venerdì 29 giugno 2018

René Guenon: Il Re del Mondo. Il mito di Agartha

Nei primi decenni del '900 vengono pubblicati in Europa due testi molto diversi tra loro, ma accomunati da un peculiare racconto.
Il primo è un libro di Saint-Yves, pubblicato postumo nel 1910, intitolato Mission de l'Indie, un resoconto di viaggio intriso di motivi iniziatici in cui l'esoterista francese narra di essere entrato in contatto con un illuminato regno sotterraneo, chiamato Agarttha, governato da un grande sacerdote, il Brahmatma, che dal suo impero sommerso dirige le sorti politiche e spirituali del mondo, in attesa di tornare alla luce con il suo popolo.
Circa dieci anni dopo Mission de l'Indie, esce prima in Polonia e poi nel resto d'Europa un altro reseconto di viaggio, Bestie, Uomini e Déi di Ferdinand Ossendowski, che narra non di un viaggio iniziatico, ma della fuga dell'autore polacco dal nascente regime comunista. Un viaggio ricco di insidie, pericoli, orrori ma anche di natura e meraviglia, dalla taiga russa fino alla Mongolia. Qui, proprio nelle pagine conclusive del testo, Ossendowski narra di aver udito da un indigeno il racconto di un regno sotterraneo chiamato Agarthi, che si estenderebbe per tutto il mondo lungo una serie di gallerie sotterranee, e che sarebbe governato dal cosiddetto "Re del Mondo", un sovrano illuminato in diretto contatto con Dio, che governa la città sotterranea in attesa del suo ritorno.
Alla pubblicazione, il racconto di Saint-Yves fu subito visto con sospetto, frutto di una sua fantasticheria o, semplicemente, come una metafora esoterica che affondava le sue radici nelle antiche Utopie del passato, come quelle di Platone, Campanella o Bacon. Tuttavia, il resoconto estremamente simile di Ossendowski sollevò molti interrogativi e, soprattutto, polemiche. Inizialmente si pensò al plagio e si andò alla caccia di tutte le concordanze testuali tra il testo di Yves e quello di Ossendowski. Eppure, le somiglianze più che "condannare" il giornalista russo sembrano conferire maggiore veridicità al mito di Agarttha/Agarthi, soprattutto alla luce di alcuni particolari che, lungi dall'avvalorare il plagio, testimoniano le tipiche variazioni a cui i racconti orali sono soggetti. Bisogna poi aggiungere che, mentre la narrazione di Saint-Yves è mossa, fin dal principio, da motivi iniziatici, Bestie, uomini e dèi di Ossendowski nasce come resoconto fedele e oggettivo della fuga dell'autore e lungo tutta la narrazione la prosa è piana, semplice, tipica della cronaca giornalistica e del racconto autobiografico; mentre Saint-Yves dice di aver visto con i propri occhi il mondo di Agarttha, Ossendowski si limita a riportare in maniera imparziale le informazioni tramandate dai nativi incontrati nei giorni conclusivi del suo viaggio. Come accennato, è probabile dunque che le somiglianze riscontrate derivino da una medesima tradizione orale, viva tanto nei popoli dell'India quanto in quelli della Mongolia.
Ed è alla luce di tale prospettiva che René Guenon scrisse Il Re del Mondo, breve pamphlet filosofico in cui l'esoterista francese dimostra come non ci si debba sorprendere delle somiglianze tra le due narrazioni, se lette alla luce delle tradizioni mitiche e religiose globali. In questo testo, Guenon sviscera le fonti mitiche della favolosa Agartha. Al di là delle polemiche sterili sul plagio o sulla libera fantasia da parte dei due autori, Guenon mostra come le loro narrazioni affondino le loro radici in simboli ben più profondi, ricorrenti in tutte le tradizioni.
Il Re del Mondo altro non sarebbe che l'archetipo del sovrano universale, in cui potere sacro e potere temporale coincidono poiché egli è entrato in contatto con le leggi superiori e trascendenti dell'universo, e può dunque fare da ponte (da qui il termine pontifex, pontefice, "costruttore di ponti") tra realtà sensibile e realtà sovrasensibile. Dal punto di vista religioso, tale figura è sempre ricorrente e spesso contraddistinta dalla medesima origine etimologica e mitica: quella di Manu, legislatore universale che, oltre nell'Induismo, ricorre anche tra gli Egizi con il nome di Mina o Menes, tra i Greci con il nome di Minosse, tra i Celti con il nome di Menw. Anche nell'Antico Testamento ritorna una figura simile, il misterioso profeta Melchisedec, sacerdote di un culto misterioso, più antico dello stesso ebraismo, che nel testo sacro benedice Abramo, il quale ne riconosce la funzione di "sacerdote superiore", quasi fosse, appunto, testimone di un sacerdozio universale.
Il Re del Mondo, vive nelle viscere della terra dove si è occultato con il sopraggiungere del Kali Yuga, ciclo cosmico che chiude il progressivo decadimento dell'universo, corrispondente all'Età del Ferro di Esiodo, che terminerà proprio con il disvelarsi del Re del Mondo e il suo ritorno dal mondo delle tenebre, nel quale si era nascosto in attesa della rivelazione finale (l'Apocalisse che, etimologicamente, significa appunto "rivelazione").
Da regno sotterraneo, tuttavia, il Re del Mondo continua a tessere le sue trame. Sia Saint-Yves sia Ossendowski descrivono un regno formato da intricati dedali di gallerie che si estendono per l'intero pianeta, al cui centro si ergerebbe, appunto, la mitica città di Agartha, nella quale si sarebbe rifugiato un antico popolo illuminato, che ha raggiunto la massima perfezione spirituale, per ripararsi dal cataclisma del diluvio universale che sommerse l'intero loro continente.
Guenon sottolinea la somiglianza di questo mito con la vicenda non solo di Atlantide, ma anche di Aztlan, la "terra in mezzo alle acque", patria dalla quale di "dispersero"le diverse popolazioni indigene dell'america latina, tra cui gli Aztechi e che Guenon identifica con la stessa Atlantide (benché, attualmente, tale interpretazione non sia attualmente ritenuta filologicamente affidabile). Sempre nel mito Azteco e anche in quello Tolteco si racconta, inoltre, di come alcune popolazioni di Aztlan si siano disparse per il mondo dopo essere vissute, per secolo, all'interno di grotte sotterranee.
In generale, il mito di Agartha è affine alle molteplici "terre divine", fecondate dalla luce della divinità, come la Terra Santa, Avallon, la Terra di prete Gianni, la mitica Thule, le regioni Iperboree, il Giardino dell'Eden, l'Isola dei Beati, i cosiddetti "centri del Mondo" o "regioni polari" che rappresentalo l'asse attorno alla quale ruota l'intero cosmo. Questi regni sono sempre contraddistinti dalla loro irraggiungibilità, dal loro rivelarsi a pochi iniziati che hanno raggiunto la perfezione spirituale, dalla simbologia dell'Albero, che affonda le sue radici nella terra e si eleva fino al cielo, penetrando così i tre mondi: quello infernale, quello mediano-umano e quello celestiale paradisiaco. Sono inoltre terre edeniche in cui, come ad Agartha, la popolazione ha raggiunto la perfetta realizzazione spirituale, spesso resa metaforicamente con l'immagine della vita eterna, e da qui la separazione dal resto dell'umanità, ancora corrotta e avvinta dal velo di tenebre.
Anche l'immagine del "regno sotterraneo" ha innumerevoli riscontri e rappresenta, in maniera speculare e complementare, la sacralità della montagna. Mentre la montagna si estende fino al cielo, la grotta si estende verso le viscere del terreno ma, in entrambi i casi, il loro punto più estremo rappresenta, con la sua irraggiungibilità, il punto di contatto tra il mondo terreno e il mondo divino, sede delle forze e degli influssi spirituali, porta d'accesso tra questo e l'altro mondo. Dal punto di vista simbolico, questa coincidenza tra altezza e profondità è rappresentata dal detto alchemico "come in alto così in basso"; dalla stella di David, composta da due triangoli equilateri le cui rispettive punte sono dirette verso il cielo e verso l'abisso; dalla coppa del Graal e dalla Lancia di Longino, laddove la prima rimanda all'idea dell'incavo nel terreno, mentre la seconda al triangolo che punta verso la volta celeste.
Ma Agartha, dunque, è una terra reale o soltanto una metafora, si chiede Guenon. L'esoterista francese sottolinea come esistano molteplici "centri del mondo", ognuno dei quali è però soltanto il riflesso della vera "Axis mundi" che, secondo Guenon, indipendentemente dalla realtà geografica, esiste proprio perché manifesta nella più profonda realtà simbolica.
 
