di qualche influenza esterna in gran parte dannosa, se non sinistra [...]. A sostegno della nostra ipotesi [...] dobbiamo partire da due assunti: 1) gli ultraterrestri sono in qualche modo reali, e non sono un mero fenomeno o mito psicologico; 2) hanno bisogno di comunicare con noi. Se ci soffermiamo su questo bisogno, è logico che abbiano dovuto creare società segrete o addirittura un'intera specie di individui che concretizzasse le loro ambizioni" (John Keel, Misteriose presenze sul pianeta terra, Venexia, p. 168).
Mentre il termine "extraterrestre", così come entrato nell'immaginario collettivo, presuppone delle entità che, per quanto aliene, possiedono ancora dei tratti antropomorfi grotteschi, portati all'eccesso, simili ai mostri dei miti e del folklore, il termine "ultraterrestre" vuole invece veicolare l'idea che tali entità non siano facilmente concepibili dalla nostra coscienza, andando al di là tanto della nostra esperienza quotidiana del mondo quanto dei limiti fisici, materiali, spaziali e temporali a cui siamo abituati.
Filo conduttore dei casi citati a inizio articolo, dunque, sarebbe per Keel la manifestazione di entità parafisiche, ossia entità che trascendono il mondo fisico ordinario, eppure in grado di entrare in contatto con noi e il nostro mondo, viaggiando attraverso canali per ora ignoti ma che, presumibilmente, non sono riducibili alla navicella spaziale o al disco volante.
Data la loro natura sottile, simile a quella degli Spiriti Elementali, queste entità ultraterrestri sono in grado di viaggiare e comunicare nello spazio e nel tempo senza la necessità di veicoli fisici, come dimostrano i casi in cui perfino radio spente o non connesse ad alcuna rete sono state in grado di captare i loro messaggi. Per fare ciò, gli ultraterrestri utilizzerebbero dei portali energetici che, da sempre, sono stati riconosciuti come tali dall'uomo e rispettati e venerati come sacri. Come scrive Keel:
"Un fattore significativo, tutt'altro che segreto agli occultisti, è che le Finestre tendono a essere caratterizzate da anomalie magnetiche. Il nostro pianeta ne è pieno e, cosa alquanto interessante, molte si condensano in prossimità di antichi monti, templi e luoghi di avvistamenti UFO. Persone con sensitività spiccata che vivono in queste regioni tendono ad avere esperienze straordinarie con elementali, angeli, Man in Black e navicelle spaziali [...]. Nel Medioevo, il Vaticano ordinava la costruzione di nuove chiese sui siti di antichi templi. La tradizione dei santuari si radica in un lontanissimo passato e sembra basarsi soprattutto sulle continue osservazioni di manifestazioni paranormali. Le entità che avrebbero interagito con gli esseri umani in occasione di eventi miracolosi richiedevano spesso di erigere una chiesa o un tempio in quello stesso luogo" (John Keel, Misteriose presenze sul pianeta terra, Venexia, pp. 91-92).
Come accennato in precedenza, queste entità hanno sentito il bisogno di entrare in contatto con l'uomo per motivazioni che, tuttavia, rimangono a oggi ancora ignote. Keel sonda le diverse teorie, senza trovare una risposta certa e definitiva ma, allo stesso tempo, riconoscendo che potrebbero tutte coesistere. Nella loro manifestazione benefica, gli ultraterrestri potrebbero essere entità così progredite da un punto di vista fisico, spirituale e perfino spaziotemporale, da voler comunicare con gli altri abitanti intelligenti del cosmo per aiutarli nel loro sviluppo. Eppure, spesso tali entità si manifestano anche in maniera inquietante e distruttiva, rapendo gli esseri umani, come nei casi citati in precedenza, per effettuare quelli che, agli occhi dell'uomo di oggi, sembrano esperimenti o incroci genetici, che l'uomo medievale vedeva come il tentativo, da parte degli esseri fatati, di rinvigorire la loro razza e che le antiche religioni descrissero invece come ascesa agli déi o a dio. Forse, come gli esseri umani, queste entità ultraterrestri non sarebbero né totalmente positive né totalmente negative e da qui deriverebbero i loro atteggiamenti conflittuali e spesso contraddittori. Il mondo stesso potrebbe essere un loro immenso esperimento se non, addirittura, il loro campo di battaglia, come d'altronde sembrano suggerire le antiche saghe epiche, ad esempio l'Iliade e l'Odissea, dove gli déi assistono alla lotta degli uomini, intervenendo, dall'alto, ora a favore di un popolo ora a favore di un altro, in partita divina a braccio di ferro in cui essi, al sicuro nell'Empireo, assistono alle atrocità del genere umano.
Ciò che è certo è che l'uomo stesso subisce da migliaia di anni il loro fascino. La rivelazione dell'ultraterrestre atterrisce, spaventa ma anche affascina. Le costanti, tanto delle apparizioni divine, quanto di quelle fatate, quanto di quelle mistiche o di quelle ufologiche sono: l'apparizione di una luce abbagliante, che acceca e imbrunisce la pelle; il rapimento dell'uomo in uno spazio-tempo indefinito, dove, come nei sogni, pochi minuti equivalgono a lunghe ore, se non addirittura giorni, nello spazio-tempo terreno; la sensazione di timore sacro e di venerazione nei confronti di una forza che si riconosce essere migliaia di volte superiore all'umano e a tutto ciò che solca le vie della terra; allo stesso tempo, la consapevolezza di trovarsi di fronte a qualcosa che, pur non essendo dotato di un corpo materiale come il nostro, è tuttavia sommamente intelligente e sommamente cosciente.
Non sorprende, dunque, che l'uomo abbia sempre cercato di emulare e ingraziarsi il favore degli ultraterrestri attraverso pratiche cerimoniali, tanto religiose quanto magiche. Scrive Keel:
"Tutti i nativi indigeni delle Americhe, dell'Africa e del Pacifico hanno adottato abiti cerimoniali ispirati a quelli degli ultraterrestri, così come le vesti e gli orpelli delle prime chiese costituite dall'uomo bianco emulavano gli indumenti di angeli e dèi che presumibilmente andarono loro in visita. Tradizione vuole che gli stregoni e gli adepti che studiano l'arcana saggezza degli elementali possano indossare questi indumenti e maschere. Le procedure cerimoniali e rituali, accuratamente predisposte, furono tutte dettate ai popoli antichi da questi spiriti paraumani, che per migliaia di anni hanno letteralmente fatto danzare la razza umana ai loro ritmi. Il loro influsso sull'uomo è indubbio. Tutta l'arte umana è iniziata nel desiderio di rendere omaggio a questi esseri: la pittura e la scultura, il teatro e la danza, e naturalmente, la narrazione di storia" (John Keel, Misteriose presenze sul pianeta terra, Venexia, p. 143).
Allo stesso modo, le operazioni magiche descritte nei testi di magia cerimoniale potrebbero aprire varchi nello spazio-tempo ordinario, permettendo all'uomo di entrare in contatto con queste entità ultraterrene. Come scrive l'autore:
"I rituali per evocare gli elementali si tramandano di secolo in secolo. Se non fossero stati efficaci, nessuno se ne sarebbe più occupato, ma in realtà qualcuno sembra svolgerli con successo... e finisce puntualmente per scrivere libri proibiti, destinati a perpetuarne le pratiche" (John Keel, Misteriose presenze sul pianeta terra, Venexia, p. 158).
Basti pensare che nelle correnti magiche novecentesche che fanno capo alla Golden Dawn, le entità evocate e invocate hanno iniziato a discostarsi sempre di più dal demone classico della tradizione medievale, legato alla visione cristiana degli inferi, della terra e del cielo, fino ad assurgere a entità cosmiche, estremamente affini alle entità metafisiche descritte nei racconti di Blackwood - che, non a caso, di tale setta era un adepto - in una escatologia che prende in esame non più il limitato sistema solare, ma l'intero universo.
Per concludere, Misteriose presenze sul pianeta terra è un affascinante spaccato nel mondo dell'altrove, che permette di allargare lo spettro visivo su una serie di fenomeni culturali spesso considerati in maniera separata - religione, folklore, magia, mitologia, ufologia - ma che, a una attenta analisi, presentano più elementi di assonanza che di discordanza. Bisogna inoltre sottolineare che il libro, pubblicato in America negli anni '70, ebbe un grande impatto sulla cultura fantascientifica di massa. Basti pensare che il termine Man in Black fu coniato dallo stesso Keel e che da un altro suo libro, The Mothman Prophecies, fu tratto il film Voci dall'ombra, con protagonista Richard Gere.
 