René Guenon, Il Re del Mondo, Adelphi
 
Daniele Palmieri

martedì 26 giugno 2018

Natan Feltrin: Umani troppi umani. Il problema della crescita demografica

L'ecologo Garret Hardin pubblicò, nel 1968, un articolo destinato ad avere un grande impatto nella discussione ecologica, filosofica e scientifica: The Tragedy of Commons. In questo breve testo, Hardin si focalizzò sul cosiddetto "problema dei commons", gli appezzamenti di terreno comuni in cui i pastori potevano portare al pascolo il proprio bestiame. 
In questi campi, ciascun pastore ha interesse nel far mangiare al bestiame la maggior quantità di erba possibile, in modo che i propri capi godano di buona salute, si riproducano e aumentino di numero, incrementando così il profitto. Tuttavia, se ogni pastore adotta questa politica individualista di sfruttamento del terreno, che dà risultati positivi a corto termine, a lungo termine andrà incontro a una catastrofe non solo personale, ma collettiva. L'utilizzo indiscriminato del terreno comune causerà un impoverimento del suolo; ogni anno, la quantità di erba decrescerà e con essa la quantità di cibo disponibile per il bestiame il quale, cresciuto in maniera indiscriminata , non potrà ora soddisfare i propri bisogni e sarà destinato a una progressiva decimazione. Il tutto finché il sistema non raggiungerà un punto critico per il quale la quantità di risorse consumate sarà nettamente superiore rispetto a quelle rinnovate. Una condizione irreversibile: il campo verde si è ormai trasformato in una landa arida, il tutto a causa della cecità dei singoli pastori, accecati dal profitto a corto termine e incapaci di ragionare a lungo termine.
Secondo Hardin, il mondo è un immenso "commons": un territorio comune, dalle risorse limitate, che stiamo sfruttando senza alcuna coscienza come i pastori dell'apologo ecologico con il pascolo, e se non si invertirà questa tendenza saremo destinati a morire come l'inconsapevole bestiame.
Sebbene la denuncia ecologica di Hardin fu condivisa da numerosi ecologisti, scienziati e filosofi, altre problematiche connesse al problema dei commons e alcune soluzioni suggerite dall'ecologista suscitarono un acceso dibattito, e per le sue posizioni anticonvenzionali ricevette numerose accuse di cinismo e di "neodarwinismo sociale".
Secondo Hardin, infatti, strettamente connesso al problema dello sfruttamento delle risorse è quello della popolazione mondiale. Nell'esempio dei commons, ad accelerare il processo di impoverimento del suolo è la crescita del numero di capi di bestiame. Allo stesso modo, alla crescita demografica senza eguali dell'ultimo secolo, che nemmeno le guerre mondiali hanno rallentato, cresce in maniera esponenziale il numero di risorse richieste e consumate. Una crescita che, secondo Hardin, è stata favorita in maniera sconsiderata dagli stati sociali e dai loro sistemi di welfare, nonché dalle loro politiche sull'incremento della natalità e della produzione industriale.
Benché l'atteggiamento lucido e razionale di Hardin sfoci, effettivamente, in un eccessivo cinismo nei confronti della vita umana, egli ebbe il merito di intravedere la catastrofe demografica che, a oggi, è prossima al punto critico e che, tuttavia, è ancora un argomento un tabù.
Umani troppi umani di Natan Feltrin, edito da Eretica Edizioni, è un testo estremamente importante, perché oltre quarant'anni dopo l'articolo di Hardin torna sull'argomento tabù della crescita demografica, attraverso una panoramica ad ampio respiro, che parte dai primi studi in materia del XIX secolo fino ad arrivare ai dati più recenti circa la crescita della popolazione umana e il consumo di risorse.
Tra le teorie principali analizzate in Umani troppi umani, alla base del problema dei commons, vi è l'intramontabile teoria di Malthus sul rapporto tra popolazione e risorse disponibili. Secondo la metafora usata dallo stesso Malthus, e riportata da Feltrin, la popolazione umana cresce a passo di lepre, mentre la quantità di risorse a passo di tartaruga. In termini matematici, se l'andamento della crescita demografica cresce in progressione geometrica, il numero di risorse cresce invece in maniera matematica. Questa grande discrepanza porta inevitabilmente al collasso della società, favorito paradossalmente dal benessere, quando il numero di persone, incrementato a causa delle condizioni favorevoli, ha superato in maniera eccessiva il numero di risorse.
Feltrin sottolinea come il grafico di Malthus sia una descrizione "ottimale", che necessita delle dovute approssimazioni e, soprattutto, di alcune precisazioni. La modalità di produzione di risorse ne può incrementare sia la quantità sia la "velocità di passo", e occorre inoltre distinguere tra quantità di risorsa e disponibilità della stessa, laddove è la disponibilità, in ultima analisi, ad avere maggiore preminenza.
Tuttavia, ciò non toglie che nel nocciolo della questione Malthus aveva visto lungo: per quanto l'uomo possa incrementare i metodi produttivi, le risorse stesse che egli consuma per accelerare la produzione sono limitate.
E' un punto particolarmente delicato, affrontato nella seconda parte del testo, dove Feltrin mostra, a partire dai principi della termodinamica, come:

"La Terra ha un quantitativo di materia finito, considerando come ininfluenti le interazioni con asteroidi, dispone di un quantitativo di energia più o meno costante garantito dalle radiazioni della sua stella, tutta l'energia è destinata a degradarsi e a disperdersi sotto forma di calore"
(Natan Feltrin, Umani troppi umani, Eretica Edizioni, p. 126).

Ed è qui che non solo Malthus, il cui lavoro non aveva come fulcro la salvaguardia dell'ambiente, ma gli sviluppi dei successivi studiosi della population growths risultano fondamentali nel cogliere il principale problema dell'impatto dell'uomo sull'ambiente. La combo "numero di persona sulla terra" e "quantità di risorse richieste e prodotte" risulta, a lungo andare, fatale, tanto più nell'epoca contemporanea in cui il progresso scientifico e tecnologico, unito all'economia capitalista, ha incrementato non solo il benessere globale, ma soprattutto il numero di risorse depredate per soddisfare una quantità sovrabbondante di bisogni.
Se pensiamo che un ritmo simile non è mai stato sostenuto né dall'umanità né dalla terra, se pensiamo che ogni anno viene anticipato l'Earth Overshoot Day (giorno in cui l'umanità ha consumato tutte le risorse precedenti disponibili), se pensiamo che le stime sulla crescita globale della popolazione prevedono un'umanità sempre più numerosa, è inevitabile accorgerci di come la terra sia presto destinata a diventare un campo arido come il commons descritto da Hardin. A maggior ragione se si riflette sul fatto che: 

"Questo è il vero limite imposto dal progresso umano: l'unica fonte eterna e sicura di energia è quella proveniente dal Sole ed in base ad essa si deve regolare la vita e l'economia. Qui sorge il delicato problema del rapporto tra economia ed ecologia [...]. Queste due discipline dovrebbero lavorare in armonia per garantire il massimo del benessere e della stabilità all'interno di quella casa comune che è l'ecosfera. Purtroppo questo non avviene principalmente a causa di premesse antitetiche alla base delle due scienze: per il modello economico capitalista è la crescita dei consumi ad essere indispensabile garanzia di benessere, per la scienza ecologica sono l'omeostasi e l'equilibrio a salvaguardare la qualità della vita su Gaia" (Natan Feltrin, Umani troppi umani, Eretica Edizioni, p. 126).

L'incapacità di ragionare a lungo termine, di mettere da parte l'interesse egoistico e soggettivo in favore del benessere collettivo, sta conducendo non solo l'uomo, ma l'intero pianeta, al collasso, a tal punto che si può parlare di una nuova era geologica che il premio Nobel per la chimica Paul Crutzen definì "Antropocene". 
Come scrive Feltrin:

"Molti usano questo termine come sinonimo di Età dell'uomo, appellativo decisamente egoreferente e tracotante, ma, dal punto di vista etimologico, Antropocene significa Uomo Nuovo, dal greco anthropos, ovvero uomo e kainos, nuovo. [...] La data di confine tra Olocene e Antropocene [...] viene stimata alla metà del Novecento in seguito alla traccia lasciata in maniera permanente dall'uso dei primi ordigni nucleari [...]. L'aumento delle temperature, i rifiuti plastici, l'innalzamento e l'acidificazione degli oceani, l'alterazione di alcuni fondamentali cicli biogeochimici [...], l'incredibile perdita di biodiversità, l'impressionante crescita demografica di Homo sapiens sono solo alcuni degli eventi di cui ipotetici geologi di un lontanissimo futuro potranno osservare testimonianze fossili" (Natan Feltrin, Umani troppi umani, Eretica Edizioni, p. 141-142).

In cosa consiste, tuttavia, la "novità" dell'Uomo Nuovo dell'Antropocene? Secondo Feltrin, in due fattori: anzitutto l'apoteosi della tecnica e l'utilizzo di risorse mai sfruttate in precedenza, come il petrolio, che tuttavia si sta già dimostrando un fortunato ma breve incontro, dato che presto sarà destinato a finire; in secondo luogo, il fattore essenziale: la sua responsabilità nei confronti della natura. Mai come nell'Antropocene l'uomo ha avuto un impatto così devastante e duraturo, destinato a cambiare l'intero ecosistema terrestre, e allo stesso tempo mai come oggi ha maturato la consapevolezza dei danni che la sua attività è in grado di provocare. L'Uomo Nuovo, sottolinea Feltrin, può anche essere un novello Atlante in grado di sacrificarsi nell'impresa di rimediare agli immensi danni che sta provocando, onde evitare l'approssimarsi di un'altra era, ancor più terribile: l'Eremocene.
L'Eremocene viene definita da Feltrin come l'era della Grande Moria, in cui la terra si è ormai trasformata in un eremo dell'uomo e della flora e della fauna da egli addomesticate. Cancellata ogni forma di biodiversità, si è trasformata in un'immensa fabbrica sovrasfruttata, destinata infine a collassare su se stessa e sul suo insalubre e incosciente "proprietario". 
Trovare una soluzione che sia in grado di invertire il declino non è semplice; diverse proposte sono state formulate nel passare degli anni, come la teoria della decrescita felice di Latouche, ma come sottolinea Feltrin, finché il problema della popolazione globale rimarrà tabù e finché non si remerà anche in questa direzione, si corre il rischio che le misure adottate si dimostrino insufficienti.
Certo, si tratta di un terreno molto pericoloso. Il controllo delle nascite è stato proposto da diversi filosofi e pensatori e ha un'origine antica, che vede in Platone prima e in Campanella poi tra i principali teorizzatori, ma politiche sociali imposte dal governo rischiano di trasformarsi in uno strumento dispotico nei confronti dei cittadini. 
Come per la rivoluzione verde, lì dove il governo è lento a intervenire o lì dove c'è il rischio che politiche sociali possano trasformarsi in uno strumento di dominio, è il singolo a dover prendere l'iniziativa e a intervenire sulle proprie scelte e il proprio stile di vita. Tuttavia, per quanto concerne la questione della natalità, la questione diventa molto più spinosa; può la riproduzione individuale diventare una scelta morale o immorale, al pari delle scelte individuali di "green economy"? 
Feltrin cita la posizione di Pasolini che, negli stessi anni di Hardin, aveva parlato di "delitto ecologico" "nell'atto di procreare in un pianeta così affollato" (p. 132).
Personalmente, volevo concludere l'articolo facendo convergere le prosprettive ecologiche con visioni "altre", proprie del mondo spirituale e filosofico.
Nel corso della storia, sono sempre esistite, seppur minoritarie, visioni escatologiche che aspiravano a liberare l'uomo attraverso l'interruzione della riproduzione. Tra i casi più emblematici, quello dei Catari, setta "eretica" del medioevo che considerava il mondo il tempio di un Arconte malvagio, e che vedeva in una vita di purificazione, volta al rifiuto del superfluo, alla semplicità, al veganesimo e, soprattutto, nel divieto della riproduzione, l'unica via per liberare non solo l'uomo, ma possibili discendenti, dal dominio della sofferenza.

Una prospettiva simile a quella catara è stata espressa, in epoca contemporanea, da Thomas Ligotti, per il quale l'uomo, destinato a una vita di dolore e sofferenza, dovrebbe mettersi il cuore in pace e smettere di riprodursi. Andare, mano nella mano, verso un'ultima mezzanotte e liberare se stesso e il mondo con la prima "estinzione consapevole e volontaria" della storia.

Queste posizioni sono radicali, spinte principalmente da motivi spirituali e filosofici; eppure sfiorano, per motivi diversi, una posizione affine a quella di Pasolini e, in generale, nel dilemma etico estremamente legato al tema della crescita demografica. Consapevoli che le future generazioni dovranno fronteggiare i dolori, i cataclismi, la fame, le carestie che stiamo causando con il nostro sfruttamento di risorse indiscriminato, siamo davvero certi che non sia profondamente immorale mettere al mondo nuove anime destinate alla sofferenza? Non li stiamo forse condannando all'inferno dominato dall'Arconte descritto da Catari? Forse davvero una delle possibile vie d'uscita consiste non solo in nuove prospettive economiche, ma in un percorso spirituale, quasi ascetico, che ci aiuti a liberarci dal superfluo, che boicotti la macchina infernale dei bisogni terreni che, mai come negli ultimi secolo, ha condotto l'uomo verso l'autodistruzione.

In conclusione, consiglio vivamente la lettura di Umani troppi umani di Natan Feltrin; attraverso l'ampia panoramica sul tema, è un ottimo testo sia per introdursi all'argomento sia per approfondire gli sviluppi e le problematiche più recenti sulla crescita demografica, che ancora rimangono appannaggio di pochi esperti a causa, soprattutto, del tabù imperante sulla questione che Feltrin ha il coraggio di infrangere.

Natan Feltrin, Umani troppi umani, Eretica Edizioni: 
http://www.ereticaedizioni.it/prodotto/natan-feltrin-umani-troppi-umani/

Per ulteriori informazioni sull'autore, è possibile visionare il canale Youtube: Ffrim Channel

Daniele Palmieri

lunedì 4 giugno 2018

Joan Lindsay: Picnic a Hanging Rock. Tempo mistico ed estasi dell'Eros

Picnic a Hanging Rock è un romanzo dell'autrice australiana Joan Lindsay. Pubblicato nel 1967 e divenuto un piccolo testo di culto, ha poi conquistato il grande pubblico con la produzione dell'omonimo film di Peter Weir nel 1975.
La trama di Picnic a Hanging Rock è piuttosto semplice. Ci troviamo in Australia, sabato 14 febbraio 1900, giorno di san Valentino. 
Per festeggiare la giornata mrs. Appleyard, proprietaria dell'Appleyard college, ha organizzato un picnic pomeridiano presso la Hanging Rock, una formazione rocciosa a oltre tre ore di distanza dal collegio femminile. Giunte nei pressi della roccia, quattro studentesse, Miranda, Marion, Irma e Edith decideranno di allontanarsi per esplorare i sentieri che si inerpicano sulla formazione naturale, ma soltanto Edith farà ritorno, in stato confusionale. Miranda, Marion e Irma sono misteriosamente svanite nel nulla, e insieme a loro anche la professoressa mcGraw, insegnante di matematica, che a sua volta si era allontanata per esplorare Hanging Rock. Nei giorni successivi inizia una frenetica ricerca, mentre sull'Appleyard Collage cala un velo di inquietudine generale. Mrs. Appleyard diviene sempre più irascibile, sospettosa e disillusa mentre le certezze del collegio si sgretolano di fronte ai suoi occhi, a causa delle studentesse e dei dipendenti che decidono di abbandonare l'istituto per il timore di quanto accaduto. Il ritrovamento di una delle tre ragazze, Irma, rinvenuta da Mike e Albert, due ragazzi che le avevano viste inoltrarsi nella foresta e che erano rimasti affascinati dalla loro aurea, non farà altro che sollevare ulteriori interrogativi. Irma, infatti, viene trovata dopo circa una settimana di ricerche, ai piedi della roccia, con le unghie delle mani rotte ma con i piedi puliti, e senza segni di violenza. Nemmeno Irma è in grado di raccontare quanto è successo, avendo perso la memoria degli eventi, e non può dunque portar luce sulla misteriosa scomparsa di Miranda, Marion e della professoressa McGraw.
Con il passare dei giorni e il diffondersi delle dicerie, i principali finanziatori del collegio ritirano le proprie figlie e la rovina finale per mrs. Appleyard sopraggiunge quando Sara, compagna di stanza di Miranda nonché sua affiatata ammiratrice, viene trovata morta suicida. 
Di fronte alla rovina dell'istituto, mrs. Appleyard perde completamente la ragione e, disperata, si reca alla Hanging Rock nell'irrazionale tentativo di trovare una risposta agli interrogativi irrisolti. Il suo corpo esanime verrà ritrovato ai piedi della roccia il giorno dopo, ultimo sigillo di silenzio sui misteri di Hanging Rock.
Picnic a Hanging Rock è un romanzo insoluto, che solleva più domande che risposte, da ritmo lento e cadenzato, in cui ogni elemento che si aggiunge alla narrazione degli eventi non fa altro che sollevare ulteriori interrogativi che mai verranno risolti.
Eppure, proprio come le risposte della Sibilla o gli enigmi della Sfinge, che alludono e sussurrano senza tuttavia mai svelare il loro contenuto, Picnic a Hanging Rock è in grado di ammaliare il lettore, che al termine del romanzo si trova permeato da una sensazione di mistero atavico, il cui significato risiede proprio nell'essere impenetrabile. 
L'impatto perturbante e ammaliante del romanzo è dovuto alla ricchezza di motivi simbolici ed esoterici disseminati per tutto il testo, che rendono il romanzo non un semplice "giallo" o "mistery", ma un vero e proprio racconto iniziatico, in cui ritornano motivi classici delle tradizioni esoteriche. 
La natura selvaggia, indomita e senza tempo di Hanging Rock si oppone alla vita
razionalizzata, bigotta, oppressa del collegio vittoriano, già a partire dal titolo stesso del romanzo. Il picnic, infatti, usanza che inizia a diffondersi tra ottocento e novecento, è un tentativo borghese di appropriarsi della natura, godendo esclusivamente del suo volto docile e pacato, addomesticabile durante un pomeriggio di sole. Hanging Rock, al contrario, roccia pericolosa dalla quale le studentesse devono stare alla larga, rappresenta l'aspetto selvaggio, indomito, atavico, pericoloso poiché ignoto, da contemplare nella sua bellezza ma soltanto da lontano: la scalata è proibita, poiché conduce in territori inesplorati. Una critica simile è presente anche nell'incipit di Sette racconti gotici di Karen Blixen, in cui l'autrice danese racconta, con una certa dose di ironia, l'usanza della nobiltà ottocentesca di ritirarsi in luoghi aspri, ai confini del mondo, ma solo nei periodi estivi e senza rinunciare ai comfort della vita borghese.
Il picnic, area di sicurezza di cui il telo steso sull'erba è una grande metafora, rappresenta proprio l'area di comfort conosciuta, che tuttavia non è immune dal fascino e dal richiamo della natura selvaggia.
Hanging Rock è una formazione naturale in cui formazioni misteriose, simboli e monoliti forse posti da qualche antica civiltà si fondono con il paesaggio, in una sorta di Cattedrale atavica.
Durante la loro scalata eterea, Miranda, Marion e Irma, che camminano leggiadre come ninfe, vivono un risveglio iniziatico, una progressiva liberazione dal tempo piatto e lineare, resa metaforicamente con l'improvviso fermarsi di tutti gli orologi all'ora di mezzogiorno, in favore di un tempo trascendente, infinito, antico come la roccia che, come dice Irma, è antica oltre quindici milioni di anni. Edith, la ragazzina grassoccia e ingenua (in senso negativo), che si rifiuta di concepire un arco cronologico così antico e una cifra così spropositata, è una grande metafora di coloro che, di fronte all'ignoto, chiudono gli occhi o distolgono lo sguardo, incapaci di abbattere i confini della propria singolarità e della razionalità, incapaci di immergersi nel mistero. Difatti, Edith durante il cammino è l'unica a tenere lo sguardo basso, a voler tornare indietro, a lamentarsi, e per questo a lei non è concesso di penetrare nel mistero.
Sulla Hanging Rock, tutto vibra di un'energia primordiale:

"Così camminano silenziose verso pendii più bassi, in fila indiana, ognuna rinchiusa nel mondo privato delle proprie percezioni, non rendendosi conto delle pressioni e delle tensioni della massa fusa che la tengono ancorata alla terra gorgogliante; degli scricchiolii e dei fremiti, dei venti vaganti e delle correnti note solo ai saggi pipistrelli appesi a testa in giù nelle sue viscide caverne. Nessuna di loro vede o sente il serpente trascinare le sue spire ramate sulle pietre vicine. E neanche l'esodo dalle foglie e dalle cortecce marcescenti dei ragni, dei vermi e degli onischi colti dal panico. Non ci sono sentieri su questo lato della Roccia. O se mai ci furono sentieri, si sono cancellati da tempo. E' da molti, molti secoli che nessuna creatura vivente [...] ha violato il suo arido petto".

E questa energia primordiale induce le ragazze in una trance sciamanica. Miranda, che poco prima la professoressa di francese aveva paragonato a un angelo di botticelli, è colei che conduce il trio attraverso questo viaggio iniziatico. Leggiadra, meravigliosa, dispensatrice di amore universale, anche nei confronti della "fastidiosa, inetta e inopportuna" Edith, sacerdotessa dell'Eros sprigionato nel giorno di san Valentino, guida il suo seguito di ninfe lungo il ripido e aspro pendio, in una camminata leggiadra in cui le ragazze sembrano levitare, piuttosto che camminare.
Giunti sulla vetta della roccia, in uno spiazzo circolare, le altre collegiali osservate da una spaccatura nella roccia sembrano formiche; da questa dimensione al di là di tempo e spazio, le vicende umane non hanno più alcun significato, sono piccole e misere. Ed è in questo spazio sacro che Miranda, Marion e Irma si inebriano dell'energia misteriosa della Hanging Rock. Si tolgono le calze nere, simbolo della costrizione bigotta del collegio e della sua vita razionalizzante, ballano e danzano estasiate dalla natura e cadono, poco dopo, in un sonno mistico, simile ai sonni sciamanici. Anche Edith cade addormentata, e al risveglio nota le tre ragazze che si dirigono verso una stretta fenditura nella roccia. Le chiama, ma sembrano non udirla "come se si trovassero in un'altra dimensione" e per di più non sembrano camminare, ma levitare. L'urlo di Edith squarcia in silenzio e la sua corsa precipitosa verso il picnic rappresenta la paura di coloro che non hanno il coraggio, né la forza, di abbattere le barriere della mente, di attraversare la fenditura del mistero, e che corrono subito ai ripari. Edith non ricorda cosa è accaduto, sa solo che le ragazze sono misteriosamente scomparse; la sua mente non è in grado di ricordare, poiché la visione della divinità arde l'intelletto di coloro che non sono degni di sostenerla.
L'unica cosa che Edith ricorda è di aver incontrato, nella sua corsa precipitosa, la professoressa McGraw, insegnante di matematica, che si dirigeva a sua volta verso l'Hanging Rock con lo sguardo perso nel vuoto e, particolare indecente nell'epoca vittoriana, senza indossare il vestito, ma con indosso solo le mutande.
Anche alla professoressa McGgraw, insegnante di matematica, tocca la medesima sorte misteriosa delle ragazze. Potrebbe sembrare paradossale, considerando il ruolo professionale della McGraw, e si potrebbe credere che nulla, più della matematica e della geometria, incarni lo spirito razionalizzante, così come si potrebbe confondere la volontà della professoressa di misurare la base della Hanging Rock con il desiderio di ricondurre all'ordine e alla ragione la natura primordiale della formazione rocciosa. In realtà, la McGraw è mossa dal medesimo spirito mistico di Miranda e delle altre ragazze ed è paragonabile a una sorta di ierofante pitagorica, sacerdotessa la cui saggezza matematica è espressione non di una razionalità umana, ma della conoscenza delle leggi che regolano il cosmo. Basti pensare che per i pitagorici antichi il numero era sì fondamento della realtà, ma restava una realtà impenetrabile e mistica. Diversi indizi suggeriscono tale interpretazione. In un breve passaggio, si accenna alla McGraw solitamente intenda ad "ascoltare la musica delle sfere nella propria testa" (edizione Sellerio, p. 26), riferimento alla musica celeste che, secondo la tradizione pitagorica, sarebbe generata dal moto dei pianeti e sarebbe udibile soltanto ai sapienti in grado di riconoscere l'armonia del cosmo. Il secondo indizio è un riferimento esplicito a Pitagora e alla conoscenza delle proprietà dei triangoli rettangoli, in questo caso applicata al tragitto da percorrere (p. 27-28); riferimento, quello ai triangoli, che ritorna anche nelle testimonianze delle ragazze dopo la sua scomparsa, che riportano come la McGraw continuasse a parlare di "triangoli e scorciatoie" (p. 74). Ritorna l'idea del "passaggio stretto", l'insenatura trasversale all'interno della realtà che, come l'ipotenusa, crea una fenditura, uno spacco, entro il quale, evidentemente, la McGraw intendeva condurre non solo se stessa, ma tutte le ragazze del collegio.
Edith non è la sola ad essersi trovata a contatto con il passaggi stretto e a non essere stata degna di attraversarlo. Ho citato, nel riassunto iniziale, Albert e Mike. Il primo è un semplice stalliere e il secondo figlio di una nobile famiglia inglese, ed entrambi si trovavano per caso sul percorso delle quattro ragazze. Mike rimane subito colpito dall'aurea divina emanata di Miranda, e alla loro scomparsa decide di attivarsi personalmente per risolvere il mistero, decidendo di trascorrere una notte sulla pendici della roccia. Anche lui verrà ritrovato, il giorno dopo, in condizioni critiche; la bocca arsa dalla calura, lividi sul corpo, e uno strano taglio sulla fronte. Nelle pagine che descrivono la sua esperienza notturna, Mike prova uno strano sensi di annegamento durante il sonno, come se stesse attraversando una dimensione vischiosa, gorgogliante, ma come suggerisce il suo ritrovamento ai piedi della roccia, anch'egli, come Edith, è stato rigettato dalla fenditura. Egli cercava Miranda, di cui aveva riconosciuto un'aurea divina, ma proprio perché ancora legato alla persona fisica e materiale non è stato in grado di ascendere, invece, al livello eterico e immateriale, di pura essenza spirituale, di cui miranda era un'ipostasi, una portatrice.
Grazie a Mike, tuttavia, si scopre il corpo al limite delle forze di Irma, anch'esso nascosto in una caverna ai piedi della formazione rocciosa.
Irma, così come Mike, è stata rigettata dal portale, il "passaggio stretto" che, come la cruna dell'ago di biblica memoria, consente di passare soltanto a pochi eletti, soltanto coloro che si immergono nel mistero, nel rapimento estatico, abbattendo così i limiti spaziotemporali della loro individualità.  Nelle pagine precedenti alla scomparsa, Irma era sì eterea come le altre ragazze, ma in diversi punti mostra segni di attaccamento eccessivo al mondo (come quando si lamenta dell'atteggiamento di Edith, giungendo perfino a insultarla) e di conseguenza non è degna di accedere alla dimensione divina.
Sul suo corpo ci sono alcuni indizi di quanto le è accaduto. I suoi piedi nudi sono misteriosamente puliti; come accennato in precedenza, nella loro estasi le ragazze sembravano più levitare che camminare, rapite da questa forza misteriosa. Le unghie delle sue mani sono spezzate, quasi le avesse raschiate contro qualcosa. E, infatti, il passaggio per lei si è chiuso, e a nulla le deve essere valso il tentativo di farsi strada raschiandone la superficie. 
Vi è, infine, l'ultima grande esclusa, mrs. Appleyard, la cui esclusione ha tratti ancor più feroci e violenti, riflesso del suo carattere approfittatore, cinico, razionalizzante e bigotto. La sua morte ai piedi dell'Hanging Rock è la metafora conclusiva della definitiva sconfitta da parte dell'irrisoria capacità della ragione nei confronti del mistero atavico dell'essere.
A tessere insieme tutti gli elementi qui analizzati vi è il famigerato "capitolo XVIII" del libro, espunto per volere dell'editor e pubblicato soltanto alla morte di Lindsay. In questo capitolo vengono rivelati gli attimi del rapimento estatico delle ragazze ed è proprio la professoressa McGgraw a fare da sacerdotessa iniziatica, con la camicia strappata e senza gonna, verso la fenditura che conduce alla dimensione misterica dell'esistenza. Liberatisi dei corsetti e dai vestiti, che si librano nell'aria come se stessero levitando, la McGraw indirizza le ragazze verso la spaccatura. Miranda  è la prima a incamminarsi, seguita da Marion, ed entrambe subiscono una metamorfosi (altro simbolo ricorrente nei racconti iniziatici) trasformandosi in rettili striscianti. Ed è proprio a questo punto che Irma si fa titubante; attimo fatale, poiché il passaggio stretto può essere attraversato solo in breve tempo, e qualsiasi ripensamento è indice di una mente ancora legata alla dimensione spaziotemporale "profana". E, infatti, una frana le blocca il passaggio e a nulla servirà il suo disperato tentativo di farsi strada con le unghie.