John Keel, Misteriose presenze sul pianeta terra, Venexia Edizioni
 
Daniele Palmieri
 

sabato 14 marzo 2020

Sulla contemplazione della morte



"È una cosa che pensavo di vedere solo nei film", è una frase che molti, io compreso, hanno pensato o pronunciato. Ma a pensarci bene è una frase surreale, che soltanto una società come la nostra poteva partorire. Siamo così assuefatti dalla materialità, dal "qui e ora", dal pensiero positivo, che non solo proiettiamo la Morte a un futuro così distante da renderla tabù, ma la abbiamo addirittura relegata all'ambito della finzione, come se malattie, guerre e pandemie non avessero mai fatto parte della storia umana e, in generale, della vita sulla Terra, ma fossero solo "delle cose che si vedono dei film", dei cattivi delle serie tv. È come se, negli ultimi decenni, la società dei consumi avesse creato una bolla attorno all'uomo occidentale, assuefandolo con un'immensa messa in scena in cui la Morte, la vera Morte, altro volto dell'esistenza insieme alla Vita, è stato sostituita da una proiezione virtuale di essa, un mero spauracchio se non addirittura una bestemmia da non pronunciare.

Ma quando la Morte irrompe in pompa magna, scoperchiando il fragile sarcofago in cui abbiamo avuto la presunzione di intrappolarla (come nella Danza Macabra di Clusone), ecco che la bolla trema, che gli addobbi scenici crollano e l'uomo occidentale si sente spaventato, solo, intrappolato.

In questi giorni si sta cercando di affrontare la solitudine della quarantena con esplosioni improvvise di gioia, musica e clamore. Gesti importanti e commoventi, che tuttavia devono essere bilanciati dalla presa di coscienza di quanto sta accadendo, dato che una gioia forzata e portata all'eccesso rischia di diventare uno strumento alienante, un'iniezione in endovena di positività fittizia.

Per questo propongo un altro tipo di esercizio, tipico tanto della tradizione filosofica antica quanto di quella teologica cristiana: la contemplazione della Morte.