In conclusione, Picnic a Hanging Rock è un testo magico. Disseminando i semplici intrecci narrativi con i motivi iniziatici ricorrenti in diverse tradizioni, Joan Lindsay crea un racconto che è esso stesso una fenditura nella roccia che consente di affacciarsi sulla dimensione mistica attraversata da Miranda e Marion.
Consigliata anche la visione dell'omonimo film di Peter Weir e, per approfondire, l'ottimo articolo di Marco Maculotti pubblicato su Axis Mundi: https://axismundi.blog/2018/03/18/picnic-at-hanging-rock-unallegoria-apollinea/

Joan Lindsay, Picnic a Hanging Rock, Sellerio.

Daniele Palmieri

martedì 29 maggio 2018

Elevarsi a Dio dimenticandosi di Dio. Daniel von Czepko e i Seicento distici di sapienti

Daniel von Czepko è stata una personalità poliedrica dell'umanesimo seicentesco. Umanista, filosofo, teologo, poeta, giurista, medico, politico e, non ultimo, mistico tedesco, il suo amore per la conoscenza non conobbe limiti e la sua figura rappresenta magistralmente l'ideale del Sapiente antico, che non si limita a specializzarsi in un'unica materia ma che riconosce l'intrinseca connessione tra tutti gli ambiti del sapere. 
La sua vasta produzione, così come la sua figura, è poco nota in Italia e tra i pochi testi tradotti vi è il Seicento distici di sapienti, recentemente edito da Lorenzo de' medici press, promettente casa editrice fiorentina.
Seicento distici di sapienti di Daniel von Czepko è un testo straordinario, che unisce la mistica di Meister Eckart al rigore dei distici morali attribuiti a Catone il Censore e alla poesia delle quartine di Omar Khayyam. Non a caso ispirarono la fiammante poesia di Angelo Silesio.
Come suggerisce il titolo, il testo è una raccolta di distici, brevi componimenti poetici formati da una coppia di versi che, come le sentenze di Eraclito o come i koan zen, sono incisivi, taglienti, fulminanti e illuminanti, in grado di colpire con la rapidità e la forza di un martello, con tanto di scintille.
La raccolta è divisa in sei centurie, sei libri ciascuno dei quali formato da cento distici e a ciascun libro è dedicata una sfumatura dell'esperienza mistica, tracciando così un sentiero spirituale che, in sei gradini, eleva il lettore attraverso la poesia. Una poesia che allude e che, proprio per la brevità dell'espressione letteraria del distico, non svela mai i segreti che nasconde ma, anzi, li cela, riservandoli esclusivamente all'iniziato in grado di cogliere il nesso tra le righe. Ma è proprio celando che il distico, allo stesso tempo, è in grado di svelare la propria sapienza nascosta, innestando la volontà di conoscere e il sentimento che, dietro il paradosso, vi è qualcosa di più profondo, che non può essere conosciuto con la razionalità o l'irrazionalità, ma che può essere carpito soltanto trascendendo gli ordinari limiti mentali.
Ogni centuria è introdotta da un richiamo, ciascuno dei quali introduce la sfumatura mistica del libro successivo, dando al lettore una chiave di volta per interpretare i distici e per cogliere l'insegnamento spirituale che si cela dietro di essi. In ordine, i sei richiami (già di per sé un insegnamento) sono:

Richiamo a chi legge/più pensare che leggere
Richiamo a chi cerca a fondo/L'Uno-Tutto nell'Uno.
Richiamo a chi ha sguardo penetrante/Il più bello è lassù.
Richiamo ai liberati/Non secondo le parole, ma secondo il senso.
Richiamo agli spirituali/In interiorità e umiltà.
Richiamo ai beati/Santifica il sabato.

Come si può notare già a partire dai lapidari richiami, ritornano i temi e gli insegnamenti cari alla mistica tedesca di Eckhart e Boheme, che a partire dalla rivolta protestante inaugurata da Lutero ha sempre prediletto un approccio personale, individuale, emotivo e senza mediazioni alla rivelazione divina, piuttosto che l'approccio "letterario" ed "erudito" che passa per le sacre scritture. Ne nasce così una mistica viva, infervorata di passione e poesia, che si volge non tanto alla scrittura quanto al silenzio, all'intimità, alla contemplazione del mondo circostante, a una ricerca frenetica di Dio non nella lettera morta, ma nella vita e nel mondo. 
Il silenzio, come dimensione dell'interiorità, si fa portatore di grandi verità, molto più del vaniloquio dei teologi, poiché pone l'anima a diretto colloquio con un Dio che si nasconde proprio nelle sue profondità. Scrive Czepko: 

"Tacendo ho imparato di me stesso assai più/Che da cent'anni di chiacchiere di molti saggi" (Daniel von Czepko, Seicento Distici di Sapienti, Lorenzo de Medici Press, p. 38).

Questa mistica interiore, a tratti spregiudicata, che vede l'ordine divino che si nasconde in ogni cosa, giunge perfino a mettere in dubbio l'esistenza concreta di Paradiso e Inferno, considerati alla stregua di condizioni dello spirito piuttosto che di luoghi concreti, di salvazione o dannazione eterna. Paradiso è lo stato di eterna quiete, distacco e atarassia proprio dell'anima illuminata, ricongiuntasi in Vita con Dio ed elevatasi spiritualmente al suo rango, fino a divenirne un tutt'uno. Inferno, al contrario, è intorno a noi, in ogni momento in cui ci facciamo rapire dai turbamenti dell'esistenza. Ma in ogni caso Dio è sempre presente, come forza creante e ordinatrice, come spirito divino che infonde il proprio Lògos in ogni cosa e che dunque è sempre manifesto anche quando occulto. Scrive von Czepko:

"Qui paradiso, là inferno: non darti pena di loro,/sopra quello, sii certo, e sotto questo c'è Dio" (Daniel von Czepko, Seicento Distici di Sapienti, Lorenzo de Medici Press, p. 46).

Se Dio è il Lògos onnipervasivo, l'alfa e l'omega che si estende dall'Inferno al Paradiso, ne consegue che il suo Verbo non si trova soltanto nella lettera delle Sacre Scritture, ma soprattutto nel meraviglioso mondo che ci circonda. Anzi, volendo vedere le Scritture ne sono un'ipostasi inferiore, una sorta di testimonianza di seconda mano, giacché la realtà stessa porta impresso il sigillo del creatore che l'ha plasmata. Dice il mistico tedesco:

"L'erba stessa è un libro: se cerchi di aprirlo,/puoi conoscere il creato e avere ogni sapienza" (Daniel von Czepko, Seicento Distici di Sapienti, Lorenzo de Medici Press, p. 68).

La via della conoscenza divina passa anche per lo studio meditato e attendo dell'opera del creatore, a tal punto che la ricerca spirituale viene da Czepko assimilata all'arte alchemica. L'alchimia mostra infatti non solo l'eterna trasmutazione delle cose, ma i meccanismi che soggiacciono dietro la natura e che, una volta compresi e riprodotti, elevano l'uomo alla potenza creatrice di Dio:

"Scomponi metallo ed erbe, contempla la loro essenza/Sperimenterai quanto possa la seconda creazione" (Daniel von Czepko, Seicento Distici di Sapienti, Lorenzo de Medici Press, p. 91).

L'uomo stesso deve compiere verso se stesso una trasmutazione alchemica, per distillare la propria anima dalle impurità, scomporla dal corpo e ricongiungersi a Dio, in un'operazione per nulla semplice, che passa anche per la sofferenza e per il dolore, una vera e propria lotta come quella del legno e del fuoco:

"La fiamma avvolge il legno e ne fa tutto un fuoco,/e lì no vedi pace finché i due non sian uno" (Daniel von Czepko, Seicento Distici di Sapienti, Lorenzo de Medici Press, p. 47).

Ma è proprio superando il conflitto che l'uomo deve dimostrarsi degno della divinità, pari al suo rango, poiché:

"Chi Dio vuol vedere, deve elevarsi alla sua essenza:/Poiché Dio vuol mostrarsi solo a Dio e null'altro" (Daniel von Czepko, Seicento Distici di Sapienti, Lorenzo de Medici Press, p. 119).