"La morte e l'esilio e tutte le altre cose che appaiono spaventose, continuamente ti siano davanti agli occhi, soprattutto la morte: e allora nessun abietto pensiero avrà luogo nella tua mente, né tu sarai troppo bramoso di cosa alcuna" dice Epitteto nel Manuale. Contemplare la Morte non significa deprimersi ma, al contrario, prendere consapevolezza della propria finitezza e riscoprire per cosa vale la pena vivere. Anziché iniettarvi dosi smisurate di pensiero positivo, provate a vedere, nel vostro riflesso allo specchio, lo scheletro che si nasconde sotto la vostra pelle. A quel punto la Morte, fidata consigliera, vi mostrerà quanto tempo avete perso, nei mesi e negli anni passati, dietro cose e preoccupazioni senza alcuna importanza. Non è un caso se soltanto adesso si riscopre il valore di una semplice passeggiata.

venerdì 20 dicembre 2019

Pauwels e Bergier: Il mattino dei maghi. Un viaggio nel realismo fantastico

Non capita spesso che uno scienziato, esoterista e cellula dei servizi segreti incontri un giornalista, scrittore e discepolo di uno dei più grandi e controversi maestri spirituali del XX secolo. L'unica cosa certa è che quando si verificano incontri di questo genere, non possono che nascere grandi cose.
Questo righe potrebbero sembrare l'incipit di un libro; e, di fatti, da tale incontro nacque uno dei libri più importanti dell'esoterismo novecentesco, benché ora sia stato dimenticato dall'editoria italiana. Il libro di cui sto parlando è Il mattino dei maghi e i due protagonisti, non come personaggi della storia bensì come autori, sono Jacques Bergier e Louis Pauwels.
Stilare una recensione, un riassunto o una descrizione de Il mattino dei maghi è una follia destinata a fallire in partenza. Sarebbe come voler recensire, riassumere o descrivere il contenuto di una enciclopedia; nel farlo, si cadrebbe nella conseguenza paradossale - o, meglio, borgesiana - di stilare una seconda enciclopedia, duplicato della prima.
De Il mattino dei maghi si può parlare soltanto per allusioni e per impressioni. Grandissima enciclopedia dell'immaginario, l'opera di Pauwels e Bergier frantuma lo specchio opaco del reale, permettendo al lettore di intravedere cosa si nasconde dietro l'illusorio riflesso.
Lo stesso Pauwels fatica a definire la natura del testo entro limiti predefiniti. Scrive l'autore nella prefazione: "Questo libro non è un romanzo, benché il proposito sia romanzesco. Non appartiene alla fantascienza, benché vi si costeggino miti che ispirano quel genere. Non è una raccolta di fatti bizzarri, benché l'Angelo del Bizzarro vi si trovi a suo agio. Non è neanche un contributo scientifico, il veicolo di un insegnamento ignoto, una testimonianza, un documentario o materia per un romanzo. E' il racconto, a volte trasfigurato e a volte esatto, di un primo viaggio nei campi della conoscenza ancora poco esplorati. Come nei quaderni dei navigatori del Rinascimento, vi si mescolano il magico e il vero" (Pauwels e Bergier, Il mattino dei maghi, Mondadori, p. 34).
Ciò che Il mattino dei maghi offre sono affreschi, schizzi e suggestioni sul mondo del fantastico. Fantastico che, è bene precisare, agli occhi degli autori non coincide con l'immaginario. Mentre l'immaginazione è relegata all'universo interiore della fantasia, di ombre illusorie - per quanto colorate - il fantastico è una realtà tangibile, che può essere scoperta e indagata da coloro che sono in grado di proiettare la forza dell'immaginario anche verso l'esterno. "Abbiamo battezzato la scuola da noi seguita: scuola del realismo fantastico" scrivono gli autori, "noi pensiamo che proprio al centro della realtà l'intelligenza, per poco che sia iperattivata, scopre il fantastico. Un fantastico che non invita all'evasione, ma piuttosto ad una più profonda adesione. E' per difetto di fantasia che letterati e artisti cercano il fantastico fuori della realtà, nelle nuvole. [...] Il fantastico deve essere estratto dalle viscere della terra, dal reale. [...] Il fantastico è come una manifestazione delle leggi naturali, un effetto del contatto con la realtà quando essa viene percepita direttamente e non filtrata attraverso il velo del sonno intellettuale, attraverso le abitudini, i pregiudizi, i conformismi" (Pauwels e Bergier, Il mattino dei maghi, Mondadori, p. 31).
Per stilare una prima topografia del fantastico, Pauwels e Bergier applicano l'immaginario alle all'epoca a loro più vicina, l'ultima metà del 1800 e la prima del 1900. Un secolo teatro di grandi sconvolgimenti politici, economici, culturali, sociali e di grandi forze contraddittorie, che vide da un lato il sorgere del positivismo scientifico applicato a ogni campo del sapere e, dall'altro, un revival, se non addirittura la prima teorizzazione precisa, del sapere occulto. Mentre le forze positive, per loro stessa natura, ebbero il desiderio non solo di "portare luce" ma, soprattutto, di risplendere e operare alla luce del giorno, le correnti occulte si relegarono ai canali sotterranei della storia. Immergendosi volutamente nell'oscurità, tra le faglie del reale che il positivismo ignorava, tali correnti esoteriche non solo scoprirono dimensioni altre, ancora ignote ai più, ma soprattutto ebbero un impatto sulla storia dell'occidente estremamente sottovalutato e, per i più, ignoto.
Analizzando diversi campi del sapere umano, dalla scienza, alla politica, alla letteratura, all'archeologia, alla biologia, Pauwels e Bergier portano per la prima volta all'attenzione del grande pubblico le idee esoteriche che, da una parte all'altra del globo, hanno intessuto i loro fili invisibili, provocando silenziose rivoluzioni, in un racconto alternativo della storia occidentale dove scienza e fantastico si fondono dando luogo a una realtà magica, né più vera né più falsa di quella a cui siamo abituati ma, semplicemente, alternativa.