Un conflitto che non si conclude con la vittoria e la sconfitta di nessuno, ma con l'eterna conoscenza del mistico oblio. L'uomo si ricongiunge a Dio elevandosi al suo rango soltanto nella misura si dimentica non soltanto di Dio, ma perfino di se stesso, annichilendosi nella tenebra divina in cui non vi è più alcuna distinzione né tra uomo e Dio, né tra Dio e mondo, né tra Dio e se stesso, ma solo un abisso di "ignoranza eterna", assimilabile per certi versi al Nirvana Buddhista:

"Se in Dio vuoi sprofondare, e nel suo abisso/Non devi ricordarti di Lui, e neanche di te" (Daniel von Czepko, Seicento Distici di Sapienti, Lorenzo de Medici Press, p. 90).

In conclusione, Seicento distici di sapienti è un testo imprescindibile non solo per chi si occupa di mistica tedesca, ma per qualsiasi ricercatore spirituale che voglia comprendere l'essenza della tensione mistica. 
Da lodare l'iniziativa della Lorenzo de' Medici Press e il suo coraggio di proporre al pubblico italiano una perla dimenticata della cultura occidentale, tradotta da Giovanna Fozzer e magistralmente curata da Marco Vannini (massimo esperto e traduttore di Mesiter Eckhart, a cui è stato dedicato un altro volume della collana).

Daniel von Czepko, Seicento Distici di Sapienti, Lorenzo de Medici Press

Per ulteriori informazioni: http://lorenzodemedicipress.it/

Daniele Palmieri

martedì 22 maggio 2018

Tarchetti: Storia di una gamba e altri racconti fantastici

Iginio Ugo Tarchetti è stato uno degli esponenti di spicco della Scapigliatura milanese, movimento letterario nato nella seconda metà dell'Ottocento a partire dall'esempio della vita e delle opere di Cletto Arrighi.
La Scapigliatura fu un movimento letterario estremamente innovativo e anticonvenzionale; in un'epoca in cui si stava definendo una sorta di canone letterario italiano, dalle tinte patriottiche, a tratti moralistiche, che tendeva a unificare tanto la lingua quanto la cultura degli italiani, la Scapigliatura fu una voce fuori dal coro. Sull'esempio dei Bohemien parigini, gli scapigliati vivevano una vita al limite, ai margini della società; facevano dei caffé, dei parchi, dei marciapiedi la loro casa, e narravano storie di vita comune, ispirate alle loro stesse vicende, sempre in bilico tra il realismo e il fantastico, con una grande influenza del simbolismo e della narrativa gotica alla Edgar Allan Poe.
Tarcheti si inserisce a pieno regime in questo filone narrativo, e nel suo unire fantastico, realistico, gotico e grottesco può essere considerato non solo uno degli esponenti più importanti della Scapigliatura, ma un Edgar Allan Poe nostrano che tanto nella vita quanto nelle opere portò alla luce quell'aspetto ineffabile e oscuro della condizione umana. Un'oscurità grottesca, sia inquetante sia ironica, che alberga tanto nell'animo degli uomini tanto in quelle incrinature nel cosmo che non riusciamo a spiegarci, e che riflettono una natura sconosciuta, in cui a regnare non è la razionalità ma un principio sconosciuto.
La presa di coscienza di questa realtà "altra" dà vita al sentimento del perturbante, indagato in tutte le sue sfaccettature in Storia di una gamba e altri racconti fantastici, recentemente riedito da Eretica Edizioni (con una mia introduzione e post-fazione). Il perturbante è un sentimento di straniamento che nasce nell'uomo quando, in una realtà ordinaria, si verifica un evento straordinario, che non può essere spiegato con i canoni consueti della ragione.
E' quello che capita al protagonista di "Storia di una gamba" che, a seguito della perdita della gamba in guerra, inizia a vivere un tormento interiore causato da una sensazione stritolante di "oblio". Egli infatti percepisce che la gamba ha varcato anzitempo la soglia verso l'al di là, e lui stesso si sente dunque dilaniato tra il mondo sensibile e il mondo ultraterreno, quasi fosse vivo e morto allo stesso tempo, in una terra di confine che disturba e porta alla pazzia proprio perché incomprensibile, incerta.
Tarchetti riscopre, con i suoi racconti, il potente significato simbolico che certi oggetti, eventi o parti del corpo (come nel caso della gamba) sono in grado di esercitare sulla mente dell'uomo la quale, lungi dall'essere un calcolatore razionale, cova in sé il seme della follia, che altro non è se non una nuova prospettiva della realtà.  Follia che può essere innescata proprio da tali oggetti simbolici che attivano dei meccanismi psicologici rimossi. Come scrive l'autore nel preambolo de I Fatali:

"Esistono realmente esseri destinati ad esercitare un'influenza sinistra sugli uomini e sulle cose che li circondano? E' una verità di cui siamo testimonii ogni giorno, ma che alla nostra ragione freddamente positiva, avvezza a non accettare che i fatti i quali cadono sotto il dominio dei nostri sensi, ripugna sempre di ammettere. Se noi esaminiamo attentamente tutte le opere nostre, anche le più comuni e le più inconcludenti, vedremo nondimeno non esservene una da cui questa credenza ci abbia distolti, o a compiere la quale non ci abbia in qualche maniera eccitati. Questa superstizione entra in tutti i fatti della nostra vita" (Tarchetti, Storia di una gamba e altri racconti fantastici, Eretica edizioni, p. 78).

Con le sue novelle, Tarchetti riscopre il mondo oscuro che la luce della ragione non sempre è in grado di penetrare, e immerge il lettore in un viaggio tortuoso, ricco di insidie, pericoli, pazzia; un viaggio che tuttavia è importante compiere proprio per prendere coscienza del fatto che la visione positivistica delle cose è solo un lato della medaglia, e che proprio quando ci accomodiamo su di essa ecco che, inebriati della nostra ignoranza razionalistica, si manifesta un singolo evento in grado di farci sobbalzare.
Indagare l'ignoto, paradossalmente, è l'unica attività che ci consente di preservare la nostra sanità mentale. O, meglio, che ci permette di ampliare i limiti della nostra coscienza, per assumere la consapevolezza che la vera follia è la normalità. Come scrive Tarchetti:

"Noi non possiamo non riconoscere che, tanto nel mondo spirituale quando nel mondo fisico, ogni cosa che avviene, avvenga e si modifichi per certe leggi d'influenze di cui non abbiamo ancora potuto indovinare interamente il segreto. Osserviamo gli effetti, e restiamo attoniti e incoscienti dinanzi alle cause. Vediamo influenze di cose su cose, di intelligenze su intelligenze, e di queste su quelle ad un tempo; vediamo tutte queste influenze incrociarsi, scambiarsi, agire l'una sull'altra, riunire in un solo centro di azione questi due mondi disparatissimi, il mondo dello spirito e il mondo della materia. Fin dove la penetrazione umana è arrivata noi abbiamo portato la nostra fede [...] ma essa si è arrestata dinanzi ai fenomeni psicologici, e dinanzi ai rapporti che congiungono questi a quelli. Essa non ha potuto avanzarsi di più e ha trattenuto le nostre credenze sulla soglia di questo regno inesplorato" (Tarchetti, Storia di una gamba e altri racconti fantastici, a cura di Daniele Palmieri, Eretica Edizioni).

Tarchetti, Storia di una gamba e altri racconti fantastici, a cura di Daniele Palmieri, Eretica Edizioni.

E' possibile acquistare il libro sul sito della casa editrice:

Daniele Palmieri

L'arte di affrontare la vita con il Manuale di Epitteto

In un'epoca di "spiritualità spicciola", in cui basta pensare positivo per risolvere ogni problema e conquistare tutto ciò che si vuole, in cui ogni risultato spirituale deve essere ottenuto subito e senza sforzo e in cui la direzione spirituale è finita in mano a guru e santoni improvvisati, spesso senza l'adeguata preparazione culturale, il Manuale di Epitteto è un toccasana.
Il Manuale di Epitteto è un testo scritto quasi 2000 anni fa, ma le parole di questo filosofo stoico vissuto nel II secolo d.C. sono più profonde, efficaci e attuali della gran parte dei testi contemporanei di coaching, self help, pensiero positivo, riordino, hygge e compagnia.
Il Manuale è un breve libello che compendia gli insegnamenti di Epitteto; compilato da un suo allievo, Arriano, che assistette alle sue lezioni, la filosofia che permea l'intero testo potrebbe essere riassunta come un'arte di affrontare la vita.
A un primo approccio il testo potrebbe sembrare eccessivamente asettico, rigoroso, a volte pessimista e senza pathos. Ma lo sembra proprio perché siamo imbevuti da anni di pensiero positivo, in cui ogni cosa deve andare per il verso giusto, ogni cosa deve essere così come la desideriamo e in cui tutto andrà sempre per il meglio, se solo lo desideriamo.
Epitteto, con poche parole, sembra quasi rivolgersi a questi nuovi maestri del XXI secolo e spazza via tutti questi pensieri non solo controproducenti, ma anche dannosi, che sollevano migliaia di aspettative senza tuttavia spingere l'uomo a cambiare per davvero e a intraprendere un serio sentiero spirituale.
Fin dalle prime battute, il filosofo stoico, come Buddha, mette in guardia l'uomo sull'essenza della vita: la vita è fatta di sofferenza, di dolore, di malattia, di prove, di fatica. Ciò non significa che la vita sia un male di per sé, ma lo diventa nella misura in cui non siamo in grado di comprendere da dove derivano le nostre sofferenze e, soprattutto, come possiamo esercitarci ad affrontarle e superarle.
Il fulcro del dolore umano risiede in una semplice distinzione effettuata da Epitteto fin dalle prime righe del testo:

"Di quante cose vi sono al mondo, alcune dipendono da noi, altre no. Dipendono da noi l'opinione, l'appetizione, il desiderio, l'avversione e tutte le nostre opere, Non dipendono da noi il corpo, i beni esteriori, gli onori, la dignità, e tutto ciò che non è opera nostra. Le cose che sono in nostro potere sono di natura libere, poderose, e indipendenti da qualsiasi ostacolo; ma quelle che non sono in nostro potere sono effimere, schiave, sottoposte a impedimenti, straniere. Sappi dunque che, se prendi per libere quelle cose che di natura sono schiave, e le cose straniere per proprie, ti sentirai impedito, afflitto, turbato; accuserai gli dèi e gli uomini. Ma se considererai tuo solo ciò che possiedi, e straniero ciò che non possiedi, com'è realmente, nulla ti sarà di ostacolo, non dovrai riprendere o incolpare nessuno, non farai nulla contro voglia, nessuno ti nuocerà, non avrai alcun nemico e non subirai nulla di avverso" (Epitteto, Manuale, Nero d'inchiostro (Youcanprint), p. 18).

Il pensiero positivo insegna l'esatto opposto rispetto a quanto, invece, suggerisce Epitteto. Il pensiero positivo insegna a desiderare, desiderare, desiderare, riempiendoci così di speranze e ottusa voluttà. Non che desiderare sia sbagliato, tutt'altro; ma bisogna anzitutto capire cosa val la pena desiderare e, soprattutto, bisogna prima "farsi le ossa" e lavorare non su ciò che vogliamo, ma su ciò che siamo, coltivando i nostri beni interiori. Se, infatti, i beni esteriori non sono soggetti alla nostra volontà, possiamo perderli in ogni momento e se affidiamo ad essi la nostra felicità, la consegniamo così nelle mani del caso. Un giorno siamo felici, poiché abbiamo ciò che ci rende felici; un altro giorno, invece, tutto questo ci viene strappato e ci troviamo senza nulla.
Al contrario, il sapiente ripone prima tutta la sua gioia in se stesso; coltiva i propri beni interiori: l'anima, la volontà, la virtù e la scelta morale, stabilendo una serie di norme di vita da seguire per vivere in perfetto equilibrio con se stesso e con il mondo, comprendendo così che l'unico bene di cui necessità per poter vivere felice è la propria interiorità. La gioia è una propensione alla vita che nasce spontaneamente quando ci si accorge che tutto ciò che abbiamo è un vano ornamento, un vestito che indossiamo ma che non ha alcuna influenza su ciò che siamo veramente. Come dice Epitteto in un altro passo straordinario del Manuale:

"Non inorgoglirti per nessuna cosa che non ti appartiene. Se un cavallo dicesse con orgoglio: io sono belli, ciò sarebbe ancora comprensibile. Ma quando con arroganza tu dici: ho un bel cavallo, sappi che ti stai vantando di un pregio che è proprio del cavallo. Cosa vi è, in esso, di tuo? Soltanto l'uso che fai di questa rappresentazione. Ora, quando nel fare uso di queste rappresentazioni ti regoli in base alla norma della natura, ben puoi vantarti, perché ti vanti meritatamente di un bene che è tuo" (Epitteto, Manuale, Nero d'inchiostro (Youcanprint) p. 22).

Gli unici beni di cui si dovrebbe andare orgogliosi sono i beni interiori, soprattutto le virtù che il filosofo è in grado di sviluppare per vivere al meglio la propria vita. Con virtù (in greco: areté) non bisogna intendere una serie di norme morali fissate e dogmatiche, ma le potenze dell'anima che la fortificano per resistere alle intemperie della vita. La virtù è una "tensio", una tensione dell'anima, che si può esercitare e sviluppare mediante l'esercizio esattamente come si esercitano e si sviluppano i muscoli del corpo. Per questo in Epitteto ritornano spesso i paragoni tra pratica filosofica e attività olimpiche. Il filosofo che si esercita a vivere al meglio è come l'atleta che si esercita ad affrontare una gara; può stancarsi, all'inizio, ma con il passare dei giorni la resistenza aumenta, ed è proprio quella fatica a incrementare il potere del suo corpo. Può cadere o perdere, ma in lui vi è anche la forza di rialzarsi, e quando vincerà svaniranno tutte le sconfitte precedenti, e il suo capo sarà circondato della corona d'alloro come se non avesse mai perduto. 
L'allenamento filosofico consiste nel vivere nel mondo ma, allo stesso tempo, senza lasciarsi coinvolgere dal mondo. Il filosofo stoico immaginato da Epitteto è sempre presente e inserito nella realtà quotidiana ma allo stesso tempo non vi appartiene, la guarda con distacco, come se fosse solo di passaggio. Ciò in ogni ambito della vita: con i beni materiali, con le persone, con gli affetti, con le cariche pubbliche, con gli onori. Potrebbe sembrare un concetto freddo, ma anche in questo caso bisogna penetrare nella mente di Epitteto nel comprendere cosa intende con "distacco".
Il distacco nasce dalla presa di coscienza della inevitabile vanità di tutte le cose. Se qualcosa esiste è destinata a finire; è solo una questione di tempo. Inevitabilmente vi saranno beni, rapporti, onori, condizioni sociali che intesseremo ma che saranno destinati a svanire, o con la nostra morte, e in tal caso abbandoneremo tutto ritornando nel quieto grembo originario della Natura, o con la loro dipartita quando ancora siamo in vita. Riflettere e accettare questa ineluttabile verità è fondamentale per non vivere sballottati dal dolore e dagli eventi. Si tratta di prepararsi mentalmente a vivere il distacco dalle cose, con la consapevolezza che prima o poi questo distacco avverrà. Ciò non significa vivere una vita triste, depressa, senza cuore e senza affetti; al contrario, implica una gioia perenne che sgorga dalla consapevolezza che ogni singolo attimo è unico, irripetibile. Una gioia che nasce nel nostro animo, e che per questo dipende da noi e non è legata agli oggetti esterni, e che dobbiamo vivere con controllo, con un equilibrio misurato. Una metafora bellissima con cui Epitteto esprime questo concetto è quella del simposio. La vita, secondo Epitteto, non è altro che un grande simposio, e noi dobbiamo comportarci di conseguenza:

"Pensa di comportarti come a un simposio. Qualche vivanda che va intorto si avvicina a te? Prendi la mano e prendine con modestia. Questa passa? Non trattenerla. Ancora non arriva? Fa in modo che il tuo desiderio non trascorra lontano, ma aspetta finché essa non sia dinnanzi a te. Così devi fare rispetto ai figli, alla moglie e alle ricchezze e agli onori. In questo modo, sarai degno di banchettare con gli dèi. E se, quando ti sono offerte queste cose, tu non le prendi, ma le rifiuti, non solamente sarai parte della mensa degli dèi, ma ti eleverai al loro potere. Comportandosi in questo modo Diogene ed Eraclito, e altri ancora a loro simili, giustamente divennero e furono chiamati divini" (Epitteto, Manuale, Nero d'inchiostro (Youcanprint), p. 26).

Epitteto, Manuale, Nero d'inchiostro (Youcanprint).

Per chi volesse approfondire, ho personalmente editato, curato e pubblicato una nuova edizione del Manuale di Epitteto: https://www.amazon.it/Manuale-Larte-affrontare-vita-Epitteto/dp/8827828702/ref=sr_1_1?ie=UTF8&qid=1526983781&sr=8-1&keywords=epitteto+l%27arte+di+affrontare+la+vita

Su Nero d'inchiostro trovate inoltre un ulteriore approfondimento dedicato alle Diatribe, altra opera di Epitteto: http://nerodinchiostro.blogspot.it/2016/10/epitteto-diatribe-manuale-download-stoicismo-giudizio-morale-liberta.html