Come accennato in precedenza, non è possibile condensare in un articolo il lavoro titanico e certosino compiuto da Pauwels e Bergier nel districare il groviglio di questi fili. Posso però portare un esempio della loro capacità di mettere insieme i pezzi del grande puzzle, per mostrare quanti buchi erano stati lasciati dall'insieme omettendo dalla storia non solo i fatti inspiegabili, ma anche l'azione delle correnti e delle società segrete di cui era certa l'esistenza.
Da questo punto di vista, il grande conflitto mondiale assume, nella descrizione degli autori, l'aspetto di una immensa battaglia magica tra diverse visioni esoteriche del cosmo, e i gli atroci crimini commessi sarebbero il risultato di una momentanea collisione tra la nostra realtà e un Male metafisico.
Era la seconda metà del XIX secolo quando Edward Bulwer Lytton, scrittore, politico e Rosacroce britannico, noto per il romanzo esoterico Zanoni e per Gli ultimi giorni di Pompei, pubblicò un testo destinato, involontariamente, a dare la prima scossa a uno di questi fili invisibili della storia, con la pubblicazione di La razza che ci soppianterà. In questo libro, Lytton descrivere una razza di uomini che hanno sviluppato poteri psichici, un dominio interiore e una vita spirituale molto più evoluta della nostra. Essi per ora vivono celati, abitando caverne al centro della Terra, ma attendono il momento adatto per uscire allo scoperto e dare vita a una nuova epoca. Quelle di Lytton, in realtà, sono idee molto più antiche, che sembrano descrivere l'antica razza degli Iperborei dell'ultima Thule, esseri leggendari su cui già fantasticavano - nell'accezione più elevata del termine - gli antichi greci. Lytton sembrava non essere l'unico veicolo di miti antichi che andavano risvegliandosi; parole molto simili si leggeranno, negli anni a seguire, in Viaggio nell'india misteriosa di Saint Yves, in Bestie, uomini e dèi di Ossendowski, ne Il Re del Mondo di Guenon e, soprattutto, nelle parole dei Teosofi che parleranno di una Grande Loggia Bianca, o Grande Loggia Luminosa, nascosta nel favoloso regno di Agartha/Shambala al servizio del Re del Mondo, guida spirituale dell'umanità, dormiente nel sottosuolo in attesa di dare inizio a una nuova epoca. Dal dottor Willy Ley, massimo esperto del mondo missilistico, Bergier e Pauwels hanno appreso che a Berlino, negli anni precedenti al nazismo, esisteva una piccola comunità segreta chiamata, per l'appunto, La Loggia Luminosa che oltre a credere nelle tesi di Lytton, sosteneva di conoscere una serie di pratiche per risvegliare il Vril, un'energia "enorme di cui non utilizziamo che una infima parte nella vita ordinaria, il nerbo della nostra possibile divinità. Colui che diviene padtrone del vril, diviene padrone di se stesso, degli altri e del mondo" (Pauwels e Bergier, Il mattino dei maghi, Mondadori, p. 290). Tali teorie si svilupparono, infine, nella Società Thule, una organizzazione creata nel 1910 da Felix Nieder in cui alle credenze sovra accennate si univa una sorta di "misticismo nero" che metteva insieme gli antichi miti nordici, le saghe spirituale epiche cavalleresche, la ricerca del Graal e dei cimeli sacri come la Lancia di Longino, l'antico odio nei confronti degli ebrei e la credenza, affine all'antropogenesi teosofica, in antiche razze umane superiori scomparse insieme a grandi continenti come Atlantide e Lemuria, ma destinate a riprendere il possesso del pianeta. Di questa società fecero parte, tra gli altri, Rudolf Hess, Alfred Rosenberg e Heinrich Himmler che, pochi anni dopo, vedremo al comando sotto il controllo di un altro iniziato della Società Thule: Adolf Hitler. Gran parte delle teorie pseudo-scientifiche e razziste che influenzarono le scellerate scelte politiche del Nazismo affondavano le loro radici in questo humus occulto. E lo stesso Himmler si fece finanziatore, attraversi la Ahnerbe, di ricerche fanta-archeologiche strettamente legate al mondo esoterico, come diverse spedizioni in Tibet per scoprire il fantastico regno di Agartha e per rintracciare le origini della razza ariana, o in Europa per trovare il Sacro Graal e la Lancia di Longino.
Contemporaneamente, dall'altro lato dell'Europa, in Gran Bretagna, sempre a partire dall'ordine Rosacrociano di cui aveva fatto parte Lytton, sorgeva un'altra diramazione esoterica dell'ordine: quella della Golden Dawn. Fondata da Westcott, Liddell e Mathers, la Golden Dawn, come suggerisce il nome, si auspicava una nuova alba dorata della spiritualità umana. Anch'essa si immaginava una nuova razza ventura ma, anziché rifarsi alla spiritualità iperborea e alle nuove correnti filo-orientali/filo-ariane, si rivolse invece alle pratiche della magia cerimoniale occidentale e al sentiero della mistica ebraica, soprattutto quella branca esoterica di essa che prende il nome di Qabalah. L'impatto della Golden Dawn sulla cultura e la politica occidentale è ancora estremamente sottovalutato, perfino negli anni successivi alla pubblicazione de Il mattino dei maghi. Essa creò una fitta rete di iniziati, molti dei quali divennero, negli anni a seguire, nomi celebri della letteratura e dell'occultismo, come Algernon Blackwood, Arthur Machen, Bram Stoker, Conan Doyle, Gustav Meyrink, Aleister Crowley e Dion fortune. In tutte le opere dei precedenti autori si trovano motivi iniziatici strettamente legati alle conoscenze esoteriche della Golden Dawn e per analizzare la fitta rete di rimandi e di connessioni tra loro occorrerebbe un'intera opera. Basterà citare, ai fini del presente articolo, che Aleister Crowley, oltre a rivoluzionare l'ordine della Golden Dawn, fu invischiato tra la prima e la seconda guerra mondiale in diversi casi di spionaggio. Nel 1915 entrò in contatto con Viereck, nazista sotto copertura negli Stati Uniti inviato per sabotare le fabbriche americane. Crowley scriveva sul suo giornale, Fatherland, articoli di meschina propaganda filonazista. Negli anni a seguire, Crowley si giustificherà dicendo di aver voluto contro-sabotare il giornale, scrivendo articoli così estremi da risultare assurdi. Ma, non solo, come scrive Peter Lavenda in Satana e la svastica, Crowley sarebbe stato un agente sotto copertura dell'intelligenze britannica e americana, assoldato per passare informazioni su Viereck. Questa battaglia sottile tre ordini ermetici non si combatteva, tuttavia, soltanto da un punto di vista politico. Anche Dion Fortune, una volta uscita dalla Golden Dawn, tentò di contrastare l'ascesa al potere del nazismo imbandendo con la Inner light, movimento spirituale da lei fondato, una "battaglia magica" per contrastare psichicamente l'operato degli "esoteristi neri" oltreoceano, come testimonia il carteggio dell'autrice pubblicato da Tre Editori ne La battaglia magica di Inghilterra.
"Noi pensiamo che queste società, grandi o piccole, ramificate o no, collegate o no" scrivono Pauwels e Bergier ne Il mattino dei maghi, "sono le manifestazioni più o meno chiare, più o meno importanti di un mondo diverso da quello in cui viviamo. Diciamo che è il mondo del Male nel senso in cui lo intendeva Machen. Ma non abbiamo una maggior conoscenza del mondo del Bene. Viviamo tra due mondi, prendendo questo no man's land per il pianeta stesso, tutto intero. Il nazismo è stato uno di quei rari momenti, nella storia della nostra civiltà, in cui si è aperta una porta su un'altra cosa, in modo clamoroso e visibile. E' molto singolare che gli uomini fingano di non aver visto e sentito niente, tranne gli spettacoli e i rumori ordinari del disordine bellico e politico"  (Pauwels e Bergier, Il mattino dei maghi, Mondadori, pp. 294-295).
La matassa di relazioni è così intricata che, a un certo punto, si teme di cadere nel complottismo becero. Ma a differenza delle correnti complottiste che, negli anni a seguire, saranno influenzate proprio dalla capacità de Il mattino dei maghi di mettere in relazioni fatti, azioni, testi, scritti e personaggi apparentemente separati, nelle ricostruzioni di Pauwels e Bergier non vi è mai il tentativo di giungere a una verità certa, bensì la volontà di porre l'attenzione su quei fatti solitamente relegati all'oblio della storia, poiché considerati o inaccettabili o inspiegabili.
"Noi non crediamo a tutto" scrivono gli autori, "ma crediamo che tutto debba essere esaminato. Talvolta è l'esame dei fatti dubbi che porta i fatti veri alla loro più ampia espressione. Non è con la pratica e l'omissione che si giunge alla completezza. [...] Noi ci sforziamo di riparare ad un certo numero di omissioni, e affrontiamo la nostra parte del rischio di passare per aberranti" (Pauwels e Bergier, Il mattino dei maghi, Mondadori, p. 184).
Il mattino dei maghi non è pensato per essere la conclusione delle titaniche ricerche bibliografiche e storiche compiute dagli autori, bensì come punto di inizio delle innumerevoli faglie e incrinature di cui è costellata la descrizione ordinaria e razionale della nostra realtà. "Io non ho oggi nessuna certezza assoluta" scrive Pauwels a conclusione del testo, "la mia sola conquista è che porto in me, ormai inestirpabile, l'amore del vivente, e in questo mondo e nell'infinità dei mondi. Per onorare ed esprimere questo amore potente, complesso, Bergier ed io [...] non ci siamo limitati al metodo scientifico, come esigeva la prudenza. [...] I nostri metodi sono stati quelli degli scienziati, ma anche dei teologi, dei poeti, degli stregoni, dei maghi e dei bambini. Insomma, ci siamo comportati da barbari, preferendo l'invasione all'evasione. [...] Noi siamo dalla parte degli invasori, dalla parte della vita che viene, dalla parte del mutamento di tempo e del mutamento di pensiero. [...] Una vita d'uomo non si giustifica se non con lo sforzo, anche sfortunato, tendente a capire meglio. E capire meglio è aderire meglio. Più capisco, più amo, perché tutto ciò che è capito è bene" (Pauwels e Bergier, Il mattino dei maghi, Mondadori, pp. 509-510).
Con Il mattino dei maghi, Pauwels e Bergier ebbero molti meriti. Quello di far conoscere a un'ampia fascia di pubblico autori, come Lovecraft, Blackwood, Meyrink e Machen, che rischiavano di cadere nell'oblio; sottolinearono l'importanza di studiare gli aspetti meno conosciuti e più oscuri della storia politica e culturale dell'occidente; ma, soprattutto, auspicarono l'aurora di una nuova forma di sapienza, affine alla conoscenza degli antichi, una sapienza architettonica per la quale lo sviluppo del sapere scientifico deve procedere di pari passo all'approfondimento della sapienza spirituale. Sono la materia e lo spirito, infatti, a creare la perpetua danza magica della realtà.
Per questo mi auspico che la Mondadori ripubblichi, in versione aggiornata e ampliata, una nuova edizione di un'opera di cui la nostra epoca avrebbe grande bisogno per fronteggiare la progressiva e arida specializzazione dei saperi, ma che manca sugli scaffali delle librerie da troppo tempo.
 