Daniele Palmieri

Aleister Crowley: Il Libro della Legge

Dopo aver parlare del Crowley occultista (Magick) e del Crowley letterato (Il testamento di Magdalen Blair), tratteremo ora del Crowley "mistico", sebbene, anche in questo caso, valga l'avvertimento anteposto all'articolo dedicato a Il testamendo di Magdalen Blair, ossia che è impossibile separare una delle innumerevoli sfaccettature del pensatore dalla sua visione olistica e totale.
Il testo su cui ci focalizzeremo in questo articolo è il libro più noto di Aleister Crowley; un libro che ha rivoluzionato l'intera sua produzione artistica, filosofica, occulta e letteraria e, in generale, che ha rivoluzionato l'intera sua vita. Sto parlando de Il Libro della Legge (The Book of the Law), un vero e proprio testo sacro e magico scritto nel XX secolo, forse tra i testi più influenti dell'intero '900.
E' impossibile scindere il Libro della Legge dalle vicende biografiche di Crowley che lo portarono alla luce, ed è dunque fondamentale ricostruire il contesto in cui nacque per comprenderne la portata mistica.
Ci troviamo nel 1904 al Cairo. Crowley si trova in Egitto in compagnia della moglie Rose, una delle tante "Donne Scarlatte" che lo accompagneranno nel corso della sua vita e, forse, la più importante, visto il ruolo che ella ebbe nella stesura del Libro della Legge.
Crowley si era ritirato al Cairo per approfondire i suoi studi magici ed esoterici, come i grandi pensatori del passato (si pensi, ad esempio, a Solone e a Platone, che proprio in Egitto si recarono per nutrirsi di millenaria conoscenza).
In un'epoca in cui l'Egitto non era ancora investito dal turismo di massa e gli antichi luoghi sacri preservavano ancora la purezza misteriosa e illibata dei millenni passati, Crowley varca la soglia della Grande Piramide di Cheope, per passarvi una notte insieme a Rose, per compiere un antico rito propiziatorio rivolto alla moglie incinta. L'esoterista britannico tentò di evocare i Silfi, gli spiriti dell'aria, affinché propiziassero la nascita di quello che ai suoi occhi sarebbe stato un nuovo profeta.
In seguito al rituale, Rose cade in una trance mistica, quasi fosse invasata da uno spirito ancestrale, e comincia a ripetere le parole: Ti stanno aspettando! Ti stanno aspettando", per diciotto volte di seguito, fino a pronunciare un inno dedicato al dio Thot, dopo il quale rivela a Crowley che è Horus il Dio che lo sta aspettando.
L'aspetto peculiare di tutta questa vicenda, oltre alle vicende in bilico tra realtà e leggenda, è che la moglie Rose era pressoché a digiuno di studi esoterici, eppure non solo aveva pronunciato un inno sacro dedicato a un Dio a lei ignoto, ma è anche in grado di rispondere con estrema precisione alle domande di Crowley circa le caratteristiche del Dio Horus.
Per avere un'ultima prova di quanto avvenuto in quella notte, e per convincersi che la moglie fosse stata effettivamente visitata da un Dio, Crowley si recò con lei al museo di Bulaq, chiedendo a Rose di individuare una stele raffigurante il Dio che la aveva visitata. E, con sommo stupore, Rose identifica la stele di Ankh-ef-en-Khonsu, raffigurante proprio il Dio Horus, e che per di più portava il numero: 666. Il numero della bestia dell'Apocalisse che Crowley, fin da ragazzo, aveva assunto per indicare se stesso.
Nei giorni a seguire gli episodi medianici si ripetono fino a quando la moglie non rivela a Crowley che, tra le notti dell'8, del 9 e del 10 aprile avrebbe ricevuto la visita del daimon Aiwass, messaggero di Horus che già aveva fatto loro visita nella notte passata alla Grande Piramide, prendendo possesso del corpo di Rose.
E proprio in queste tre notti nasce Il Libro della Legge, sotto l'influsso del daimon Aiwass che avrebbe dettato a Crowley, parola per parola, i tre capitoli di cui è composto il testo, in lunghe e intense ore di scrittura automatica e medianica.
Ognuno dei tre capitoli è la manifestazione di un Dio, la "nuova" trinità a fondamento della religione che Crowley avrebbe fondato dopo tale esperienza mistica: Thelema (parola greca che significa "Volontà").
La prima dea a manifestarsi è Nuit (o Nut). Nuit è la Grande Madre, identificata con il cielo stellato. Nuit è la polarità femminea, incarna il mistero e il fascino delle tenebre, le forze occulte che si celano sotto il velo dell'universo. Testimonianza di un antico influsso "ginocentrico" e lunare, è la dea dell'amore mistico ma anche sensuale e sessuale; si unisce all'iniziato in un amplesso infinito, avvolgendolo con il suo corpo di notte e di stelle. La sua legge è l'Amore; l'amore libero ma allo stesso tempo l'amore consapevole, come recita un celebre passo della sua rivelazione: I,57: Invocami sotto le mie stelle! Amore è la legge, amore sotto la volontà! Non lasciare che i folli fraintendano l'amore; per loro ci sono amore e amore. C'è la colomba e il serpente".
Ritorna il fondamentale concetto di "Volontà", di cui si è già ampiamente trattato parlando di Magick. La Volontà magica è la forza che deve catalizzare tutte le altre energie, perfino quella apparentemente istintiva e istintuale dell'amore. Anche nella più pura estasi, l'iniziato deve mantenere il controllo, accumulare e indirizzare le forze primordiali senza lasciarsi trascinare da esse.
Il secondo dio a rivelarsi è Hadit. Hadit è il principio mascolino, complementare a Nuit. Se Nuit è la dea lunare, Hadit è il dio solare, che incarna e sprigiona la forza maschile. Dice il dio Hadit, rivelandosi: II,6: Sono la fiamma che brucia nel cuore di ogni uomo, e nel nucleo di ogni stella. Io sono la Vita, e l'elargitore della vita, ma quindi conoscermi significa conoscere la morte".
Se Nuit rivela all'uomo come vivere nella notte, Hadit gli rivela come vivere nella luce; una luce che deve essere sprigionata dal cuore stesso dell'uomo, secondo l'altro versetto noto del Libro della Legge che recita: Ogni uomo e ogni donna è una stella. Una volta sprigionata questa energia interiore, tutto il mondo si colma di estasi. Dice Hadit: "II,9: Ricorda con tutto te stesso che l'esistenza è gioia pura; che tutto il dolore non è altro che un'ombra; questi passano e vanno; è quella, invece, a rimanere". Similmente a Dionisio, Hadit è anche il dio dell'ebbrezza; l'ebbrezza mistica, che, come l'amore, deve rimanere sotto la volontà, seguendo l'altra nota massima: Fai ciò che vuoi sarà la tua legge, laddove il volere non è il volere egoistico e soggettivo, ma la Volontà del sé mistico e divino, che si è elevata al rango del volere degli dèi che tutto vogliono e tutto possono, ma il cui oggetto della volontà è sempre divino, pari al loro rango.
Vi è infine Ra Hoor Khut, ultimo dio che inaugura l'epoca del Figlio. Forza sprigionata dall'unione di Nuit e Hadit, della luce e delle tenebre, Ra Hoor Khut è un dio complesso, conflittuale, scintille di bagliore e oscurità. Un dio energico, feroce, guerriero, che vive del conflitto degli opposti dal quale è nato. Rappresenta le forze ataviche che muovono il cosmo, la potenza conquistatrice del Dio Marte, la forza dell'iniziato che, dopo aver appreso la rivelazione, deve avere il coraggio di osare e combattere per conquistare il suo posto nel mondo e vivere secondo i suoi principi. Esclama Ra Hoor Khut, nel tumulto della battaglia: III,46: Ti porterò vittoria e gioia; sarò nelle tue braccia in battaglia e sarà delizioso uccidere. il successo è la tua prova; il coraggio la tua armatura; avanza, avanza, nella mia forza; e non voltarti per nessuno!
In conclusione, Il Libro della Legge di Aleister Crowley è un testo visionario, che condensa tutte le doti poetiche, letterarie, mistiche e occulte del controverso esoterista inglese. Come Magick, è un testo pericoloso, poiché immerge l'uomo in quelle forze occulte e ataviche che, una volta sfiorate, è difficile controllare, secondo il motto di Nietzsche: Se guardi troppo a lungo nell'Abisso, sarà l'Abisso a guardare dentro di te. Ci si può avvicinare per studio, ma non certo per gioco; le forze di cui parla, così come il sistema di magia sessuale sotteso all'intero pensiero di Crowley, possono sembrare suadenti e a portata di mano, ma rischiano di trascinare in un pozzo, senza via di fuga, nel momento in cui non si è in grado di gestire le energie sprigionate. In queste terre oscure vale ciò che Brjusov scrive nel Rrmanzo "L'Angelo di fuoco": "Il mago vive sotto la costante minaccia d'una morte tra i tormenti, e solo con un'attività indefessa e un'estrema concentrazione della volontà riesce a tenere a bada gli spiriti infuriati, pronti a dilaniarlo con mandibole ferme a ogni momento. Una legione intera di mostri orribili spiano ogni passo del mago, e stanno attenti che non dimentichi nulla, che non ometta una qualsiasi piccola precauzione, per scagliarglisi contro come rapaci" (L'Angelo di fuoco, Valerij Brjusov, E/O Edizioni).
Tuttavia, è un testo da affrontare e da leggere, poiché uno dei capisaldi del pensiero esoterico e magico del XX secolo, e si potrebbe affermare che non sia possibile comprendere gran parte del '900 senza aver letto questo libro. Non solo perché innumerevoli artisti, sia del mondo pop sia del mondo underground, si ispireranno proprio alel opere di Crowley, ma perché l'intero '900, nelle sue guerre e nel suo splendore, nella sua grandezza e nel suo fanatismo, fu mosso da forze del tutto simili a quelle manifestatesi a Crowley.
 
 
Aleister Crowley, Il Libro della Legge, Nero d'inchiostro (Youcanprint)
Per chi volesse approfondire, ho tradotto, curato ed editato personalmente una nuova edizione del testo: https://www.amazon.it/libro-della-legge-inglese-italiana/dp/8827828710/ref=sr_1_1?s=books&ie=UTF8&qid=1526982516&sr=8-1&keywords=crowley+libro+della+legge
 
Daniele Palmieri