 
Pauwels e Bergier, Il mattino dei maghi, Mondadori.
 
Daniele Palmieri

venerdì 13 dicembre 2019

Algernon Blackwood: I salici. La paura dell'ignoto oltre il velo della natura

"Il sentimento più forte e più antico dell'animo umano è la paura, e la paura più grande è quella dell'ignoto" scrisse H. P. Lovecraft nel celebre saggio L'orrore sovrannaturale nella letteratura. Maestro dell'orrore cosmico, Lovecraft fu in grado, con la sua penna, di generare un pantheon alieno e malefico che ancora oggi influenza non solo la letteratura, ma anche alcune branche dell'esoterismo, della magia e perfino di folli teorie complottiste. Questo perché Lovecraft riuscì abilmente a far leva sulla paura ancestrale nei confronti dello sconosciuto, dell'ignoto, di ciò che si nasconde nella penombra, in grado di terrorizzarci proprio perché fuggevole da ogni forma precisa.
Un abile scrittore come Lovecraft, tuttavia, non nasce dal nulla; come scrisse Borges, gli autori più grandi sono tali poiché in grado di crearsi i propri predecessori, e fu lo stesso Lovecraft a individuare, sempre ne L'orrore sovrannaturale nella letteratura, non solo il suo maestro ma, soprattutto, il racconto che stimolò in lui le orrorifiche fantasie cosmiche.
Si tratta de I Salici di Algernon Blackwood, che Lovecraft definì "il miglior racconto sovrannaturale di tutta la letteratura inglese".
Nato nel 1869 a Londra, Algernon Blackwood fu un giramondo e scrittore inglese e, insieme a Poe, colonna portante, sebbene meno conosciuta, della letteratura gotica e sovrannaturale. Tuttavia, rispetto al più noto scrittore americano che presto avrebbe preso piede in Francia grazie a Baudelaire e agli scrittori maledetti europei, Algernon Blackwood fu relegato alla medesima ombra oscura dalla quale proveniva l'orrore dei suoi racconti.
Difatti, mentre Poe sviscerò nelle sue opere la paura, le ossessioni, le perversioni, i crimini e l'orrore dell'animo umano, Blackwood fu, come il suo erede Lovecraft, il primo topografo dell'orrore metafisico - in grado, sì, di risvegliare le paure umane, ma in questo caso paure ataviche derivanti dall'esistenza oggettiva, e non soggettiva, di entità sovra-umane e sovra-naturali che si nascondono negli anfratti più reconditi della natura selvaggia.
I Salici, novella appena ripubblicata in Italia da Abeditore nella stupenda collana Piccoli mondi (della quale avevo già recensito Il testamento di Magdalen Blair di Crowley) è il miglior esempio non solo della produzione di Blackwood, ma dell'intera letteratura, di questa forma di timore universale.
Protagonisti della novella, due avventurieri che si imbarcano sul Danubio su una semplice canoa partendo da Vienna, alla volta di Budapest. Presto, l'ambiente civilizzato e borghese, fatto di ponti, persone, canali e negozi lascia il posto alla natura selvaggia, attraverso "un'area particolarmente solitaria e desolata, dove le acque si estendono da tutti i lati incuranti di un canale principale, e dove la terra diventa una palude per miglia e miglia, ricoperta da un vasto mare di basse siepi e salici" (Algernon Blackwood, I Salici, Abeditore, p. 7).
Il distacco rispetto al mondo civilizzato sembra ridare vita agli elementi naturali, liberi di sprigionarsi dalle catene della mondanità e dagli argini artificiali. Il Danubio stesso, svincolato dal gioco umano, sembra risvegliarsi e affermarsi sul resto del territorio come un'entità autonoma, dotata di vita, coscienza, volontà e, soprattutto, potenza. "Il Danubio" narra il protagonista "ci aveva colpito sin dall'inizio per la sua carica vitale. A partire dal suo piccolissimo ingresso gorgogliante nel mondo delle pinete [...] fino al momento in cui cominciava a giocare al grande gioco del fiume di perdersi tra le paludi deserte, incontrollato, inosservato, ci era sembrato di seguire la crescita di una creatura vivente. Assonnato all'inizio, ma che aveva poi sviluppato desideri violenti una volta diventato cosciente della sua anima, si snodava come un enorme essere fluido attraverso tutti i paesi che avevamo superato [...] finché col tempo non eravamo arrivati inevitabilmente a considerarlo come un Grande Personaggio" (Algernon Blackwood, I Salici, Abeditore, pp. 13-14).
Ma il Danubio non è l'unico spirito naturale a risvegliarsi durante la loro discesa (o ascesa?) attraverso la natura selvaggia. Presto diventa lo sfondo di un'entità onnipresente, bisbigliante, apparentemente immobile eppure sempre in movimento: i salici. Con la loro fitta rete di spesse radici, che ora si inabissano e ora riaffiorano dalla superficie delle acque, simili a silenti predatori, i salici mangiano e corrodono le sponde del Danubio, incanalandolo ora da una parte, ora dall'altra, dando vita a una miriade di isolotti destinati a svanire al sorgere della Luna, con l'innalzarsi della marea.
Con l'arrivo del tramonto, i due protagonisti sono costretti a fermarsi e si arenano proprio su una di queste isole fragili, circondata da una fitta selva di salici nodosi e contorti. Piantata la tenda, calata la notte, in balia del vento, dei rumori e dei fruscii che sembravano dotati di una propria volontà, presto la mente razionale del protagonista viene infranta da sentimenti nuovi ma, allo stesso tempo, antichi, che erano sempre rimasti sopiti a causa della zona di benessere creata dalla civiltà. Scrive Blackwood:
 
"Si trattava di un sentimento di angoscia così vago che era impossibile risalire alla sua fonte e gestirlo di conseguenza, anche se ero in qualche modo conscio che aveva a che vedere cin la consapevolezza della nostra totale insignificanza di fronte al potere incontrollato degli elementi che mi circondavano. [...] La mia emozione, da quello che capivo, sembrava collegata in modo particolare alle siepi di salici, a questi acri e acri di salici, che si ammassavano e crescevano così fittamente, che ricoprivano tutto a perdita d'occhio, spingendo sul fiume come per soffocarlo, in una formazione compatta per miglia e miglia sotto il cielo, a guardare, aspettare e ascoltare. [...] I salici avevano un collegamento sottile alla mia inquietudine perché attaccavano la mente in modo insidioso a causa del loro numero, riuscendo a rappresentare per l'immaginazione una forza nuova e potente, una forza, inoltre, non amichevole" (Algernon Blackwood, I Salici, Abeditore, pp. 24-25).
 
I salici, che sussurrano alla penombra della Luna, nel cuore della notte, si insinuano come un virus nella mente del protagonista, che per di più si sente imprigionato nel proprio terrore, non volendo né svegliare né parlare delle sue paure con il compagno, temendo che esse possano infettarlo, come un morbo contagioso, risvegliando in lui i medesimi sentimenti. Intanto i salici: "Emanavano un'essenza che tormentava il cuore. Risvegliavano un sentimento di timore, è vero, ma di timore con una punta di vago terrore. I loro ranghi serrati, che diventavano sempre più bui intorno a me mentre le ombre si addensavano, si muovevano furiosamente ma anche dolcemente nel vento, procurandomi la sensazione curiosa e sgradita che avessimo sconfinato in un mondo alieno, un mondo dove non eravamo voluti e inviati a restare - dove forse correvamo grandi rischi" (Algernon Blackwood, I Salici, Abeditore, p. 25).
 
La paura cosmica aumenta quanto, uscendo dalla tenda per controllare la situazione, il protagonista si accorge che, nella notte, le fronde dei salici sembrano assumere forme sempre diverse e che sembrano farsi sempre più vicine, quasi fossero dotate di un'oscura volontà e di una incomprensibile capacità di muoversi e di prepararsi a un agguato fatale. La situazione non migliora, il giorno a seguire, quando il protagonista evince, dal volto del compagno, che anch'egli è stato tormentato dalle medesime paure, anche se nessuno ha il coraggio di dirlo all'altro. Ma un altro elemento perturbante contribuisce all'escalation di terrore: qualcosa ha squarciato il fondo della canoa e i due protagonisti sono costretti, per ripararla, a passare un altro giorno sull'isolotto, che intanto si fa sempre più piccolo a causa della corrente.
Anche in questo caso, Blackwood si dimostra un narratore estremamente abile nel sollevare timori attraverso il non-detto e i dubbi, piuttosto che con l'esplicito e le certezze. La barca sembra squarciata da un agente dotato di volontà, la lama del loro coltello sembra essersi rovinata, eppure sull'isola non ci sono segni di passi, ad eccezione di strani e piccoli fori circolari. Nessuno dei due protagonisti vuole ammettere esplicitamente i suoi dubbi e, alla fine, lo squarcio viene ricondotto a una secca che potrebbero non aver notato prima di approdare. Costretti sull'isola, iniziano a lavorare in silenzio per riparare la fenditura, sperando di riuscire a ripararla in tempo per partire ma consapevoli che avrebbero dovuto passare in quel luogo sovrannaturale un'altra notte insonne.
 
"Ero posseduto da un senso di stupore e meraviglia che non avevo mai provato prima" dice il protagonista "Mi sembrava di avere davanti la personificazione degli elementi della natura di questa regione infestata e primordiale. La nostra intrusione aveva rimesso in moto i poteri del luogo. Eravamo noi la causa dell'interferenza, e il mio cervello si riempì di storie e leggende di divinità e spiriti che erano stati riconosciuti e venerati da uomini di tutte le epoche nella storia del mondo" (Algernon Blackwood, I Salici, Abeditore, p. 51).
 
 
Nemmeno i raggi del Sole sono in grado di scacciare la paura in quel posto alieno; presto, calato il vento, per l'intera palude sembra risuonare un suono sconosciuto, simile al vibrare di un gong o delle campane tibetane.
 
"Un suono non-umano, un suono che va oltre l'umanità" lo definisce il compagno del protagonista, cercando di dargli una connotazione. I due si accorgono che questo suono sembra provenire dai salici, dagli acri e acri di salici che avvinghiano tutto il territorio. Alla fine, la pressione psicologica esplode e il protagonista rompe il muro di silenzio. "Non posso più nasconderlo" dice, "non mi piace questo posto, con l'oscurità e i rumori e le terribili sensazioni che mi provoca" e il suo compagno, che fino ad allora aveva dissimulato un atteggiamento razionale, gli risponde impallidito, rivelandogli che "Non si tratta di una condizione fisica da cui potremmo scappare via [...]. Dobbiamo stringere i denti e aspettare. Ci sono forze, qui, che potrebbero uccidere un'orda di elefanti in un secondo nello stesso modo in cui tu o io potremmo schiacciare una mosca. L'unica nostra possibilità è restare perfettamente immobili. Forse la nostra irrilevanza ci salverà" (Algernon Blackwood, I Salici, Abeditore, p. 103-104).
L'acqua, il vento, la sabbia, il Dabubio, perfino gli stessi Salici si scoprono essere soltanto lo scenario, il portale, di una condizione ignota, che va al di là non soltanto della natura, ma del sovrannaturale stesso. "Tu pensi che si tratti dello spirito degli elementi" dice il compagno del protagonista, "e io pensavo che forse potessero essere gli dei. Ma ora ti dico che non è nessuna delle due. Queste sarebbero entità comprensibili, perché hanno relazioni con gli uomini, che sia per venerazione o per i sacrifici, mentre questi esseri che sono con noi ora non hanno assolutamente nulla a che fare con la specie umana, ed è pura casualità che il loro spazio venga in contatto con il nostro in questo posto" (Algernon Blackwood, I Salici, Abeditore, p. 105).
Né il Danubio né i Salici in quanto entità fisiche o sovrannaturali sono coloro che li stanno tormentando, ma entità-altre, ancor più metafisiche, inconcepibili dalla mente umana, che nei salici hanno trovato rifugio donandogli quella vita perversa che, ora, sembra agognare un sacrificio.
Le entità sovra-sovrannaturali di cui parla Blackwood sono inconcepibili per la mente umana e si possono comprendere solo parlando dell'appartenenza, da parte dell'autore, alla setta esoterica della Golden Dawn. Fondata da Mathers, la Golden Dawn fu il crogiuolo dell'esoterismo novecentesco, congrega iniziatica in cui si formarono Waite, Crowley, Yeats, Bram Stoker e, appunto, lo stesso Blackwood. Al centro degli insegnamenti iniziatici della Golden Dawn vi era la pratica della magia cerimoniale, basata sugli antichi grimori medievali come il Libro di Abramelin, Le Chiavi di Salomone, il Drago rosso, testi che promettono di far entrare il mago in contatto con entità angeliche e demoniache che, spesso, sono descritte con simboli e fattezze totalmente alieni rispetto al linguaggio e alle conoscenze comuni. Non è dunque azzardato ipotizzare che, nel descrivere tale orrore metafisico e queste zone di confine, in cui mondo materiale e sovrannaturale si compenetrano, Blackwood si sia ispirato non solo alle dottrine di tali grimori, ma a esperienze da lui vissute in prima persona durante i riti celebrati dalla Golden Dawn. In uno o più di questi riti, Blackwood potrebbe aver percepito il medesimo terrore cosmico, descritto ne I Salici, di trovarsi vicini a entità eteree, in grado di intaccare la materia e la mente umana, utilizzandole allo stesso tempo come portali e vittime cerimoniali.
Non a caso, la soluzione che il compagno del protagonista propone per liberarsi di Loro è quella di un sacrificio. Ma la reazione scomposta del protagonista, che per un momento cerca di liberarsi di queste paure apparentemente irrazionali, attira l'attenzione delle entità e presto si trovano braccati da ombre sfuggevoli, che emettono il perpetuo ronzio, e che li circondano fino a possedere la mente del protagonista.
"Non riuscivo a capire cosa stesse accadendo. Ero consapevole solo di un'avvolgente e agghiacciante sensazione di paura che liberava i miei nervi dalla loro protezione di carne, che li torceva da una parte e poi dall'altra e li rimpiazzava tremando. Avevo gli occhi chiusi, qualcosa in gola mi stava strozzando; la sensazione che la mia coscienza si stesse espandendo, estendendosi nello spazio, lasciò lentamente posto alla sensazione che stessi perdendo tutto, che stessi per morire" scrive Blackwood, descrivendo sensazioni estremamente simili a quanto descritto non solo da coloro che hanno vissuto paralisi notturne o viaggi fuori dal corpo, ma soprattutto dagli "invasati dalle divinità" durante le funzioni di magia cerimoniale.
Alla fine, tuttavia, il protagonista riesce a sfuggire, per un soffio, all'atroce destino di essere risucchiato da entità para-naturali. Svenendo, sottrae loro il nutrimento dei suoi pensieri e viene recuperato dai salici dalle braccia del suo compagno. Quando il pericolo sembra passato, anche il suo compagno subisce la medesima possessione e questa volta è il protagonista a salvarlo mentre questi, come ipnotizzato, si stava immergendo tra le acque del Danubio dicendo "di voler andare da Loro e prendere la strada dell'acqua e del vento".
Con il sorgere dell'alba la piena sembra essersi abbassata e il varco spaziotemporale tra le due dimensioni sembra essere venuto meno. I due protagonisti, riparata la barca e sopravvissuti alla terribile esperienza, si preparano a prendere il largo. Ma, prima di lasciarsi alle spalle il terrore cosmico, che probabilmente li tormenterà per tutta l'esistenza, scoprono il sacrificio versato grazie al quale si sono salvati: il corpo morto di un contadino, ghermito dalle radici dei salici, che presto fu trascinato via dalla corrente, simile a un involucro vuoto la cui anima era stata risucchiata da un'entità più grande.
 
Algernon Blackwood, I Salici, Abeditore
 
Daniele Palmieri